1. Premessa
Il dibattito incentrato sul tema della flessibilità del mercato del lavoro ha solo marginalmente affrontato la questione riguardante i possibili effetti sulle retribuzioni e sull’occupazione dei lavoratori con diverso grado d’istruzione. È tuttavia ragionevole pensare che la deregolamentazione del mercato del lavoro abbia un’influenza significativa sulla domanda di lavoro qualificato e sulla remunerazione del capitale umano. In tal caso, la questione investe sia i differenziali retributivi e occupazionali che il processo di crescita dell’economia.
2. Breve sintesi dei cambiamenti istituzionali nel mercato del lavoro italiano
Il mercato del lavoro in Italia ha subito una serie di interventi che hanno modificato negli anni il rapporto di lavoro da diversi punti di vista. I primi passi verso un mercato più flessibile affondano le radici a più di un ventennio fa quando l’Italia, successivamente alla fase recessiva dell’economia del 1992, decise di entrate nell’Unione Economica e Monetaria. La prima vera e propria politica di flessibilizzazione del mercato del lavoro, la legge n. 196/1997 conosciuta come Pacchetto Treu, conteneva disposizioni che regolavano determinati nuovi istituti e in particolare introducevano il lavoro interinale. Nell’ambito di tale riforma, venivano apportate delle modifiche innovative alle forme di contratto flessibili già vigenti nel sistema, come il contratto a tempo determinato, quello part-time e i contratti di apprendistato. Successivamente, la cosiddetta Legge Biagi del 2003 arrivò a disciplinare ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro quali il lavoro intermittente, il lavoro ripartito, la somministrazione lavoro, i contratti di inserimento e i contratti a progetto. In pratica, tale riforma introdusse una radicale deregolamentazione del mercato, che mantenne però una configurazione duale, fornendo una protezione significativa ai lavoratori con contratti di lavoro permanente nelle imprese di maggiori dimensioni (più di 15 addetti). Più di recente, il sistema Italiano ha sentito l’esigenza di mettere in atto una nuova riforma del mercato del lavoro, la cosiddetta “Riforma Fornero”, approvata con Legge n. 92 del 28/06/2012, che introduce ulteriori novità in materia di tutele dell’impiego, ammortizzatori sociali e contratti di lavoro. Di fatto, la progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro ha dato luogo a un sistema duale, two-tier secondo la terminologia anglosassone, che prevede il mantenimento di tutele per i lavoratori a tempo indeterminato nelle grandi imprese, mentre lascia ampia flessibilità per le altre forme di lavoro di tipo subordinato e parasubordinato.
3. Andamento dell’occupazione e dei salari dei laureati a seguito delle riforme
È possibile valutare alcune delle conseguenze dell’operare di tale sistema istituzionale sulle retribuzioni e sull’occupazione dei lavoratori istruiti all’ingresso nel mercato del lavoro, utilizzando dati ISTAT desunti dall’“Indagine sui Laureati” e mettendo in luce i cambiamenti di tendenza a seguito delle riforme istituzionali. Questi dati raccolgono informazioni sugli esiti nel mercato del lavoro dei laureati a distanza di tre anni dal conseguimento della laurea. Le survey utilizzate sono quelle del 2001, del 2004 e del 2007, che si riferiscono a circa 73.000 individui di cui si rilevevano numerose caratteristiche individuali e dell’occupazione svolta, inclusa la tipologia contrattuale.
La Fig. 1 e la Fig. 2 considerano i lavoratori in possesso di una laurea e mostrano la tipologia contrattuale di appartenenza a tre anni dalla laurea secondo la dimensione d’impresa. Si osserva come a seguito della riforma del 1997 si sia verificata una chiara riduzione nell’utilizzo di lavoratori laureati con contratto a tempo indeterminato, che appare essere indipendente dalla dimensione d’impresa.
Fig. 1 - Andamento della quota di occupati per tipologia di contratto e dimensione d’impresa

Fonte: ISTAT (anni vari), Indagine sui laureati.
Fig. 2 - Rapporto tra laureati con contratto temporaneo e laureati con contatto permanente per dimensione d’impresa

Fonte: ISTAT (anni vari), Indagine sui laureati.
Le possibili ragioni dell’aumento dell’utilizzo del lavoro temporaneo in misura sempre crescente rispetto a quello permanente sono evidenti. Infatti, sebbene la legge ponga dei limiti al rinnovo dei contratti temporanei, l’impiego continuativo di uno stesso lavoratore nella stessa posizione lavorativa è stato di fatto reso possibile dall’esistenza di tipologie contrattuali alternative, quali il contratto di collaborazione coordinata e continuativa (prima) e dei lavori a progetto (poi). L’azzeramento degli eventuali costi di licenziamento, nonché un maggior potere contrattuale, sono i vantaggi che le imprese traggono, indipendentemente dalla loro dimensione, da questo assetto normativo.
È interessante soffermarsi anche sull’analisi dell’andamento delle retribuzioni delle categorie di lavoratori evidenziate sopra. La Fig. 3 mostra la serie storica dei salari reali dei lavoratori laureati con contratto permanente e temporaneo, distinti secondo le dimensioni dell’impresa di appartenenza. Due elementi sono meritevoli di attenzione. Il primo consiste nel fatto che all’interno delle grandi imprese i lavoratori permanenti sono coloro i quali percepiscono i salari più alti. Il secondo riguarda l’andamento negativo che il salario reale fa registrare per tutto il periodo 1998-2008. Anche in questo caso, possibili spiegazioni collegabili alla deregolamentazione avvenuta nel ventennio considerato, sono contemplate in letteratura (Autor et al., 2007). In generale, la deregolamentazione ha degli effetti positivi sull’occupazione che, in presenza di rendimenti decrescenti del lavoro, implica salari reali più bassi.
Fig. 3 - Andamento dei salari di ingresso dei lavoratori a tempo indeterminato e determinato per dimensione d’impresa

Fonte: ISTAT (anni vari), Indagine sui laureati.
A tali effetti “classici” - i quali, è bene ricordare, riflettono situazioni Pareto-efficienti solo se il lato della domanda di lavoro è caratterizzato da imprese che operano in regime di concorrenza perfetta - potrebbero però aggiungersi (o anche sostituirsi) quelli evidenziati dai modelli di tipo contrattuale. Un’ipotesi è quella secondo la quale in un mercato regolamentato con un sistema duale si generano delle asimmetrie istituzionali che influenzano il potere contrattuale delle parti in conflitto. In questo caso i lavoratori potrebbero subire una riduzione salariale a causa della perdita di potere negoziale generato dalla possibilità da parte dell’impresa di sostituirli con lavoratori temporanei. Si tratterebbe quindi dell’effetto dell’aumento delle outside options a disposizione dell’impresa, che di conseguenza si potrebbe appropriare di una maggiore quota del surplus derivante dalla contrattazione. La questione rilevante sembra quindi essere quella di comprendere se la riduzione del salario reale dei laureati all’interno dell’economia Italiana rappresenta comunque un risultato Pareto-efficiente o se, in realtà, esso sia la conseguenza della deregolamentazione e della susseguente redistribuzione del reddito a favore delle imprese.
4. Possibili conseguenze della flessibilità sull’investimento in capitale umano
L’evidenza empirica e le considerazioni fin qui sviluppate possono essere di rilevanza per la politica, in quanto mettono in luce come i salari reali dei laureati ed i trend occupazionali potrebbero essere influenzati dall’impianto istituzionale. In tal senso, questo articolo intende offrire spunti di riflessione in termini di processi di accumulazione di Capitale Umano e scelte d’istruzione. In prima battuta, quello che si osserva dai dati è che per un laureato la probabilità di trovare un’occupazione di tipo permanente entro tre anni dalla laurea si è ridotta drasticamente. In termini di valutazione individuale dell’investimento in capitale umano, una buona parte della vita occupazionale risulta quindi essere caratterizzata da un’elevata precarietà dei redditi, con conseguente riduzione del valore attuale dell’investimento. In secondo luogo, il salario reale di un laureato che entra nel mercato del lavoro nel 2007 è significativamente inferiore a quello di un laureato che entrava nel mercato del lavoro prima delle riforme. Le implicazioni, in termini di investimento in capitale umano, di un abbassamento del salario reale vanno nella stessa direzione: il rendimento dell’investimento in istruzione si riduce.
A questo punto, l’attenzione deve essere focalizzata su una domanda precisa: può tutto ciò portate a una riduzione dell’investimento in capitale umano? Affinché la risposta sia no, è necessario che si verifichino alcune condizioni e, tra queste, una in particolare: il lato della domanda di lavoro ovvero il lato delle imprese, che alla fine del processo determinano la tipologia contrattuale dei lavoratori, il loro status occupazionale nonché il loro salario reale, deve essere di fatto caratterizzato da un elevato grado di concorrenza. Qualora, invece, la deregolamentazione del mercato del lavoro si implementi in contesti monopolistici, dove le barriere di tipo normativo e corporativistico impediscono il realizzarsi della piena concorrenza, si rischia di generare una maggiore occupazione al prezzo di minori salari reali e di maggiore incertezza sul futuro. Se si vogliono scongiurare effetti negativi sul processo di accumulazione delle conoscenze e delle capacità produttive delle forze di lavoro in Italia sarebbe opportuno porre in essere un processo di limitazione del consociativismo e di abbattimento delle barriere all’entrata in tutti gli ambiti produttivi. Diversamente, la maggiore flessibilità e la maggiore occupazione non possono che essere accompagnate da un peggioramento degli esiti occupazionali in termini di reddito e di stabilità dello status occupazionale.
Riferimenti bibliografici
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