Quadrimestrale di cultura civile

Effetti asimmetrici della crisi in Italia e nel Mezzogiorno

di Adriano Giannola / Professore Ordinario di Economia bancaria, Università di Napoli, Federico II; Presidente SVIMEZ

1. Premessa
Da sei anni, caso unico nell’UE, il PIL italiano è in flessione (-7% al Nord, - 13,3% al Sud), da venti anni ristagna. La flessione è continuata al Nord e al Sud per il 2014 e certamente, al Sud, proseguirà anche per il 2015. L’Italia arretra nella classifica della competitività. Il declino investe regioni che presumono di essere “forti”: Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto; non c’è convergenza tra le diverse aree territoriali.
Con il PIL sono in caduta gli investimenti fissi. Dal 2008 l’accumulazione lorda non copre gli ammortamenti. Si smantella ogni anno la base produttiva sia nel comparto delle costruzioni che in quello manifatturiero, il cui valore aggiunto sul PIL è in contrazione.
La buona performance delle esportazioni, in regime di “austerità” fiscale, non compensa la caduta dei consumi interni. L’intensa contrazione della domanda al Sud mina la tenuta produttiva del Nord, che vede ridursi il “suo” mercato interno rivelatosi ora di vitale importanza.
Il recupero auspicato è affidato a una strategia tutta da definire e all’immancabile “riforma” del mercato del lavoro. Nulla si dice sul delicato problema distributivo, che si intreccia con quello territoriale, un nodo cruciale accuratamente taciuto. Oltre il 60% dei 983.000 posti di lavoro persi tra il 2008 e il primo trimestre del 2014 sono nel Mezzogiorno, che contava, all’inizio della crisi, meno del 28% del totale degli occupati, con oltre 20 milioni di abitanti e un tasso di occupazione passato dal 36% del 2008 al 28% del 2013 (48% al Cetro-Nord, 55% nella UE a 27).
Oggi l’aspetto territoriale non può essere eluso se si vuole impostare una credibile azione che non si affidi alla salvifica illusione di riforme istituzionali. La necessità di ripristinare condizioni favorevoli allo sviluppo comporta l’individuazione di obiettivi concreti e una coerente riformulazione di priorità a partire dalla convergenza dei territori.
La micidiale austerità, somministrata all’economia dal 2011 per rimettere “in sicurezza i conti pubblici”, non ha raggiunto lo scopo. Gli effetti delle manovre, basate su tagli centrati sulla spesa in conto capitale, hanno operato in misura asimmetrica incidendo sulle aree più deboli. Il loro impatto recessivo nel 2013 si articola in una caduta di 0,8 punti percentuali nel Centro-Nord, a fronte di ben 2,1 punti sui 3.5 punti della flessione del PIL meridionale. L’effetto del taglio degli investimenti pubblici è quantificabile in 1,7 punti percentuali (sui complessivi 2,1 punti ascrivibili alle manovre), a fronte dello 0,6% nel Centro-Nord. La prospettiva di adempire al fiscal compact e al pareggio di bilancio riduce ancor più gli spazi per una ripresa dell’economia.
Non sembra chiaro ai policy makers l’urgenza di attivare da Sud un’azione di sviluppo e come ciò rappresenti una delle pochissime vie praticabili, a risorse date, per governare la crisi, a fronte del montare della disoccupazione di massa e dell’emergenza sociale.
Spiace constatare come invece non si sia superata la logica ghettizzante che dal 1998 ha stralciato il tema del Mezzogiorno dall’orizzonte nazionale, con un silenzioso progressivo razionamento delle risorse nazionali, drasticamente sostituite da quei Fondi europei che avrebbero dovuto essere aggiuntivi a quelli ordinari. Sintomatico il crollo al Sud delle opere pubbliche, in assoluto e per quota.
Ammesso, con eroico ottimismo, che le manovre siano capaci di mettere i “conti in ordine”, c’è da domandarsi dove approda questo nuovo “stato di natura”: una condizione da manuale che potrà garantire nel medio termine una oscillazione attorno al tasso di disoccupazione attuale, che al Sud si aggira sul 28-30% e al Nord sfiora il 15%: livelli socialmente insostenibili.
Svanita la “ripresa” per il 2014, procede intanto l’acuirsi delle disuguaglianze e l’estendersi della povertà. La probabilità di passare la soglia della povertà assoluta supera il 33% per le famiglie del Sud (il 12% nel resto del Paese) e la quota di famiglie già in condizione di povertà assoluta è salita dal 6% del 2007 al 13% del 2013 (dal 3,3% al 5,8% al Nord). Se finora non sono esplose le tensioni sociali, lo si deve al dilagare del lavoro nero e irregolare, all’economia sommersa (al netto di quella criminale), che conferma in queste aree di essere la base del sistema di produzione.

2. Uscire da una crisi troppo lunga
Occorre schiodarci dalla prospettiva di questo insostenibile equilibrio. In assenza (e/o a opportuno complemento) di una conversione della UE, è necessaria un’azione che non si limiti a offrire una cornice di condizioni favorevoli a uno spontaneo – illusorio - risveglio degli “spiriti animali” delle nostre imprese. C’è estremo bisogno di uno Stato regista, che non si limiti a recitare la parte del regolatore nascondendosi dietro il dito delle riforme.
La crisi italiana, l’asimmetria territoriale che la rende più pesante e dolorosa, è strutturale, non nasce nel 2008. La crisi finanziaria ha solo reso evidente la debolezza di un modello di sviluppo mitizzato e che era invece in retromarcia almeno dall’ingresso nell’Euro-zona. A ben vedere, non aveva mai superato i problemi che nel 1992 portarono alla prima crisi finanziaria e all’uscita dal Sistema Monetario Europeo. Allora ci si affidò al salvagente della svalutazione (oltre i 40% sul marco) e alla “concertazione” (alla prima “svalutazione interna”). L’impegno ossessivamente dedicato, poi, alla surreale “questione settentrionale” ha prodotto la riforma del titolo V della Costituzione, tesa a imporre responsabilità e disciplina alla parte “malata” del sistema.
Il fatto che le vicissitudini meridionali stiano condizionando le sorti dell’economia sembra ora illuminare anche i federalisti più accaniti. Ma non è chiaro che il malridotto Mezzogiorno non è un oggetto sul quale recriminare, ma un soggetto su cui puntare per arrestare questa china. Un richiamo alla storia non tanto remota dei nostri “miracoli” sarebbe salutare; risulterebbe evidente quanto il ruolo del Mezzogirono possa, oggi come allora, essere decisivo.
Il combustibile di una ripresa dello sviluppo è la dimensione euromediterranea sia in riferimento alla sponda sud sia, ancor di più, per l’opportunità di cogliere l’enorme potenziale che la ritrovata centralità mediterranea dei traffici mondiali offre alle nostre sponde.
Sarebbe un segnale di scarsa intelligenza subordinare tempi e scelte necessarie per imboccare questa strada all’auspicabile ausilio della verve riformatrice.

3. Eutanasia della “questione meridionale” e marginalizzazione dipendente del Sistema Italia
L’allarme di Confindustria sulla desertificazione manifatturiera è complementare a una via via più inquietante “nuova emigrazione”, che silenziosamente accompagna la disoccupazione di massa, specie giovanile.
La ripresa dei flussi migratori interni (un saldo di 400.000 unità in dieci anni) ripropone il fenomeno in forma nuova rispetto al passato, e tale da prospettare rilevanti effetti di medio-lungo termine.
Di fronte al dilagare della disoccupazione giovanile e all’enorme spreco di capitale umano, invece di riaprire con urgenza il dossier dello sviluppo, ci si concentra sull’ennesima “riforma” del mercato del lavoro (la quarta in 15 anni con il Jobs act). La rincorsa al mito di risolutive “politiche attive del lavoro” oggi non punta più a ridurre le “rigidità”, bensì i rischi (per le imprese) dei quali sarebbe portatrice una offerta di lavoro resa ormai assolutamente “liquida” sul nostro mercato. L’OCSE – che ha finalmente imparato a leggere numeri ed etichette – ci classifica tra i mercati più flessibili al mondo sia in entrata che in uscita. Insistere su questa strada, nell’illusione di creare “veri” posti di lavoro, conferma che delle buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. Per non parlare della demagogia “giovanilista” di abbattere i “privilegi” di cui sarebbe ancora titolare chi ha un posto di lavoro. Serve mettere in competizione chi lavora con chi non lavora? Il buon Keynes, quando ha teorizzato l’allora eretico concetto di disoccupazione involontaria, ha posto a fondamento dell’analisi l’adesione al primo postulato dell’economia classica (coincidenza tra salario reale e produttività marginale del lavoro). Un punto di partenza tutt’altro che accdemico, che impone di cercare altrove le cause e la sistematica persistenza di questa patologia, tanto più quando essa assume i caratteri della disoccupazione di massa. Da qui il necessario ruolo dello Stato regista.
L’effetto spinta che alimenta la nuova emigrazione risponde al teorema Hirschmaniano che si riassume in due parole: exit e voice. Essendo inutile la voice, si pratica l’exit, e non tutti possono farlo. Nell’attesa dello sviluppo, nuotando nella liquidità assoluta di questa offerta di lavoro flessibile, il Sud ha perso già oltre 400.000 giovani in 10 anni, il meglio della sua gioventù, un’epidemia che prosciuga la fascia più valida delle forze di lavoro. Non solo, l’emigrazione interna oggi è in paralleo con una immigrazione ormai consolidata. Il perdurare della crisi alimenta pericolosissime tensioni tra la massa meno qualificata di immigrati, che trova sempre meno sbocchi e compete su tutti i fronti con le fasce via via più povere di lavoratori soprattutto nelle aree “forti” del Paese.
È nuovo quindi il doppio problema del contemporaneo effetto disgregante dell’immigrazione ed emigrazione interna. La prima, di massa e non qualificata; la seconda selettiva e che drena anche risorse finanziarie oltre che di capitale umano. La prima, che nel Nord non più in grado di offrire opportunità di lavoro “di massa” innesca effetti dirompenti nelle aree urbane specie metropolitane; la seconda, che desertifica il Sud delle risorse umane più pregiate.
L’esodo dal Sud, pur più contenuto rispetto al passato, ha tratti che producono conseguenze rilevanti e ben diversi da quelli sperimentati nei lontani anni Cinquanta e Sessanta. La selettività del fenomeno, se non governata con urgenza, incammina il Sud verso un’involuzione capace di inaridire nel giro di due decenni quel capitale umano che è patrimonio di queste regioni. Se ciò avvenisse, anche in forma parziale, la debolezza strutturale dell’economia che è all’origine di queste dinamiche, risulterà non solo confermata e aggravata, ma legittimerà la sbrigativa liquidazione della Questione come un fastidioso problema di assistenza.
Attorno al 2035 la quota degli ultra 75-enni al Sud supererà quella del resto del Paese, caratterizzando le sue regioni come quelle ove si concentra la quota più anziana e meno fertile della popolazione. Con la speranza di vita che cresce a Sud e a Nord, al negativo impatto demografico concorre la riduzione della fertilità, scesa al Sud dal 1998 al 2010 da 1,36 a 1,34 figli per donna, a fronte di un aumento al Nord da 1,12 a 1,42. Siamo comunque al di sotto della soglia (2,1 figli per donna) che assicura il ricambio generazionale. La trasfusione di immigrati, per ora in grado di compensare il deficit al Nord, non lo è al Sud.
La popolazione residente nel Mezzogiorno, al netto degli immigrati, flette di oltre duecentomila unità in un decennio. La proiezione al 2065, tenendo conto delle dinamiche migratorie interne e dei parametri (speranza di vita, fertilità, ecc.), prospetta il ridimensionamento dei residenti, che al Sud passano dal 34,3% del 2012 al 27,3% del 2065, con una perdita di oltre 4 milioni di unità.
Già oggi, la dinamica delle aree metropolitane vede quelle meridionali in declino contro la crescita nel resto del Paese.
Guardando alla struttura dei flussi migratori, è in riduzione la componente senza alcun titolo di studio o con licenza elementare, stabile quella con licenza media inferiore, in crescita la componente potenzialmente più preziosa e cioè quella con titolo di studio più elevato. Dai 12.592 del 2000 si passa ai 25.058 laureati del 2012 che da Sud cercano sbocchi al Nord.
Se i migranti con laurea sono la parte più dinamica, per valori assoluti in prima posizione è la componente di emigrati con diploma superiore e accesso all’università. Le due componenti rappresentano nel 2012 oltre il 60% del fenomeno. Della componente più consistente, quella con titolo di studio superiore e accesso all’Università, va detto che una quota importante è di giovani che, senza attendere la laurea, abbandonano il Sud già al completamento della scuola superiore, iscrivendosi direttamente a un ateneo del Centro-Nord. Attualmente il fenomeno riguarda un 25% dei neo-diplomati, il che può dar conto del fatto che nel quadro di una generale, preoccupante riduzione nazionale del tasso di iscrizione all’università dei neo-diplomati, c’è un differenziale alquanto forte a sfavore del Mezzogiorno che tende ad ampliarsi proprio in coincidenza con l’inizio della grande crisi.
L’emigrazione, precoce e di qualità, incide sui caratteri e la consistenza della gioventù che resta. Essa, inoltre, impone oneri particolarmente forti ai territori di partenza. Ogni ragazzo che abbandona il suo territorio porta in dono al luogo di approdo il costo della sua formazione e, in aggiunta, anche quando lavora – dati i livelli retributivi e la precarietà della sua posizione – fruisce di un sostengo da parte della famiglia di partenza. Si configura, cioè, una sorta di rimessa per gli emigrati; il contrario di quanto avveniva in passato. Se allora gli emigrati partivano portando simbolicamente con sé i beni salario per il loro sostentamento, e contribuivano (a caro prezzo) a consolidare la ricchezza delle regioni di partenza, oggi il sempre meno ricco “sottosviluppo dipendente e assistito” ha intrapreso un percorso di impoverimento esportando, congiuntamente al suo capitale umano, quote della ricchezza accumulata.
Come annunciano le tavole di transizione demografiche, tutto ciò ci consegnerà con il Sud più dipendente e assitito la soluzione per eutanasia della Questione Meridionale e il ritorno dell’Italia al rango di espressione geografica.

Riferimenti bibliografici
Giannola A. (2010), Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità, Rivista economica del Mezzogiorno, Vol. 23, N. 3, pp. 593-627.
SVIMEZ (2014), Rapporto SVIMEZ 2014 sull’economia del Mezzogiorno. Introduzioni e sintesi, Roma, SVIMEZ.