Di fronte alla presenza degli immigrati provenienti dalle sponde del Mediterraneo gli atteggiamenti presenti nelle nostre popolazioni sono di tre tipi:
- il primo è un senso diffuso di fastidio e di ripulsa dovuto, almeno nella maggior parte dei casi, non tanto a una mentalità marcatamente razzista e xenofoba, quanto a un ragionamento di tipo provinciale e utilitaristico soprattutto in questo momento di crisi. Si dice perché lo Stato deve spendere soldi per accogliere queste persone quando invece potrebbe spenderli meglio per gli italiani che sono senza lavoro, per le persone licenziate, per le fasce più povere della nostra popolazione? In altre persone c’è stato un senso di disinteresse e di indifferenza, che ha fatto sì che qualcuno potesse continuare a correre sulla spiaggia facendo finta di non accorgersi dei morti.
- Il secondo atteggiamento è apparentemente favorevole alla loro accoglienza, ma per motivi altrettanto utilitaristici, strumentali, che possono sfociare nel cinismo di chi pensa di approfittare delle sventure altrui per fare affari. Imprenditori del Nord, cooperative legate a personaggi politici, fornitori di servizi, alberghi che ospitano immigrati o militari, hanno dei vantaggi economici, senza generalmente preoccuparsi della qualità della vita degli immigrati.
- Il terzo atteggiamento è caratterizzato dalla accoglienza e dalla solidarietà nei confronti degli immigrati, visti come fratelli e sorelle in difficoltà da amare e servire. Basta pensare ai soccorsi dati agli immigrati in difficoltà dai pescatori, dai militari, dai medici, dai volontari, dalla gente comune a Lampedusa, ma anche in diversi paesi della Sicilia, come a Scicli, Siracusa e Catania, dove gente comune ha dato testimonianza di cosa può fare una popolazione dal cuore aperto.
Noi vescovi di Sicilia abbiamo scritto in un recente messaggio: «La gente di Lampedusa, alla quale va la nostra gratitudine e la nostra ammirazione per l’instancabile apertura di cuore nei confronti di quanti hanno cercato approdo tra loro, ha mostrato al mondo il valore e l’efficacia dei gesti semplici e significativi del quotidiano: la vicinanza, il soccorso, il pianto, la collera, la pazienza. E nello stesso tempo ha dimostrato l’inutilità controproducente di talune risposte istituzionali che non hanno contribuito a risolvere il problema, ma anzi hanno moltiplicato il numero delle vittime. Di fronte a tanto dolore, che sembra non aver fine, occorre cambiare atteggiamento a partire dalle nostre comunità e coinvolgendo quanti si sentono interrogati da questa sfida umanitaria».
Ho parlato con alcuni medici e militari che hanno assistito i superstiti e che hanno raccolto i cadaveri. Erano sconvolti. Anche loro hanno pianto e hanno pregato. Si sono sentiti confortati dall’arcivescovo elemosiniere inviato da papa Francesco che è stato loro vicino con la preghiera e si è fatto carico di aiuti concreti per i superstiti.
Per quanto riguarda le diocesi di Piazza Armerina e di Monreale, posso citare alcuni esempi. Ad Aidone, in una struttura di proprietà della diocesi, sono ospitati dei minori che sono aiutati a integrarsi da alcune suore indiane, da un mediatore culturale musulmano proveniente dall’Africa, dagli operatori, dai volontari, dai membri della Fondazione Mons. Di Vincenzo legati al Rinnovamento nello Spirito, dai vicini. La maggior parte di questi ragazzi stanno frequentando il locale Istituto Professionale Agrario e alcuni, che hanno ottenuto delle borse lavoro, sono occupati presso laboratori artigianali.
A Piazza Armerina famiglie con bambini sono state accolte dall’Associazione “Don Bosco duemila” e sono state aiutate a integrarsi nel territorio. Io ho avuto modo di incontrarle più volte e ho battezzato alcuni dei loro bambini. Per l’Epifania, in collaborazione con la Caritas diocesana, abbiamo organizzato una cena per tutti gli immigrati presenti nel territorio diocesano e ogni gruppo etnico ha avuto modo di esprimere con il canto e la danza la propria cultura. Purtroppo bisogna dire che da parte dello Stato ci sono ritardi di otto-dieci mesi nel rimborsare le spese, ma questo non ha scoraggiato l’accoglienza.
Nella diocesi di Monreale sono state accolte a Partinico, in una struttura di proprietà di una parrocchia, una trentina di donne, la maggior parte delle quali avevano subito violenze. Sono accolte e assistite dagli operatori dell’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”, fondata da padre Vincenzo Sorce. Io sono stato a visitarle appena arrivate. È interessante come diverse persone si siano mobilitate per dare loro degli aiuti materiali e sostegno psicologico.
La strage degli innocenti
Papa Francesco, nell’omelia a Lampedusa dell’8 luglio 2013, diceva: «Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito».
La tragedia di Lampedusa ha fatto aprire gli occhi, almeno per qualche giorno, sulla strage degli innocenti che in questi anni ha trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero e ha squarciato il fitto velo dell’indifferenza che accompagna da anni gli sbarchi dei migranti.
Durante la visita ad Limina dei vescovi della Sicilia occidentale, avvenuta nel maggio scorso, abbiamo parlato a papa Francesco del dramma dei migranti morti in cerca di fortuna nel “mare nostrum”. Il Papa è rimasto molto colpito e ha detto: debbo dare un segnale forte! E questo segnale lo ha dato con la sua visita dell’8 luglio a Lampedusa. Si è trattato di un gesto di vicinanza, che ha voluto anche per risvegliare le nostre coscienze, affinché ciò che è accaduto non si ripeta.
Debbono risuonare ancora per ciascuno di noi le domande che il Papa, pellegrino a Lampedusa, stringendo il timone posto davanti all’ambone, diventato per l’occasione pulpito e balcone che guarda il mondo, ha lanciato: «Adamo, dove sei?» e: «Caino, dov’è tuo fratello?».
«Questa non è una domanda rivolta ad altri – ha aggiunto papa Francesco –, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà!»
Ritorna ancora l’interrogativo del Papa: «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle?» Non possiamo anche noi, come gli abitanti di Fuente Ovejiuna, protagonisti di una commedia di Lope de Vega, dire: «Nessuno».
Papa Francesco ha posto anche un’altra domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!».
Questi morti, e le migliaia che negli anni sono stati travolti in queste acque, chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza che si auspica ancora di breve durata.
Il 3 ottobre ero presente nella sala Clementina in occasione dell’udienza di papa Francesco al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quando il Papa ha detto di provare vergogna: «È una vergogna». Non è stato solo un atto di accusa verso i responsabili diretti o indiretti di questa tragedia, ma anche un atto di assunzione di responsabilità, di esame di coscienza, per tutti. Quando il Santo Padre ha parlato di vergogna, ha parlato di un sentimento che non può non riguardarci tutti quanti. E che deve implicare un maggior impegno da parte di tutti. Ci voleva, forse, questa immane tragedia, che ha fatto gridare al Papa: «Vergogna!», per scuoterci dalla futilità dei dibattiti politici e dalla banalità dei piccoli problemi che spesso angustiano la nostra vita quotidiana.
Cosa fare, dunque? È importante innanzitutto dare sostegno ai missionari che operano in questi Paesi; e con il volontariato internazionale è necessario aiutare queste persone a vivere in maniera dignitosa nei loro Paesi d’origine. Di recente ho incontrato in Terrasanta il Patriarca di Gerusalemme , che mi ha spiegato che solo dalla Siria stanno transitando 800mila profughi verso la Giordania.
Verso coloro che sono sbarcati sulle nostre coste, il nostro compito di cristiani è quello dell’accoglienza, del prendersi cura vincendo il muro dell’indifferenza, sullo stile del Buon samaritano. Siamo chiamati a farci prossimo dell’altro, chiunque egli sia, da qualsiasi parte arrivi, qualsiasi problema porti, qualsiasi sia la difficoltà. Siamo chiamati a fare e a far fare sempre il primo passo verso uno stile di accoglienza e di misericordia, a guardare in chiunque bussa alla mia porta i tratti del Figlio Gesù: «Ero forestiero e mi avete ospitato».
Un’accoglienza fondata sul patire con gli altri
Papa Francesco, nella sua visita a Lampedusa, ha voluto porre in evidenza la priorità fondamentale: un’accoglienza senza limiti che sia fondata sulla compassione del Buon Samaritano, sul “patire con” gli altri.
Credo che l’unica maniera umana di fare fronte a una simile urgenza consista nel tentativo di una integrazione sul territorio. Attraverso strutture piccole, a misura d’uomo, in grado di rispondere alle esigenze di tutti. Nei centri in cui vengono accolti tutti insieme migliaia di profughi, è molto più difficile andare incontro ai bisogni di ciascuno. Per far questo, è necessaria una rivoluzione culturale. Anzitutto, a livello di mentalità comune. Occorre, cioè, aprirsi alle logiche dell’accoglienza e della solidarietà. Tale nuova cultura potrà, in seguito, trovare supporto nella politica, che non ha ancora provveduto a sviluppare corrette politiche di accoglienza e integrazione, capaci di dare una risposta virtuosa al fenomeno. Dobbiamo riconoscere che tutto rimane ancora sotto il profilo dell’emergenza. E ogni emergenza miete le sue vittime.
Spetta alle autorità politiche e militari contrastare i mercanti di morte, che impunemente solcano il Mediterraneo vendendo sogni di libertà a ignari migranti, traghettati verso l’Italia in condizioni di estremo pericolo, senza alcuna sicurezza, e facendosi pagare profumatamente.
Si deve poi evidenziare davanti al mondo la posizione cinica di un’Europa che non si commuove neanche per i bambini senza vita sul molo di Lampedusa e sa dire solo che serve più dissuasione verso i migranti. Non possiamo immaginare che tutto il peso dell’immigrazione debba gravare esclusivamente sulla Sicilia e sull’Italia. Deve essere l’Europa a farsi carico di questo problema. Che non si esaurirà nel breve periodo. Bisogna impegnarsi a favorire i ricongiungimenti familiari. Chi, per esempio, sbarca in Sicilia per ricongiungersi con i suoi parenti che, magari, stanno in Germania, ha bisogno dello status di rifugiato. Ma, per ottenerlo, prima che le commissioni apposite decidano e diano parere favorevole, passano spesso diversi mesi.
Se il sentimento collettivo di vergogna che in questi giorni tocca le nostre coscienze – e di cui ci ha parlato papa Francesco – servirà anche a cambiare le nostre leggi sugli stranieri, saluteremo questa svolta come un evento positivo. «Ma non saremmo intellettualmente onesti – come ha scritto un editorialista di Avvenire – se facessimo credere che l’abrogazione del reato di “clandestinità” servirà a evitare tragedie come quella di Lampedusa... il problema dei profughi è assai più complesso di quello delle norme che regolano l’ingresso in Italia per motivi di lavoro o di studio. L’Italia è la porta dell’Europa rivolta all’Africa. Il problema dei profughi dall’Africa è problema europeo».
È tempo che l’Unione Europea rompa gli indugi per una politica “comune” nella gestione dei flussi migratori, che armonizzi le varie legislazioni nazionali, vada al di là dell’emergenza e veda gli Stati membri uniti in un’azione di cooperazione allo sviluppo nei Paesi di provenienza.
È giunto il tempo di abbattere il muro dell’indifferenza e del cinismo. E se può scoraggiarci la sfida di quanto c’è ancora da fare, ci può consolare quanto amava dire il beato Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire vicino alle sofferenze dei più poveri: «Se ognuno fa qualcosa, allora possiamo fare molto...»
Molto, non tutto. Il “molto” compiuto insieme sprona ad andare avanti senza adagiarsi, perché “molto” ancora resta sempre da fare, specie in mezzo alla gente, soprattutto fra i più poveri. Nessuna realtà può automaticamente e quasi “magicamente” cambiare. Perché costruire il bene è impegnativo, e fa appello alla responsabilità di tutti, al modo in cui ciascuno fa la sua parte, nel poco come nel molto.
Come Chiesa siciliana dobbiamo forse maturare la consapevolezza che abbiamo ricevuto dal Creatore una responsabilità grande per il fatto che ci troviamo nel cuore del Mediterraneo, a metà fra il continente africano e quello europeo. Dobbiamo desiderare per le nostre Chiesa non solo la fedeltà al Vangelo, ma anche l’attenzione alla storia e alla geografia.
Nel Messaggio rivolto dai Vescovi delle Chiese di Sicilia abbiamo scritto: «Invitiamo a vivere il prossimo Avvento come tempo di fraternità e di condivisione nella luce del mistero dell’incarnazione. Solo facendoci prossimi ai nostri fratelli ultimi, infatti, potremo dare un senso alla celebrazione liturgica del Figlio di Dio fatto uomo. Sarà un’occasione propizia per approfondire la conoscenza del fenomeno migratorio, liberandosi da pregiudizi e luoghi comuni; per studiare forme possibili di aiuto e di solidarietà verso gli immigrati; per sollecitare interventi politici ai diversi livelli che contribuiscano ad affrontare realisticamente il problema e a elaborare soluzioni efficaci. Gli innumerevoli morti (uomini, donne, bambini), che sono seppelliti nel Mediterraneo con la loro speranza di vita e di libertà, scuotono le nostre coscienze con il loro grido di giustizia. Che il nostro silenzio e la nostra inerzia non vanifichino il loro sacrificio».
Il dialogo si è svolto nell’ambito dell’incontro “Mare Nostrum migrazioni e responsabilità dell’Europa - Il nostro compito”, svltosi a Catania presso Camplus d’Aragona, il 28 novembre 2013.