La veglia di preghiera e digiuno del 7 settembre 2013 per la pace in Siria, davanti alla basilica di San Pietro, ha sorpreso molti. Forse non le più di centomila persone venute a pregare in un impressionante raccoglimento, sicché si poteva sentire il rumore di un’automobile sul lontano lungotevere, ma nulla dai fedeli sulla piazza. Questi erano spontaneamente accorsi in gran numero con poco o nessuno sforzo organizzativo di sigle e strutture ecclesiastiche. Quale altro movimento per la pace ha oggi la capacità di convocazione di papa Francesco? Non la sinistra che ancora dieci anni fa riempiva le piazze contro gli USA ed oggi appare muta davanti alle guerre in cui non sono chiari i buoni e i cattivi, quasi che le guerre non fossero già in sé il male assoluto.
Ma perché la sorpresa? Di papa Francesco s’era ben compreso che il suo discorso spirituale, quell’affettuoso insistere sulla misericordia e non mai sulla condanna, significava un forte cambiamento di atmosfera nella Chiesa e in generale nel mondo. Il pontificato di Benedetto XVI è stato segnato da una sistematicità dottrinale forse necessaria dopo decenni di Chiesa wojtyliana tanto estroversa ed esposta sulle frontiere del mondo. Benedetto XVI ha mostrato l’ispirazione della grande e stratificata sapienza europea, con tratti mistici che purtroppo pochi hanno colto. Francesco è stato eletto in un momento di crisi e di stanchezza per la Chiesa, in cui tutti parlavano di ineluttabili riforme. E cosa ha fatto questo vescovo che viene dalla Compagnia di Gesù e al tempo stesso si è presentato come uno spirituale francescano? Non ha principalmente affrontato il tema delle riforme con provvedimenti strutturali, come taluni da lui attendevano. Ha invece ripreso, in una maniera tutta personale, gli appelli alla conversione, alla pulizia interiore, al cuore puro e perdonato che Benedetto XVI aveva sviluppato nella sua catechesi magisteriale. Catechesi che Francesco ha reso, se possibile, meno magisteriale e più colloquiale, con accenti molto diretti, commoventi, fraterni e paterni.
Da questo nuovo Vescovo di Roma, che si muoveva secondo il modello evangelico di Gesù mite e umile di cuore, non s’immaginava venisse la decisa presa di posizione d’inizio settembre sulla Siria. Si pensava che per muoversi nella sfera delle relazioni internazionali Francesco attendesse, per agire, il nuovo segretario di Stato, uomo esperto e prudente, o comunque prendesse confidenza gradualmente con un campo d’azione che ha le sue regole e le sue tecniche, da lui poco o nulla frequentate. Così non è stato. Da un altro “Papa buono” – essendo stato Francesco paragonato al beato Roncalli – non si attendeva immediatamente un’iniziativa dalla simile valenza politica, anche se è stata un’iniziativa in primo luogo di fede. Probabilmente si dimenticava che la fede sposta le montagne, cambia la vita e dunque anche la politica.
L’uso criminale delle armi chimiche da parte del regime di Damasco, la violenza quotidiana, poi la minaccia americana di bombardare e quindi di infiammare ancor più il Medio Oriente, hanno prodotto in Francesco una reazione vigorosa e immediata. Qualcuno, nei mesi scorsi, lo ha criticato tacciandolo d’essere un semplice e un transigente, che non proclama debitamente i principi, non si muove secondo piani pastorali meditati, non elabora progetti culturali, non combatte il relativismo. Cristiani ideologici lo hanno rimproverato di non fare il Papa, quasi che il mestiere del Papa fosse quello del crociato, anziché quello del padre di tutti, chiamato a riflettere nella sua azione la misericordia universale del Padre nei cieli mediante l’annuncio del Vangelo. Ma Francesco non è uno sprovveduto preso alla fine del mondo, e non solo perché Buenos Aires è una grande e pluralista metropoli internazionale. Non è uno sprovveduto perché agisce in maniera evangelica, perché ha una lunga e profonda esperienza di umanità, perché vuole comunicare la Buona Novella, perché coltiva il senso della storia. Non è un peronista dai discorsi che seducono e però rimangono slegati dalla realtà. Sa incidere sugli avvenimenti, reagendo, come usa dirsi, in tempo reale, perché così faceva Gesù nei Vangeli a ogni incontro con le folle, i malati, i peccatori. Francesco non aspetta le strutture, che prima di agire devono esaminare, indagare, studiare, e poi proporre qualcosa magari con l’ausilio di una commissione ad hoc per il caso in questione. Il regno di Dio è vicino, non si può farlo decantare nei meandri e nei rituali delle strutture consolidate.
Il dramma dei cristiani in Medio Oriente
La vicenda siriana è drammatica. Oltre centomila morti finora, e una massa di profughi che si prevede raggiunga presto i tre milioni di persone se le ostilità non si arresteranno e la popolazione civile continuerà a soffrire per la mancanza dei beni essenziali. Per la Chiesa cattolica e per il cristianesimo in generale, poi, si prospetta una débâcle. Il caso dell’Irak sta lì accanto ad ammonire sulle conseguenze dell’interventismo occidentale. In questo Paese, contiguo alla Siria, la presenza dei cristiani è stata più che dimezzata dalla violenza seguita alla guerra e all’occupazione americana del 2003. Da 800.000 che erano prima del 2003 i cristiani sono ora meno di 400.000. Molti di loro erano fuggiti proprio in Siria, da dove sono poi andati via, tra ulteriori sofferenze, per la crisi sopraggiunta anche a Damasco. Una coabitazione tra cristiani e musulmani esistita per millenni fra Tigri ed Eufrate è andata in frantumi con la “democrazia” americana, che in realtà ha consegnato il Paese al gruppo maggioritario degli sciiti, da tempo in attesa di rivincite sui sunniti.
Ma soprattutto in Irak la coabitazione è andata in frantumi con la guerra civile e la violenza di tutti (tranne i cristiani, i più inermi) contro tutti. Molti ricorderanno come i cristiani iracheni, fino al 2003, difendessero il regime di Saddam Hussein, tutto sommato laico, anche se tanto oppressivo. Per inciso, in Siria accade qualcosa di simile, perché i cristiani si sentono in larga misura vicini al regime baathista in quanto garante (pur con tutti i suoi gravissimi limiti e grandi colpe) di una coabitazione laica e tollerante. Per motivi analoghi i copti, che in Egitto sono una minoranza di svariati milioni, hanno in maggioranza espresso approvazione per il putsch militare che nel luglio scorso ha estromesso dal potere i Fratelli musulmani del presidente Morsi, promotori di un’impaziente islamizzazione ancorché legittimati da libere elezioni democratiche. Era in pericolo la coabitazione, ovvero la loro sopravvivenza come corpo integrante della società egiziana.
Il caso della Siria ripropone il dilemma di comunità cristiane orientali cui non dispiacerebbe l’opzione democratica e però la ritengono un lusso dell’Occidente. A casa loro, dominio della maggioranza significherebbe con ogni probabilità oppressione islamizzante delle minoranze. È difficile costruire un’alternativa fra dittature ingiuste e democrazie insidianti la coabitazione. Per questa alternativa occorrerebbero dosi massicce di dialogo e di sintonia rispettosa. E occorrerebbe la trasposizione a livello politico e statuale della coabitazione felice tra cristiani e musulmani che esiste spesso a livello di base, di villaggio, di quartiere. Nell’impero ottomano, prima che i “giovani turchi” vi applicassero le ideologie occidentali della nazione e dell’esclusivismo etnico-religioso, la coabitazione era, pur tra alti e bassi di una storia molto dura, un dato costituivo dello Stato. Poi, come è noto, i “Giovani Turchi” hanno annientato la coabitazione, sostituendola col nazionalismo, prima ottomano e poi turco.
Sicuramente i discorsi di papa Francesco potrebbero essere molto utili per reimpostare e ricostruire una coabitazione che è l’unica chance per i cristiani d’Oriente per rimanere sulle terre che abitano da duemila anni. Certo, Francesco parla ai cuori e non agli Stati. Ma la sua declinazione dei termini biblici ed evangelici dell’amore, del perdono, della misericordia, della riconciliazione, della responsabilità per il fratello, nonché la sua simpatia per i credenti delle altre religioni, suggeriscono le fondamenta spirituali di una rinnovata coabitazione nei Paesi arabi e mediorientali. Ha detto il Papa il 7 settembre nella veglia per la pace in Siria:
«Questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la “casa dell’armonia e della pace” ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi “a casa”, perché è “cosa buona”. Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli umani, fatti a immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare, e la relazione con Dio che è amore, fedeltà, bontà, si riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta armonia all’intera creazione. Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro. Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi, tutti, pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io desidero? Non è forse questo il mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi stessi, nei rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città, nelle e tra le nazioni? E la vera libertà nella scelta delle strade da percorrere in questo mondo non è forse solo quella orientata al bene di tutti e guidata dall’amore?”.
Sulla Siria, Francesco si è mosso su due piani, quello religioso e quello diplomatico. Ha scritto al G20 ove la questione siriana, seppure fuori agenda, era al centro degli incontri tra i grandi leader. La veglia di preghiera e digiuno di piazza San Pietro, replicata nelle stesse ore in centinaia di altri luoghi, città, diocesi, con l’adesione anche di cristiani di varie confessioni e di credenti di religioni non cristiane, ha dato un forte supporto morale alla mediazione diplomatica del Papa. Una soluzione è poi stata trovata, almeno per quanto riguarda la vicenda delle armi chimiche. I combattimenti continuano ma si è evitata una escalation che probabilmente avrebbe visto, in parallelo all’azione statunitense, contromisure russe e iraniane a favore del regime di Assad, e forse un allargamento del conflitto a scenari più vasti e inquietanti.
Il Papa ha rotto l’indifferenza al dolore e alla guerra
In una comunità internazionale stagnante, in un’Europa impotente, un Papa latinoamericano ha saputo rompere l’indifferenza al dolore e alla guerra. In realtà, Bergoglio si pone nella scia di una lunga tradizione della Chiesa di Roma sulla scena internazionale. Non vorrei allineare qui le ben note pronunce dei Papi del Novecento contro la guerra. Giovanni XXIII si è spinto a proclamare l’impossibilità della guerra nell’era nucleare. Senza invalidare la dottrina della “guerra giusta”, papa Giovanni la ha di fatto utilizzata per dire l’impossibilità e l’ingiustizia della guerra nella nostra epoca così distruttiva e capace di produrre armi esiziali per il genere umano.
Sventata, anche per merito di papa Francesco, la minaccia di una deflagrazione generale nella regione mediorientale e forse oltre, si tratterà ora per la Santa Sede di prendere le misure politiche più opportune per aiutare la pace e la coabitazione nel Medio Oriente, a iniziare dalla Siria, senza trascurare i Paesi dell’area, dove il vivere insieme di comunità differenti è da sempre, ma particolarmente oggi, un miracolo della buona volontà umana e della grazia divina. La nomina di monsignor Pietro Parolin a segretario di Stato sembra riprendere il filo di una tradizione diplomatica della mediazione, del dialogo, della pazienza, che nell’ultimo secolo ha visto significative personalità, dal cardinal Rampolla fino a Casaroli. Ora va sottolineato che papa Francesco ha chiesto al G20 proprio questo: uno sforzo negoziale. E lo ha ottenuto.
È l’idea consolidata della Santa Sede: dalle guerre si esce con i negoziati, non con la forza delle armi, che significa pace solo dopo un bagno di sangue. Infatti le soluzioni militari possono produrre una pace, ma nella vendetta, spesso una pace formale senza riconciliazione. Scriveva, a margine della sua Nota di pace dell’agosto 1917, Benedetto XV, strenuo fautore dei negoziati: «In ogni guerra, per giungere alla pace si è dovuto smettere il proposito di schiacciare l’avversario: mettere l’avversario in condizione di non più tentare la prova è una stoltezza, perché la prova potrà essere ritentata dopo qualche tempo, sia perché realmente l’avversario ha riconquistate le forze, sia perché ha creduto di averle riconquistate. Le guerre esisteranno non finché vi sarà la sola forza, ma finché vi sarà l’umana cupidigia».
È la posizione di tutta la diplomazia della Santa Sede nel Novecento, in qualsiasi circostanza e contesto: la scelta del negoziato invece dell’uso della forza. C’è un primato del colloquio, del dialogo, del diritto. Nell’appello per la crisi di Cuba del 24 ottobre 1962 Giovanni XXIII proclama per l’appunto: «Promuovere, favorire, accettare colloqui, a tutti i livelli e in tutti i tempi, è una regola di saggezza e di prudenza». In forma più compiuta Giovanni XXIII, cui molti accostano papa Francesco per la sapientia cordis, osserva nella Pacem in terris:
«Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche il solo pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia».
A questa feconda tradizione religiosa e diplomatica sembra ispirarsi Francesco, cui da versanti tradizionalisti viene rimproverato di essere un parvenu sul soglio pontificio, di improvvisare come un ingenuo novatore, di mortificare memorie e consuetudini. Dimenticando forse che un figlio autentico di Ignazio di Loyola sa in profondità quello che significa il Papa per la Chiesa, per la sua missione, per il mondo cristiano, per la pace tra i popoli.