Quadrimestrale di cultura civile

Sussidiarietà e... neolaureati e lavoro. Presentazione del settimo Rapporto sulla sussidiarietà

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La ricerca analizza le strategie con cui i giovani laureati affrontano la transizione dall’istruzione al mondo del lavoro, le loro aspirazioni, il livello di intraprendenza e adattabilità e l’impatto che il capitale sociale a loro disposizione (reti familiari, sociali, associative) ha sull’accesso al mercato del lavoro e sulla mobilità sociale.

La ricerca nasce dalla collaborazione con il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica e con il Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che da oltre dieci anni svolge, su scala nazionale, un monitoraggio sistematico dei percorsi formativi e professionali dei neolaureati afferenti a tutte le facoltà.

Riportiamo di seguito una sintesi degli interventi che si sono tenuti durante la presentazione del volume.

 

Luigi Frati

Magnifico Rettore Università La Sapienza di Roma

Ho cercato di capire cosa s’intenda per sviluppo. Secondo “Il mondo in cifre 2013”, opuscolo edito a Natale dal The Economist, l’Italia ha un PIL intorno all’8%, ed è l’ottavo Paese al mondo – in realtà siamo il decimo se rapportiamo il dato al potere d’acquisto. Poi ci sono altri dati che è bene avere presenti: nella condizione delle disuguaglianze siamo ventunesimi, sulla competitività globale quarantesimi, per le infrastrutture siamo al quarantaquattresimo posto e in altri indicatori come libertà economica, creatività economica, capacità tecnologica o ambiente, ci troviamo oltre il cinquantesimo posto.

Questo è il punto di partenza del nostro ragionamento: risultiamo messi molto peggio rispetto al nostro potere economico su tutta una serie di fattori. Se poi andiamo a vedere la percentuale di laureati, su 36 Paesi dell’indagine OCSE 2012 siamo al trentaquattresimo posto, cioè in coda, con il 19% di laureati rispetto a una media europea del 30%; il programma dell’Europa al 2020 chiede di arrivare al 40%, e poi siamo a metà. Il livello di spese per il diritto allo studio è importante e siamo sedicesimi su 25, anche qui, dunque, un dato molto basso. Immatricolati 2012/2013 – i dati sono di Andrea Lenzi del CUN –: 17% (58.000 in meno), prendendo a campione l’università di Milano dove c’è un maggiore ricchezza e dunque i dati fanno riflettere. Aumentano gli immatricolati stranieri e l’accoglienza nelle nostre università è un dato estremamente importante, sono infatti aumentati del 40% gli stranieri iscritti negli ultimi dieci anni.

Ci sono altri dati che sono stati già accennati: la ricerca in Italia impiega l’1-2% del PIL (che è un dato ottimista, perché s’impiega un po’ di meno in realtà), nell’Unione Europea il dato sale al 2% – nel periodo di crisi Germania, Francia, Gran Bretagna e altri hanno aumentato i fondi per la ricerca e lo sviluppo, in Italia invece li abbiamo diminuiti; se poi li rapportiamo all’inflazione e ai costi più alti, ci rendiamo conto di come ci siamo “condannati”.

Bisogna anche riflettere su cosa è successo realmente con la riforma del tre più due, che era stata progettata con grandi proclami. Si diceva che in Italia si studiava perché inseriti in un ciclo di quattro/cinque anni; allora si è deciso di concentrare su tre anni il percorso, così che i laureati potessero entrare subito nel mondo del lavoro. Se, però, dell’80% dei laureati triennali va a lavorare soltanto il 2%, ciò significa che il modello è fallito. L’unico modello nel quale funziona questo progetto sono le facoltà di infermieristica dove, dopo tre anni di studi, i laureati entrano effettivamente nel mondo del lavoro. Il “più due” di questa facoltà, chi lo sostiene? Diremmo, “all’antica”, la caposala, cioè l’organizzatore della professione, non certo colui che fa la professione. Io ricordo che quando ero più giovane Prodi diceva – quand’era presidente dell’IRI – che ciò di cui c’era bisogno era una serie di tecnici laureati triennali per il mondo dell’industria e della produzione, ma il modello che è nato è profondamente diverso.

Con le incombenze che arrivano attraverso l’agenzia ANVUR (non si dica che parlo male dell’ANVUR, però alcune applicazioni sono sicuramente discutibili), con il sistema di accreditamento per i corsi di laurea, avremo dei parametri più stringenti, sia come numero di professori, che come settori nei quali i professori devono stare. Quale sarà l’effetto di questo cambiamento? Un’altra diminuzione del 20% delle sedi. Io ricordo alcuni rettori che per compiacere l’allora ministro Gelmini che diceva: «Fate così che vi do i soldi», vedendo che alla fine non aveva fatto nulla, tagliavano i corsi di laurea con i tagli lineari, modo inintelligente di procedere anche nel mondo della formazione. Adesso rischiamo di avere un altro taglio lineare del 20%, se non si procede attraverso altre vie: il riequilibrio dei professori fra le diverse aree, il poter far impegnare i professori competenti indipendentemente dal settore concorsuale – il chirurgo certamente conosce l’anatomia esattamente come un anatomico – ed è assurdo che noi non utilizziamo i professori in maniera più flessibile.

Su questo sistema s’innesta un problema importante: nell’università di cui sono rettore – la più grande d’Europa, con 40.000 studenti che vengono dal Sud e quindi con una responsabilità sociale importante –, immaginate che cosa succede se io aumento le tasse. Noi non abbiamo aumentato le tasse per coloro che hanno un reddito inferiore a 60.000 euro all’anno e abbiamo applicato il quoziente familiare; attraverso il nostro sito web, che è stato giudicato il migliore d’Italia, – abbiamo fatto un’indagine per ipotizzare che cosa succederebbe se aumentassimo a tutti le tasse di 100 euro. Il risultato è che perderemmo circa mille studenti; se le aumentassimo di 200 euro, la perdita sale a 3000-4000; e se si passa a 300 euro, si arriva a una perdita di 10.000 studenti. Su questo dunque si inserisce un problema di diritto allo studio che è gravissimo. La Sapienza conta 140.000 studenti, ha solo 1200 posti letto gestiti dalla Regione, che corrispondono solo all’1% (in tutta Italia non si arriva mai oltre al 3%), ci sono addirittura zone dove non esiste questa possibilità. Non a caso qui alla Sapienza, fra critiche e denunce, dedichiamo un terzo dell’edilizia agli studentati, è inutile procurare altri palazzi per i professori se non pensiamo agli studenti. Se dunque aumento di 300 euro le tasse agli studenti, arrivo ad avere un –10% degli iscritti. E gli studenti dove vanno? Verso il lavoro che non c’è? O vengono fagocitati dal malaffare che c’è sempre?

Quella di cui stiamo parlando è una responsabilità sociale, è inutile parlare di sussidiarietà se non abbiamo chiaro queste problematiche che sono reali. L’aumento delle tasse di 300 euro presso le università private, dove si pagano 7000 euro all’anno sarebbe una problematica minore, nel senso che in questo secondo caso non avrebbe nessun effetto, nel caso delle università statali invece l’avrebbe. E se, dunque, l’università va vista come un ascensore sociale, è chiaro che con questo tipo di misure si bloccherebbe la salita.

Negli ultimi attimi del suo governo, il Parlamento ha tolto 300 milioni di euro alle università statali e ne ha dati 50 ai policlinici e alle università private. Se li avesse dati soltanto alle università private, avrebbe avuto una qualche giustificazione perché l’Università Cattolica, per il Policlinico Gemelli, paga i professori dei quali usufruisce l’ospedale; chi è milanese sa che lo Stato li ha dati direttamente a chi ha acquistato il San Raffaele e non all’università, ha dato i soldi alla sanità anziché all’università.

Quando studiavo educazione civica, sapevo che la Costituzione italiana, all’art. 1, stranamente, non parla né di uguaglianze né di libertà o di fratellanza, ma afferma come momento di dignità del cittadino che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e lo ripete anche all’art. 4. Mi chiedo, dunque, se sia possibile che un tema collocato per ben due volte nei primi 10 articoli della Costituzione, se non per essere per davvero un elemento fondante del vivere civile, della moralità della vita politica, della sussidiarietà alla quale dobbiamo essere legati. Ci viene in aiuto AlmaLaurea, per capire cosa succede quando si studia e quali sono gli sbocchi occupazionali dopo un anno.

AlmaLaurea domanda a coloro che hanno trovato lavoro: «Quanto ti è servito quello che hai studiato in ciò che fai?». Al 90% è proprio l’area medica a dare una risposta affermativa; infatti la laurea triennale per gli infermieri è una laurea abilitante: sei stato obbligato a sapere e a saper fare. Sei stato obbligato a fare uno stage in ospedale. In questo caso il modello sperimentale c’è: il sapere e il saper fare devono essere coniugati.

Alla Sapienza abbiamo un rapporto con le 4.000 aziende PMI del Lazio cosicché lo studente che prende la tesi di laurea acquisisce anche i link e può lavorare sul proprio progetto di tesi direttamente nelle aziende; nasce così un’esperienza lavorativa importante per lo studente, ma anche per il professore. Perché, quando torna in università, lo studente può mostrare al professore ciò che ha appreso, grazie ai suoi insegnamenti ed eventualmente chiedere un aiuto su altri punti sui quali si è trovato in difficoltà in azienda e dunque portare il professore a modificare la didattica seguendo quelle che sono le esigenze degli studenti. Nel 1960 fu fatta un’inchiesta e fu domandato ai ragazzi fra i 15 e i 18 anni cosa volessero fare da grandi. Le risposte furono: l’astronauta, l’archeologo e altri lavori simili nel campo della ricerca. Nel 2010 fu fatta la stessa ricerca e diede questo risultato: cantante, calciatore, personaggio televisivo. Questo è il dramma della scuola italiana, questo è il dramma dell’Italia e quando giudicheremo il ventennio passato, diremo che la colpa più grande è stata quella di modificare l’ideale dei giovani, dicendo loro di andare al Grande Fratello invece che premiarli per i loro meriti scolastici. Quello che cerco di fare in quanto educatore e in quanto rettore è incontrare gli studenti e cercare di sfatare i falsi miti che hanno ricevuto come educazione.

Una ricerca internazionale dimostra come, laddove viene incentivata la cultura, diminuisce la criminalità e sono dunque migliori anche le condizioni delle imprese, dello sviluppo e dell’occupazione. Credo dunque che, mentre in campagna elettorale sembra si parli sempre meno di questioni reali, si dovrebbe ritornare a discutere su punti che interessano la persona, la famiglia o la dignità delle persone stesse. Bisogna cominciare a disboscare il para-statismo politico, per esempio rispondendo alla domanda su quale sia la causa della distorsione e amplificazione della spesa. Le società partecipanti a enti locali sono fonte di distorsione e amplificazione della spesa pubblica, forse di corruzione e di bilanci falsi. Proponiamo, ad esempio, la sostituzione dei consigli d’amministrazione con l’amministrazione unica (almeno quando va male sappiamo con chi prendercela), risparmiando qualcosa come 300.000 euro all’anno di spese, che moltiplicati per 1000 fanno esattamente la somma decurtata all’università quest’anno. Potremmo andare avanti con proposte di questo tipo; è difficile parlare di sussidiarietà, se poi non si coniuga questo discorso con un certo tipo di dati che provengono dalle ricerche e che richiedono un impegno pubblico-politico da parte di tutti gli attori (chi sta in Parlamento, ma anche chi fa il rettore, il professore) su obiettivi veri, che possa riportare i giovani al centro del sistema. Se non si fa questo, si rovinerà l’Italia per davvero.

 

Andrea Lenzi

Presidente del CUN

Il Rapporto Sussidiarietà e… neolaureati e lavoro è un testo che ho letto con estremo interesse. Vorrei partire innanzitutto da una considerazione riportata nella conclusione, dove si dice che non bisogna più parlare di posto di lavoro, ma piuttosto di percorso di carriera.

Mettendomi nei panni dell’universitario, direi che questo percorso di carriera è in realtà un percorso di vita ed è un percorso formativo continuo. Il valore del percorso contenuto all’interno di questo Rapporto è anche tipico di tutto il mondo universitario che guarda al mercato come a un luogo dove la persona va valorizzata, sia durante il percorso universitario che successivamente.

Il valore della persona va sottolineato e, in questa fattispecie, si tratta del laureato. Il laureato che viene fatto scoprire dai numeri a chi non è abituato ad averlo tutti i giorni davanti è attivo, è spesso e volentieri flessibile ed è collaborativo. Siccome l’università, oltre a dare una professionalità, deve dare anche un valore aggiunto di sapere critico, noi da molti anni ci siamo accorti che i nostri laureati sono molto differenti da come vengono talvolta dipinti sui media e che questa nuova generazione più flessibile ovviamente richiede una università che la insegua e che diventi sempre più flessibile. Da questo punto di vista, direi che l’università è un grosso troncone della sussidiarietà a livello nazionale, come deve essere la scuola nel suo insieme, ma l’università soprattutto, perché è una sorta di ponte, di traghetto, di momento in cui si matura pienamente e si giunge nel mondo del lavoro.

L’università deve fare anche orientamento, deve essere quel luogo che orienta verso dove andare a lavorare, cosa fare del proprio studio e dove spenderlo; penso che anche l’orientamento pre-accesso all’università dovrebbe essere fatto da universitari. C’era un progetto fatto con il Ministero dell’istruzione, in cui noi avevamo suggerito che il Ministero finanziasse in qualche maniera l’accesso all’università, con piccoli contributi di giovani ricercatori – cioè contribuendo ad un 20% dello stipendio dei primi tre anni del giovane ricercatore – e il giovane ricercatore, invece di fare didattica esclusivamente all’interno dell’università, la facesse in parte nei licei. È un progetto straordinario, perché noi metteremmo la persona di pari età a insegnare a quelli leggermente più giovani cosa poter fare dopo.

Il CUN, di recente, ha lavorato con la presidenza dell’ISTAT e con i suoi collaboratori per ricostruire quelli che sono i pannelli dei vari orientamenti e dei vari ordinamenti, per consentire quindi alle nuove classi di laurea – come si chiamano adesso quelli che erano i nostri vecchi corsi di laurea – di identificare degli sbocchi professionali che siano realistici. Anche questa funzione di orientamento che l’università potrebbe svolgere, insieme ad AlmaLaurea e a chiunque altro, nei confronti della scuola secondaria, si dimostrerebbe essere un forte elemento di sussidiarietà.

Se è vero che il professore universitario, il tutor e quant’altri, diventa a sua volta una sorta di servizio di placement o di orientamento verso l’acquisizione di un desiderio, di una volontà e di una certezza, man mano che ci si avvicina all’ultimo miglio, cioè al mondo del lavoro, anche questa è sussidiarietà. Ho letto e ho sentito parlare di canali d’informazione più deboli. È vero, esistono sicuramente nell’università, ma teniamo presente che il mercato del lavoro è evolutivo e la forte importanza che l’università dà all’apprendimento del sapere critico, cioè a un apprendimento a prescindere dalla professionalizzazione verso cui ci si è orientati all’inizio, quando ci si è iscritti. L’università, in qualche maniera, insegna a essere un po’ imprenditori di se stessi.

Nell’Ateneo da cui provengo – cioè La Sapienza – abbiamo di recente istituito un corso che insegna ai nostri migliori allievi delle lauree magistrali o dei dottorati di ricerca a diventare imprenditori, cioè a fare spin-off e start-up. È la prima università pubblica, quantomeno il primo grande Ateneo, che ha un corso di alta formazione dedicato a questo, esso si chiama RED (Research Enhancement & Development). L’università crea, in questa sua funzione di sussidiarietà, una maniera di essere dirigenti di se stessi, promotori di se stessi, imprenditori di se stessi, di un lavoro in proprio, e non solamente nei settori cosiddetti scientifici, ma anche nei settori delle scienze umane. Pensate ai ragazzi che si sono presi tutte le chiesette abbandonate creando un sistema di catering e mettendo in piedi una sorta di piccola azienda, pur essendo laureati in lettere, archeologia e quant’altro.

Un tale sistema può venire solamente da uno studio universitario; quando si dice che lo studio universitario non serve, probabilmente si vorrebbe una Italia piena di impiegati, con i dirigenti e gli imprenditori che vengono dall’estero. Non vedo quale altro scenario potrebbe prefigurarsi in un’Italia fatta da non laureati, tutti diplomati, che vengono magari da scuole professionali. Ovviamente l’università non può fare questo da sola; può essere sussidiaria, ma solo in partnership con le associazioni e le imprese, con le quali deve organizzare gli stage. Ci sono nuove norme che consentono all’universitario di fare stage nell’impresa durante il periodo di studi e questo credo sia un momento fondamentale.

Immagino un’università che sia flessibile e che si moduli con i tempi; avendo vissuto sin dall’inizio della mia attività all’interno del CUN la cosiddetta rivoluzione del tre più due (un triennio di formazione di base e il biennio di specialistica magistrale), comincio a pensare seriamente che forse dovremmo cambiare lo slogan e dire che abbiamo un tre e poi un due più tre dove il biennio di laurea magistrale, che serve fondamentalmente per entrare nel mondo del lavoro con una maggiore specializzazione, e poi un successivo “più tre” che è il dottorato di ricerca. Lo sottolineo perché solo da noi il dottorato di ricerca è una preparazione alla carriera accademica, in tutto il resto del mondo il PhD è una preparazione alla dirigenza, al sapere critico, alla possibilità di intraprendere un percorso ulteriore. Sarebbe come dire che il triennio è per l’impiegato, il più due per il funzionario e forse il dottorato per il dirigente.

Poi, ovviamente, siccome noi universitari non ci accontentiamo mai, riteniamo anche di poter essere sussidiari nel dire che l’università deve fare anche life-long learning, cioè mantenere la formazione per tutta la vita.

 

Ivanhoe Lo Bello

Vicepresidente per l’Education Confindustria

Questo eccellente lavoro tocca il tema – raramente trattato nel dibattito sulla scuola e l’università – del rapporto fra sistema educativo e lavoro. Non è un dato scontato, lo è in molti altri Paesi, ma molto meno da noi.

Mi sembra di individuare un tema prioritario: trovare lavoro. Rispetto a questo obiettivo mi permetto di sottolineare una procedura molto rilevante come quella degli stage in azienda, un tema qualificante perché segna un primo rapporto significativo tra il percorso di studi universitario e il mondo del lavoro. È un tema che va affrontato e supportato ulteriormente. Negli altri Paesi il rapporto fra scuola e lavoro viene molto spesso anticipato nella scuola secondaria superiore, non solo in ambito universitario. Questo rende i ragazzi, che affrontano un percorso di studi molto lungo, di essere più capaci di inserirsi in un rapporto fra scuola e lavoro. Gli stage sono un’esperienza molto importante, ma è anche vero che dovremmo mettere in campo altri strumenti che oggi danno risultati molto rilevanti, ma possono darne di molto più importanti.

Partiamo dai canali attraverso i quali i ragazzi accedono al mercato del lavoro. È importante il fatto che i ragazzi cercano lavoro secondo le logiche del mercato, e quindi la loro capacità di fornire competenze e affidabilità al mercato del lavoro e alle singole aziende, è un dato importante che sta crescendo in questi anni.

Noto invece un elemento di debolezza dell’altro canale, cioè quello istituzionale e ancor più dei servizi di orientamento e di placement che devono essere dati necessariamente dalle università nel percorso universitario. Qui tocco un tema fondamentale: c’è una differenza fra orientamento e placement. L’orientamento, già nel percorso universitario, serve a poco. Io credo che le università debbano mettere in campo strutture d’orientamento che devono partire dalla scuola secondaria superiore, quindi non quando il ragazzo ha già affrontato il primo step universitario. L’orientamento è efficace nella misura in cui è atto ad aiutare i ragazzi della scuola superiore nella scelta del percorso universitario da seguire.

Le università devono essere un luogo che non solo forma i ragazzi, dà loro qualità, oltre alla capacità di cogliere la complessità del mondo, che è fondamentale al di là della specializzazione tecnica, ma deve essere un luogo che fornisce una possibilità ulteriore ai ragazzi, e cioè quella di dialogare direttamente con le aziende e di fornire adeguati servizi di placement.

È fondamentale anche il tema delle relazioni sociali, che oggi è complicato. È un tema che funziona nella misura in cui la relazione sociale è trasparente, che guarda alla qualità dei ragazzi e che supporta i ragazzi in un percorso complesso dove peraltro, per noi, la cultura dei mercati non è così radicata come negli altri Paesi. C’è la necessità di rapporto trasparente, forte, che consideri anche il merito dei ragazzi; bisogna mettere al bando tutte quelle realtà sociali che in qualche modo fanno male ai ragazzi – lo dimostrano anche le relazioni fatte sul reddito percepito dagli studenti dopo il percorso universitario.

Un altro elemento importante, ormai consolidato da tempo, è la grande capacità di mobilità dei ragazzi. Il dibattito pubblico nell’ultimo periodo ha trattato i ragazzi come privi della volontà di spostarsi da casa, che privilegiano le università dietro casa, che hanno in qualche modo salutato con grande interesse la territorializzazione di tante sedi universitarie (che in questi anni sono state poi, fortunatamente, chiuse).

C’è invece una base di ragazzi che oggi hanno un orientamento alla mobilità, allo spostamento e che cercano esperienze formative in grado di garantire loro un percorso importante nel mercato del lavoro. Sotto questo profilo è interessante anche il fatto che i ragazzi sono sempre più disponibili ad andare all’estero. Le ragioni sono due: c’è chi pensa che questo possa arricchire un percorso complessivo, garantendo anche nel mercato interno una maggiore possibilità di lavoro. C’è chi va invece all’estero perché ritiene il nostro sistema troppo vischioso nel rapporto fra scuola e mercato del lavoro e pensa di trovare un’occasione irripetibile fuori dal nostro Paese. Questi ragazzi aumentano in maniera rilevante, non solo nel momento dell’università, ma anche nel periodo della scuola superiore; infatti già all’età di 15 anni pianificano la possibilità di andare a studiare all’estero e poi di rimanervi per cercare possibilità nel mondo del lavoro.

Non c’è dubbio che ancora oggi, nonostante importanti miglioramenti, l’origine sociale ed economica dalle famiglia di partenza crei un’ipoteca forte su tantissimi ragazzi. Infatti noi possiamo avere un percorso molto alto, tanti laureati, ma conta anche la qualità dei laureati, che dipende da un supporto molto più forte a chi ha avuto meno possibilità di costruirsi un percorso importante.

Riscontriamo qui un errore molto rilevante sotto il profilo delle politiche. L’università è il completamento di un percorso di studi che parte dalla scuola primaria, passa dalle scuole medie e prosegue con le superiori. Spesso, quando si arriva all’università, si ha una qualità di studi che garantisce a molti ragazzi, anche meno abbienti, di avere un percorso serio, ma molto spesso conta il percorso formativo precedente all’università. Pensare che sia l’università l’unico elemento che può garantire mobilità sociale è un gravissimo errore di prospettiva.

È un tema che va affrontato: l’università è la fine di un percorso di studi. Se il percorso precedente non ha garantito qualità, sarà difficile che l’università possa correggere le storture del percorso formativo. Su questo terreno bisogna procedere in maniera molto decisa: l’orientamento, il potenziamento dello studio, va fatto durante il percorso scolastico, non all’università che è il coronamento del percorso.

Bisogna mettere in campo una serie di questioni rilevanti. È ovvio che il sistema universitario italiano soffre di carenze però, insieme al tema del finanziamento, che è fondamentale e sul quale Confindustria supporta le università italiane, io credo che debba crescere oggi una maggiore cultura del rapporto fra impresa e università. C’è un esempio che è fondamentale: il percorso del tre più due. Il triennio non ha avuto un grandissimo successo nel nostro Paese, perché sono molti quelli che continuano il biennio e sono molti anche quelli che abbandonando fin da subito la carriera universitaria. Dobbiamo quindi chiederci il perché di questo insuccesso e perché invece in altri Paesi il percorso triennale è fondamentale, specialmente per quelle competenze middle tech che sono indispensabili per le aziende e per il sistema produttivo.

In molte università il triennio, nell’attuale formulazione, e, è un percorso puramente teorico che non garantisce un successivo percorso di lavoro e che costringe comunque i ragazzi a proseguire il percorso con il biennio successivo. Poi ci sono anche percorsi alternativi: il master è estremamente importante, negli altri Paesi è lo standard del percorso lavorativo. Allora tutti questi sono temi da affrontare per dare sostanza vera all’aumento del numero di laureati; si ha la necessità di far diventare il triennio un percorso teorico e insieme professionalizzante. L’unica maniera per aumentare in maniera sostanziale il numero di laureati è dare una risposta a quei ragazzi che studiano e alle tante imprese che, per motivi tecnici, non trovano certe figure professionali alla fine del percorso universitario o alla fine del percorso secondario superiore.

Credo che ci sia la necessità di fare una riflessione comune importante e forte nell’interesse del sistema universitario, ma anche degli studenti e del mondo delle imprese.

 

Francesco Profumo

Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Vorrei partire da un dato che non sempre è così noto, negli ultimi dieci anni il numero di laureati nei Paesi dell’OCSE è intorno al 3,1%. All’interno dell’Europa, l’incremento è pari al 4%. In Italia è intorno al 4,7%. Questa situazione deve essere analizzata con attenzione e la base dalla quale iniziare è il fatto che noi partiamo molto più svantaggiati rispetto ad altri Paesi e quindi  questo incremento, che da una parte ci mette in una condizione migliore rispetto al passato, è parzialmente un recupero.

Se noi andiamo a vedere che cosa è successo dal 1999 (quando fu approvata la legge  per il nuovo ordinamento) a oggi, noi abbiamo due fasi: la prima che arriva fino al 2005/2006, in cui c’è stato un diverso avviamento del processo di Bologna all’interno delle varie università, alcune sono partite già nel 1999, altre solo nel 2003-2004, ma è chiaro che c’è stato in quel periodo un  travaso di studenti dal vecchio al nuovo ordinamento. Questo è determinato da un’età molto elevata degli studenti che si sono immatricolati in quel periodo. Secondo il documento presentato dal CUN, nel 2003-2004, 68.000 studenti su 340.000, se ben ricordo il numero, avevano un’età compresa tra 23 e 50 anni. Si tratta, ovviamente, di un’anomalia questa, ma ve ne è un’altra che è quella relativa al fatto che alcuni comparti della Pubblica Amministrazione, in quel periodo, fecero accordi con alcune università per il riconoscimento di crediti formativi partendo da crediti di tipo professionale; questo determinò l’inserimento nelle università di immatricolati di età elevata. Terminato questo periodo, nella realtà la situazione si normalizza, nel senso che negli ultimi anni gli studenti con età elevata si sono stabilizzati intorno ai 12-14.000. Nello stesso arco di tempo noi abbiamo avuto un incremento del numero dei laureati che adesso è più o meno costante.

Dobbiamo tenere presente anche il fattore demografico. Siamo partiti da 650-660.000 diciannovenni nell’anno 1999 per arrivare a circa 600- 605.000 circa in questo anno, con un picco negativo in cui si è arrivati ad averne circa 570-580.000. Se facciamo il rapporto fra i laureati e il numero di diciannovenni, ci accorgiamo che, nell’arco di questi tredici anni, sono aumentati per effetto di questa anomalia. Anche la percentuale dei diplomati, che si sono mantenuti più o meno costanti nell’intero arco di questo periodo, è aumentata; sono convinto che debba essere fatta un’analisi un po’ più attenta partendo da dati certificati.

Se andiamo a fare uno spaccato, questi sono dati medi italiani, se invece guardiamo la realtà, c’è una forte differenziazione fra facoltà, università, territori e tutto questo determina la necessità di aprire una nuova fase di attenta osservazione.

In questi anni, da parte degli studenti e delle loro famiglie, la prima domanda è: «Quale sarà la possibilità di lavoro?». Io ho alle spalle tantissimi anni orientamento e la ritengo una delle fasi più belle della vita universitaria, nella quale ci si rapporta con studenti che non vanno imbrogliati; non si deve fare pubblicità, ma bisogna dare loro le corrette informazioni perché facciano una scelta coerente rispetto a quelle che sono le loro aspettative e le loro possibilità.

Il tema dell’orientamento non è molto radicato nel nostro Paese e ha modalità di attuazione e di realizzazione molto diverse. Ora, forse, iniziamo ad avere una linea che potrebbe diventare una “linea Paese”, e mi auguro che su questo si possa avviare nei prossimi anni un percorso di continuità che è ormai estremamente necessario.

Gli elementi che credo siano necessari sono tre:

a. dobbiamo avere un anticipo sull’orientamento; abbiamo un orientamento che avviene troppo tardi e i ragazzi non hanno la possibilità di maturare le proprie scelte in un tempo sufficiente. In molti Paesi con una storia molto più lunga da questo punto di vista, l’orientamento inizia almeno l’anno precedente a quello della scelta. Ciò significherebbe in seconda media, per la scelta rispetto alla scuola superiore, e al penultimo anno rispetto alla scelta universitaria. Chi sono gli attori che devono partecipare e chi si aspettano gli studenti? Dobbiamo fare un passo indietro e domandare agli studenti chi sono i soggetti che possono dare informazioni, che possono rispondere a domande, che possono essere parte di questo percorso, che consente ai ragazzi di fare scelte che limitino un po’ i possibili errori. Ebbene, gli attori sono tre: i primi sono il loro compagni più grandi, coloro che hanno già iniziato un percorso e possono trasmettere le loro esperienze dirette, ciò è già in atto in molte regioni, con una stretta connessione tra scuole superiori e scuole medie e tra università e scuole superiori. Il secondo grande attore è costituito dagli operatori nei diversi settori, essi costituiscono un elemento necessario perché molti dei nostri ragazzi hanno una dimensione astratta di quello che potrà essere il loro percorso di studi e il successivo sbocco professionale. Quindi gli operatori devono far vedere ai ragazzi che cosa significa una determinata attività. Il terzo grande attore sono ovviamente le istituzioni. Scuole, ma non solo, abbiamo bisogno di una partecipazione di tutta la società nel suo complesso.

b. Il secondo grande elemento è il significato del rapporto scuola/lavoro e l’anticipazione di questo rapporto. Prima del 1999, nelle nostre università non c’era nessuna politica in rapporto ai tirocini. Oggi molte hanno radicato un rapporto con che è in grado di fornire i tirocini oltre ad aver maturato la consapevolezza che esso non deve essere troppo corto, che non può essere segmentato, che dovrebbe essere la parte di un percorso che ha la sua conclusione nella tesi in azienda o nell’ente.

Il processo di autonomia delle università è iniziato nel 1989 con la legge Ruberti, che si strutturava in quattro passaggi: in primis un sistema di valutazione, secondariamente l’autonomia statutaria, terzo l’autonomia finanziaria/amministrativa, infine l’autonomia sul reclutamento. Si decise, stranamente, di partire dal secondo: da un’economia statutaria, dimenticandosi che l’autonomia non può essere responsabile se non c’è un sistema di valutazione a monte. Solo in questi ultimi anni stiamo avviando questo processo di valutazione. Se dovessimo fare una fotografia di questo processo di autonomizzazione otterremmo un risultato positivo: le nostre università alla fine degli anni Ottanta avevano un’asticella molto bassa che era il riferimento per tutti e rispetto alla quale la possibilità di muoversi era limitatissima.

Il processo è ormai strutturato e consolidato e le università sono diventate capaci, attraverso le loro scelte d’indirizzo e di investimento, di creare una vera competizione e hanno reso possibile che oggi gli atenei possano offrire servizi e interazioni di qualità a livello europeo.

Non abbiamo nulla da nascondere rispetto all’Europa, è chiaro che abbiamo molte università e non tutte sono allo stesso livello, e qui viene il ruolo dei Rettori: uomini d’indirizzo, capaci di determinare la qualità dell’università.

I risultati oggi ci dicono che la scelta degli studenti non viene più fatta al buio, è una scelta più consapevole che nel passato, più correlata a dati oggettivi, che consente a loro di fare una scelta importante per la loro vita.

Dall’anno scorso abbiamo aperto un portale nazionale che si chiama “Università”, attraverso il quale viene presentato a tutti gli studenti e alle loro famiglie, italiani e non italiani, un panorama dell’offerta formativa del nostro Paese, dei servizi. Il Paese, nonostante tutte le difficoltà che ha, si sta avviando verso questo sistema di modernizzazione e di integrazione rispetto a un sistema europeo di ricerca e formazione.

Un’ultima considerazione è che il mercato del lavoro diventerà sempre più un mercato europeo; l’attuale crisi ha dimostrato come i mercati del lavoro nazionali non siano in grado di dare una risposta. Ci sono Paesi che hanno sofferto di più e altri di meno. Ma è indubbio che per poter competere su una base che veda come riferimento alternativo la Cina, gli Stati Uniti, il Brasile o l’India e il Sud Africa, la dimensione non può essere più quella dei singoli Paesi. Resta il fatto che, per poter competere sul mercato europeo, è necessario che le nostre scuole siano in grado di formare cittadini e cittadine che abbiano le capacità, le competenze e l’impegno per muoversi in un mercato complesso.

Quest’anno ricorre il sedicesimo anniversario del progetto Erasmus, il più grande che sia stato sviluppato all’interno dell’Unione Europea. Se oggi ci sono milioni di cittadini europei consapevoli di ciò che significa l’Europa, di cosa significa relazionarsi con giovani di altri Paesi, di aver vissuto per un periodo all’interno di un altro Paese e di un’altra istituzione universitaria, di essere cresciuti con uno spirito europeo, lo dobbiamo all’Erasmus, che ha consentito tutto ciò nel momento in cui c’è stata una istituzionalizzazione di quelli che si chiamano “European Credit Trasfer System” (ECTS). Questo fu un elemento determinante nella discontinuità rispetto al passato, perché, da quel momento, uno studente, prima di partire per il suo soggiorno europeo, decide quello che sarà il suo percorso e firma un contratto per cui al ritorno gli saranno riconosciuti i crediti formativi guadagnati all’estero all’interno del suo curriculum universitario dell’istituto di partenza.

Questo è certamente un elemento che ha cambiato il mondo e che viene richiesto in termini di esperienza da grandi Paesi quali la Cina, gli Stati Uniti, il Brasile che non hanno sistemi di questo genere. Abbiamo un sistema formativo che è costituito da 27 Paesi, con 27 sistemi diversi e diamo la possibilità ai nostri giovani di spendere almeno un anno all’interno di un sistema formativo diverso da quello del Paese di origine, con un riconoscimento completo dell’esperienza fatta.

Erasmus, dall’anno scorso, ha avviato una seconda fase che è quella di avere l’opportunità di fare un tirocinio ancora in un altro Paese. Credo che questa sia la modalità corretta di pensare secondo una dimensione europea, che ha come obiettivo quello di formare cittadini e cittadine europei capaci di competere sul mercato del lavoro, che diventerà sempre meno nazionale.