Ho più volte avuto modo di sottolineare come i veri problemi – o meglio i veri «temi» – per l’Italia siano due: un tasso di disoccupazione insostenibile, soprattutto per i giovani, e la dilagante povertà delle famiglie. È da questo angolo di osservazione su quanto sta accadendo nel panorama economico che va guardato il futuro. Senza dimenticare le altre fasce, tra cui anziani e persone di mezza età, ai giovani occorre dare risposte certe. Se è vero che i giovani di oggi stanno peggio dei loro coetanei del passato, significa che anche gli anziani di domani staranno inevitabilmente peggio degli anziani di oggi. E così, a catena, le famiglie di domani saranno più fragili.
Ci occupiamo di molti problemi, per risolvere i quali non faremo mancare il nostro impegno, ma oggi non possiamo non comprendere che, se non sosteniamo le giovani generazioni, oscuriamo il loro futuro e quello del Paese. In questa premessa sta gran parte dell’agenda che dobbiamo impegnarci a realizzare in fretta. Detto ciò il rischio è quello di dire cose scontate, e che dunque quasi non fanno più effetto.
Non considerate quel che sto per dire come una lettura politica: in quest’ultimo periodo, caratterizzato da una diffusa confusione, tensione, rabbia, molti pensatori hanno voluto fare uno sforzo retrospettivo cercando di trarre dalla storia, dalla nostra storia, un insegnamento che possa tracciare anche una via da percorrere, per uscire dalla situazione che stiamo vivendo; e nel farlo non pochi di loro hanno fatto riferimento ad Alcide De Gasperi, capo del governo e capo dello Stato provvisorio, nel dopoguerra.
La prospettiva di uno Stato democratico
Nelle sue Idee ricostruttive (novembre 1942), De Gasperi affermava, tra le altre cose, la necessità di incoraggiare il processo di integrazione europea (come a dire che non vi sarebbero state prospettive, con uno sguardo miope ai problemi del nostro Paese); un piano di riforme nell’industria, nell’agricoltura e nel regime tributario; la “costituzione delle Regioni come enti autonomi” perché “nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole; qualora il trasferimento di questi poteri e risorse risulti meno costoso della stessa funzione nello Stato centrale”.
Nell’opuscolo che conteneva le sue idee, veniva proposta per l’Italia la visione di uno Stato democratico, capace di inserire le grandi masse popolari nella vita politica del Paese e questo nei consessi internazionali, affermando la necessità che una Corte Suprema di garanzia tuteli lo spirito e la lettera della Costituzione, difendendola dagli abusi dei pubblici poteri e dagli attentati dei partiti.
Ho ricordato questi passaggi perché sono convinto, e credo ne siamo consapevoli tutti, che i problemi del Paese siano così complessi da andare ben oltre gli slogan o le emergenze. È davvero significativo come i nostri Padri fondatori avessero chiaro che occorreva un impegno importante in settori chiave: industria e agricoltura. Qual è l’industria più importante che il nostro Paese può esprimere, grazie a un tesoro che per storia e natura le è stato donato? La cultura: i beni culturali, le nostre tradizioni, che possono essere la piattaforma ideale per avviare il volano dell’economia, chiamando a raccolta proprio quei giovani che dimostrano – spesso in modo sorprendente – che quando vengono coinvolti in iniziative fondate sulla cultura (musica, teatro, danza, arte in genere) rispondono in maniera entusiasta e numerosi. Questo tipo di industria porta con sé molteplici benefici, coerenti con la nuova mentalità green dei giorni nostri; uno su tutti, non inquina, anzi, rigenera ed è anche in grado di svolgere un’importante funzione di coesione sociale, tenendo insieme un tessuto che rischia di sfilacciarsi, anzi in diversi casi ha dimostrato di essersi già sfilacciato. E che dire dell’agricoltura…; non è forse un altro ambito “a portata di mano” in un Paese ad alta vocazione agricola? Anche qui numerosi studi e sondaggi mostrano quanto i giovani siano disponibili e disposti a rimboccarsi le maniche per tornare a lavorare la terra. Certo tutto ciò non può più avvenire come settant’anni fa, occorre innovare anche in quest’ambito. Aggiungo che non possiamo non riconoscere il ruolo che ha avuto in passato il settore manifatturiero nello sviluppo economico italiano; ci siamo fatti superare da mezzo mondo anche in questo campo, ma possiamo riconquistare questa leadership in diversi ambiti, con politiche di sostegno adeguate.
Il lavoro di una Fondazione
Appare evidente come, nell’affermare tutto ciò, io non possa non farmi guidare dall’attività che ogni giorno svolgo, insieme ai miei collaboratori, con Fondazione Cariplo, che insieme alle altre fondazioni di origine bancaria ha sempre cercato di battere queste strade sostenendo, nel profondo alveo della sussidiarietà, l’importanza di compiere scelte strategiche, a beneficio di quel bene comune che molto spesso assume le sembianze di categorie deboli (che rischiano l’esclusione sociale) le quali, senza il prezioso sostegno del Terzo Settore, rappresenterebbero un problema ancor più pesante di quanto non siano oggi.
Ovvio che per fare le riforme strutturali occorrano ingenti risorse: le Fondazioni di origine bancaria non sono che un granello rispetto alla montagna di necessità che ci troviamo di fronte; un granello che però ha dimostrato in più occasioni di sapersi comportare come quello di senape, fiorendo e rifiorendo, moltiplicando i benefici. C’è ancora chi pensa che, accaparrandosi i patrimoni delle Fondazioni, si risolverebbero i nostri problemi: demagogia. Semmai verrebbero a mancare anche quei patrimoni che con continuità sanno generare buone iniziative; anche fallimenti, è opportuno riconoscerlo; ma togliere questo polmone indispensabile per il non profit e il volontariato italiano, sarebbe un altro imperdonabile errore.
De Gasperi aggiungeva alla sua lista la riforma del sistema tributario. Sapeva, come sappiamo ormai tutti, che è questa la strada obbligata: realizzare davvero un sistema equo, da cui debbono giungere le risorse per il rilancio delle industrie. Il lavoro è importante, ma c’è anche altro… la casa, ad esempio. Anche in quest’ambito, ho più volte rimarcato che esiste un problema che può rivelarsi un’opportunità, attraverso il modello dell’housing sociale, sperimentato e messo a disposizione del nostro Paese e dei nostri policy makers da Fondazione Cariplo. Oggi è possibile per le giovani coppie accedere ad abitazioni dignitose a canone calmierato; con 400 euro al mese si può avere una casa a Milano (il progetto Abitagiovani dedicato agli under 35 è già realtà); l’Italia ha davanti a sé una grande opportunità che ancora una volta possiede una doppia valenza positiva: contribuire a risolvere il problema abitativo e far ripartire il settore immobiliare; ma noi aspettiamo da anni di dare avvio a questo processo.
C’è poi un welfare al collasso, che tocca tutti; giovani, bambini, anziani che secondo le statistiche che tratteggiano gli andamenti demografici, diverranno un problema esplosivo nei prossimi anni, a cui non siamo preparati. In sordina, noi lo vediamo, stanno nascendo forme di welfare alternative. Non ce ne accorgiamo ma ci sono già. E non sono nate purtroppo da politiche pubbliche, ma sono sorte dal basso, spontaneamente. Con il privato e il privato sociale che, viste le voragini lasciate dallo Stato, si sono rimboccati le maniche. Nuovi modelli che vanno integrati in un ampio ridisegno delle politiche pubbliche, con un concetto di nuovo welfare di comunità, dove le risorse accumulate in un determinato territorio possono essere gestite per sostenere le necessità delle persone che vi abitano.
C’è un grande problema educativo, che spesso imputiamo alle giovani generazioni e che invece, a mio modo di vedere, riguarda tutti, e che finisce poi per riflettersi sui giovani.
Quella che ho provato a compilare è una sorta di agenda, sperando di poter contribuire a una riflessione su questi temi. L’ho fatto partendo dalle cose concrete che vedo realizzare tutti i giorni, e con un “pizzico” di memoria storica, che non guasta mai.