Quadrimestrale di cultura civile

Superare la crisi senza sacrificare nessuno

di Clara Caselli / Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, Università di Genova

È un titolo molto impegnativo e arrischiato. Si può davvero uscire dalla crisi? Si può davvero non sacrificare nessuno? Siamo ingenui e sprovveduti o in mala fede?

Perché non lo siamo? Perché non stiamo prendendo in giro nessuno? Perché quello che diciamo lo abbiamo visto, dentro alle contraddizioni di un mondo che soffre pesantemente la crisi, lo abbiamo rintracciato nella storia delle riflessioni degli uomini e delle loro esperienze, e abbiamo cercato di leggerlo con gli strumenti del nostro mestiere.

Vorrei fornire un’ipotesi di lettura di un libro complesso e non facile (La sfida del cambiamento. Superare la crisi senza sacrificare nessuno, a cura di L. Violini e G. Vittadini, BUR, Milano 2012), un percorso che anche i non specialisti possano fare, magari mettendoci un po’ di impegno, lasciando ad un secondo momento gli approfondimenti, peraltro originali e interessantissimi sotto il profilo anche propositivo.

In realtà non è un libro sulla crisi, ma in primo luogo un libro sul welfare in tempi di crisi, che propone sinteticamente un welfare sussidiario. Non è il solito discorso sul welfare state con un pochino di maquillage, è il tentativo di una sua rilettura e modernizzazione, con concrete ricadute anche sulle politiche.

Si parte dalla costatazione che è entrato in crisi un welfare universalistico, che era storicamente una acquisizione fondamentale della nostra cultura europea, secondo la quale è il valore di ogni singola persona a motivare il diritto per tutti di accedere a servizi sanitari, assistenziali ed educativi di uguale qualità. Ciò non è più possibile, a causa di una molteplicità di fattori che hanno ridotto i quattrini e moltiplicato e frazionato i bisogni: si tratta di cause come la globalizzazione, la crisi, l’impossibilità di continuare a sostenere elevati deficit pubblici e di scaricarli sull’inflazione in conseguenza dell’appartenenza alla UE, i mutamenti strutturali delle economie e delle società dei Paesi avanzati (ad esempio i mutamenti demografici, l’invecchiamento, la fragilità dei nuclei familiari, le immigrazioni, le nuove povertà e patologie sociali, e così via).

Nella prima parte suggerisco tre letture. In primo luogo, Borghesi che ci fa alzare il tiro spostando la riflessione a livello della crisi del pensiero economico e politico in materia di rapporti stato società e ci ripropone la sussidiarietà in modo molto legato alla solidarietà. La Caritas in Veritate è il riferimento forte.

Poi la bellissima e semplice riflessione di Chantal Delsol alla riscoperta di una visione positiva dell’uomo che è capace di agire, conoscere il bene e cercare il destino, ma che non basta a se stesso ed è intrinsecamente essere sociale, per cui il bene comune è parte integrante del suo benessere individuale. Suggestivamente propone il primato della prudenza sulla competenza, l’uguaglianza a partire dalla diversità, la non cristallizzazione dei diritti da definirsi a partire dal bene.

Si arriva così al saggio centrale di Vittadini e Agasisti, su cui mi soffermerò tra poco.

La seconda parte è dedicata da un lato all’Italia e dall’altra agli approfondimenti settoriali. Sanità, assistenza, previdenza, famiglia, lavoro. Al lettore affrettato suggerisco soprattutto Violini e Brugnoli. Il primo contributo, dal titolo significativo “La parabola del welfare state dalla Costituzione a oggi”, è interessante per la descrizione dell’evoluzione del principio di sussidiarietà nel nostro ordinamento dalla Costituzione in poi, la svolta del 2001 e la regionalizzazione dello stato sociale, tutti elementi fondamentali per capire dove siamo e che cosa sta succedendo, fino all’individuazione delle condizioni giuridiche perché sia realizzabile la visione emersa nella parte prima. Si tratta di un contributo importante per il realismo con cui imposta un cammino concreto di attuazione anche a livello legislativo della visione che è alla base del libro.

Infine, è interessante Brugnoli perché si sappia davvero in che cosa è consistita la novità lombarda, che non può essere messa in discussione da nessuna vicenda giudiziaria e che non a caso è sotto tiro come non mai, nel tentativo di negarne proprio la dimensione di buon governo e di novità.

 

La mia ipotesi di lettura

Non si esce dalla crisi pensando di trattarla nel suo orizzonte, in termini di PIL, di deficit, di tagli e di tecnici. Dal punto di vista strettamente economico il mondo non sarà mai più come prima.

Perciò non ha senso limitarsi a discutere su come dovrebbe essere divisa una torta che è sempre più piccola, non ne può venire che sempre maggiore conflittualità di tutti contro tutti. Il primo punto è riprendere a creare valore. Cercare le strade per creare valore: la crisi come opportunità per cambiare, per percorrere nuove strade. Preferisco usare la parola valore invece di ricchezza, un valore non solo economico-finanziario (che è ciò che ha generato la crisi), ma sociale e umano. Valore, cioè qualcosa che “vale”, che vale la pena: tutti all’opera per creare valore per tutti. È il “surplus di senso” che si genera nel nuovo welfare, ricordato nel saggio di Vittadini.

Detto così è subito una questione di visione antropologica. Chi può creare valore per tutti? Nel pensiero politico e della filosofia politica dell’epoca moderna ha sempre dominato una visione hobbesiana molto negativa, mentre, come ci ha ricordato la Delsol: «L’uomo è capace di agire, conoscere il bene e cercare il destino, il bene comune è parte integrante del suo benessere individuale».

Da sempre, per capire a fondo la sussidiarietà, bisogna partire da questo punto. Che cosa dice la sussidiarietà? In primis dice che occorre dare priorità alle iniziative che nascono dal basso per la realizzazione del bene comune, in secondo luogo impone ai livelli superiori di non sostituirsi a quelli inferiori, ma sostenerli, aiutarli e svilupparli. Il termine lo inventò la Dottrina sociale, a partire dalla celebre definizione di Pio XI, ma dietro c’è tutta la questione del rapporto tra la persona e il potere e del fondamento dei limiti del potere. Qualunque sia la visione, il leviatano o il contratto, la storia dei rapporti tra il potere e la persona è all’insegna di una visione antropologica negativa. Anche il liberismo, non solo lo statalismo: l’uomo non è capace di governarsi e perciò ci vuole un leviatano o un meccanismo anonimo che decida per lui. Visione smentita dalla storia e dalla realtà quotidiana: non è vero che non siamo capaci di darci regole e non è vero che stato e mercato ci conoscono meglio di noi stessi e perciò possono prendere decisioni più efficaci e più giuste. Una visione negativa che ha finito per essere funzionale al potere, che nella relazione con la persona non vuole protagonisti e perciò vuole uomini soli. Fin dalla Rivoluzione francese, non è nuova l’idea che l’uomo ha tutte le libertà meno quella di mettersi assieme ad altri per rispondere ai suoi bisogni: così il giacobinismo risorgente di oggi nega l’unico modo vero per uscire dalla crisi.

La visione della Dottrina sociale è entusiasmante: esprime infatti una totale fiducia nella persona e nella sua capacità di costruzione quando si unisce ad altri, che è nata dall’osservazione dell’esperienza di costruzione di opere, spesso preesistenti allo stato, che percorre tutta la storia della presenza dei cristiani nella società.

Si tratta di una visione fondamentale oggi: occorre saper vedere, ascoltare, valorizzare. Una società complessa e in crisi, non può che partire dal liberare le energie costruttive dei livelli di organizzazione sociale più vicini alla persona. Realtà che si muovono nel mondo del welfare state a partire da idealità, desideri, libertà, responsabilità delle persone.

E che cosa ci dice la realtà rispetto alla crisi? Chi l’ha ammortizzata? Lo Stato forse? C’è vita nel Paese. Voglia di esprimersi, di fare cose che valgono. Il welfare è stato prodotto da questo tessuto, fatto di famiglie che si fanno carico dei membri toccati più gravemente dalla crisi, di solidarietà che non si danno per vinte e trovano nuove modalità di intervento legate alla situazione che cambia, di imprese che non licenziano e cercano nuovi mercati.

 

L’antropologia positiva

Resistono alla crisi i luoghi del desiderio e della sua educazione. Spesso si pensa che alla crisi non ci si possa fare nulla a livello personale e invece non è così.

Ci sono le energie e le risorse per concretizzare il disegno descritto da Vittadini, e già lo stanno facendo anche se non hanno le prime pagine dei giornali. Questo tessuto c’è. È un potente fattore di innovazione sociale, crea un tessuto fitto di relazioni, perché è nella relazione che il valore si crea, nell’economia di oggi che non è più quella dell’industria, ma anche dei servizi e dell’informazione. Nella relazione, sulle frontiere che segnano la soglia del rapporto con l’altro. Che cosa ci dice il suo saggio?

Anzitutto ci fa partire dall’antropologia positiva del desiderio socializzante. Che vuol dire? L’espressione è di Arrow: è il desiderio di bene per tutti, di fare per gli altri e con gli altri, che ci portiamo nel cuore.

Ci sono molti riferimenti interessanti, comprensibili anche da non specialisti: l’ultimo Rifkin (è la straordinaria evoluzione della coscienza empatica il sottotesto essenziale della storia dell’uomo, anche se gli storici non sogliono dedicarvi molta attenzione), Arrow (non c’è contraddizione tra scelte individuali e sociali se gli uomini vedono salvaguardati i loro desideri socializzanti), Donati (l’uomo è per sua natura relazione e scambia con gli altri un bagaglio sociale). E altri riferimenti più noti alla maggior parte di noi, come Benedetto XVI (il riferimento è al dono come dimensione fondamentale dell’economia nella Caritas in Veritate) e Giussani.

A partire da questo, si tratta di riconoscere l’esistenza di una società a tre settori: non c’è solo lo Stato e il mercato e le persone non sono sole con i loro bisogni. C’è in mezzo quel vasto tessuto di iniziative che si possono chiamare in tanti modi (società civile, non profit, terzo settore), ma che sono un fattore fondamentale della società e dell’economia contemporanea. Tutto ciò è da riconoscere. I dati, ripresi da Salamon, ci dicono che non è una cosa di poco conto: secondo un’indagine che copre una quarantina di Paesi, il non profit crea un valore di 2200 miliardi di dollari, più o meno il PIL della Francia (se il non profit fosse un Paese sarebbe il 10° Paese), dà lavoro a 56 milioni di persone, mobilita come volontari 140 milioni di persone in una trentina di Paesi, coinvolgendo il 12% della popolazione adulta.

Salamon propone, a partire da questo un nuovo paradigma sociale e da una nuova governance, basati su collaborazione, interdipendenza, negoziazione, partnership, alleanze tra il settore pubblico e il non profit. È il disegno del welfare state sussidiario contenuto nel libro e particolarmente nel saggio di Vittadini.

Tre aspetti di questo disegno vorrei ancora sottolineare perché fanno capire bene in che senso le idee contenute in questo libro portano notevolmente avanti il modello di welfare state che siamo abituati a conoscere.

In primo luogo, rispetto alle impostazioni tradizionali vengono rivisitati i concetti fondamentali di pluralismo e libertà di scelta, che sono alla base dell’idea dei quasi mercati, il meccanismo – per intenderci e semplificando – basato su vouchers e accreditamenti (ti do un buono per ottenere un servizio e lo spendi con chi vuoi dentro a un gruppo di operatori accreditati). Su questo punto si richiede un mutamento: occorre un pluralismo che favorisca la qualità oltre che la pluralità dell’offerta e occorre un rapporto con gli utenti che sia meno del tipo exit (lo spendi dove vuoi, ma è prendere o lasciare) e più del tipo voice (facciamo insieme, costruiamo insieme la risposta al tuo bisogno, logica che peraltro si sta affermando sempre di più nel mercato tout court). Ciò implica una responsabilità nell’esercizio della libertà da parte di chi riceve che è molto più scomoda dell’assistenzialismo. Spesso si pensa erroneamente che la libertà sia un diritto della domanda e la responsabilità un dovere della risposta, mentre è vero anche il contrario.

Un secondo punto è il legame proposto, totalmente innovativo, tra sussidiarietà e solidarietà, sul solco dell’insegnamento della Caritas in Veritate, per cui l’una senza l’altra finiscono per scadere nel particolarismo o nell’assistenzialismo. Invece, questo binomio è fondamentale per garantire un nuovo universalismo: la vecchia idea dei servizi uguali per tutti non regge e non solo di fronte alla carenza di risorse ma anche di fronte a necessità che si sono fatte variegate e a nuove necessità che hanno bisogno di risposte particolari e spesso neppure solo economiche (compagnia più che aiuti materiali). Il nuovo universalismo passa attraverso la personalizzazione delle risposte, che può venire solo da un rapporto tra persone. Avviene da persona a persona.

Un terzo punto interessante rivisita le forme di finanziamento alla ricerca delle condizioni di sostenibilità (e quindi di realismo) di questa visione: preso atto dell’insufficienza delle tradizionali fonti pubbliche, emergono proposte come ricalibrare il welfare state, attivare altri circuiti alternativi a quelli pubblici, mettere in gioco altre energie, procedere con interventi di defiscalizzazione, e così via.

Nasce così il disegno di un welfare state sussidiario. Non è una teoria, sono spunti forti, ricomposizione di pezzetti di esperienze già in atto.

Ma più ancora si tratta di un tessuto. La persona è una, ha bisogni sociali, ma anche di mangiare, bere, vestirsi, divertirsi, leggere, viaggiare. Non è a pezzi, non c’è separatezza tra economia e società: la tessitura è a vasto raggio, è una rete del valore che non si limita al welfare state. Vi partecipa anche il privato, anche la piccola-media impresa che continua a fare il suo lavoro di produrre valore in modo sano e che giustamente oggi rivendica di essere valorizzata e sostenuta.

Il rovesciamento dell’antropologia negativa ci aiuta a giudicare tutto quello che facciamo e rafforza una autocoscienza.

Il mio sguardo, il mio cuore, le mie mani, importano, sembra troppo poco e invece è tutto. Non possiamo passare il tempo a misurare quanto siamo diventati “straccioni”, ma riprendere a costruire cattedrali, luoghi di desiderio e di educazione. Ma, ci ha detto la Delsol, da soli non si può. Ci vogliono i luoghi del desiderio e dell’educazione di esso per lanciarci nel mondo cercando il bene per tutti.