Quadrimestrale di cultura civile

Recuperare le radici ideali per superare la crisi

di Carlo Fratta Pasini / Presidente della Fondazione Giorgio Zanotto

Quando si parla di superare la crisi senza sacrificare nessuno, sembra di dire una bella frase, ma in realtà è sostanzialmente il contrario di quello che stiamo cercando di fare tutti in questo periodo. La visione che abbiamo spesso di fronte alla crisi – a livello personale, aziendale e politico – è quella di vederla sostanzialmente come qualcosa che ci viene a togliere le nostre sicurezze, i nostri agi, qualcosa da cui difenderci. Proprio per questo atteggiamento, ci difendiamo, ci attacchiamo a ciò che possediamo e viviamo la crisi in modo individuale, drammatico e disperato. Non a caso poi questo tipo di modalità di vivere la difficoltà porta a gesti estremi. Eppure la risposta di noi stessi, della nostra società, solo cento/centocinquanta anni fa, in situazioni analoghe o forse addirittura più complicate, è stata una risposta opposta: non quella di difendersi, non quella di possedere, non quella di chiudersi in una visione individuale, non quella di escludere, ma esattamente il contrario. Cioè fare, fare insieme, sacrificarsi insieme e rimboccarsi le maniche, affrontare le difficoltà – che potevano essere la crisi del mercato del vino, dell’agricoltura, delle varie crisi che allora arrivavano – rispondendo con una serie di iniziative: le cooperative agricole, le società di mutuo-soccorso, le banche popolari, le casse rurali, le fondazioni, i monti di pietà. Tutti strumenti attraverso cui la difficoltà spingeva a una risposta di tipo collettivo, di tipo comune; in qualche misura spingeva gli uomini di allora ad adottare la logica della famiglia, esportandola fuori dalla famiglia stessa e  facendola diventare una logica di società e di relazioni positive, di relazioni affettive.

Che cosa fa una famiglia in crisi? Non sacrifica certamente l’elemento più debole, ma fa esattamente il contrario: tutti si sacrificano a cominciare da chi ha di più e può dunque sacrificarsi di più; gli elementi più deboli della famiglia si sacrificheranno di meno. Questo atteggiamento familiare, questo atteggiamento di affetto, di compassione – di compatire assieme i momenti difficili se vogliamo – portato a livello sociale, è poi l’atteggiamento antropologico da cui scaturisce la capacità di fare cose, di fare insieme e che è fondamentale per rispondere ai momenti difficili come questi.

Quando si parla di banche e di quello che dovrebbero fare le istituzioni finanziarie che nascono da una così grande tradizione – che forse hanno un po’ perduto nell’ultimo periodo a favore di altre esigenze come quella di acquisire dimensioni più grandi  per poter competere – di fronte a situazioni così difficili, credo che proprio la riscoperta di queste radici, delle ragioni per cui qualcuno a un certo punto ha pensato che si poteva non essere solo clienti, solo acquirenti di servizi, ma si potesse mettersi insieme per fare un’impresa che desse servizi ai propri soci, quel concetto di sussidiarietà e di mutualità che è stato espresso a un certo punto, io credo che debba essere riscoperto. Questo vuol dire, evidentemente, fare e avere atteggiamenti diversi, vuol dire anche un’attenzione al sociale che, per una banca, significa dare i finanziamenti quando le condizioni lo consentono, dare supporto ogni qualvolta questo sia possibile, ma che può voler dire anche – e ci stiamo pensando – aprire i propri sistemi di welfare.

Le banche hanno dei sistemi di welfare interno importanti in termini di assistenza sanitaria, in termini di pensioni integrative e quant’altro, che sono un privilegio geloso dei collaboratori e dei dipendenti che li hanno consolidati negli anni; immaginare che questo sistema possa essere esteso anche ai soci e un domani ai clienti è un pensiero sul quale stiamo cominciando a lavorare.

Solo se recuperiamo le ragioni del perché una certa storia è iniziata, solo se recuperiamo questa spinta, questo tipo di capacità inclusiva delle radici ideali, riusciremo a superare la crisi senza sacrificare nessuno. Altrimenti, se difenderemo tutto quello che abbiamo conquistato in questi anni, probabilmente, se ci andrà bene, – anche se le crisi finiscono prima o poi – avremo sacrificato la parte più debole della nostra società, se invece ci sarà andata male avremo creato sacche di povertà e di disperazione tali per cui si veirificheranno situazioni impreviste ed imprevedibili che potrebbero sacrificare tutti, o, quanto meno, portare a eventi molto negativi.

L’idea di superare la crisi senza sacrificare nessuno – includendo tutti nella necessità di superare la crisi – è un’idea straordinaria e penso anche che non sia qualcosa da proporre allo Stato, il quale attualmente non ha più le risorse per fare nemmeno quello che ha fatto fino ad adesso. Può però aiutare le famiglie, il sociale, il volontariato, persone che, magari, non sono nel mondo del lavoro, ma che hanno energie fisiche e psichiche per occuparsi e fare bene cose che servono a fronteggiare la domanda di servizio di queste fragilità, di queste debolezze che in una società che sta invecchiando si moltiplicano e che ci sono.

Nella nostra esperienza si incontrano persone splendide che si occupano, per esempio, di disabilità psichica. È una cosa da cui lo Stato si è ritirato da molto tempo, sostanzialmente abrogando per legge gli strumenti con cui si affrontava questa disabilità, come se questo risolvesse il problema. Ci sono persone che dedicano la loro vita a questo. C’è don Calabria, che in una grande realtà come Roma, si occupa anche di questo problema con risultati incredibili. Immaginare che questo si possa fare ampliando i compiti del servizio sanitario è impossibile, ma lo si può fare aiutando quello che nella società c’è e si muove: i tanti uomini di buona volontà che di questa cosa si occupano e si preoccupano. Dando poco a costoro, si può fare tanto, proprio per includere tutti al di là della difficoltà in cui ci troviamo.

Il welfare nasce evidentemente perché c’è un’esigenza, nella gestione politica, di realizzare strumenti di giustizia sociale, di assistenza, di sicurezza sociale. È chiaro che sono strumenti molto potenti anche per quel che riguarda il consenso politico, perché hanno effetto immediato sulla vita delle persone. Quindi ci sono stati, nel nostro Paese, dei processi che, a un certo punto, hanno comportato uno squilibrio e una crescita che sono andate ben oltre le necessità di giustizia sociale, arrivando a creare delle rendite, dei vantaggi di posizione.

La sussidiarietà è un rimedio a questo tipo di cose, anche quella assolutamente imperfetta delle casse di previdenza. Nella casse di previdenza le banche non hanno mai dato baby pensioni, invece l’INPS lo ha fatto, perché era la politica a poter decidere. C’è un pensiero, abbastanza dominante, per cui l’unica giustizia è quella di mercato; il mercato che non guarda in faccia a nessuno, è equanime, premia gli intelligenti, i bravi e punisce tutti i colori che sono lenti, che sbagliano, che compiono degli errori, che non sono concorrenziali.

Immaginare che ci possa essere una politica – cioè occuparsi del bene comune di una società – senza che ci sia una preoccupazione di giustizia sociale e in qualche misura di assicurare servizi, prestazioni minime anche a coloro che per qualsiasi motivo, giusto o sbagliato, non ce l’hanno fatta, mi sembra troppo. A questo tipo di preoccupazione dobbiamo rispondere, è molto più potente ed efficace quello che si può far fare alla società, che si può far fare alle famiglie – attraverso gli sgravi di un certo tipo di politica –, ai corpi intermedi, alle associazioni di volontariato, all’economia sociale, piuttosto che quello che fa il pubblico direttamente. Si può essere più efficienti a livello capillare e spendere meno, avere dunque una maggior diffusione e avere un’intonazione decisamente più positiva anche per la società.

Evidentemente, siamo di fronte a problemi drammatici: cambiano i consumi della gente, ci sono cambiamenti anche repentini e anche questo crea la necessità per le aziende private di ristrutturarsi. Chi non si ristruttura mai è il pubblico, anzi, in una parte del Paese rilevante, dove l’iniziativa privata o è stata lenta o non è stata sufficientemente stimolata, anche qui il pubblico è diventato in qualche misura la soluzione, ma non è una soluzione, perché il dipendente pubblico lo pagano i cittadini attraverso un aumento del carico fiscale, che a sua volta genera un aumento del debito pubblico che determina nuovi aumenti del carico fiscale e così via. Il vero problema è diverso: bisogna stimolare nuovi posti di lavoro e premiare chi, evidentemente, dà opportunità di lavoro.

Sono convinto che, se i nostri imprenditori del Nord-Est avessero una politica che li stimolasse e che li sfidasse, che li misurasse sulla creazione dei posti di lavoro, ci sarebbero un sacco di imprenditori con idee, mezzi e strumenti, che hanno internazionalizzato e che riescono a fare questo tipo di ragionamento. Invece abbiamo l’IRAP, per cui il costo del lavoro viene a sua volta tassato, non detassato; al contrario, nell’Europa dell’Est, per ogni posto di lavoro, ci sono esenzioni contributive e vantaggi. Un importante imprenditore veronese è andato negli USA, in una zona altamente industrializzata come Chicago, e ha trovato un ente pubblico che gli mette a disposizione il terreno e gli consente di creare un’industria e per ogni persona che effettivamente assume, avrà un contributo. Queste sono politiche che stimolano la creazione di posti di lavoro veri, che poi non costano a nessuno perché vengono remunerati dall’attività dell’azienda.

Noi dobbiamo cambiare completamente e immaginare che l’ampliamento dell’area del pubblico impiego è, in realtà, una non soluzione; credo ci sia la necessità di una discontinuità forte sul tema del lavoro. Al tempo stesso, si torna a quello che si diceva prima. Nell’impiego pubblico, così come nel welfare, lo scambio tra chi decide e il consenso elettorale è immediato e diretto. Immaginare che un governo politico, magari debole, con maggioranze risicate, possa affrontare queste tematiche, credo che sia fuori dal comune. Sono riforme epocali e io personalmente ho sempre detto che avrei sperato che, anziché un governo tecnico, anche in Italia si fosse fatto un governo di grande coalizione un anno e mezzo fa, perché queste cose si affrontano solo insieme e con decisioni condivise. Non ce la può fare un governo tecnico, difficilmente lo potrà fare anche un governo di larga maggioranza.

Mi viene in mente a proposito di questo particolare momento un passo di Sant’Agostino che viveva momenti difficili anche storicamente. Alla fine di una sua riflessione dice: «Ci lamentiamo tutti dei tempi difficili che viviamo, però i tempi, in fondo, sono gli uomini». Credo che questo dovrebbe essere l’atteggiamento del cristiano in questo momento, ricordarci che i tempi dipendono dagli uomini. Che non esistono tempi cattivi o tempi non propizi, perché se gli uomini vivono bene e vivono con un buon atteggiamento e con buona volontà, qualsiasi momento può essere vissuto per fare del bene. In modo particolare questo, nel quale io credo ci si debba occupare e preoccupare non solo di se stessi e della propria comunità familiare, ma anche delle comunità civili in cui operiamo. E quindi di politica, perché la politica non è altro che occuparsi della comunità, della città, della regione in cui operiamo. È una cosa che ci riguarda, non è una cosa che ci è estranea, ma che dipende anche dal nostro esserci, dal nostro partecipare, dal nostro dire la nostra, dal nostro cercare di essere qualcosa di importante. Di essere lievito dentro questo mondo. Se vogliamo cambiare il modo in cui viviamo in questo tempo e poi alla fine cambiare anche l’esito delle crisi e delle derive che stiamo vivendo, lo possiamo fare solo partecipando, nuotandoci dentro cercando di combattere di lottare tutti i giorni per dire la nostra.

 

Intervento all’incontro di presentazione del volume La sfida del cambiamento, BUR, Milano 2012, tenutosi alla Gran Guardia, Verona, il 31 gennaio 2013.