La vastità, la profondità e la violenza della crisi che stiamo vivendo impongono evidentemente uno sforzo di riflessione e una assunzione diffusa di responsabilità molto pronunciate. Il quadro istituzionale, politico, economico e sociale sembra privo di qualsiasi riferimento attendibile, di percorsi praticabili.
Interrogarsi sulle priorità, quindi, non è esercizio che può condurre a individuare alcuni temi che vanno collocati nelle prime posizioni di un’agenda, come primi punti di un elenco destinato poi inevitabilmente ad allungarsi e a divenire generico. Deve piuttosto spingere ad assumere una dimensione, un punto di vista, uno schema, dal quale partire per un percorso di ri-cominciamento.
La mia valutazione è che questo percorso deve prendere le mosse dalla condivisione piena di un giudizio sulla natura della crisi economica e sulle caratteristiche della crisi del welfare; due temi evidentemente intrecciati, ma non nel rapporto che siamo abituati a considerare ovvio: la crisi del welfare, determinata dalla crisi economico-finanziaria.
Origini della crisi
Il giudizio sulla crisi economica deve, a mio avviso, portare a una conclusione netta. E cioè che non si è trattato di una congiunturale, ancorché forte e vasta, interruzione di un meccanismo solido e capace di determinare, seppur con qualche costo “sociale”, lo sviluppo. Ma della prova definitiva della incapacità di un modello, basato sul libero mercato e sulla inesistenza di regole, a governare lo sviluppo. Imbrogli, avidità di manager, collusioni di livelli istituzionali e delle authority di controllo, non sono la causa vera ma, piuttosto, aggravanti. La causa vera è la sostanziale inconsistenza di quel modello. Al di là delle affermazioni di rito, non mi pare che questa consapevolezza sia consolidata: troppo numerosi e troppo forti sono i segnali e i comportamenti che rimandano a una dimensione di attesa: che la crisi passi e che vengano superate le condizioni ostative a una ripresa del vecchio meccanismo.
Trovo una analogia, evidentemente non casuale, con l’atteggiamento che, di fatto, ritiene “naturale” l’attuale, drammatica crisi del welfare. Naturale perché chi ha del welfare una cultura tradizionale, basata cioè sulla convinzione che le politiche di welfare hanno un sostanziale obiettivo di risarcimento e di riequilibrio degli “inevitabili” effetti di disuguaglianza prodotti dalla crescita economica, trova del tutto naturale che, in una fase di risorse finanziarie scarse, la funzione riequilibratrice del welfare possa essere sospesa e possa, grosso modo, riprendere a crisi superata.
È una posizione diffusa e assolutamente vincente a livello politico e della pubblica opinione. Ma appare presente anche nel mondo del terzo settore, che mentre rivendica legittimamente e con forza la difesa degli spazi del Welfare, non sembra del tutto pronto a rivendicare un difficile, ma necessario, mutamento di paradigma.
Vale appena il caso di sottolineare che intanto cresce silenziosamente un’altra posizione sulla crisi del welfare e incomincia a manifestarsi con ipotesi, sperimentazioni e proposte di tipo politico: quella che, considerando inevitabile la crisi del welfare per evidente incapacità a sostenerlo da parte dello Stato, disegna scenari in cui il mercato, salvo situazioni gravissime e “di confine”, è chiamato a governare l’incontro tra domanda e offerta di servizi sociali, recuperando, manco a dirlo, efficacia ed efficienza al sistema.
Siamo all’inevitabile conseguenza di una concezione che si basa, ancora, su due premesse tradizionali: che la vera questione è quantitativa, anzi che la questione è solo quantitativa; che l’erogazione dei servizi, o se si preferisce, la politica di welfare è questione dello Stato, del pubblico, cui si accompagnano, in una chiave apprezzabile ma marginale, le iniziative di solidarietà dei privati. E secondo questa concezione, quando lo Stato non ha più la potenza necessaria, interviene il mercato.
Il sociale per lo sviluppo
Penso che siamo chiamati a un’importante operazione politico-culturale che sgretoli dalle fondamenta questa impostazione e che si basi su due assunti fondamentali:
a. il sociale è il terreno nel quale più violentemente si manifestano le disuguaglianze tra cittadini; una battaglia di giustizia non può che prendere le mosse dal sociale, inteso nella sua accezione più vasta: non solo il lavoro e la previdenza, ma le disabilità, i diritti degli immigrati, i giovani a rischio, l’evasione dell’obbligo scolastico, i detenuti e le loro famiglie, gli anziani non autosufficienti, gli ex-tossicodipendenti, i senza fissa dimora e così via;
b. la coesione sociale, l’identità comunitaria, la cittadinanza che solo intelligenti, coraggiose e non episodiche politiche possono determinare, sono la premessa e non la conseguenza dello sviluppo, anche economico. Probabilmente in questa riflessione sono condizionato dalla mia più che trentennale esperienza di lavoro al Sud: ma trovo francamente incomprensibile non assumere la questione del divario di cittadinanza come premessa per la rinascita del nostro Sud.
Su queste questioni di tanto in tanto vi sono, in astratto, condivisioni e benevole aperture. Ma la cultura dominante sullo sviluppo è altra ed è difficile da modificare.
Quando potremo vedere nei titoli di un telegiornale i dati sull’evasione dell’obbligo scolastico? Quando ci occuperemo, con la stessa emotività collettiva che caratterizza le notizie sulla chiusura di una fabbrica, del numero ridicolo di posti disponibili negli asili-nido? Quando la nostra indignazione verrà evocata per le condizioni in cui vivono gli “ospiti” degli ospedali psichiatrici giudiziari? E soprattutto quando capiremo che, se non affrontiamo questi problemi, la nostra società non sarà in grado di reggere realistiche ipotesi di sviluppo?
Questa è la grande priorità del Paese: rimettere al centro i problemi del sociale, avviare sperimentazioni di welfare comunitario, entrare a gamba tesa e con nuova radicalità nelle insopportabili contraddizioni del nostro sistema sociale.
Per far questo può essere utile anche concentrarsi sugli sprechi, oltre che sulla inefficacia e sulla iniquità del sistema tradizionale.
Quanto ci costa, nel corso degli anni, non combattere l’evasione dell’obbligo scolastico? Quanto ci costa non fare nulla per gli ex detenuti e assistere impotenti al loro ritorno in carcere? Quanto ci costa il mancato intervento sui bambini autistici e quindi l’assistenza che si protrae per anni? Quanto ci costano le degenze ospedaliere degli anziani non autosufficienti che potrebbero essere assistiti presso il loro domicilio dai volontari a costi infinitamente più contenuti e con una qualità della vita incomparabilmente migliore?
Perché tenere in vita a costi iperbolici strutture di reclusione come gli ospedali psichiatrici giudiziari, e non moltiplicare le buone prassi di inclusione sociale dei detenuti?
Quanto ci costa, in generale, considerare la prevenzione un lusso e non una intelligente forma di risparmio? Gli esempi potrebbero continuare, anche se il tema della efficienza non è quello decisivo, se confrontato con quello della efficacia degli interventi affidati a una prassi di sussidiarietà. Altro che “sostenere” le esperienze di terzo settore e di volontariato! Altro che guardare benevolmente alle esperienze in cui la cultura del dono, la generosità e in qualche caso l’eroismo , suppliscono alle carenze del pubblico! Occorre modificare il paradigma: il potente, iniquo, costoso sistema di offerta pubblica di welfare deve retrocedere e accompagnare il ruolo del privato-sociale in una logica corretta e – finalmente – non capovolta di sussidiarietà, in cui il privato sociale non è comprimario o qualche volta supplente, ma protagonista perché in grado di erogare meglio i servizi, anche perché capace di “leggere” e interpretare la domanda.
Affermare un nuovo modello non sarà semplice; vi sono grandi inerzie nel mondo del welfare; e anche consolidati e qualche volta odiosi interessi.
Si registrano resistenze alle sperimentazioni e alle innovazioni; sarà difficile superare antiche logiche istituzionali e anche meschine occupazioni di aree del sociale da parte della vecchia politica; ci si scontrerà con sopravvissuti fondamentalismi ideologici di stampo statalistico.
Non sarà semplice, anche perché su questa strada il volontariato e il terzo settore saranno chiamati a una dimensione politica alla quale spesso si sottraggono per discrezione o incompiuta interpretazione del loro ruolo. Ma è una strada obbligata e, soprattutto, giusta.
È una strada da percorrere con la paziente radicalità che solo una solida concezione dello sviluppo può garantire.