Quadrimestrale di cultura civile

Famiglia, equità, welfare e sviluppo

di Luigi Campiglio / Professore ordinario di Politica economica, Università Cattolica di Milano

La Grande Crisi ha riaperto l’agenda sociale, rimettendo in discussione obiettivi e strumenti tradizionali: in Italia la politica di austerità ha ulteriormente accentuato la crisi economica delle famiglie italiane e la nuova crisi economica del 2012, che prosegue nel 2013, ha le sue radici nella famiglia molto più che nella crisi del debito pubblico. È consuetudine affermare il centrale ruolo sussidiario della famiglia, ma nel caso dell’Italia ciò è diventato l’alibi politico per ignorare l’importanza di questo ruolo, scaricando su di essa il costo degli squilibri macroeconomici e di crescenti responsabilità sociali arbitrariamente “privatizzate” dal potere politico. I Paesi europei che continuano a svilupparsi, nonostante la crisi, sono caratterizzati dal fatto di essere dotati di un efficace sistema di welfare, che ha nella famiglia il suo perno centrale: il motivo è che una famiglia ha la potenzialità di rispondere al meglio alle ragioni dell’equità, rispetto a cui il mercato rimane muto, e al tempo stesso sostiene in modo decisivo il meccanismo di mercato attraverso il flusso dei suoi risparmi.

 

Risparmio e famiglia

Le decisioni di risparmio riguardano tre grandi soggetti istituzionali: le famiglie, le imprese e lo Stato. Di questa triade le famiglie rappresentano il nodo centrale, sia per il volume del risparmio che generano sia perché, soprattutto nell’esperienza italiana, il risparmio delle famiglie ha finanziato gli investimenti delle imprese, per il tramite dell’intermediazione delle banche, e ha contribuito in modo determinante, fino al 1999, al finanziamento del debito pubblico italiano. È importante distinguere, specialmente nel caso italiano, fra famiglie consumatrici e famiglie produttrici: le famiglie consumatrici sono quelle tradizionalmente intese in quanto unità di consumo, mentre le famiglie produttrici comprendono le imprese individuali, le società semplici fino a cinque dipendenti e i liberi professionisti. È quindi possibile che all’interno della medesima famiglia coesistano sia ruoli consumatori che produttori, e il ruolo delle famiglie produttrici, in molti casi coincidenti con le imprese-famiglia sostenute dal lavoro dei membri della famiglia, è una caratteristica che differenzia in modo rilevante la struttura produttiva italiana rispetto a quella di altri grandi Paesi europei. La conseguenza di ciò è che occorre distinguere il tasso di risparmio nell’economia per le due categorie, perché quello delle famiglie produttrici è più elevato semplicemente per il fatto che esse svolgono un’attività produttiva che richiede investimenti.

Se guardiamo quindi alle sole famiglie consumatrici, che comunque rappresentano la quota dominante, il primo elemento che emerge con grande chiarezza è che la quota di reddito disponibile, in rapporto al Prodotto Interno Lordo è nettamente diminuita nel corso degli ultimi vent’anni, e alla diminuzione del reddito disponibile è seguita una diminuzione ancora più accentuata del tasso di risparmio. Nel 2011 il reddito disponibile delle famiglie, in rapporto al PIL, è diminuito al 66,6% rispetto al 74,1% nel 1991, mentre il tasso di risparmio delle famiglie, rispetto al reddito disponibile, è diminuito all’8,9% del reddito disponibile, dal 23,7% nel 2011: la diminuzione è stata molto rilevante e ha influenzato le caratteristiche e il funzionamento dell’economia italiana. La sequenza degli avvenimenti che spiegano il crollo del reddito e del risparmio delle famiglie è riconducibile a quattro manovre economiche di emergenza, il cui onere è ricaduto interamente sul bilancio economico delle famiglie: la manovra del 2012 è stata apparentemente analoga a quella del 1992, ma ha avuto conseguenze molto più immediate e pesanti sull’economia interna, causando una nuova forte recessione a distanza di soli tre anni dalla recessione ancora più pesante del 2009.

La nostra interpretazione è che esista una soglia critica del tasso di risparmio il cui superamento aumenta l’impatto moltiplicatore delle manovre di “austerity” le quali, in assenza dell’ammortizzatore del risparmio, si scaricano direttamente sui consumi. La ricchezza finanziaria, che invece è rimasta su livelli elevati, è tuttavia troppo concentrata perché possa rappresentare un fattore compensativo a livello macroeconomico: per questo motivo il livello di disuguaglianza dei redditi e dei consumi “conta”, così come è rilevante un sistema di welfare che sia in grado di assorbire in modo automatico crisi improvvise. Per comprendere la validità di questa ipotesi possiamo confrontare il tasso di risparmio dell’Italia con altri Paesi europei di analoga rilevanza, come nel grafico che segue, nel quale il confronto è fatto considerando, per ragioni di omogeneità, il tasso di risparmio delle famiglie consumatrici, analizzato sopra, sommato a quello delle famiglie produttrici: per l’Italia il livello del tasso si alza ma la dinamica è la medesima. Il tasso di risparmio delle famiglie in Italia è il più elevato nel 1995 e diminuisce in modo tendenziale fino al 2011. Il tasso di risparmio di Germania e Francia rimane invece costante al 15-16% per tutto il periodo, mentre per la Svezia si osserva una riduzione fino al 1999, dopo di che è iniziato un tendenziale aumento che ha portato a superare l’Italia nel 2011. Nel caso della Gran Bretagna invece la dinamica è simile a quella degli Stati Uniti, con una tendenziale diminuzione fino al 2007 e un parziale recupero dal 2008.

Se ci domandiamo quale sia la differenza istituzionale fra questi Paesi, la risposta è il sistema di welfare, molto efficace per quantità e qualità in Francia, Germania e Svezia e invece inefficace o debole in Italia e in Gran Bretagna, Paesi nei quali alcune responsabilità sociali dello Stato sono invece scaricate sulle spalle delle famiglie. In Italia e in Gran Bretagna lo Stato si comporta come se il meccanismo di mercato fosse in grado di rispondere sia alle ragioni dell’efficienza che a quelle dell’equità e non casualmente entrambi i Paesi sono caratterizzati dall’eredità culturale dell’uomo come unico percettore di reddito nella famiglia, mentre è oggi evidente che una famiglia in cui vi sia un solo percettore di reddito non è più in grado di garantire un adeguato tenore di vita. E infatti in Italia il tasso di risparmio delle famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano è più elevato di quello in cui un solo coniuge lavora: uno dei due coniugi può temporaneamente non lavorare per vari motivi, fra cui i principali sono la presenza di figli che, oltre un certo numero e in assenza del sostegno dei genitori, richiedono la presenza della madre, la quale quindi riuscirà al meglio a svolgere un lavoro part-time, mentre un secondo motivo è una situazione di disoccupazione involontaria che obbliga la famiglia a vivere con lo stipendio di uno solo dei coniugi. In questi casi un efficace sistema di welfare che entri automaticamente in funzione nelle situazioni di emergenza economica delle famiglie diventa essenziale: ciò è esattamente quanto si verifica in Francia, Germania e Svezia, il cui sistema di welfare, per quanto inadeguato, è comunque molto più efficace di quello esistente in Italia e Gran Bretagna, nello stabilizzare il reddito familiare nel tempo.

L’equità distributiva è quindi fondamentale nel garantire la crescita di un’economia e un sistema di welfare centrato intorno alla famiglia si dimostra essere molto efficace nel colmare l’incapacità del mercato di rispondere ai bisogni in assenza di un reddito.

 

Merito, bisogno e le obbligazioni sociali

Il meccanismo di mercato può produrre efficienza, rispettando alcuni vincoli istituzionali, ma non può rispondere a bisogni che non siano sostenuti da un corrispondente potere di acquisto, come può accadere nel caso di persone povere, anziani oppure minorenni e bambini. Il mercato che funziona è quindi il terreno sociale che consente di ricompensare i meriti ma non i bisogni: la domanda centrale che ci dobbiamo quindi porre è come i meriti possano essere conciliati con i bisogni, o l’efficienza con l’equità. La famiglia è l’istituzione elementare nel cui ambito, e a certe condizioni, il merito si può accordare con il bisogno: il motivo ha radici nella teoria delle scelte sociali.

Come già ha argomentato Kenneth Arrow nel 1951, la famiglia rappresenta la forma più elementare di scelta collettiva, che funziona sulla base di “standard comuni di valore di qualche tipo”. Come già aveva intuito Arrow, ed è poi stato dimostrato in anni recenti, il teorema di impossibilità delle scelte collettive è superabile quando le preferenze dei soggetti non siano troppo “distanti” fra di loro e ciò è proprio quanto ci si attende debba avvenire all’interno della vita di coppia che vada d’accordo. Una coppia stabile condivide di regola quel nucleo di valori comuni a cui Arrow faceva riferimento a proposito della famiglia: se accade che il marito preferisca la montagna e la moglie il mare, in una coppia che vada d’accordo non sarà difficile trovare un’intesa che soddisfi entrambi, come famiglia, ad esempio alternando gite e vacanze al mare con quelle in montagna.

In una famiglia, in cui uno o entrambi i genitori lavorano, le retribuzioni corrispondenti alle remunerazioni di mercato vanno a comporre un reddito familiare, che viene redistribuito all’interno della famiglia sulla base dei bisogni di ciascun componente e non certo dei meriti di mercato. Un bambino non può avere alcun merito legato al mercato, mentre una moglie che si assume l’onere di curare la casa e i figli, e a volte anche i genitori non autosufficienti, ha una responsabilità e un impegno ancora più rilevante di quello professionale, anche se non riconosciuto come merito dal mercato.

L’intuizione marxiana “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascun secondo i suoi bisogni” si realizza perciò all’interno delle famiglie che funzionano, mentre – contrariamente alle attese di Marx – l’estensione di questo principio dalla famiglia allo Stato ha incontrato limiti insuperabili nell’esperienza storica. Lo Stato non è una famiglia. La risposta all’apparente contraddizione dipende dalla mancata considerazione del vincolo degli incentivi, ma – in modo più profondo – è implicita nell’idea marxiana che il comunismo avrebbe rappresentato l’epoca della liberazione dai bisogni. Ma i bisogni considerati essenziali nel XXI secolo sono ben più ampi rispetto ai bisogni considerati essenziali alla fine dell’Ottocento. Se la sfera del merito è il dominio di un appropriato meccanismo di mercato, la sfera del bisogno è allora il dominio di un meccanismo di solidarietà sociale, come il Welfare State europeo o la Safety-net americana, sostenuti in modo essenziale da istituzioni quali la famiglia che, quando funziona, ricompongo al proprio interno le ragioni del merito con quelle dell’efficienza.

A livello macroeconomico questo processo corrisponde al problema di un possibile trade-off fra efficienza ed equità: l’argomento centrale è che una maggiore equità sociale potrebbe essere realizzata solo al prezzo di una minore efficienza economica. In concreto vi sono argomenti teorici ed evidenze empiriche che, a condizioni più qualificate, puntano invece in direzione opposta, di un suo possibile superamento, come può avvenire nel caso della famiglia.

È ormai acquisita l’idea che un incremento dei salari possa aumentare, anziché ridurre, la produttività, come accade in un Paese agricolo arretrato in cui all’aumento dei salari corrisponde una salute migliore, maggiore forza fisica e quindi più produttività: l’equità si può quindi accompagnare all’efficienza, anzi esserne la causa. Ma ciò vale anche nel mondo delle imprese nei Paesi avanzati, dove le indagini dimostrano con chiarezza come una corretta “giustizia procedurale” da parte del management favorisca la creazione di un clima di migliori rapporti fra i lavoratori, da cui dipende in modo decisivo il successo di qualunque impresa. La motivazione e la partecipazione dei lavoratori dipende in modo decisivo dal rispetto di regole percepite come “eque”, per gli aumenti di salario come per le progressioni di carriera.

Alla domanda se fosse meglio essere più temuto che amato Macchiavelli propendeva per il timore, ma nel mondo moderno la paura diventa anche obbedienza, un freno alla libertà di pensare al nuovo, un limite invalicabile all’assunzione di responsabilità collettive: nelle imprese del XXI secolo è meglio essere rispettato che temuto, ma il rispetto si fonda sulla stima, la fiducia, la correttezza dei rapporti, in una parola sull’equità. La ragione pratica dell’equità è un tacito processo deliberativo con cui ciascuno riconosce i meriti degli altri rispetto a quelli propri, e i meriti premiati diventano così anche un modello esemplare di comportamento di ciò che la società riconosce come meritevole di ammirazione.

La crisi finanziaria ha portato in primo piano la dimensione centrale dell’equità in rapporto al rischio e all’incertezza: la questione centrale è la seguente. Le scommesse sul futuro sono inevitabili perché dal loro successo dipende lo sviluppo umano, ma come per tutti i giochi è fondamentale che la scommessa sia “equa”: se a ciascuno dei 60 milioni di abitanti in Italia si richiede un contributo pro-capite per aumentare la probabilità di successo degli investimenti nella ricerca medica, tutti poi potranno accedere ai benefici delle nuove tecnologie, nel caso di successo. L’equità statistica è una guida centrale per consentire grandi scommesse sociali in nuova conoscenza.

Il nodo cruciale, sul piano dell’equità economica oltre che statistica, è che i giocatori conoscano il gioco. L’equità economica dipende, in questo caso, dall’equità informativa, cioè dal fatto che ogni parte sia a conoscenza di tutte le informazioni rilevanti per una decisione consapevole. Questa è proprio la condizione che è mancata negli anni che hanno preceduto la Grande Crisi, che dall’opacità informativa ha preso le mosse, per poi rapidamente trasformarsi in una generalizzata dissonanza cognitiva, con il credere che uno strumento finanziario, spesso nuovo, rappresentasse un successo economico sicuro, quando invece era fin dal concepimento predestinato al fallimento. La distribuzione delle informazioni fra le parti ha un ruolo decisivo nel loro successivo comportamento ed è anche la base per un “equo” indennizzo nei casi di scommesse senza successo. 

La distribuzione del rischio secondo criteri di equità, sociale e informativa, è uno strumento centrale per assorbire l’incertezza endogena dell’economia e attenuare l’impatto delle grandi crisi, vero banco di prova della stabilità del nostro sistema.

 

Il Welfare State: i nostri reciproci obblighi e i “creditori prioritari”

Il welfare state è un’invenzione sociale storicamente recente, che rispecchia l’evoluzione verso nuove forme istituzionali dei rapporti sociali, basate sul riconoscimento di appartenere a una medesima comunità, con reciproci obblighi di solidarietà ai quali ciascuno risponde con un proprio contributo, nella consapevolezza e aspettativa che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.

Il welfare state si fonda perciò sulla “conoscenza comune” di un medesimo comportamento che tutti si attendono da ciascuno e che ciascuno si attende da tutti. Le obbligazioni interne alla famiglia sono un esempio evidente dell’esistenza di una gerarchia di obbligazioni, sia legali che affettive: in condizioni normali, l’obbligazione di mercato ha una priorità sull’obbligazione interna, ma nei momenti di emergenza della vita familiare l’ordine di priorità si capovolge e le obbligazioni familiari vengono prima di quelle del mercato.

Se associamo a ogni obbligazione un creditore, ciò significa che non sempre è ragionevole che l’ordine di priorità dei creditori sia esclusivamente comandato dalle regole del mercato: è necessario un criterio di equità e ragionevolezza per individuare un equilibrio fra le ragioni del mercato, espresse in contratti formali, e le ragioni del bisogno e della solidarietà espresse dalle obbligazioni sociali, specialmente nel governo delle situazioni di emergenza. La nostra conoscenza del mondo, sia fisico che di relazioni umane, è spesso governato dalle crisi o dall’assenza, ed è così che ci rendiamo conto di possedere un muscolo quando ci duole, di aver bisogno di una persona quando ci manca, dell’importanza della pace quando c’è la guerra, ma anche del nostro bisogno di assistenza medica, e della sua importanza, quando ne abbiamo bisogno e invece ci manca.

Ciò che vale per un nucleo familiare vale anche, in modi diversi, per la famiglia umana, per la famiglia europea e per la famiglia di coloro con cui condividiamo da concittadini i medesimi valori nazionali. Esistono anche altri legami che ci legano a chi ci è vicino culturalmente, oltre che fisicamente, e la loro minor forza rispetto ai legami familiari è compensata dalla loro crescente densità, nello spazio e nel tempo, perché possiamo sentire obblighi reciproci che derivano dall’appartenere a una medesima nazione e dimostriamo di sentire obblighi anche nel confronto del passato, quando esprimiamo rispetto e ricordo per coloro che hanno contribuito a rendere il migliore il mondo in cui viviamo.

Il welfare state europeo è in realtà un mosaico di grandi aree di appartenenza culturale, quella dell’Europa del Nord, dell’Europa centrale, dell’Europa del Sud e la Gran Bretagna, ponte culturale, fra Europa e Stati Uniti. La Grande Crisi ha scosso anche il modello americano di welfare, la safety-net, e l’importanza dei reciproci obblighi nei momenti di grave crisi non è mai stato così consapevole e presente: la spesa pubblica per la safety-net americana, è in costante crescita, come rapporto rispetto al Pil, da almeno trent’anni, dal 9% nel 1980 al 15% nel 2011 (considerando solo la social security e i programmi federali Medicare e Medicaid). Con la Grande Crisi la disoccupazione di lunga durata negli Stati Uniti ha raggiunto livelli mai registrati dalla fine della Seconda guerra mondiale e, sia pur in modo ancora inadeguato, la rete di sicurezza è stata estesa per fare fronte all’emergenza.

In Europa la spesa per la protezione sociale – escludendo l’istruzione – rappresenta circa il 29% del Prodotto Interno Lordo dei Paesi dell’area euro e quindi la spesa per il welfare è la componente più strategica della politica fiscale, in particolare nel corso di severe crisi economiche, come è avvenuto nel 2009, quando la spesa reale pro-capite per la protezione sociale nell’area euro è aumentata automaticamente del +6,6%, mentre il PIL registrava una drastica diminuzione del -4,4%, per poi aumentare in misura inferiore (+0,7%) con la ripresa economica del 2010 (+2% del PIL): a livello aggregato la spesa per il welfare si è mossa perciò automaticamente in direzione anti-ciclica e keynesiana, assorbendo almeno parzialmente l’impatto economico dell’aumento della disoccupazione e della diminuzione del reddito familiare. L’effetto anti-ciclico non è stato tuttavia omogeneo fra i differenti Paesi: in Germania la spesa reale pro-capite per la protezione sociale è aumentata del +7,9% nel 2009, a fronte di una diminuzione del PIL del -5,1%, mentre in Italia la spesa pro-capite per la protezione sociale nel 2009 è aumentata in misura inferiore della metà (+3,4%), pur essendo la caduta del PIL ancora più elevata (-5,5%). La ripresa economica della Germania nel 2010 è stata, anche per questo motivo, molto più elevata di quella dell’Italia.

Se ci poniamo la domanda di quali siano le categorie di trasferimenti che hanno la maggiore efficacia, misurata come riduzione della povertà fra prima e dopo i trasferimenti sociali, il confronto fra tutti i Paesi europei dimostra come, non casualmente, l’efficacia sia molto più elevata laddove è più elevata la quota di spesa sociale per la famiglia e i bambini, la sanità e la disabilità.

I sistemi di welfare influiscono perciò in modo decisivo su una forma di equità che è a fondamento di tutte le moderne democrazie liberali, e cioè lo sforzo di garantire una condizione di uguaglianza di opportunità alla “partenza”. La domanda cruciale è, naturalmente, in quale momento della vita si debba collocare il nastro della partenza. L’uguaglianza sarebbe solo nominale se il nastro fosse collocato alla maggiore età, cioè dopo i 18 anni, perché a quell’età le caratteristiche centrali di un giovane sono già formate. Il nastro deve invece essere collocato almeno al momento della nascita, ed è in base a questa consapevolezza, forse intuitiva, che negli Stati Uniti è stato creato un programma federale dedicato alle madri e i bambini con basso reddito (Women, Infants, and Children – WIC), nel tempo rivelatosi come uno dei più efficaci.

Si tratta di un programma che tocca al cuore il funzionamento delle moderne democrazie, perché tutti gli studi psicologici documentano come i tratti centrali delle qualità fisiche, cognitive e comportamentali dei futuri cittadini si modellano nei primi cinque anni di vita, al più dieci. L’equità distributiva nei primi dieci anni di vita si traduce in risorse che hanno le caratteristiche di investimenti irreversibili e coinvolgono due fondamentali agenzie formative, i genitori e la scuola. I nostri reciproci obblighi nei confronti dei futuri cittadini dovrebbero avere perciò la forma di una priorità assoluta dei “crediti” dei giovani, se, quando la classe politica dichiara di avere un debito nei loro confronti, crede davvero in ciò che afferma.

La categoria dei creditori prioritari riguarda altresì le persone “sfortunate”, che pur avendo partecipato con correttezza alle scommesse sociali, ne sopportano senza alcuna colpa le eventuali conseguenze negative: così come avviene per chiunque riceva in eredità, senza sua colpa, un DNA difettoso. Una comunità ha obblighi naturali verso chi non può pienamente partecipare alla vita economica e sociale a causa di disabilità: anch’essi sono creditori prioritari.

Se dovesse prevalere il credito del più forte ciò significherebbe rinunciare al cemento sociale di reciproche obbligazioni fondate sula solidarietà; la storia ci ricorda come il prevalere dei creditori forti è raramente la premessa di uno sviluppo equilibrato e sostenibile.