Quadrimestrale di cultura civile

Per un Made in Italy sociale

di Corrado Passera / Ministro dello Sviluppo economico

Nella lettera con la quale mi chiedeva di esprimere un mio contributo a questo numero di Atlantide, Giorgio Vittadini ha scritto fra l’altro: «L’ipotesi che ci guida è che un programma di cambiamento che non ci allontani dall’Europa e da uno stato di reale democrazia e libertà deve rimettere al centro la persona, come singolo e nelle formazioni sociali in cui si esprime il desiderio di ciascuno di costruire un autentico bene comune».

Sono proprio d’accordo, e interpreto la frase come un invito a parlare di società civile e di terzo settore, un tema che ho sempre coltivato, convinto come sono che nello sviluppo di un non profit moderno, che significa forte della sua storia, rispettato dagli stakeholders e reso più efficiente, l’Italia troverà una fonte decisiva di tenuta sociale e di occupazione pregiata: giovani, donne, Sud.

 

Persona al quadrato

Comincio col dire che questa dimensione della vita civile, con l’economia che essa esprime, è forse in Italia il massimo generatore di protagonismo della persona, perché impiega le capacità dell’uomo – in modi che continuano a sorprendermi ogni giorno – al servizio dell’uomo. Per usare i termini di Vittadini è «persona al quadrato», con una focalizzazione sui valori irrinunciabili e con una pienezza di creatività che sono le vere ragioni della sua resilienza e di una straordinaria virtù civico-economica: quella che, ad esempio, ha portato le cooperative sociali italiane a sviluppare 17.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo triennio, con un aumento relativo di oltre il 5%. Un eccezionale merito dal punto di vista strettamente occupazionale, che commento da Ministro dello Sviluppo economico, tenendo per un attimo da parte le considerazioni morali e l’ammirata riconoscenza che provo come cittadino.

Proprio in questo doppio giudizio sono contenute la grandezza e la servitù del nostro non profit: il suo ignorato essere parte vivissima del nostro sistema produttivo e il suo celebrato vivere nell’enclave del Bene, una riserva indiana di belle persone e di buoni sentimenti, un cono di luce che si rivela più soffocante di un cono d’ombra. Chi legge Atlantide ha certamente un’idea più completa e informata sul terzo settore, e sa bene da dove proviene la sua resilienza. In primo luogo, dal trattare bisogni maggiori e reali; poi, dall’applicarsi a produzioni non delocalizzabili; infine, dall’impiegare nel ciclo produttivo la gratuità: il volontariato, che è gratuità di lavoro, e la donazione, che è gratuità di denaro.

È veramente un’occasione perduta il fatto che questo “ecosistema” umano, che in Italia ha un “installato” di 250.000 organizzazioni e una forza di 6 milioni di partecipanti fra volontari e retribuiti, al servizio di 37 milioni di concittadini, sia sostanzialmente rimasto fuori dai giochi. E persino senza casa, dato che lo si è declassato dal livello di un’Agenzia per il non profit (comunque insufficiente) a quello di un ufficio presso il Ministero del Welfare. Già da qualche anno in Francia si è seguita la strada opposta, portandone il governo a dignità di Junior Ministry “per l’economia sociale e solidale” presso il Ministero dell’Economia.

 

Una nuova stagione per le non profit?

Un altro esempio: come ministro mi sono molto impegnato perché la Pubblica Amministrazione si scrollasse di dosso la responsabilità di essere pessima pagatrice verso i propri fornitori; una tara che rende meno credibile lo Stato nell’esigere dai cittadini l’osservanza di qualunque regola o contratto. Tutti sanno ormai bene che quel debito è stimato in oltre 70 miliardi, ma pochi sono al corrente che forse quasi metà pesano sulle spalle delle non profit, per servizi che vanno dall’assistenza sociosanitaria alla cultura, dall’housing sociale alla tutela ambientale. È un effetto del cono di luce/ombra di cui parlavo. Adesso, però, con il rientro progressivo della PA e con la certezza della futura regolarità di pagamento, per le non profit comincia una nuova stagione: più che alla sopravvivenza, quelle organizzazioni potranno pensare allo sviluppo, che ha prospettive gigantesche. Il loro credito verso le – poche – banche disposte sinora a servirle cambierà da anticipazione (buffa parola, quando significa indebitarsi per tamponare ritardi di pagamento di 1000 giorni!) a progettazione, incluso il project financing.

Ne so qualcosa per non aver mai perduto i collegamenti con Banca Prossima, che oggi offre prevalentemente credito di anticipazione, e che attende quel momento per mettere alla prova sui progetti la propria capacità di valutazione della sostenibilità che oggi la fa forte di un “incredibile” 99,3% di credito in bonis. Banca Prossima prepara quell’appuntamento con una serie di strumenti finanziari per abbattere il costo del credito: “Terzovalore”, che ha già consentito a centinaia di cittadini di prestare denaro alle non profit con garanzia di non perdere il capitale; le obbligazioni sociali, che consentiranno di creare provvista a costi bassissimi, così da trasferirne l’intero beneficio alle ONP.

 

L’importanza di un quadro normativo

Ho fatto riferimento a una piccola banca piena di grandi idee, non solo per affetto. Mi è tuttavia chiaro, specie nella mia veste attuale, che non sarà una banca, e neanche un sistema di banche, a dare al terzo settore le ali che merita e che il Paese chiede con urgenza drammatica. Dovrà esserci mobilitazione istituzionale. Dobbiamo recuperare il ritardo accumulato verso altri Paesi – Regno UNito su tutti –  nella messa a disposizione di un quadro normativo come il Social value act, che trasforma la committenza pubblica in un motore di creazione di valore sociale. Servono nuovi strumenti di finanza come i social impact bond, che sono una soluzione da prendere e da importare, con la certezza che faranno la differenza, proprio perché atterreranno sulla pista di un terzo settore che, per dimensione e innovazione, non teme confronti al mondo.

L’Italia che verrà, bella etichetta sulla quale oggi più che mai mi piace progettare e impegnarmi, saprà valorizzare il suo terzo settore, che è una forma di Made in Italy sociale non inferiore alla meccanica, all’agroalimentare, alla moda. Il mondo ce lo riconosce: consorzi italiani “esportano” (perfino in Inghilterra!) l’idea e le tecniche delle cooperative di tipo B; il percorso di inserimento lavorativo nelle carceri italiane (Giotto a Padova o ABC a Milano) può essere di una qualità altissima; Vidas e Ant sono associazioni leader mondiali sul tema del fine vita; cooperative italiane si inventano lavori che prima non esistevano, come i servizi di supporto al recupero tributario, e li svolgono con efficienza e civiltà. Eccellenze a parte, ognuna sa praticare il cambiamento come poche imprese for profit, spostandosi da settori maturi ad altri che ancora non si sono aperti. Tutte o quasi tutte, nonostante tutto, tengono duro e molte riescono anche a crescere.

Qualunque cosa mi sarà dato di fare, intendo supportare questo processo.