Il profilo per molti versi inedito dell’attuale crisi – che da finanziaria si è fatta economica e da economica si è fatta sociale, fino a toccare la sfera politica – sollecita la necessità di trovare idee nuove e soluzioni non convenzionali per tenere insieme il tessuto sociale e produttivo del Paese. Serve una visione condivisa di futuro che, per quanto al momento sembri difficile da immaginare, rappresenta l’unica via per superare la fase che stiamo attraversando. L’entità della posta in gioco è infatti altissima e la tensione al cambiamento che si percepisce in queste settimane, lo conferma.
Una tensione che, in qualche modo, somiglia a quella che si respirava all’indomani del secondo dopoguerra. Allora – dopo cinque anni di conflitto e con un fardello pesantissimo di distruzioni e lutti sulle spalle – economia, politica e società civile si impegnarono in un unico “cantiere” il cui orizzonte era realizzare un ideale di benessere diffuso. C’era da rimettere al lavoro un Paese diviso e la via individuata fu quella dello sviluppo economico, da conseguire allargando le opportunità di partecipazione alla vita sociale, all’ombra di un nuovo patto democratico. Rispetto a settant’anni fa, l’Italia di oggi ha alle spalle cinque anni di crisi economica e sociale durissima durante i quali in molti – a partire dagli imprenditori – si sono sentiti “in guerra” con un nemico inafferrabile come la finanza e la speculazione internazionale. E “prigionieri” di un Paese bloccato da una diffusa inefficienza della macchina pubblica e dalla cristallizzazione dei meccanismi di avanzamento sociale che mortificano le sue energie migliori.
Oggi come allora, la via alla “ricostruzione” passa per la liberazione delle risorse più preziose del Paese: le persone con le loro idee e le loro capacità. Da rimettere in moto rivedendo e riformando regole e meccanismi del vivere insieme. Sapendo che la crisi in atto non è come le altre, ma è piuttosto un modo di essere di un sistema in continua evoluzione per gestire il quale è indispensabile realizzare un profondo mutamento nelle regole e nei comportamenti di tutti gli attori in gioco.
Segnali positivi
Per il mondo delle imprese questo significa portare a compimento un processo di “manutenzione straordinaria” del nostro intero apparato produttivo, che abbia per obiettivo da un lato la modernizzazione delle imprese nei settori manifatturieri – da cui dipende il successo del nostro export – e dall’altro la diffusione dell’innovazione tra le imprese che offrono servizi di mercato: commercio, turismo, servizi alle imprese e alle persone. Un processo indispensabile per restare competitivi e da realizzare con scelte coraggiose e moderne; dando più spazio alla sussidiarietà, alla cooperazione, al terzo settore secondo una logica improntata alla sostenibilità sociale e ambientale degli interventi. Un percorso impegnativo ma possibile. Dal punto di osservazione delle Camere di commercio si avvertono ormai da alcuni anni – proprio quelli della crisi più dura – segnali positivi che indicano come una stagione nuova di sviluppo del Paese sia già alle porte. Una stagione in cui si possa produrre con una nuova visione del ruolo dell’Italia nel mondo, mettendo al centro la qualità delle idee e delle persone attraverso l’impresa.
Pure nella crisi durissima che stiamo vivendo, la vitalità imprenditoriale si conferma infatti un punto di tenuta straordinario del Paese. I dati sulla natalità e mortalità delle imprese continuano a mostrare ancora oggi un saldo positivo, anche se più contenuto rispetto al passato. Lo scorso anno, 170mila nuovi imprenditori hanno deciso di mettersi in proprio non tanto – e non solo – spinti dalla necessità di autoimpiego ma anche per mettere a frutto esperienze e saperi costruiti nel tempo, con l’idea fondata di poter costruire qualcosa di valido. Persone per cui “l’impresa” rappresenta un progetto di vita che non ha mai come unico scopo l’arricchimento. Ma che svolge un ruolo di collante civile cruciale per integrare e amalgamare persone e culture, per mettere insieme lavoro, capitale e tecnologie e aprire così strade nuove nella ricerca del benessere individuale e collettivo.
Grazie a persone come queste, in tutti questi anni, è stata garantita la tenuta complessiva di quel modello di sviluppo, tutto italiano, fondato su una imprenditorialità diffusa che fa sintesi tra territori e globalizzazione, interagendo e integrandosi in modo efficace – nei distretti prima, nelle filiere produttive e nelle reti d’impresa oggi – con il modello della grande impresa. Ma, soprattutto, un modello che – nella misura in cui è stato condiviso e praticato – è riuscito a garantire al Paese un’identità collettiva, fondata su valori come la solidarietà, l’onestà, lo spirito di sacrificio, il rispetto delle istituzioni e della cosa pubblica, la tolleranza, la fiducia reciproca.
Come ha scritto Giulio Sapelli, questo è il momento di riscoprire le nostre virtù civiche e praticarle. E di stabilire «un nuovo patto tra i produttori, sorretto dalle autonomie funzionali per la legalità e la crescita economica» (In G. Sapelli, Chi comanda in Italia, ebook). L’Italia è una grande economia perché ha generato, nei secoli, imprenditori straordinari, mercanti, artigiani, artisti. Persone che, nelle crisi, hanno saputo vedere nuove opportunità per intraprendere, nuove risorse per crescere. Anche oggi tra noi ci sono migliaia di persone così, che aspettano solo di essere riconosciute e che gli si lasci un po’ di spazio. Altre ancora potrebbero aggiungersi a loro. A condizione di ridare vita a quei luoghi in cui un giovane può coltivare il sogno di diventare – un giorno – imprenditore. Le comunità, i territori, la famiglia, la scuola, i luoghi del vivere quotidiano: è qui, e non dalle Business school, che nascono i valori che ci accompagnano per tutta la vita. È qui che ha le sue radici anche il valore economico dell’impresa.
L’Italia ha bisogno di riattivare questi luoghi, questi territori, riducendo le contrapposizioni e i particolarismi. Solo così si possono creare gli spazi per fondare il nuovo patto che serve all’Italia. Celebrando i centocinquant’anni dell’Unità di Italia – e dell’istituzione delle Camere di commercio – abbiamo visto quanto sia stato importante, nella nostra storia, condividere un obiettivo comune e crederci; e il ruolo determinante che le classi produttive hanno svolto per raggiungerlo. Oggi l’impresa deve recuperare quel ruolo e quella centralità nel disegnare il futuro del Paese, con l’aiuto di riforme profonde e coraggiose, certo, ma anche attuando tante norme rimaste sulla carta.
Le proposte per il nuovo Governo
Nell’imminenza della campagna elettorale per il nuovo Parlamento, abbiamo elaborato e presentato un’agenda di proposte sottoscritte dal sistema camerale e dal mondo associativo che resta ancora più valida all’indomani dell’apertura delle urne. L’obiettivo, primo e urgente, del nuovo Governo deve essere quello di rimettere al centro dell’azione politica le imprese e il lavoro, riducendo su entrambi i fronti la pressione fiscale, in linea con le più competitive economie europee. In questa strategia, un ruolo centrale dovrà giocarlo la promozione di nuove imprese a elevato contenuto occupazionale e tecnologico, dando priorità al Mezzogiorno, ai giovani, alle donne e all’imprenditoria sociale.
In questa prospettiva, le riforme e i provvedimenti che auspichiamo per l’Italia che verrà, hanno in comune l’allargamento degli spazi per l’iniziativa che sorge dai territori e dalle comunità locali e un parallelo restringimento del perimetro di intervento dei diversi livelli di governo, per limitarlo alla creazione e manutenzione di un contesto normativo leggero, coerente e solidale. Il manifesto che abbiamo elaborato tocca sette punti che per le imprese rappresentano condizioni indispensabili per tornare a crescere.
Il primo riguarda il rapporto tra cittadini e territorio, un bene preziosissimo che va tutelato – conservandolo – ma anche promosso, mettendolo al servizio di uno sviluppo sostenibile. Per questo chiediamo di rimettere in moto gli investimenti pubblici attraverso un più ampio coinvolgimento del risparmio privato, anche grazie a sistemi di incentivazione fiscale, con particolare attenzione a una politica di sistema per le infrastrutture locali, a torto definite “minori” e invece strategiche per lo sviluppo della mobilità e del turismo.
Per rilanciare l’impresa serve anche riformare l’approccio al tema della finanza per lo sviluppo. Dare credito alle imprese è essenziale e oggi occorre uno scatto in avanti sia in termini di nuove modalità dedicate alle piccole e medie imprese – capaci di fare leva sul micro-credito e sul finanziamento diffuso (equity e crowd-funding) – sia rivedendo profondamente il funzionamento della macchina pubblica, per sbloccare i pagamenti dovuti dalla Pubblica Amministrazione alle imprese.
Un terzo fronte è quello della competitività internazionale del nostro sistema produttivo. Dopo anni di false partenze, sta prendendo forma un nuovo sistema della promozione dell’Italia nel mondo, in cui le istituzioni potranno avere più spazi per collaborare secondo le proprie specificità, anziché competere tra loro. Le imprese chiedono a questo sistema di supportarle, almeno come i loro competitor. Come sistema camerale abbiamo posto l’obiettivo ambizioso di incrementare il numero delle imprese esportatrici e innovatrici, soprattutto nel Sud, portandone altre 20mila – oltre alle 180mila che già lo fanno – sui mercati globali. È un traguardo raggiungibile, a patto di far prevalere lo spirito di servizio ai personalismi.
Abbiamo poi chiesto con forza di superare il paradosso del disallineamento fra domanda e offerta di lavoro, rilanciando la formazione tecnica e professionale, l’alternanza formazione-lavoro e l’apprendimento in impresa sul modello tedesco, accompagnando le scelte formative e professionali dei giovani e dei lavoratori disoccupati provenienti da settori non più competitivi.
Rimettere in moto le competenze, valorizzarle, è una sfida da vincere a tutti i costi. E lo possiamo fare solo assecondando le indicazioni delle imprese più dinamiche, che mostrano ormai di puntare decisamente sulla green economy. Un concetto che in Italia significa favorire il cambiamento e lo sviluppo sostenibile del manifatturiero, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio e dei servizi, con una grande tensione a valorizzare il patrimonio culturale e turistico dei territori.
Affinché tutto questo coinvolga un numero sempre maggiore di cittadini e di imprese – e possano aumentare le opportunità di occupazione per giovani altamente qualificati – è indispensabile una rapida e capillare attuazione dell’Agenda digitale. Un tema su cui le Camere di commercio sono al lavoro per sostenere l’ammodernamento non solo delle città e delle grandi aree urbane, ma anche la copertura effettiva di larghe aree del territorio nazionale ancora affette dal digital divide.
Ultimo – ma non ultimo – deve essere mantenuto alto l’impegno a rendere la vita delle imprese sempre più semplice, certa nei tempi e meno costosa nei rapporti con la burocrazia. Intensificando la diffusione delle nuove tecnologie nella Pubblica Amministrazione; mettendo in campo iniziative di contrasto costante all’organizzazione burocratica dei servizi; continuando nell’azione di delegificazione; ridando vigore alla mediazione civile per ridurre un contenzioso che rappresenta uno degli ostacoli principali alla competitività e attrattività del nostro sistema economico.
L’esito elettorale ha messo in evidenza nel modo più eclatante e per alcuni inaspettato – vista la trasversalità con cui ha toccato blocchi sociali e ideali – una fortissima esigenza di cambiamento, diffusa tra milioni di cittadini e radicata in ogni angolo del Paese. È visibile una crescente domanda di spazi di partecipazione nella costruzione di un presente diverso, fatto di maggiori opportunità per tutti e in cui il perimetro dei privilegi e delle rendite di posizione venga ridotto drasticamente.
Aldilà di ogni altra valutazione, credo sia indispensabile da parte di chi ha una qualsiasi responsabilità – come privato cittadino, come imprenditore, come titolare di un incarico pubblico – dare risposte credibili a questa domanda di cambiamento, mettendo a valore la disponibilità e la voglia di tanti cittadini ad esserne protagonisti.