L’economia italiana è avvitata in una crisi senza precedenti nel Dopoguerra. Una doppia recessione ha investito tutta l’Eurozona, ma in Italia ha aggravato una malattia di lunga data, che si chiama cronica mancanza di crescita: nel 2013 il reddito per abitante è tornato ai livelli del 1997 e il divario con il resto dell’Eurozona si è ampliato di 14 punti percentuali dal 1995. Tarda ancora a manifestarsi un recupero della produzione e resta alta l’incertezza politica.
Se le cause di questa situazione sono molteplici, anche le risposte devono agire su più fronti e diversi orizzonti temporali. Sono necessarie una terapia shock, in grado di ridare ossigeno all’economia immediatamente, prima che smetta di respirare; e una cura di riforme di lungo periodo che le permettano di tornare a camminare, anzi a correre, sulle proprie gambe. Il cuore pulsante del sistema, su cui l’intervento deve essere centrato, è il settore manifatturiero: ogni incremento nella sua attività ne genera uno ancora superiore negli altri settori. E dove esso batte più forte, sono maggiori la ricerca e l’innovazione, che costituiscono i mattoni del potenziale di crescita futura. È su questa logica che si basa il Progetto Confindustria per l’Italia.
Il destinatario della proposta è la politica, che troppo a lungo non è stata capace di compiere vere scelte di indirizzo, ma oggi è chiamata al ruolo di guida che le compete. La politica deve assumersi le proprie responsabilità, come hanno fatto le parti sociali e tutti i cittadini a costo di grandi sacrifici. Gli elettori hanno lanciato un allarme ai loro rappresentanti, imponendo un cambio di passo che è mancato nel corso della campagna elettorale: la capacità di trasmettere una visione di lungo periodo, formulare proposte concrete di riforma e il coraggio di metterle subito in pratica.
La crisi costituisce una frattura strutturale che riguarda il comportamento degli operatori e il funzionamento dell’economia. Le famiglie hanno scoperto di essere meno ricche, anzi, una quota rilevante di persone è a rischio povertà o esclusione sociale (il 28,2% nel 2011, contro il 19,9% in Germania e il 19,3% in Francia); le prospettive di reddito futuro sono deboli e incerte; la ricchezza è ridotta dalla contrazione delle quotazioni mobiliari e immobiliari. Di conseguenza, mentre nel 2008-2009 esse avevano reagito alla caduta del reddito disponibile riducendo il tasso di risparmio per difendere il proprio standard di vita, dalla seconda metà del 2011 hanno invece tagliato drasticamente i consumi (-4,3% nel 2012).
Per le imprese il crollo della domanda interna e di quella nell’Eurozona, dove è diretto il 43% delle esportazioni, ha creato un’ampia quota inutilizzata di capitale e bassi margini operativi; esse quindi hanno contratto i piani di produzione presente e futura e rimandato molti investimenti, riducendo così inevitabilmente la qualità del capitale e la competitività internazionale.
Le banche, infine, che hanno subìto per prime la crisi e ridotto di conseguenza il credito (dando il via alla recessione), non allentano il credit crunch sia per la loro situazione strutturale sia per i timori sull’andamento dell’economia. I prestiti alle imprese sono scesi del 4,8% a dicembre 2012 dal picco di settembre 2011; sono aumentate le richieste di garanzie, accorciate le scadenze e cresciuti a livello record i margini di interesse, soprattutto per le aziende più piccole. Il 28,6% delle imprese prevede liquidità insufficiente nel primo trimestre 2013.
È la fotografia di un equilibrio perverso, in cui i fattori di debolezza si autoalimentano. Il sistema è a rischio avvitamento. La disoccupazione, figlia della recessione, è il segnale più evidente della crisi. Dal 2007 l’occupazione è diminuita di 1,5 milioni di unità e si ridurrà ancora nel 2013; il tasso di disoccupazione è raddoppiato (all’11,7% in gennaio), anche per l’aumento del numero di persone che cercano attivamente lavoro.
Salvare la base industriale
Ancora più indicativa della gravità della crisi, che si innesta sul declino intrapreso da tempo, è la caduta dell’attività industriale. La produzione è calata di un quarto dal 2007, raggiungendo nella media 2012 il livello più basso dal 1990. In alcuni settori è scesa più del 40% dal 2007. Sia chiaro, l’industria è tuttora l’anima attorno a cui ruota tutto il sistema produttivo del “made in Italy”, dall’agricoltura, al turismo, ai servizi. Ma oggi è in grande difficoltà: l’incertezza dei mercati, il calo dei consumi e la caduta della produzione mettono a rischio concreto di distruzione una parte della base industriale.
Che fare? Non esistono scorciatoie: l’adesione all’euro preclude il ricorso a svalutazioni competitive. D’altra parte, grazie a essa abbiamo beneficiato di condizioni favorevoli altrimenti impensabili: l’apertura al mercato unico, la stabilità dei prezzi, la forte riduzione dei tassi di interesse. L’Europa ci permette di mantenere un ruolo importante nel nuovo equilibrio globale. La strada è a senso unico: i costi di un’uscita dall’euro sarebbero enormi, anche per le economie più forti come la Germania. E poi l’Italia ha già pagato il prezzo dell’aggiustamento dei conti pubblici, che vanno verso il pareggio al netto della congiuntura. Non dobbiamo fare altre manovre, mentre è urgente intervenire a saldi invariati per rilanciare la competitività e gli investimenti.
È necessaria una terapia d’urto: tagliare i costi delle imprese, aumentare la produttività, rilanciare gli investimenti e accelerare l’internazionalizzazione. Gli strumenti di applicazione immediata sono molteplici: la riduzione del cuneo fiscale e del costo dell’energia; la liquidazione dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione; gli incentivi agli investimenti privati e il rilancio di quelli pubblici; la promozione dell’export; il sostegno ai redditi più bassi. La loro copertura finanziaria comprende: il taglio del 5% in cinque anni della spesa pubblica corrente primaria, anche tramite la soppressione delle province e l’accorpamento dei Comuni; l’estensione agli enti territoriali dell’obbligo di ricorrere alle convenzioni Consip per gli acquisti di beni e servizi; l’aumento delle aliquote Iva ridotte; la diminuzione degli incentivi alle imprese; il potenziamento della lotta all’evasione; la diminuzione dell’Irpef per i redditi bassi da lavoro dipendente.
La cura va necessariamente somministrata per intero: non si può prenderne un pezzo e scartarne un altro. L’effetto complessivo degli interventi determina, secondo le simulazioni del Centro Studi Confindustria, una riduzione dell’indebitamento della Pubblica Amministrazione nell’arco di cinque anni, anche grazie alla migliore dinamica dell’economia.
Molti temi richiedono un approfondimento, in un’ottica che si fa inevitabilmente più ampia e include riforme di lungo periodo, a cominciare da quella fiscale. Proponiamo di ridurre l’Irap, eliminando il costo del lavoro dalla base imponibile, e tagliare gli oneri sociali sulle imprese manifatturiere. Diminuire l’Irpef per i redditi bassi e aumentare i trasferimenti agli incapienti: l’effetto di stimolo ai consumi più che bilancia quello negativo derivante dall’aumento dell’Iva. Tutto il sistema fiscale per le imprese deve essere più leggero e semplice ed evitare differenziazioni distorsive sulle fonti di finanziamento, portando al 23% sia l’aliquota Ires sia l’imposta sostitutiva sulle rendite finanziarie. Bisogna poi sostenere l’accesso al credito delle piccole e medie imprese rafforzando gli strumenti già disponibili come il Fondo di garanzia.
Più peso all’innovazione
Nel new normal della finanza, con la ricapitalizzazione delle banche e l’unione bancaria europea, i prestiti bancari avranno minore peso per le imprese. Esse devono avere accesso ad altri canali di finanziamento a lungo termine. Si tratta di rendere più efficaci gli strumenti individuati da tempo: il capitale proprio (private equity e strumenti ibridi di capitale) e le cartolarizzazioni, specialmente relative ai prestiti alle piccole/medie imprese.
Data l’attuale carenza di liquidità e credito non possono mancare alle imprese i pagamenti della Pubblica Amministrazione; che si deve adeguare subito alla nuova direttiva europea che obbliga a saldare le fatture entro 30, al massimo 60 giorni. Confindustria propone come misura cardine il pagamento immediato di 48 miliardi di debiti pregressi. Il confronto con i nostri competitor è impietoso: nel 2012 la durata media dei pagamenti della Pubblica Amministrazione è stata di 180 giorni in Italia, 65 in Francia, 36 in Germania. L’incertezza dei pagamenti pesa di più per le aziende piccole e innovative, come le start-up: i Paesi dove i pagamenti, anche tra imprese stesse, sono più rapidi, come quelli scandinavi, ottengono le migliori performance di innovazione.
Un altro costo penalizzante per le imprese è quello energetico: bisogna ridurre subito del 30% le componenti para-fiscali della bolletta. Poi c’è la necessità di potenziare l’export, soprattutto verso i Paesi emergenti, resa urgente dalla mancanza di domanda interna. Lo strumento principale è aumentare la competitività di costo, tramite la riduzione del cuneo fiscale. Altrettanto importante è la promozione dell’internazionalizzazione, raddoppiando le risorse dell’Ice e cogliendo appieno l’opportunità di Expo 2015. Fiere, grande distribuzione, cultura, turismo, immigrazione e cinema possono aiutare le aziende a entrare nei mercati emergenti. Poi le piccole/medie imprese devono allearsi, mettersi in rete, per avere la “stazza” necessaria a presidiare i mercati più promettenti. La sfida si gioca sulla capacità di innovare: le imprese di dimensioni maggiori e ad alta intensità tecnologica adottano strategie più articolate e incontrano meno ostacoli all’espansione dell’export.
La chiave è sempre l’innovazione, che passa a sua volta attraverso maggiori investimenti, privati e pubblici. Bisogna introdurre un credito di imposta strutturale del 10% sugli investimenti in R&I, prevedere incentivi per quelli in beni strumentali e benefici fiscali per le imprese che si mettono in rete, realizzare il Piano casa per sostenere quelli residenziali. Gli investimenti pubblici devono potenziare le infrastrutture, la difesa del territorio e del patrimonio edilizio. Va infine sviluppata la collaborazione tra pubblico e privato, come accade in Germania, Francia e Stati Uniti, dove, per esempio, l’amministrazione progetta un network di 15 hub manifatturieri, in cui capitale e conoscenze pubblici e privati fanno sistema per produrre avanzamenti della frontiera tecnologica.
Ricerca e innovazione necessitano di una forza lavoro altamente qualificata. Per questo la competitività, nel lungo termine, si gioca sull’istruzione. Va riformato il sistema scuola-università, attraverso l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la liberalizzazione delle tasse universitarie, il potenziamento delle borse di studio e l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro negli istituti professionali. E va favorita l’immigrazione altamente qualificata per attrarre il talento dall’estero.
Tocco per ultimo un tema a me caro, quello della burocrazia, che impone lacci e laccioli all’imprenditorialità. Bisogna riorganizzare la Pubblica Amministrazione e semplificare le procedure burocratiche. Occorre ripensare lo stesso ruolo pubblico nell’economia di mercato: va creata una governance coordinata e snella, riducendo i livelli di governo, tagliando i costi della politica, assicurando qualità delle regole e dei servizi a imprese e cittadini.
La difficoltà di fare impresa in Italia è sintetizzata dalla 73a posizione nel Rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, contro la 34a della Francia, la 20a della Germania, la 7a del Regno Unito e la 4a degli Stati Uniti. L’Italia deve tornare a essere un Paese che attrae investimenti, interni ed esteri.
Questa è la visione di futuro che Confindustria propone con convinzione. Si incentra sul manifatturiero, motore di crescita di tutta l’economia e di benessere per le famiglie, tramite la creazione di posti di lavoro più qualificati e retribuiti. I nostri competitor l’hanno capito, puntando su una moderna politica industriale: chi da tempo, come Germania e Francia, chi più recentemente, penso agli Stati Uniti e al Regno Unito. In Corea sta addirittura nascendo un nuovo ministero dedicato alla tecnologia e alla pianificazione del futuro.
Non possiamo più rimanere indietro. Solo con una poderosa ripresa del manifatturiero, che deve puntare a rappresentare il 20% del Pil, dal 16,7% nel 2011, l’economia italiana può tornare a crescere a un tasso sostenuto di almeno il 2% annuo.