Quadrimestrale di cultura civile

Giovani, educazione, crescita

di Ignazio Visco / Governatore della Banca d’Italia

Il tema è centrale, ma certamente non nuovo. Cercherò di riprendere il filo di considerazioni che ho già svolto in passato1, calandole in un contesto oggi divenuto ancor più difficile.

Vorrei partire proprio dalla situazione attuale e dalle difficoltà del mercato del lavoro. I giovani sono tra quelli gruppi che hanno sofferto maggiormente la crisi innescata dalla “grande recessione”, nelle economie avanzate come in quelle emergenti. Tra il 2007 e il 2011, nell’area dell’OCSE, il tasso di occupazione è calato di quasi un punto percentuale nella classe di età 45-54 anni (da 76,6 a 75,7 per cento), ma di oltre due punti tra i giovani tra 25 e 34 anni (da 75,5 a 73,3 per cento) e di quasi quattro tra quelli tra 15 e 24 anni (da 43,2 a 39,5 per cento). Sono stati colpiti in misura più pronunciata i maschi, con un calo nella fascia di età 15-34 anni di oltre quattro punti percentuali, ma anche le donne più giovani, tra 15 e 24 anni, tra le quali la diminuzione è stata di tre punti.

 

Giovani e mercato del lavoro

Questi andamenti sono stati ancor più accentuati in Italia. Il tasso di occupazione dei maschi tra 15 e 34 anni si è ridotto, tra il 2007 e il 2011, di 7,4 punti percentuali (da 59,0 a 51,6 per cento), un calo più che doppio rispetto a quello nella classe di età 45-54 anni (da 89,3 a 86,4 per cento); tra le giovani donne il calo è stato di 4,6 punti percentuali (da 42,4 a 37,8 per cento), rispetto a un incremento di 1,5 punti tra le donne di 45-54 anni (da 56,9 a 58,4 per cento). Nel secondo trimestre del 2012 il tasso di occupazione è diminuito ulteriormente rispetto a un anno prima per i maschi di entrambe le classi di età, è rimasto stazionario per le donne giovani ed è ancora aumentato per quelle tra 45 e 54 anni.

A settembre del 2012 il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni era più che triplo rispetto a quello della popolazione tra 15 e 64 anni (35,1 e 10,8 per cento, rispettivamente) e in aumento di quasi 5 punti percentuali rispetto a un anno prima (contro 2 punti per la popolazione 15-64 anni).

L’andamento negativo dell’occupazione nel corso della recessione ha aggravato una condizione del mercato del lavoro giovanile già difficile da molti anni. Crescente instabilità lavorativa, segmentazione del sistema di welfare, bassi salari di ingresso non compensati da carriere più veloci, disallineamento tra competenze possedute e competenze richieste dal lavoro sono gli aspetti più diffusi e sentiti dai giovani lavoratori.

La recessione ha rallentato l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Nella prima fase della crisi, le imprese hanno ridotto la forza lavoro principalmente non rinnovando i contratti a termine e frenando le assunzioni volte a rimpiazzare i lavoratori andati in pensione. Gran parte dell’onere dell’aggiustamento dell’input di lavoro si è così scaricato sui giovani. Da allora, la domanda di lavoro delle imprese è rimasta tuttavia bassa e sono aumentati i tassi di disoccupazione.

La minore probabilità di trovare un’occupazione in una fase recessiva riduce il “costo opportunità” di avviare un corso di studi, che è rappresentato dal reddito cui si deve rinunciare se si studia invece di lavorare. Così molti, soprattutto tra i giovani, potrebbero essere spinti a studiare per conseguire un titolo di studio superiore. Questo si tradurrebbe nel lungo periodo in una forza lavoro più qualificata di quanto sarebbe altrimenti stato, con benefici sia sulle retribuzioni individuali sia sul potenziale di crescita dell’economia.

Secondo uno studio recente della Federal Reserve Bank of Chicago, questo è ciò che sarebbe avvenuto dall’inizio della “grande recessione” negli Stati Uniti, dove le iscrizioni ai corsi universitari (post-secondari) sia di due anni sia di quattro anni (pubblici e privati), sono state significativamente più alte (quasi il 10 per cento) di quanto sarebbero state se il tasso di disoccupazione fosse rimasto sui livelli del 20072.

In Italia non vi è evidenza di un aumento del tasso di iscrizione all’università associabile con la recessione. Secondo l’indagine sulle forze di lavoro, tra il 2008 e il 2011 la quota dei giovani tra i 20 e i 29 anni non occupati e iscritti all’università è aumentata dal 21,4 al 22,5 per cento, ma continuando lungo il trend registrato prima della crisi. La stessa considerazione vale se si includono anche gli iscritti a corsi di formazione o di istruzione secondaria: sempre nella fascia di età 20-29 anni, la quota complessiva di coloro che non sono occupati e studiano è cresciuta dal 2008 al 2011 di 1,5 punti percentuali, al 24,5 per cento. Nello stesso periodo il tasso di occupazione è però diminuito di 6,6 punti percentuali, dal 53,5 al 46,9 per cento. Come si spiega la differenza?

Dallo scoppio della crisi è aumentata la quota dei giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET, dall’inglese Not in Employment, Education or Training. Secondo le stime dell’OCSE, questo fenomeno ha interessato quasi tutti i paesi avanzati, ma è stato più pronunciato in quelli maggiormente colpiti dalla crisi e dove il livello era già alto3.

L’incidenza dei giovani NEET sulla popolazione tra i 20 e i 29 anni ha raggiunto nel 2011 il 28,6 per cento, 5 punti percentuali in più rispetto al 2008. L’incidenza nel Mezzogiorno è doppia rispetto al Centro-Nord (40,4 e 20,7 cento). Questa condizione è molto persistente: circa due terzi dei giovani che non studiano e non lavorano sono ancora nella stessa condizione dopo un anno4. Non significa necessariamente inattività totale, perché una parte considerevole dei NEET continua a cercare attivamente un impiego. Sono tuttavia evidenti la perdita di capitale umano e il rischio concreto di esclusione sociale se questa condizione dovesse protrarsi nel tempo.

Le conseguenze negative della crisi non interessano solo chi non ha un lavoro. Stime condotte in Banca d’Italia sui dati della rilevazione sulle forze di lavoro indicano, per esempio, un peggioramento della qualità dell’occupazione per i giovani laureati5. Nel triennio 2009-2011, la quota di laureati occupati che svolgono mansioni per cui sono necessarie competenze inferiori a quelle mediamente acquisite nel corso degli studi che hanno seguito era pari al 25 per cento. Questo tasso di overeducation è aumentato rispetto al triennio precedente di circa 2 punti percentuali nell’intero Paese, ma di 4 e 3 punti rispettivamente nel Centro e nel Nord Est.

Questi andamenti non possono non preoccuparci. Sul piano individuale, affacciarsi sul mercato del lavoro o perdere l’impiego nel corso di una recessione può avere conseguenze gravi di lunga durata: per vari anni, i redditi tendono a essere più bassi e sono più probabili episodi successivi di non occupazione rispetto a chi non ha sperimentato le stesse difficoltà. Vi sono pesanti conseguenze anche sul piano aggregato, per l’inutilizzo delle risorse e per il depauperamento del capitale umano, per il minor learning-on-the-job e per l’accettazione di lavori inferiori alle proprie competenze.

 

Le forze della demografia e i loro effetti sull’occupazione

Le possibilità di sviluppo della nostra economia devono fare i conti con un rapido invecchiamento della popolazione: nel secondo dopoguerra, due terzi della popolazione italiana avevano meno di 40 anni; all’inizio di questo decennio la quota era scesa al di sotto della metà. Il calo prevedibile dell’offerta di lavoro renderà più difficile preservare le compatibilità economiche; richiederà che si lavori più a lungo e in più persone lungo tutto il ciclo di vita. Questo rende ineludibile un processo di formazione continua, che aggiorni e rinnovi le competenze anche di chi abbia già maturato un’esperienza lavorativa.

Il calo dell’offerta di lavoro potrà essere compensato solo con un prolungamento della vita lavorativa, salvo ipotizzare un’insostenibile accelerazione dei flussi migratori. Le stime dell’Istat già incorporano, nello scenario centrale, un afflusso netto di immigrati inizialmente superiore a 300.000 unità all’anno, intorno a 250.000 unità annue nel 2020 e a 175.000 nel 2065. Nel 2050 gli stranieri residenti supererebbero i 12,5 milioni, quasi il 20 per cento della popolazione totale (circa il doppio, con riferimento alle persone di età compresa tra i 15 e i 54 anni, tenendo conto delle seconde generazioni).

Quali saranno gli effetti di queste forze demografiche sull’andamento del mercato del lavoro? Sulla base delle previsioni della popolazione prodotte dall’Istat e supponendo che i tassi di occupazione dei gruppi socio-demografici di interesse restino invariati sui livelli medi registrati dalla “Rilevazione sulle forze di lavoro nel biennio 2006-2007”, abbiamo formulato tre ipotesi: nella prima il tasso di occupazione imputato è distinto solo per età e sesso (“base”), nella seconda (“cittadinanza”) si tiene conto anche della cittadinanza, nella terza (“istruzione”) si considerano le differenze nei livelli di istruzione. In quest’ultimo caso si è ipotizzato che le generazioni future registreranno, da adulte, una distribuzione dei livelli di istruzione uguale a quella delle persone nella classe d’età 25-30 nel biennio 2006-2007. Nei tre scenari esaminati è quindi possibile apprezzare il puro effetto di ricomposizione della popolazione causato dall’invecchiamento e dall’immigrazione, mantenendo i comportamenti in termini di occupazione e istruzione congelati a quelli registrati alla metà degli anni 2000. Negli scenari che non tengono conto del grado di istruzione della popolazione, l’invecchiamento determinerebbe un forte calo della quota di occupati nella popolazione. La crescita della componente straniera della popolazione, che mostra tassi di occupazione e partecipazione più alti, riuscirebbe solo a mitigare gli effetti meccanici negativi dell’invecchiamento.

 

Ritornare a crescere in un mondo diverso

Per superare questa situazione, per stimolare la domanda di lavoro, dobbiamo tornare a crescere. Veniamo da quasi due decenni di sostanziale stagnazione, riconducibile al ritardo e alle incertezze con cui il nostro sistema produttivo ha risposto alle sfide dell’innovazione tecnologica, dell’affermarsi sulla scena mondiale di nuove economie, del deciso aumento dell’integrazione europea. L’ingresso nell’unione monetaria ha fatto venir meno gli effimeri guadagni derivanti dalla svalutazione nominale del cambio, ci ha imposto un maggior rigore fiscale per rispettare i patti europei.

I fattori su cui agire per innalzare il nostro potenziale di crescita sono molti e noti: più concorrenza, in particolare nei settori dei servizi protetti; un più ampio accesso al capitale di rischio, soprattutto per le imprese innovative; una riduzione degli oneri burocratici e amministrativi che gravano sulle iniziative economiche; una regolamentazione del mercato del lavoro e un sistema di protezione sociale che, agendo congiuntamente, favoriscano la riallocazione delle risorse umane verso gli impieghi più produttivi; una giustizia civile più efficiente. L’evasione fiscale, tra le più elevate tra i paesi occidentali, sottrae ingenti risorse là dove sarebbero necessarie e introduce iniquità di trattamento tra i cittadini.

Questi sono fattori di contesto decisivi, ma occorre anche una diversa attitudine degli attori economici, delle imprese e dei lavoratori, assai più propensa all’innovazione. Se si scompone il tasso di crescita reale del prodotto interno lordo nei contributi forniti dai diversi fattori di produzione, si osserva che negli ultimi vent’anni è nell’avanzamento tecnologico del capitale umano e fisico, specialmente quello intangibile, che l’Italia non è riuscita a tenere il passo dei principali Paesi avanzati. Il nostro Paese ha sì accumulato i fattori di produzione tradizionali, ma non è stato capace né di investire nell’adozione di nuove tecnologie né di migliorare le capacità produttive dei lavoratori.

Innanzitutto, su questo risultato, hanno inciso la ridotta dimensione aziendale e la specializzazione in comparti tradizionali delle nostre imprese, che comportano sia minori rendimenti dell’innovazione tecnologica sia margini più limitati per realizzarle in autonomia.

Secondo l’Internet Economy Outlook 2012 appena pubblicato dall’OCSE, gli investimenti nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (hardware e software) hanno rappresentato nel 2009 circa l’11 per cento della spesa complessiva per investimenti fissi (al netto delle costruzioni residenziali), rispetto al 12 per cento in Germania, al 20 in Francia, al 24-25 nel Regno Unito e in Svezia e al 32 negli Stati Uniti. L’entità dei nuovi investimenti dipende ovviamente anche dal grado di obsolescenza dello stock di capitale sottostante; ciò può spiegare valori elevati per Paesi che, come gli Stati Uniti, hanno prima iniziato il processo di accumulazione di questi beni. Quasi un quarto delle imprese italiane usa intranet per scambiare informazioni al suo interno, la stessa quota delle imprese britanniche, ma poco più di metà di quelle tedesche e francesi; il divario è più contenuto per l’utilizzo di internet per comunicare con i clienti e i fornitori. È bassa la quota di fatturato da e-commerce così come la quota di addetti che usano un computer collegato a internet sul posto di lavoro.

Per lungo tempo si è ritenuto che le recenti innovazioni tecnologiche avvantaggiassero i lavoratori in misura crescente con le loro competenze, accentuando così gli effetti sperequativi dell’ingresso sulla scena mondiale di grandi economie con ampi vantaggi competitivi nei settori a minore intensità di competenze qualificate. Si è poi compreso che gli effetti delle nuove tecnologie sono più complessi. Esse sono in grado di rimpiazzare efficacemente le attività di routine e codificabili in una sequenza di istruzioni realizzabile da una macchina, divenendo così un complemento sia delle attività manageriali e intellettuali sia, ancorché in misura minore, di quelle manuali non ripetitive, che non possono essere rimpiazzate da macchine.

Con la progressiva scomparsa dei lavori a contenuto più di routine, avviatasi negli anni Ottanta in occasione della prima ondata di diffusione dei personal computer, i nuovi lavori che si renderanno disponibili con il procedere dell’innovazione tecnologica richiederanno di andare oltre l’applicazione di conoscenze standardizzate. Un secondo fattore di ritardo è rappresentato dal basso stock di competenze e conoscenze della forza lavoro italiana.

Secondo le più recenti statistiche dell’OCSE6, nel 2010 il 55 per cento degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva conseguito almeno un diploma di scuola secondaria superiore, contro il 74 per cento della media dell’OCSE. Il divario si riduce, pur rimanendo elevato, per le classi di età più giovani: tra 25 e 34 anni, la quota italiana sale al 71 per cento, a fronte di una media dell’OCSE dell’82 per cento. In questa stessa classe di età, solo un italiano su cinque ha anche una laurea, rispetto a più di uno su tre nell’area OCSE.

I livelli di apprendimento degli studenti italiani risultano in linea, se non superiori, a quelli medi osservati nei Paesi avanzati alla fine del ciclo di istruzione primaria, ma arretrano in termini relativi nelle fasi successive dell’istruzione formale. Per i quindicenni, il divario misurabile sulla base dell’indagine dell’OCSE Programme for International Student Assessment (PISA) corrispondeva nel 2006 a un ritardo di circa un anno di istruzione formale; benché ridottosi tra il 2006 e il 2009, resta significativo. I risultati sono lievemente superiori alla media dell’OCSE nel Nord, drammaticamente inferiori al Sud.

Simili differenze si riscontrano anche per la popolazione adulta. L’indagine internazionale Adult Literacy and Lifeskills (ALL) condotta nel 2003, mostra che circa l’80 per cento degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni non era in grado di compiere ragionamenti lineari e fare inferenze di media complessità estraendo e combinando le informazioni fornite in testi poco più che elementari (analfabetismo funzionale). Questa quota era la più ampia tra quelle dei Paesi avanzati che hanno partecipato all’indagine: 50 per cento in Svizzera e negli Stati Uniti, 40 per cento in Canada e 30 per cento in Norvegia.

Vi è il rischio di un pericoloso circolo vizioso: se la qualità media del capitale umano è bassa o inadeguata alle esigenze dei datori di lavoro, sono deboli gli incentivi a investire in nuove tecnologie altamente complementari con competenze più avanzate e tendono a essere basse le retribuzioni offerte; e se queste ultime sono basse, si deprimono gli incentivi all’istruzione e all’acquisizione di competenze.

 

 Quale capitale umano?

Questi pochi cenni bastano a sottolineare l’importanza della dotazione di “capitale umano” per lo sviluppo economico. Con il termine “capitale umano” si indica il patrimonio di abilità, capacità tecniche e conoscenze di cui le persone sono dotate, riconoscendone il valore economico nel migliorare la qualità del lavoro e nell’aumentare l’efficienza dei processi produttivi, con benefici individuali e per il sistema nel suo complesso.

È evidente che non possiamo concepire il capitale umano in senso statico. Il patrimonio di abilità e conoscenze si evolve nel tempo in risposta ai mutamenti del paradigma tecnologico. In passato, tendeva a coincidere con un bagaglio di conoscenze, prima ancora con la forza fisica; la produttività dei lavoratori era essenzialmente legata alle conoscenze acquisite soprattutto sui banchi di scuola e applicate in modo standard nel corso della vita lavorativa. Oggi assume invece importanza crescente ciò che gli educatori definiscono come “competenza”: la capacità, cioè, di mobilitare, in maniera integrata, risorse interne (saperi, saper fare, atteggiamenti) ed esterne per far fronte in modo efficace a situazioni spesso inedite e certamente non di routine.

Il nostro compito è “investire in conoscenza”, colmare i divari che abbiamo accumulato rispetto agli altri Paesi avanzati, con la consapevolezza che un tratto distintivo del nuovo percorso di sviluppo tecnologico è la sua imprevedibilità, che impone di accrescere la capacità e la velocità di risposta dell’economia.

È difficile anticipare quale “conoscenza” sarà necessaria nell’ambito di un paradigma economico e tecnologico in continua evoluzione. Senz’altro, oltre al bagaglio irrinunciabile costituito da conoscenze tradizionali (lingue, matematica, scienze, economia, educazione civica, ma anche storia, arte, geografia), sempre più occorrerà integrare la padronanza dei concetti afferenti a queste discipline con quelle che stanno emergendo come le competenze del 21° secolo: l’esercizio del pensiero critico e l’attitudine al problem solving, la creatività e la disponibilità positiva nei confronti dell’innovazione, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo.

Quale sistema scolastico può fornire queste competenze? Occorre innanzitutto superare metodi didattici fondati su una sostanziale separazione tra l’apprendimento delle conoscenze e il loro successivo utilizzo nell’intera vita lavorativa. Questo potrebbe richiedere importanti cambiamenti nell’organizzazione scolastica e negli stessi metodi di insegnamento. Meccanismi di valutazione degli apprendimenti e della ricerca, una maggiore autonomia gestionale, il collegamento del finanziamento pubblico a indicatori di qualità didattica e scientifica nelle università sono aspetti riconosciuti a livello internazionale come importanti per l’efficacia di un sistema educativo. In questa direzione sembrano tendere le riforme susseguitesi in Italia negli ultimi anni.

Gli sforzi volti a ottenere un’organizzazione migliore e più efficiente sono tuttavia condizionati da una carenza di risorse, pubbliche e private, dedicate all’accumulazione di capitale umano. La capacità del sistema di istruzione di recepire e generare nuove idee è probabilmente frenata anche dal più lento ricambio generazionale, che ha drasticamente ridimensionato la presenza dei giovani nei ruoli di docenza. Secondo le stime dell’OCSE per il 2010 nella scuola secondaria superiore poco più dell’8 per cento degli insegnanti aveva in Italia meno di 40 anni, rispetto al 25 in Germania, al 33 in Francia e a oltre il 40 nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Nello stesso anno, in base ai dati di Eurostat, i docenti universitari con meno di 40 anni erano il 17 per cento in Italia, contro il 28-29 in Francia e nel Regno Unito e il 48 in Germania.

Stenta ad affermarsi una diffusa cultura della valutazione. Valutazioni standardizzate delle competenze degli alunni, come quelle di PISA e dell’Invalsi, colmano un vuoto, fornendo elementi fondamentali per individuare aree di ritardo e best practices, per organizzare le risorse nel modo più efficace. È grazie a questi esercizi di valutazione che ci siamo resi conto degli ampi divari interni al sistema scolastico, tra regioni e anche tra scuole della stessa regione: la scuola sembra amplificare piuttosto che ridurre i divari esistenti.

La valutazione deve parimenti applicarsi all’insegnamento universitario e alla ricerca scientifica, proseguendo nel difficile percorso avviato dall’Anvur, pur con i correttivi che si renderanno necessari man mano che si sperimenta un processo nuovo per il nostro Paese. È su queste basi che si può mirare a orientare il sistema universitario all’eccellenza e alla competizione interna, per far emergere una compiuta diversificazione tra centri di ricerca di eccellenza e istituzioni più finalizzate all’insegnamento.

Come già accennato, la riflessione sulle nuove conoscenze e sulla strategia per acquisirle deve tener conto che l’allungamento della vita lavorativa implica che l’investimento in conoscenza sia un’attività che sempre più va coltivata lungo l’intero arco della nostra vita. Non si può limitarlo agli anni di studio nella scuola e nell’università, né ai primi anni di inserimento nel mercato del lavoro. L’Italia, anche in quest’ambito, è in ritardo: nel 2011 meno del 6 per cento degli adulti (tra 25 e 64 anni) partecipava ad attività di formazione e istruzione, a fronte di un obiettivo fissato in sede europea del 15 per cento nel 2020. Le politiche pubbliche, coadiuvate da un uso intelligente delle nuove tecnologie dell’informazione, possono fare molto anche in questo ambito.

Guadagni personali e benefici collettivi

Investire in conoscenza è una buona idea, sia per l’individuo sia per la società. L’individuo ne trae vantaggi monetari – in un contesto produttivo adeguato è più facile trovare un impiego e si guadagna di più – e non monetari – più istruiti si vive meglio e più a lungo. I benefici per la società non si limitano alla somma dei benefici individuali: un maggiore livello di istruzione genera effetti positivi che vanno oltre quelli percepiti direttamente dagli individui, le cosiddette “esternalità”.

È per questi “rendimenti sociali” dell’istruzione che l’intervento pubblico è necessario e giustificato. È l’unico modo per spezzare l’equilibrio vizioso che si è venuto a determinare in Italia, un equilibrio in cui i giovani hanno la sensazione che studiare non paghi, spesso confermata dai modelli trasmessi dai media, e in cui le imprese percepiscono l’istruzione acquisita nei percorsi scolastici come non sempre adeguata alle loro esigenze.

Secondo una recente indagine della Commissione Europea, solo poco più della metà dei giovani italiani considera vantaggioso conseguire un’istruzione avanzata. Si tratta della quota più bassa tra tutti i Paesi dell’UE. Circa due terzi degli intervistati italiani riconoscono che un’istruzione terziaria migliora le opportunità lavorative, ma appena un terzo, meno che in tutti gli altri Paesi coinvolti nell’indagine, si aspetta un vantaggio in termini di maggior remunerazione.

Questa percezione è sbagliata. Secondo l’OCSE, se si calcolano i benefici privati in termini di maggiore reddito e maggiore probabilità di occupazione lungo il ciclo di vita, al netto dei costi sostenuti per conseguire un titolo di studio (diretti e dovuti ai mancati redditi), il tasso di rendimento interno reale dell’investimento in un diploma di scuola superiore è di circa l’8 per cento. È un valore inferiore alla media dell’OCSE (13 per cento) e a quelli della maggior parte dei Paesi, con l’eccezione della Germania, ma è un valore comunque significativo. Analoga considerazione vale per il tasso di rendimento per la laurea (rispetto al diploma), stimato in circa l’8 per cento per gli uomini e il 7 per le donne, rispetto a valori medi per l’OCSE rispettivamente del 12 e 11 per cento. D’altra parte è ancora scarsa la capacità del sistema produttivo italiano di valorizzare adeguatamente le risorse umane. Questo può dipendere dalla lentezza e dalle difficoltà – accentuate dalla crisi finanziaria ed economica – con cui si è risposto ai grandi cambiamenti occorsi a livello globale in questi decenni. È possibile che un’offerta generalizzata di bassi salari e la connessa risposta di un basso investimento in capitale umano risentano di una qualità dell’istruzione fornita dal sistema scolastico mediamente inadeguata nella percezione delle imprese. L’accresciuta flessibilità ha certamente reso più agevole l’assorbimento della disoccupazione, dai livelli molto elevati della metà degli anni Novanta. Pur sostenendo l’occupazione dei più giovani, assieme con la protratta fase di moderazione salariale, la maggiore flessibilità può avere indotto le imprese, specialmente quelle meno efficienti, a rinviare la realizzazione di adeguati investimenti in ricerca e sviluppo e l’adozione di tecnologie avanzate.

Ne è evidenza indiretta il fatto che, contrariamente a quanto suggerirebbe la teoria economica, alla carenza italiana di capitale umano richiesto dal nuovo contesto tecnologico si associa nel confronto internazionale un basso rendimento della laurea tra i giovani che si affacciano al mercato del lavoro. Alla fine del decennio precedente, i redditi da lavoro di un laureato tra i 25 e i 34 anni erano superiori a quelli di un diplomato del 9 per cento in Italia, del 30-40 per cento in Francia e Germania e del 60 per cento nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Mi sono soffermato sui vantaggi economici privati derivanti dall’investire in conoscenza, ma i benefici dell’istruzione non si limitano a questi. Le persone più istruite godono in media di una salute migliore, anche perché sono maggiormente consapevoli del valore della prevenzione e del costo dei comportamenti a rischio. Secondo l’Eurostat, a 25 anni la speranza di vita di un diplomato o laureato italiano è pari a circa 58 anni, contro i 53 di chi ha al massimo completato l’obbligo scolastico (per le donne, rispettivamente, 62 e 59 anni); a 65 anni il divario nella speranza di vita si riduce ma non si annulla, essendo ancora pari a due anni per gli uomini e a uno per le donne.

Analisi condotte su dati svedesi e americani mostrano che l’innalzamento del livello medio di scolarizzazione della popolazione porta a una consistente riduzione della probabilità di commettere reati sia contro la persona sia contro il patrimonio. In termini strettamente economici, a parità di altre condizioni, l’istruzione riduce gli incentivi a delinquere poiché ne diminuisce il guadagno rispetto a quello conseguibile legalmente; sul piano culturale, sono migliori le opportunità di socializzazione di chi frequenta la scuola rispetto a chi la abbandona.

Una comunità di individui istruiti e consapevoli è più propensa a condannare la deviazione dalla legalità, a riconoscere i benefici derivanti dalla cooperazione, a condividere l’insieme di valori e norme che facilitano il raggiungimento di obiettivi comuni con cui frequentemente si identifica il “capitale sociale”. In un’economia di mercato, il capitale sociale svolge un ruolo centrale poiché riduce i costi di transazione e, quindi, rende più facile lo scambio tra gli agenti. Ne beneficiano il grado di sviluppo finanziario, la dimensione media e la propensione a innovare delle imprese, il disegno delle istituzioni e in ultima analisi il tasso di crescita dell’economia. Al contrario, in contesti in cui sono limitati il livello d’istruzione, la fiducia negli altri e la propensione a cooperare, è più probabile che si impongano rapporti verticali connotati da subordinazione, clientelismo e sfruttamento.

Il capitale sociale è la sintesi di valori che richiedono tempo per radicarsi in una comunità e che mostrano un’elevata persistenza nel tempo. Il ruolo dell’istruzione può essere centrale, non solo per il livello medio raggiunto nella comunità. Vi è evidenza, basata su dati internazionali, dell’importanza dei metodi di insegnamento: laddove si privilegia la partecipazione attiva e il lavoro di gruppo degli studenti rispetto a un più tradizionale rapporto gerarchico con gli insegnanti, si osservano un più alto grado di fiducia negli altri e nelle istituzioni e atteggiamenti più cooperativi. Laddove prevalgono metodi di insegnamento più orizzontali, si osservano, nell’organizzazione del lavoro, una maggior propensione a delegare le decisioni nelle imprese e l’affermarsi di relazioni industriali meno conflittuali.

Stiamo attraversando un periodo difficile. I problemi economici che ci riguardano sono solo in parte la conseguenza della “grande recessione” mondiale. Hanno origini lontane, affondano le radici nei caratteri strutturali della nostra economia; i problemi finanziari di oggi risentono delle politiche di bilancio pubblico seguite in anni passati. Non ci si può illudere che interventi di natura macroeconomica siano in grado di ovviare a queste carenze; questa osservazione non discende tanto dal fatto che il loro spazio di azione è oggi limitato, quanto dalla convinzione che solo intaccando le nostre debolezze strutturali si può rigenerare l’economia italiana. La nostra economia va resa più inclusiva, innalzando la partecipazione al lavoro, dei giovani e delle donne in primo luogo, eliminando le barriere che si frappongono inutilmente all’attività produttiva, così come le barriere che legano i destini delle persone alla loro origine familiare.

Il capitale umano, l’investimento in conoscenza, rappresentano una delle variabili chiave dell’azione politica. I loro rendimenti economici sono indubbi, per gli individui e per la collettività. Sono importanti per i loro effetti diretti sulla produttività. Lo sono per quelli indiretti che si manifestano nell’interazione tra gli individui, attraverso la crescita del senso civico, il rispetto delle regole e l’affermazione del diritto, il contrasto della corruzione e della criminalità – tutti fattori che costituiscono un freno a una crescita economica sostenuta e continua.

Saperi, cultura e conoscenza possono contribuire alla crescita del Paese. Una strategia di crescita non può dunque prescindere da una scuola, che è il luogo primario dove saperi, cultura e conoscenza si creano e dove si apprende la capacità di ampliarli autonomamente, che sia dotata di risorse finanziarie ed essa stessa delle conoscenze e delle competenze pedagogiche necessarie a formare i saperi del XXI secolo. È un obiettivo che va perseguito con determinazione e costanza e accompagnato con interventi che valorizzino il merito, iniziando nella scuola stessa.

1 Cfr. Ignazio Visco, Investire in conoscenza, il Mulino, Bologna 2009; Il capitale umano per il XXI secolo, in il Mulino, 1, 2011; Investire in conoscenza: giovani e cittadini, formazione e lavoro, relazione al XXX Congresso nazionale dell’AIMMF, Catania, 25 novembre 2011.

2 L. Barrow e J. Davis, The upside of down: Postsecondary enrolment in the Great Recession, in Federal Reserve Bank of Chicago Economic Perspectives, n. 4, 2012, pp. 117-129.

3 OECD, Employment Outlook 2012, Paris, Box 1.1, pp. 22-23.

4 F. Franceschi e E. Viviano, Italian NEETs: A closer look, in Eurofound, NEETs – Young people not in employment, education or training: Characteristics, costs and policy responses in Europe, Publications Office of the European Union, Luxembourg 2012, pp. 36-37.

5 Banca d’Italia, Economie regionali. L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, novembre 2012, pp. 25-31.

6 OECD, Education at a Glance 2012, Paris.

 

Intervento al convegno dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, tenutosi all’Abbazia di Spineto, Sarteano, 16 novembre 2012