Quadrimestrale di cultura civile

Lo sviluppo dell'impresa famigliare: le sfide della sussidiarietà

di Giovanni Marseguerra / Professore Straordinario di Economia politica, Università Cattolica di Milano

Il problema italiano della competitività

A distanza di due anni dalla nascita di «Atlantide», non è venuta meno la rilevanza del motivo ispiratore del primo numero della rivista (Ce la faremo? Tra precoce declino e rinnovato sviluppo, per riprendere il titolo dell’editoriale di Paolo Blasi e Giorgio Vittadini). Il nostro Paese continua a trovarsi a una svolta, in bilico tra sviluppo e declino. Nello stesso numero di «Atlantide», Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis, nell’esaminare il ruolo delle piccole e medie imprese per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese, dopo aver riflettuto sulle caratteristiche distintive del sistema produttivo italiano, così cominciavano la parte conclusiva della loro relazione: «I punti di forza fin qui illustrati non ci mettono però al riparo dai pericoli che il nuovo contesto geoeconomico mondiale pone al nostro Paese: oggi l’Italia si trova a dover affrontare un serio problema di competitività »1. Anche questa riflessione e l’avvertimento a prendere sul serio i nostri problemi di competitività rimangono anche oggi più che mai rilevanti. In questo articolo intendiamo esaminare problemi e prospettive del nostro sistema produttivo, basato sulla piccola impresa familiare, cercando di mettere in luce quanto di positivo già c’è, soprattutto in termini di dinamismo e iniziativa imprenditoriale, e quanto di buono si potrebbe fare, evitando le semplificazioni di alcuni teorici del liberismo che, esaltandone le virtù taumaturgiche, ritengono il mercato capace di risolvere qualsiasi problema. Soprattutto ci occuperemo di principi, in particolare di quello di sussidiarietà, con l’intento di mostrare come su di esso si debba fondare lo sviluppo del nostro Paese in generale e del nostro sistema imprenditoriale familiare in particolare. Il nostro contributo intende così fornire una risposta basata sui fatti al marcato scetticismo che, purtroppo, spesso circonda questo principio.

Le pmi, caratteristica del nostro sistema economico

Il punto di partenza della nostra riflessione sui punti di forza e di debolezza dell’apparato industriale italiano è costituito dall’esame della rilevanza numerica del cosiddetto fattore dimensionale. Come è noto, il nostro sistema produttivo è composto per la gran parte da piccole e piccolissime imprese, da un numero estremamente ridotto di grandi imprese e da un crescente, ma ancora esiguo, numero di imprese di medie dimensioni. Questa elevata frammentazione dell’apparato produttivo si rivela una specificità tutta italiana, in un contesto europeo ove pure la piccola dimensione prevale, ma in misura meno marcata. Secondo le recenti rilevazioni pubblicate dall’Istat2, le imprese italiane attive nell’industria e nei servizi sono quasi 4,3 milioni (con una occupazione complessiva di circa 16,5 milioni di addetti). Di queste, le cosiddette microimprese (quelle con meno di dieci addetti) rappresentano complessivamente circa il 95% del totale (oltre quattro milioni di imprese) e occupano il 47% degli addetti, mentre le piccole imprese (da dieci a quarantanove addetti) costituiscono un po’ meno del 5% del totale (quasi 200.000 imprese) e occupano il 21% degli addetti. Per quanto attiene invece ai Paesi dell’Unione Europea a venticinque, secondo i dati Eurostat3 le microimprese rappresentano il 91,5% del totale, forniscono il 29,8% dell’occupazione e il 20,5% del valore aggiunto, mentre gli analoghi dati per le piccole imprese sono il 7,3% (del totale delle imprese), il 29,8% (dell’occupazione totale) e il 19,1% (del valore aggiunto). Quindi, mentre in Italia le microimprese rappresentano quasi il 50% dell’occupazione, in Europa non arrivano al 30%, a conferma che in Italia la piccola dimensione è particolarmente accentuata. La maggior parte di queste piccole attività imprenditoriali è caratterizzata dalla sostanziale coincidenza tra proprietà e controllo, nel senso che una medesima famiglia è al contempo coinvolta direttamente in maniera significativa nella gestione e detentrice di una rilevante quota di proprietà. Con una terminologia molto usata perché assai evocativa, ci si riferisce spesso a questa circostanza con l’espressione «capitalismo familiare », versione moderna del cosiddetto «capitalismo personale», che ha una lunghissima tradizione in Italia, specialmente nel mondo artigianale, e che è costituito da tutte quelle attività imprenditoriali in cui impresa e imprenditore si sovrappongono (per esempio, il nome stesso della società è quello dell’imprenditore oppure il marchio sul prodotto riproduce il cognome dell’imprenditore, etc.). L’azienda è il modo in cui la persona mette in gioco le sue idee, la sua voglia e capacità di rischiare, di intraprendere: il vantaggio competitivo dell’azienda è dato soprattutto dalle capacità e dalla reputazione della persona che la guida e che si identifica con essa. Nel capitalismo familiare la funzione imprenditoriale non è più svolta da una sola persona, ma da una o più persone a nome di una famiglia: i principi e lo spirito rimangono tuttavia i medesimi4. Dal punto di vista ideale, queste piccole e piccolissime imprese rappresentano una ricchezza senza pari per la nostra economia, perché in esse si concretizzano i valori dell’imprenditorialità e dello spirito di intrapresa, ovvero quella cultura d’impresa che significa capacità di assunzione del rischio, non disgiunta però dalla responsabilità verso chi partecipa all’impresa stessa. Quindi imprenditorialità, libertà e responsabilità: tre termini, tre concetti inscindibili perché l’imprenditorialità ha bisogno di libertà, e d’altronde non c’è vera imprenditorialità senza responsabilità. Accanto a un grande valore economico ne esiste dunque anche uno culturale non meno importante, e a ragion veduta queste imprese sono considerate la principale forza propulsiva dell’innovazione, dell’occupazione e anche dell’integrazione sociale.

Vantaggi e svantaggi della dimensione

Nelle piccole imprese di famiglia coesistono la forma dimensionale ridotta e il carattere familiare della proprietà e del controllo, e se evidentemente ciascuna di queste due caratteristiche comporta vantaggi e svantaggi specifici, è tuttavia l’interazione delle due a creare una specificità economica del tutto peculiare5. I vantaggi e gli svantaggi della piccola dimensione sono ben noti: da un lato abbiamo la flessibilità organizzativa (con scambi interpersonali diretti, frequenti e informali), la flessibilità produttiva (possibilità di offrire prodotti personalizzati e di adeguare rapidamente l’offerta alla domanda), lo stretto legame con il tessuto locale (che comporta la conoscenza approfondita del mercato di riferimento e la possibilità di uno stretto contatto con i clienti); dall’altro vi sono però la scarsità di risorse umane qualificate (che comporta una generale debolezza degli aspetti gestionali) e la scarsità di risorse finanziarie (con una generale difficoltà nel reperire risorse per gli investimenti). Le piccole imprese a carattere familiare sono spesso caratterizzate anche da un’altra importante scarsità: quella di cultura di impresa. Il problema culturale consiste, in estrema sintesi, nella difficoltà che incontra l’imprenditore nel separare l’azienda da se stesso e dalla propria famiglia: questa difficoltà si manifesta sia nella riluttanza a perdere porzioni di controllo dell’impresa, che perciò fa fatica a crescere, sia nella scarsa propensione a valorizzare i dipendenti, che perciò patiscono un problema di crescita personale. L’accentramento delle funzioni di direzione e controllo in una stessa persona, l’imprenditore fondatore (o in un ridotto nucleo di persone, i familiari del fondatore) comporta quasi inevitabilmente una forte deresponsabilizzazione delle altre figure presenti in azienda, in primo luogo di quelle dirigenziali: il dirigente-manager esterno alla famiglia tende tipicamente a diventare più un esecutore della volontà del fondatore-proprietario (o dei suoi eredi) che un soggetto dotato di propria autonomia e responsabilità. Si genera così un circolo vizioso in cui, da un lato, l’impresa non riesce a cogliere le opportunità di crescita per insufficienza di competenze, professionalità e motivazioni e, dall’altro, non crescendo, comprime sempre più le professionalità che sono presenti, demotivando i più intraprendenti. La ridotta dimensione delle nostre imprese fa riflettere sotto molti profili e, certamente, quello della crescita dimensionale del sistema produttivo è uno snodo essenziale per il futuro del nostro Paese. Basti qui ricordare come dalla ridotta dimensione derivino una scarsa propensione ad avviare attività di ricerca e sviluppo formalizzate (caratterizzate da alti costi fissi e da elevata incertezza nei risultati) e una generale difficoltà a intraprendere investimenti formativi (particolarmente onerosi per una struttura organizzativa limitata), con un effetto complessivo fortemente negativo sulla crescita della produttività. La questione della crescita dimensionale deve però essere affrontata all’interno di una riflessione più generale su come costruire un autentico sviluppo capace di valorizzare risorse e capacità in un contesto di crescita economica e di accresciuta coesione sociale. A questo riguardo riteniamo oggi essenziale per il nostro Paese basare il suo modello di sviluppo sul principio di sussidiarietà6: altri modelli, come quello liberista anglosassone o quello nazionalista tecnocrate francese, che pure hanno indiscutibili meriti, non ci sembrano altrettanto appropriati.

Il ruolo della sussidiarietà

Ma in che modo la sussidiarietà può concretamente aiutare le piccole imprese del capitalismo familiare nel loro indispensabile percorso di crescita? Come è ben noto, il nucleo centrale della sussidiarietà è costituito dalla valorizzazione della persona, in particolare della sua dignità, autonomia, libertà e responsabilità; la corretta applicazione di questo principio porta alla costruzione di capacità individuali e collettive, favorendo la maturazione e l’accrescimento delle potenzialità dei singoli e delle comunità di gestire in maniera attiva la propria vita sociale, lavorativa, familiare e politica. In un contesto come quello attuale, caratterizzato da una competizione aggressiva e da una dinamica di rapidi cambiamenti, far crescere un’impresa significa permetterle di avere continuità, ovvero permettere che l’impresa stessa si sviluppi «come comunità di uomini»7. Nella moderna economia della conoscenza la dimensione da sola non garantisce forza competitiva. Oggi un’impresa non è grande tanto (e comunque non solo) per il fatturato o per il numero di dipendenti, ma piuttosto per la ricchezza del suo capitale umano e per la sua capacità di creare e aggregare conoscenze e competenze, i veri asset della knowledge economy, da utilizzare poi per perseguire specifici progetti industriali. Per la piccola impresa familiare è dunque assolutamente vitale riuscire a costruire una nuova figura (di imprenditore, di dirigente, di quadro, etc.) che abbia le capacità e le competenze adeguate alle nuove sfide lanciate dalle recenti dinamiche di globalizzazione, caratterizzate dalla rapidità del cambiamento tecnologico unita a una intensa pressione competitiva su mercati internazionali sempre più allargati. In questo contesto, le economie in generale esprimono un fabbisogno crescente di capitale umano, e le piccole imprese familiari in particolare richiedono risorse umane sempre più qualificate e formate. Se infatti è importante un elevato livello complessivo di conoscenze e competenze, è però fondamentale che queste siano in grado di evolversi adattandosi alle continue trasformazioni in atto. A questo scopo, risulta indispensabile innalzare il livello medio dell’istruzione attraverso una opportuna valorizzazione del sistema scolastico e universitario. Tutto ciò richiede però tempo, perché i vantaggi di queste politiche si vedono con il passaggio di generazioni successive di giovani sempre più formati. È dunque necessario procedere anche in un’ottica di più breve periodo e, a questo riguardo, si impone la necessità che l’apprendimento accompagni tutta la vita delle persone e non si esaurisca con la fase tipicamente dedicata all’istruzione. Assume allora assoluto rilievo la formazione continua dei lavoratori: idealmente, l’istruzione e la formazione professionale degli adulti non dovrebbero presentare soluzioni di continuità, così da permettere di soddisfare in modo integrato le richieste del sistema economico e della società in generale. Questa impostazione metodologica ha inoltre il merito di porre al centro dell’analisi l’individuo, la persona, con i suoi diritti e i suoi doveri. In altri termini, quando si esamini in modo organico il processo di istruzione e formazione, ovvero di apprendimento, è la responsabilità personale che viene ad assumere il ruolo principale, e la corretta applicazione del principio di sussidiarietà consente una vera valorizzazione dell’individuo. Accanto all’accrescimento personale e al perfezionamento professionale, a livello macro questo tipo di approccio, in cui la formazione degli adulti non è più residuale ma centrale, conduce anche a una maggiore coesione sociale e a una più sentita partecipazione alla vita sociale contribuendo, attraverso l’aumento del capitale sociale, a un miglioramento della performance complessiva del sistema.

Affrontare sfide non più rimandabili

Il sistema produttivo italiano, caratterizzato da un modello innovativo spesso definito «senza ricerca» per i bassi livelli di spesa in ricerca e sviluppo, è stato tuttavia capace, dal dopoguerra a oggi, di produrre innovazione in modo consistente, generando complessivamente un processo di sviluppo per certi versi unico e straordinario. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, le piccole imprese del nostro capitalismo familiare hanno ugualmente dato una straordinaria prova di forza e vitalità, nonostante le molte difficoltà competitive riconducibili alla pressione dei Paesi emergenti, all’euro forte, all’energia più costosa e alle molte inefficienze del sistema Paese. Questo modello deve oggi affrontare sfide non più rimandabili, se vuole imboccare con convinzione la strada dello sviluppo e allontanarsi dal pericolo del declino. Alle tante sfide poste dalle dinamiche dell’economia globale, le nostre imprese devono reagire con mentalità nuova, sfruttando le grandi potenzialità offerte dal capitalismo personale, che deve però imparare a non essere autoreferenziale ma ad aprirsi alla condivisione delle idee e dei progetti, valorizzando le persone per le loro capacità e competenze. Nel momento in cui le risorse naturali e il capitale fisico, un tempo solidi e decisivi vantaggi competitivi, perdono importanza rispetto alla conoscenza, all’informazione e al know-how tecnologico, la capacità competitiva di un’impresa, così come anche la sua capacità di crescere ed espandersi, è determinata in maniera sempre più decisiva dal suo investimento in capitale umano, che svolge un ruolo determinante nell’alimentare il cambiamento tecnologico e la sua diffusione8. Se saprà ricordarsi che «la principale risorsa dell’uomo insieme con la terra è l’uomo stesso. È la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti»9, allora il nostro piccolo capitalismo familiare potrà garantire la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, consentendo anche all’Italia di diventare davvero europea.

Note e informazioni bibliografiche
1 A. Quadrio Curzio, M. Fortis, Piccole e medie imprese per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese, «Atlantide», n. 1/2005, p. 66. 2 Istat, Struttura e dimensione delle imprese, 6 ottobre 2006. 3 Eurostat, SMEs and Entrepreneurship in the EU, 5 ottobre 2006. 4 Per una efficace analisi socioeconomica del capitalismo personale, cfr. A. Bonomi, E. Rullani, Capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi, Torino 2005. 5 Cfr. G.Marseguerra, Le PMI del capitalismo familiare nell’economia della conoscenza, «Impresa & Stato» n. 77, ottobre- dicembre 2006; G. Marseguerra, Le imprese familiari: problemi di competitività e prospettive di sviluppo, «Civitas» n. 3/2005, pp. 81-95. 6 Cfr. A. Quadrio Curzio, Sussidiarietà e sviluppo. Paradigmi per l’Europa e per l’Italia, Vita e Pensiero, Milano 2002. 7 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, Roma 1 maggio 1991, n. 35. 8 Lo scarso investimento in capitale umano comporta anche il rischio «che il Paese rimanga intrappolato in un circolo vizioso, in cui la bassa dotazione di capitale umano induca assetti produttivi poco innovativi, che poi a loro volta distolgono dall’investimento in capitale umano, col risultato finale di rimanere vincolati ad attività obsolete e poco competitive », cfr. Rapporto ISFOL 2005 sulla Formazione continua, p. 2. 9 Ioannes Paulus P.P. II, Centesimus annus, cit., n. 32.

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