Democrazia e libertà economica talvolta non bastano
Lo sviluppo economico è condizione necessaria, ma non sufficiente, per garantire una piena tutela dei diritti umani. Per compiere qualche passo avanti nell’analisi, cominciamo a sfatare un principio in passato ritenuto una sorta di assioma dai sostenitori del liberismo: senza iniziativa privata e libertà di mercato non possono esserci libertà politiche e democrazia. Questo principio è clamorosamente smentito dall’esperienza di diversi Paesi nei quali esistono, al contempo, libertà economica e autoritarismo. La Cina, l’esempio più eclatante e, in misura minore, la stessa Russia, coniugano sistemi economici sostanzialmente simili ai capitalismi concorrenziali occidentali con regimi politici che negano diritti individuali e controlli democratici. La correlazione tra economia di mercato e democrazia è invece decisiva, perché solo dalla compresenza dei due sistemi possono trovare compiuto dispiegamento e valorizzazione i diritti umani e civili. Se un Paese è organizzato democraticamente, con i diritti civili e politici normalmente intrinseci a questa forma di governo, anche l’economia è fondata sul libero mercato, mentre abbiamo visto che spesso non accade il contrario. Un primo punto fermo è quindi che l’unione di democrazia e libertà economica è sempre una garanzia valida, anche se non assoluta, di tutela dei diritti umani e della libertà in generale. Infatti i Paesi che rientrano in questa categoria, praticamente l’Occidente e il Giappone, non presentano problemi che esistono invece nei Paesi governati in forme dittatoriali o comunque autoritarie. In essi, anche se viene riconosciuta la libera iniziativa economica, i diritti umani sono tutt’altro che al sicuro. Il caso della Cina, dove la mia azienda, la Brembo, è presente da diversi anni, è emblematico, in quanto rappresenta un caso unico di Paese con tassi di sviluppo prodigiosi in un contesto di costrizione delle libertà. Questo Paese può vantare performance economiche di valore incredibile: in pochi anni trecento milioni di cinesi sono arrivati a livelli di vita non lontani da quelli occidentali e almeno cento milioni possono considerarsi ricchi come pochi in Italia. Allora la formula vincente è quella di aggiungere la democrazia all’economia di mercato? La risposta è negativa. Innanzitutto, non si possono paragonare Paesi di antica tradizione democratica e di radicato capitalismo concorrenziale a Paesi con culture spesso profondamente diverse, con economie fragili, redditi pro capite bassi, spesso ai limiti della sussistenza. Ciò vale anche per Paesi, e penso all’India, alla Russia, al Brasile, che, pur approdati a regimi almeno formalmente democratici, devono fare i conti con vaste aree di povertà e di sottovalutazione dei diritti umani e civili. Come insegnano esperienze anche recenti, la democrazia non può essere considerata come una merce che, grazie alla liberalizzazione degli scambi, si può esportare, magari con l’aiuto della forza. Rimane quindi la domanda: perché non si trovano soluzioni a un problema da tutti conosciuto e qualificato come intollerabile?
Responsabilità globali
L’assenza di diritti umani, la povertà, la mancanza di cure sanitarie, lo sfruttamento, gli eccidi, le pulizie etniche, le migrazioni dei disperati, la degradazione dell’ambiente, lo scempio della biodiversità. I media documentano da tempo con crudezza estrema questi problemi, in larghissima misura concentrati in Africa. Il ricco mondo occidentale risponde essenzialmente con belle dichiarazioni d’intenti e poco più. È vero che il colonialismo e l’apartheid sono stati praticamente sconfitti, più dai popoli che dai governi, ma lo sfruttamento selvaggio dell’ambiente naturale, il controllo economico sulle risorse dei Paesi poveri, le politiche imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale quali conseguenze hanno avuto sulle condizioni dei Paesi coinvolti e sul loro sviluppo? Che dire poi delle enormi sovvenzioni che Europa e Stati Uniti continuano a elargire ai propri produttori agricoli? Non ha alcun senso concedere aiuti finanziari, per giunta al di sotto degli impegni assunti, e poi ostacolare le esportazioni agricole dei Paesi sottosviluppati, accrescendo la loro povertà. Il rapporto 2006 della Fao sulla fame nel mondo denuncia che in dieci anni, dalla famosa conferenza di Roma, la situazione è drammaticamente peggiorata nell’Africa sub-sahariana. Altrove le cose vanno meglio. Oggi comunque, sul pianeta Terra 854 milioni di persone sono denutrite e rischiano a breve termine di morire. L’obiettivo di dimezzare questa spaventosa cifra entro il 2015 sembra irraggiungibile. Le responsabilità degli Stati e delle istituzioni internazionali sono dunque grandi. Pur essendo guidato soltanto dal buonsenso, ritengo che gli sforzi più urgenti della solidarietà internazionale dovrebbero concentrarsi su scuola, sanità, approvvigionamento idrico, agricolture locali e valorizzazione delle risorse proprie dei Paesi in via di sviluppo. Solo su queste basi si può aiutare un processo interno e spontaneo di crescita culturale che, nel rispetto delle radici e delle tradizioni, sappia condurre a forme democratiche in grado di impedire gli abusi, gli sprechi e le ingiustizie diffusi in quasi tutti i Paesi sottosviluppati. Penso invece che impedire ai Paesi che violano i diritti umani l’ingresso in istituzioni internazionali, l’accesso a determinate forme di aiuto internazionale o, addirittura, la continuità di rapporti con altri membri della Comunità mondiale non aiuti la crescita della democrazia e la tutela dei diritti. A parte le difficoltà di attuazione di queste decisioni, il rischio maggiore è quello di colpire ancora di più i poveri e gli oppressi. Credo, inoltre, che non sia neppure giusto attribuire tutte le colpe ai governi dei Paesi ricchi e alle istituzioni internazionali, perché non si possono neppure tacere le colpe dei governi dei Paesi poveri, nei quali la corruzione è dilagante e le risorse sono sperperate in armamenti e guerre fratricide.
Creare ricchezza per il benessere di tutti
Molti obiettano che la responsabilità è da attribuire al colonialismo economico. In parte è vero: proprio in qualità di imprenditore, non nascondo che alcune multinazionali ricorrono nelle aree sottosviluppate all’insediamento di produzioni inquinanti, all’uso di forza lavoro minorile, allo sfruttamento predatorio delle materie prime strategiche largamente presenti in quelle aree. Sono tuttavia orgoglioso di affermare che in tutte le molteplici iniziative di internazionalizzazione intraprese dalla mia azienda non ho mai permesso simili comportamenti; sono infatti convinto che lo sviluppo economico sia la via obbligata per creare ricchezza, da finalizzare però al benessere delle persone. Codici spontanei di condotta da parte delle imprese dovrebbero far parte di un concetto allargato di sviluppo: si parla ormai di sviluppo sostenibile, e ciò significa che non basta aumentare le risorse per poi distribuirle più equamente. La costruzione della crescita dovrebbe incorporare maggiormente la dimensione umana. La crescita - dice il programma delle Nazione Unite per lo sviluppo - non è un’opzione, è un imperativo. La questione non è solo quanto crescere, ma in che modo. I modelli dei Paesi in via di sviluppo e industrializzati dovrebbero diventare modelli di sviluppo umano sostenibile. L’orientamento dell’Onu si fonda appunto sull’idea centrale di sviluppo umano, definito come «il processo di ampliamento delle possibilità di scelta delle persone, che aumenti le loro opportunità di istruzione, assistenza sanitaria, reddito e occupazione; che ricopra l’intera gamma di scelte, da un ambiente fisico sano, alle libertà politiche ed economiche». È dunque evidente che i diritti universali, propri cioè di ogni abitante del pianeta, possono realizzarsi solo all’interno di una società giusta, che dia a ciascuno pari opportunità di crescita. Non si può non riflettere su ciò che questi entusiasmanti obiettivi comportano. Spesso non si dà il giusto peso al vincolo rappresentato dalle risorse disponibili: se i Paesi in via di sviluppo dovessero ulteriormente avvicinarsi ai nostri standard di vita, e quindi di consumo, sarebbe indispensabile ridurre i nostri consumi, almeno sulla base delle attuali conoscenze scientifiche e tecnologiche. Si pensi soltanto ai due problemi più rilevanti di oggi: l’ambiente e l’energia. Assistiamo già a fenomeni che comportano un livello di allarme serio, spesso sottovalutato al di fuori della comunità scientifica. I cambiamenti climatici, indotti dalle emissioni di anidride carbonica, posseggono una carica distruttiva di proporzioni gigantesche: innalzamento dei livelli del mare, desertificazioni, dissesti idrogeologici, catastrofi meteorologiche e via dicendo. Anche l’approvvigionamento di energia, se non si realizzeranno progressi nell’individuazione di fonti alternative non inquinanti, presenta il duplice vincolo dell’aggravamento dei problemi ambientali e della materiale impossibilità di soddisfare le richieste sempre crescenti, per sostenere il maggiore sviluppo economico complessivo del pianeta. Sono ottimista sulla capacità che la scienza, come accaduto in passato, dimostrerà di avere nel fronteggiare le nuove esigenze. È in nostro potere spingere in avanti le frontiere del possibile. Resta però la necessità principale per il mondo occidentale di definire modelli di consumo compatibili con uno sviluppo diffuso e attento all’uomo e all’ambiente.
Lo sviluppo è il nuovo nome della pace
Il magistero sociale della Chiesa cattolica sostiene efficacemente questa visione. Dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Mater et magistra di Giovanni XXIII; dalla Laborem exercens di Giovanni Paolo II alla Deus caritas est di Benedetto XVI, le encicliche papali esaltano sempre più il legame tra sviluppo economico e condizioni sociali. Mi sembra soprattutto innovativa e premonitrice la Populorum progressio di Paolo VI, del lontano 1967. Mi ha colpito la lucidità di alcuni passaggi: «Gli sforzi, anche considerevoli, che vengono dispiegati per aiutare sul piano finanziario e tecnico i Paesi in via di sviluppo, sarebbero illusori, se il loro risultato fosse parzialmente annullato dal gioco delle relazioni commerciali tra Paesi ricchi e Paesi poveri. La fiducia di questi ultimi verrebbe profondamente scossa se avessero l’impressione che si toglie loro con una mano quel che si porge con l’altra. Le nazioni altamente industrializzate esportano in realtà soprattutto dei manufatti, mentre le economie poco sviluppate non hanno da vendere che prodotti agricoli e materie prime. Grazie al progresso tecnico, i primi aumentano rapidamente di valore e trovano sufficienti sbocchi sui mercati, mentre, per contro, i prodotti primari provenienti dai Paesi in via di sviluppo subiscono ampie e brusche variazioni di prezzo, che li mantengono ben lontani dal plusvalore progressivo dei primi. […] Ciò significa che la legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali. I suoi vantaggi sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i Paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo disuguali da Paese a Paese: i prezzi che si formano “liberamente” sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. Giova riconoscerlo: è il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa»1. Il significato più importante, di valore storico, è che per la prima volta un Papa dà alla giustizia sociale una dimensione mondiale, riconoscendo l’esistenza di un grave problema di diseguale distribuzione dei mezzi di sussistenza. Ne consegue l’esortazione a risolvere la questione dello sviluppo nella prospettiva dell’interdipendenza universale. Il vero sviluppo non può perciò consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità di beni e servizi, se ciò si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini, e senza la dovuta considerazione per le dimensioni sociali, culturali e spirituali dell’essere umano. La novità rivoluzionaria per la Chiesa di allora è ravvisabile in una frase, che si legge nel paragrafo conclusivo del documento e che può essere considerata come la sua formula riassuntiva, oltre che come la sua qualifica storica: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace»2. In realtà, se la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale, è perché l’esigenza di giustizia può essere soddisfatta solo su questo stesso piano. Disattendere tale esigenza potrebbe, affermava Paolo VI, generare tentazioni di violenza mettendo in pericolo la pace. Una profezia che si sta realizzando sotto i nostri occhi.
Note e indicazioni bibliografiche
1 Paulus P.P. VI, Populorum progressio, Roma 26 marzo 1967, nn. 56- 57-58. 2 Ibid., n. 87.