Sviluppo equilibrato
Il concetto di sviluppo sostenibile è presente in ogni discussione riguardante i Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, in quanto troppo spesso il loro cosiddetto sviluppo è avvenuto in modo sbilanciato, privilegiando gli aspetti puramente economici. Non si può tuttavia parlare di vero sviluppo se in esso non vengono coinvolti tutti gli aspetti fondamentali della persona: l’aspetto economico, certo, ma anche quello religioso e quello sociale; né si può prescindere dall’obiettivo da raggiungere, che deve essere il bene comune, mentre troppo spesso si favoriscono solo interessi individuali o di gruppo. È questa la storia, ricca di luci, come pure di ombre anche pesanti, del colonialismo, che ha finito per impoverire le tradizioni, le culture e le risorse, non solo economiche, dei Paesi colonizzati: il progresso economico e l’accresciuto benessere non sono sempre andati di pari passo con la crescita delle persone, delle loro libertà, di pensiero e di azione, della loro identità, non riuscendo a portare insieme allo sviluppo economico anche la pace. Pace e sviluppo sono strettamente connessi tra loro, ma se quest’ultimo non è inteso come sviluppo completo della persona e della società di cui essa fa parte, se non comprende in sé anche la libertà nella sua totalità, difficilmente potrà portare a una vera pace. Questo compito non può essere delegato solo alla politica, ma deve essere assunto da tutti i protagonisti della vita civile, come governo, istituzioni pubbliche, imprese e tutta la cosiddetta società civile, basti pensare al complesso mondo del volontariato e del non profit. Non si può inoltre dimenticare la Chiesa con le sue encicliche sociali, in particolare la Populorum progressio, di cui ricorre il quarantesimo anniversario, e con il suo impegno concreto nelle situazioni reali in tutto il mondo. Se lo sviluppo deve essere equilibrato richiede l’azione congiunta e possibilmente concorde di tutti gli attori per il raggiungimento dell’obiettivo comune. Intervenire nello sviluppo dei Paesi più bisognosi significa portare a essi valore aggiunto, e non sottrargliene, ma questo implica in primo luogo la necessità di lavorare sul proprio sistema Paese, di rendere forte e solida la propria realtà economica e sociale, perché solo così si può essere in grado di trasferire agli altri le proprie conoscenze, le proprie esperienze e specializzazioni. Appare quindi chiaro che il problema dello sviluppo equilibrato e il concetto di bene comune non sono limitabili ai soli Paesi poveri, ma sono estendibili a ogni società, anche a quelle avanzate, e devono essere al centro delle relazioni tra tutti i Paesi, qualunque sia il loro grado di sviluppo economico.
Il sistema Paese
Senza voler entrare in definizioni teoriche, si può molto concretamente intendere lo sviluppo di un sistema Paese come equilibrio e ricerca di progresso del sistema politico, delle istituzioni pubbliche e private e delle imprese in chiave di: - capitale umano; - competitività e imprenditorialità; - internazionalizzazione; - innovazione; - diritti umani, democrazia ed etica. Ogni Paese, e l’Italia non sfugge a questo schema, viene per così dire controllato e gestito principalmente dal governo, dalle grandi imprese e dai sindacati, sistemi e realtà che dovrebbero mirare a garantire prevedibilità e certezze, tutelare i cittadini nei loro diritti del lavoro, etc. Oggi tuttavia il vero conflitto sembra ancora essere quello tra capitalismo burocratico e capitalismo imprenditoriale, cioè tra un mercato prevalentemente controllato dallo stato e un libero mercato più attento alla libertà di intrapresa individuale. Sarebbe opportuna la ricerca di un profittevole equilibrio tra queste due concezioni, cosa senz’altro non semplice ma capace di produrre notevoli risultati per il Paese. Ogni imprenditore dovrebbe avere la possibilità di crescere, innovarsi e riconoscersi parte di questo Paese nella sua crescita, naturalmente creando valore aggiunto. Ogni governo dovrebbe incentivare la competitività e l’imprenditorialità, rendendo la burocrazia snella ed efficiente, fornendo servizi adeguati, promuovendo l’apertura a nuove tecnologie, per esempio partendo dalla digitalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione per renderla più rapida e funzionale. La creazione di un ambiente favorevole è premessa necessaria perché le imprese siano competitive e possano investire in ricerca e innovazione, un’attività che deve essere svolta costantemente, individuando giorno per giorno soluzioni nuove, strumenti e mezzi che prima non era nemmeno concepibile possedere o saper utilizzare. La competizione, tuttavia, non è solo quella per la percentuale di mercato o per un prodotto o un servizio migliore, ma anche quella per lo sviluppo del proprio territorio, trovando soluzioni e iniziative che agevolino lo sviluppo imprenditoriale e delle risorse del proprio Paese, mettendolo in grado di entrare nel mercato mondiale con l’autorità necessaria per intervenire a livelli sempre più alti. Tra l’altro, come già visto, solo così si potranno trasferire aiuti, conoscenze ed esperienze agli altri Paesi, particolarmente ai più bisognosi. Ogni piccola o grande realtà formata da persone, famiglia o azienda che sia, ha bisogno di crescere, esprimersi, rischiare, organizzarsi, ristrutturarsi, e soprattutto di innovarsi e integrarsi continuamente, potendo contare sull’interesse e l’aiuto dei governi, delle imprese e dei cittadini. Tutto questo può avvenire solo nel totale rispetto di democrazia, giustizia sociale ed etica. La Chiesa predica e rende evidenti i valori da seguire, lo Stato e il governo partecipano nella creazione delle regole per i cittadini. Tutto ciò è necessario affinché ogni cittadino si senta protetto e sicuro nell’investire e nel credere nello sviluppo del proprio Paese, dove esistono delle leggi, dei diritti e dei doveri validi, senza distinzione tra ricchi o poveri, religiosi o laici, come deve accadere per tutti i cittadini che vivono in un Paese democratico dove giorno per giorno si vince, si perde, ma dove vale la pena partecipare.
La dimensione internazionale
Capitale umano, innovazione tecnologica e capacità imprenditoriale portano alla creazione di imprese che producono possibilità di crescita e apertura economica, arrivando a internazionalizzare il proprio Paese: questo è un punto essenziale per l’Italia. Pensiamo all’area del Mediterraneo, a due passi da noi, a quante possibilità di scambi commerciali e culturali si possono attuare da ambo le parti, investendo in nuove attività imprenditoriali che siano di supporto, non solo a livello di infrastrutture o di sviluppo urbano e rurale, ma anche nel trasferimento di conoscenza ed esperienza della formazione del capitale umano, nell’incentivarne la crescita. È interesse e responsabilità nostra e dell’Europa supportare e incentivare l’equilibrio politico, economico e religioso nel Mediterraneo, comunicando in maniera efficace tra un Paese e l’altro, rendendo l’integrazione e il dialogo più semplici, nel tentativo di portare una pace generata da una crescita e un livello di vita soddisfacenti. Accordi come quello di Lisbona e Barcellona, per quanto riguarda l’area del Mediterraneo, ci insegnano per esempio che l’autentico sviluppo di un Paese e del mondo intero si basa sul tentativo di creare un libero mercato in grado di valorizzare civiltà diverse, sviluppandone le risorse umane, favorendo il dialogo interculturale e interreligioso, e investendo su progetti e imprese per il futuro, grazie a fondi privati e pubblici. La partecipazione delle istituzioni pubbliche e private è fondamentale per raggiungere questo obiettivo comune, non solo per un dovere etico di governi e istituzioni, ma anche perché la nascita di nuove imprese scaturisce dall’addizione tra capitale umano formato e capitale finanziario a basso costo. L’etica produce ricchezza, benessere sociale, regole applicabili e, nel tempo, sviluppo. Un esempio è dato dai programmi che Promos attua sulla base delle strategie che hanno come obiettivo comune lo sviluppo economico delle Pmi. La ricetta è semplice: “sprovincializzare” la piccola media impresa italiana mediante: - uno sviluppo delle proprie risorse umane e di quelle dei Paesi in via di sviluppo, che potrebbero ospitare nuove imprese a capitale parzialmente italiano, portando lavoro e benessere sociale mediante una formazione ad hoc; - un apporto nel capitale iniziale di un Fondo, nel caso del Mediterraneo, Euromed, che grazie all’iniziativa della Camera di Commercio di Milano è composto da risorse finanziarie di Bei, Banca Intesa San Paolo, Fondazione Cariplo, Unicredito, Regione Lombardia. Tale partecipazione cesserà dopo un periodo dai tre ai cinque anni, quando la nuova impresa sarà decollata. Si tratta solo di una delle tante possibilità che ogni Paese, ogni governo responsabile dell’andamento e dello sviluppo del mondo, può attuare da subito. Non è con le parole o le promesse che si migliora, né con il continuare a posticipare a domani quello che era tempo di fare già da ieri e l’altro ieri.