ATLANTIDE: Il processo di concentrazione in atto nel sistema bancario, pur con aspetti indubbiamente positivi, non rischia di ridurre notevolmente il tradizionale radicamento delle nostre banche sul territorio?
Roberto Mazzotta,
Presidente di Banca Popolare di Milano
Il processo di concentrazione del sistema bancario è avvenuto attraverso due fasi. La prima, incominciata negli anni Novanta con la legge Amato e proseguita con l’approvazione del Testo unico bancario, è stata una fase di trasformazione, privatizzazione e aggregazione, indotta dal recepimento delle direttive comunitarie. La seconda, ancora in corso, ha visto la modifica delle competenze assegnate alle diverse autorità di vigilanza e controllo dei mercati bancari e finanziari, in seguito al cambio dei vertici della Banca d’Italia e all’approvazione della legge sul risparmio. Tale processo ha portato a un formidabile ammodernamento del sistema bancario italiano e, indubbiamente, il giudizio complessivo su di esso non può che essere positivo, nonostante alcune operazioni industriali che non hanno avuto buon esito. Grazie a questo processo di concentrazione, oggi si sono configurate due realtà bancarie con potenzialità innovative, che possono ulteriormente svilupparsi. La prima tipologia di banca riguarda i due grandi gruppi nazionali, uno più attento alla realtà domestica, l’altro già proiettato verso i mercati della moneta unica. La seconda tipologia, dotata di potenzialità espansive, rappresenta le banche nate dalla razionalizzazione, dall’ammodernamento, dalle aggregazioni che si sono realizzate, e si stanno realizzando, nel comparto delle banche popolari. Da queste due realtà potranno nascere elementi utili per ulteriori trasformazioni e per il rafforzamento del settore bancario del nostro Paese. Detto questo, non credo affatto che il processo di concentrazione intervenuto abbia diminuito il tradizionale radicamento delle nostre banche sul territorio. Ritengo, invece, che abbia creato una diversificazione di funzioni. Da una parte, i grandi gruppi, infatti, saranno naturalmente proiettati verso due indirizzi: far parte sempre più di grandi gruppi finanziari, in cui saranno presenti componenti bancarie, assicurative e finanziarie; guardare fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa. In tal modo, i due grandi gruppi italiani avranno la possibilità di diventare due grandi gruppi europei, con baricentro italiano, avendo una capitalizzazione di Borsa intorno ai 70 miliardi di euro, in linea con i competitori a livello di mercato unico europeo. Dall’altra parte le banche popolari hanno una loro vocazione, che è quella di essere intermediari moderni e fortemente avanzati nel radicamento territoriale, funzionando da banche dei distretti industriali. Il loro futuro sarà dunque quello di banche moderne, legate al territorio.
Cesare Geronzi,
Presidente di Capitalia
Questa è ancora una tesi ricorrente sul piano scientifico, anche se le evidenze empiriche, in studi effettuati anche in altri Paesi, si sono quasi sempre rivelate piuttosto deboli. In realtà, a una concentrazione segue normalmente una fase di ristrutturazione organizzativa, che può avere inizialmente effetti di ricomposizione del portafoglio clienti, ma sono effetti limitati che tendono a rientrare quando la nuova macchina funziona a regime. Sicuramente oggi in Italia le comunità locali traggono vantaggio da una maggiore presenza e concorrenza bancaria e nelle aree più deboli sono proprio le banche maggiori a espandere maggiormente gli impieghi e a investire nel territorio una quota più elevata della raccolta. In queste aree le concentrazioni hanno prodotto più concorrenza, più efficienza e migliore qualità dei servizi. Contano molto, inoltre, anche le modalità con cui si realizza una concentrazione. Un gruppo come Capitalia, per esempio, nasce come aggregazione di banche di media dimensione, aventi tutte un forte radicamento territoriale, come la Banca di Roma, il Banco di Sicilia e Bipop. In questo caso il radicamento territoriale rappresenta un plus concorrenziale che si vuole mantenere ed esaltare nel nuovo gruppo. Si assiste quindi a un potenziamento dell’offerta e non a un arretramento, perché il gruppo realizza economie di scala e dispone di una gamma di prodotti e servizi - nel risparmio gestito, nei mutui e nel credito industriale - di cui non dispongono le banche originarie.
ATLANTIDE: Sotto questo profilo, come va giudicata la tendenza a omologare al modello delle società per azioni le forme bancarie più legate al territorio, come le banche popolari e le banche di credito cooperativo?
Roberto Mazzotta: Credo che innanzitutto vada fatta una distinzione tra le banche di credito cooperativo e le banche popolari. Le prime hanno una dimensione ridotta, un forte localismo e una mutualità diretta, cioè un rapporto ancora forte con la propria base di soci. Le banche popolari, invece, pur avendo la natura giuridica di società cooperative, sono molto più simili alle altre banche e sono caratterizzate da una mutualità indiretta. Nei processi di aggregazione o trasformazione devono quindi tener presente la loro scelta professionale, che è quella di essere legate e attente all’economia dei territori di appartenenza (che possono essere anche vasti), popolati da imprese piccole, piccole-medie e medie, a cui vanno offerti prodotti tipicamente commerciali. Le banche “tradizionali” non sono caratterizzate da questa scelta professionale. Non credo esista un rischio legato alla tendenza a omologare al modello delle spa le banche popolari. La forma giuridica è un elemento di rafforzamento e di difesa della scelta professionale. C’è un rischio, perciò, nel caso in cui la banca popolare decida di cambiare la sua scelta professionale. Se decide di farlo, credo possa diventare conseguente cambiare anche la forma giuridica. In ogni caso, ritengo che i dissesti delle banche popolari verificatisi negli ultimi anni siano il frutto di questo cambiamento della loro “missione”.
Cesare Geronzi: Nelle piccole banche popolari e nelle banche di credito cooperativo i vantaggi dei principi cooperativi sono in grado di esaltare un apporto all’economia locale che resta importante e insostituibile. Per le maggiori banche popolari il discorso è in parte diverso, perché lo specifico modello di governance tende in alcuni casi a creare ostacoli a una gestione efficiente, nonché a sottrarle agli effetti disciplinanti di una concorrenza sugli assetti proprietari che invece le altre maggiori banche subiscono. I ritardi che il nostro sistema bancario denuncia al confronto con le altre principali economie, in termini di ristrutturazione e consolidamento nella fascia delle banche medie, sono probabilmente attribuibili a questo problema. Lo stesso governatore della Banca d’Italia ha ancora di recente ribadito che è matura l’esigenza di rivedere la governance delle banche popolari proprio per affrontare quest’ordine di problemi.
ATLANTIDE: A parere di molti, il sistema economico italiano è minacciato da una irreversibile deindustrializzazione. Lei concorda con questa analisi e, nel caso, quali contromisure o alternative esistono per non compromettere lo sviluppo del Paese?
Roberto Mazzotta: Non credo che il sistema economico italiano stia andando nella direzione di un’irreversibile deindustrializzazione. Condivido, invece, la preoccupazione di chi, partendo dall’infelice esperienza delle cosiddette privatizzazioni, ritiene che abbiamo perso alcuni importanti comparti produttivi. Grazie a tali manovre, infatti, ci siamo giocati due o tre comparti produttivi internazionali. Oggi, a mio avviso, ci troviamo in una situazione in cui il nostro Paese ha notevolissime capacità di reindustrializzazione, perché è un Paese attivo, che ha risorse, ha intelligenza. La scommessa di poter ritornare a essere un’economia con una componente industriale importante non è perciò affatto persa. Naturalmente occorre lavorare sulle condizioni che possono favorire questa eventualità, e credo che la più importante sia l’apertura alla concorrenza. È dannoso pensare che un sistema concorrenziale aperto possa danneggiarci: è il protezionismo, che si viene a creare più per ragioni di comodo e di potere che di interesse generale, a costituire una minaccia per la nostra economia.
Cesare Geronzi: Parlare di deindustrializzazione ha un significato negativo, che non corrisponde alla realtà. L’Italia, come tutti i Paesi industrializzati, è entrata da alcuni anni in quella fase che vede la quota dell’industria sul valore aggiunto ridursi progressivamente a favore della quota dei servizi, che infatti rappresentano attualmente il 70% del Pil e sono destinati a espandersi ulteriormente. In questo senso, il calo dell’industria è un fatto fisiologico, che si accompagna anche allo spostamento di parte della produzione al di fuori dei confini nazionali sia per ragioni di costo sia per la penetrazione in nuovi mercati. La riduzione della quota “interna” dell’industria non è quindi un fattore che di per sé compromette lo sviluppo del Paese. L’importante è che le imprese industriali si riposizionino su una gamma di prodotti ad alto valore aggiunto e siano quindi in grado di far fronte alla concorrenza internazionale. Contemporaneamente, deve crescere anche la capacità competitiva dei servizi, sia privati che pubblici, in modo da trasformare in senso moderno la nostra economia. Io credo che, sia pur lentamente, entrambe le cose stiano avvenendo. Si è temuto, in questi ultimi anni, che, di fronte alle nuove sfide dei mercati mondiali, la nostra industria non riuscisse a rimanere competitiva e fosse destinata a un inarrestabile declino. Non vi è dubbio che tale preoccupazione abbia avuto il pregio di riportare l’attenzione sulle debolezze del sistema Paese: la scarsa produttività dei servizi, e prima di tutto della pubblica amministrazione; un’elevata evasione fiscale, il cui combinato disposto è l’alta imposizione fiscale, particolarmente su grandi imprese e lavoro dipendente; la carenza di infrastrutture; un sistema universitario inadeguato; un sistema istituzionale paralizzato da poteri di veto diffusi e incapace di ringiovanirsi. Tuttavia, il timore del declino economico ha sempre più ceduto il passo alla consapevolezza che le nostre imprese, banche incluse, hanno saputo reagire positivamente, nonostante le tante difficoltà di contesto. Siamo stati tra i primi, già nell’autunno del 2005, a cogliere, con le nostre indagini sulle imprese, questi segnali di reazione.
ATLANTIDE: In generale, quali sono le iniziative fondamentali che dovrebbero essere intraprese per rilanciare l’Italia?
Roberto Mazzotta: Ritengo che siano fondamentalmente due, e fanno riferimento alla nostra materia prima più importante: l’uomo. C’è bisogno, in primo luogo, di migliorare le capacità di relazioni fisiche e tecnologiche. Occorre, quindi, intervenire sulle comunicazioni, sulle reti, sulle infrastrutture, migliorando quelle già esistenti e creandone di nuove. In secondo luogo, bisogna intervenire sulla qualità della scuola, dell’università, della ricerca. Infrastrutture ed educazione: queste sono le realtà in cui il nostro Paese è arretrato e che costituiscono il nostro vincolo oggettivo alla crescita. Non c’è bisogno di un governo che aiuti a fare l’industria e che dia i contributi; serve, invece, che si impegni a fornire comunicazioni efficienti e una scuola all’avanguardia a livello internazionale.
Cesare Geronzi: La risposta è difficile perché qualsiasi lista di iniziative potrebbe apparire eccessiva e indurre, quindi, allo scoraggiamento, oppure potrebbe apparire insufficiente e inadeguata rispetto alla dimensione dell’obiettivo. Non vi è dubbio che prima di tutto va garantita la stabilità finanziaria, e quindi messa e mantenuta in ordine la finanza pubblica. Fatto questo, una maggiore efficienza della pubblica amministrazione può consentire di ridurre la spesa pubblica e di abbassare permanentemente la pressione fiscale. È certo opportuno, inoltre, porre in cima alle priorità l’esigenza di liberare ed esaltare l’azione delle forze della concorrenza, perché esse sono le uniche in grado di ampliare il grado di innovazione e di garantire l’accesso al sistema delle risorse professionali migliori. Questo però significa ridurre i vincoli e non aggiungere altre prescrizioni che limitano la capacità gestionale degli operatori, magari a vantaggio di qualcuno, ma certo non dell’efficienza del sistema. A volte è meglio non fare, piuttosto che intervenire impropriamente o in modo pasticciato. Sarà forse necessario, infine, firmare un nuovo patto sociale, che coinvolga tutte le parti in causa - imprenditori dell’industria e dei servizi, lavoratori, pubblica amministrazione - per accrescere, al tempo stesso, la produttività e l’occupazione, in senso quantitativo e qualitativo. Soltanto dalla crescita stabile e duratura di queste due variabili può derivare una solida espansione del prodotto interno lordo nel lungo periodo.
ATLANTIDE: In quali precisi e concreti modi può il sistema bancario aiutare le Pmi, particolarmente per quanto riguarda l’accesso al credito e l’aumento di competitività?
Roberto Mazzotta: Le banche possono aiutare le Pmi facendo funzionare bene il sistema bancario, che tra l’altro si trova alle soglie di un importante cambiamento: la riforma strutturale della vigilanza prudenziale, meglio conosciuta come normativa Basilea2. Tale riforma rivoluzionerà il rapporto tra banca e impresa, attraverso due elementi importanti: la conoscenza dei dati e la capacità di valutazione del merito di credito dell’impresa. Si tratta di una sfida molto importante, più per le banche che per le imprese. Infatti, l’istituto bancario che non sarà capace di valutare il merito di credito, di avere un rapporto stretto con le aziende, di saperle premiare aumentando, quando è il caso, l’erogazione di credito a condizioni competitive, sarà inevitabilmente destinato a per dere quote di mercato. L’introduzione della normativa comporterà una rivoluzione culturale e organizzativa per le banche e l’obbligo di una contabilità trasparente e in ordine, oltre alla limitazione del rapporto pluribancario, per le imprese. Finalmente il rapporto con le Pmi uscirà dai tavoli dei convegni, per arrivare su quelli di lavoro. In attesa di questo cambiamento, le banche potranno aiutare le Pmi migliorando la loro qualità professionale e le imprese potranno agevolare questo miglioramento facendo altrettanto.
Cesare Geronzi: Non esistono ostacoli all’accesso al credito delle Pmi. Lo dimostrano i dati di questi ultimi anni: nonostante la recessione industriale, il credito alle Pmi è cresciuto, dando a esse il tempo necessario per ristrutturarsi e recuperare competitività. Questo è successo anche perché le banche, pur non frapponendo ostacoli all’accesso al credito, hanno svolto un ruolo attivo, contrattando i piani di ristrutturazione, il rafforzamento della governance, e il rinnovamento del management delle aziende in difficoltà che accedevano al credito. Ora si può affrontare il problema anche per la “via maestra”, che è quella di far crescere le imprese. Nel suo modello di intervento Capitalia intende favorire questa opzione e individua un approccio che vuole affrontare a 360 gradi i problemi della crescita dimensionale, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione delle imprese nel rispetto delle scelte imprenditoriali. Il nostro gruppo ha infatti proposto in fase di sperimentazione diversi prodotti di finanziamento alle piccole e medie imprese volti sia a dare stabilità alla struttura finanziaria delle imprese e, quindi, a porre le condizioni della crescita, sia a supportare i processi di innovazione e internazionalizzazione.
ATLANTIDE: Il nostro sistema bancario è sufficientemente internazionalizzato per sostenere in modo efficace le nostre imprese all’estero?
Roberto Mazzotta: No, credo che non sia sufficientemente internazionalizzato, anche se sta incominciando a esserlo. Non bisogna dimenticare che fino a pochissimo tempo fa la logica di crescita del sistema bancario italiano era esclusivamente domestica. Il processo di concentrazione attualmente in atto, di cui ho parlato in precedenza, sta creando tutte le condizioni per affrontare positivamente anche questa sfida. Ovviamente i due grandi gruppi bancari italiani hanno la piena possibilità di proseguire la loro azione di internazionalizzazione anche mediante acquisizioni di banche in mercati diversi da quello nazionale. Le banche a carattere regionale e interregionale, invece, seguiranno una logica diversa: non avendo le risorse e le dimensioni necessarie per compiere operazioni acquisitive, potranno realizzare forme di partnership con altre realtà regionali o interregionali europee o di altri Paesi.
Cesare Geronzi: Nell’attuale quadro dell’economia globale le banche veramente “internazionali” sono pochissime. L’acquisizione da parte di una banca di una partecipazione all’estero rappresenta una decisione molto onerosa, giustificata solo da elevate prospettive di redditività, e di per sé non necessariamente funzionale ad accompagnare la propria clientela in quel mercato. A questo scopo è perfettamente adeguata una rete di filiali e di uffici di rappresentanza, ben assistita da accordi di cooperazione con banche estere. Sotto questo profilo direi, quindi, che il grado di internazionalizzazione delle banche italiane è più che adeguato, considerato che ogni banca individua delle aree di privilegiata attenzione in relazione agli interessi della propria clientela. Attualmente per Capitalia tali mercati sono soprattutto la Romania, la Cina e l’India. In subordine vengono i Paesi balcanici, l’Europa dell’Est e la Turchia. Queste sono anche le aree che ci vedono maggiormente impegnati sia in un’attività di screening di opportunità, sia di collaborazione con le banche locali.
ATLANTIDE: Secondo Lei, è reale il rischio di una pericolosa “colonizzazione” dall’estero del nostro sistema bancario?
Roberto Mazzotta: Più che nella colonizzazione, io vedo rischi nella protezione, perché quando si è abituati a essere protetti si diventa deboli e quando si è deboli si è inevitabilmente esposti alla colonizzazione. Nel nostro settore, inoltre, esistono due grandi gruppi con oltre 70 miliardi di euro di capitalizzazione: chi potrebbe colonizzarli? Insisto sul rischio della protezione, perché chi si chiude per non essere “colonizzato”, diventa asfittico. È inutile che si facciano tante conferenze sulla globalizzazione, se poi si sceglie di chiudersi in sé stessi. Se, invece, decidiamo di aprirci alla concorrenza, diventiamo più forti e più attivi sul mercato, cresciamo e riduciamo il rischio di essere colonizzati. Se poi qualcuno ci colonizza, è perché ci porta qualche elemento innovativo, ma in questo caso non si tratta più di un rischio, ma di un arricchimento.
Cesare Geronzi: In un sistema europeo che punta alla piena integrazione, non si può parlare di pericolosa “colonizzazione”. Inoltre, l’apertura al capitale estero garantisce una vera contendibilità della proprietà delle aziende, che è un bene perché rappresenta uno stimolo essenziale alla gestione efficiente e dinamica. Certo è che la presenza di capitale estero nel nostro sistema e il grado di apertura degli assetti proprietari delle nostre banche sono elevati al confronto europeo. Questo è anche un segno della attrattività delle nostre banche; il divario dimensionale ancora presente accentua però la vulnerabilità di molte di esse. Non parlerei, quindi, di pericolosa “colonizzazione”, semmai del rischio di vedere ridursi il grado di autonoma determinazione di scelte finanziarie che in altri Paesi si preferisce ancora mantenere sotto il controllo nazionale. Il modo comunque migliore per difendersi è quello di mantenere al massimo l’efficienza gestionale e le prospettive reddituali.
ATLANTIDE: A un anno dalla entrata in vigore della nuova legge sul risparmio, si può affermare che le famiglie sono più tutelate nell’investire i loro risparmi?
Roberto Mazzotta: Credo che nel passato le famiglie siano state vittime di tre elementi negativi: la disonestà di alcune banche internazionali; la parziale complicità di qualche banca domestica; l’essersi fatte ingolosire da rendimenti elevati senza tener conto che dietro a ogni rendimento elevato c’è un rischio elevato. Sui primi due elementi stanno indagando le autorità preposte, anche se ritengo che la colpa più grave non sia stata delle banche italiane. Sul terzo punto vorrei che fosse chiaro agli italiani che il risparmio non si può gestire attraverso le informazioni tratte dai giornali o dalle discussioni con gli amici, occorrono strumenti specializzati. Quando si cerca di fare da sé, il rischio è elevatissimo. Oggi la legge tutela di più i risparmiatori, offrendo garanzie maggiori. Gli intermediari hanno l’importante compito di offrire con professionalità buoni strumenti di risparmio, e il nostro mercato è ricco di prodotti con un livello qualitativo accettabile e rispettabile.
Cesare Geronzi: La nuova legge sul risparmio ha certamente rafforzato la tutela del risparmiatore sotto molti profili, che vanno dalla disciplina degli emittenti, alle regole di trasparenza, ai conflitti di interesse, al sistema sanzionatorio e all’assetto delle autorità di controllo. Su questo stesso terreno si muoverà il recepimento della Direttiva europea Mifid. Credo però che il vantaggio più consistente di tale legge sia stato un effetto “indiretto”, cioè quello di accelerare un processo che era già in atto con la crescente responsabilizzazione degli operatori, la diffusione ed estensione dei codici di comportamento, l’assunzione della tutela del cliente come elemento centrale del contesto competitivo. In questa stessa direzione vanno gli orientamenti che rafforzano la posizione contrattuale dei risparmiatori, come per esempio l’attribuzione di un ruolo alle associazione dei consumatori - Capitalia li ha addirittura portate nelle proprie filiali - e anche l’alfabetizzazione finanziaria del pubblico, sulla quale molto stanno facendo la Fed statunitense e la Fsa britannica (Financial Service Authority) e su cui dovremmo impegnarci anche in Italia. Non vanno invece in questa direzione, anzi la contraddicono, interventi diretti su prezzi o che inibiscono forzatamente alcune soluzioni contrattuali che possono essere liberamente stipulate tra le parti.
ATLANTIDE: In passato il ruolo delle Fondazioni Bancarie è stato al centro di vive discussioni: quale ritiene debba essere la loro funzione istituzionale?
Roberto Mazzotta: Le fondazioni bancarie, figlie della legge Amato, anche se per essere storicamente precisi bisognerebbe parlare di legge Andreatta-Amato, hanno attraversato un lungo iter conflittuale prima di vedersi riconosciuti i diritti di soggetti rispettabili. Oggi esse svolgono un ruolo importantissimo che spero possa crescere ancora. Man mano che le operazioni di consolidamento bancario si saranno stabilizzate, le fondazioni diminuiranno la loro quota di partecipazioni bancarie in portafoglio e diventeranno grandi investitori istituzionali, specie in quei settori di fabbisogno per la crescita del Paese che, lo ripeto, sono le infrastrutture e il sistema educativo. Già le fondazioni bancarie si sono attivate nello svolgere questo importantissimo compito e spero che possano continuare a farlo in maniera crescente in futuro.
Cesare Geronzi: Con le fondazioni bancarie sono nati nella nostra economia dei protagonisti del settore non profit che realizzano un equilibrio fra responsabilità della funzione pubblica e responsabilità della società civile che nel nostro Paese - dove erano assenti le fondazioni private tipiche della cultura anglosassone - non si era mai vista. Dopo la progressiva dismissione delle partecipazioni di controllo nelle banche conferitarie, attuata con equilibrio, le fondazioni sono ora pienamente attrezzate patrimonialmente per divenire un riferimento fondamentale per tutta l’attività del terzo settore in Italia. Le partecipazioni bancarie delle fondazioni sono oggi considerate un elemento di stabilità in un mercato nazionale che da sempre denuncia una carenza di capitale privato a vocazione finanziaria.
ATLANTIDE: Per concludere, a Suo parere il nostro sistema bancario è troppo politicizzato o i rapporti banca-partiti si possono considerare sostanzialmente corretti?
Roberto Mazzotta: Rispondo molto rapidamente. Ci troviamo in una situazione di squilibrio nei rapporti tra banche e politica, anche se, rispetto al passato, si è invertito il senso dello squilibrio. Siamo passati, da una situazione che vedeva troppa forza nella politica e poca nella finanza, a una con troppa forza nella finanza e poca nella politica. Mi auguro che si possa raggiungere al più presto una situazione di equilibrio.
Cesare Geronzi: Credo che sia sempre opportuno mantenere desta l’attenzione sull’autonomia delle banche dalla politica. La politica determina il contesto nel quale le aziende, e tra esse le banche, operano. Le grandi banche, proprio per la dimensione che hanno e il ruolo che svolgono nel Paese, hanno responsabilità verso tutta la società e quindi la politica. Sono anche convinto che le maggiori banche in questo Paese siano state spesso troppo assenti dal dibattito di politica economica o vi abbiano interpretato il proprio ruolo troppo timidamente, con il risultato di essere sistematicamente considerate come le “vittime sacrificali” privilegiate quando, nelle periodiche manovre di restrizione, si è trattato di ripartire i sacrifici.