I compiti fondamentali dell’università
«La competizione fra territori è già elevata e, probabilmente, aumenterà ancora». «L’università è uno dei fattori che influenzano in misura rilevante la capacità competitiva di un territorio». Queste due affermazioni si sentono ripetere da molte parti, in molte occasioni e da molto tempo. Non sembra necessario quindi metterle in discussione, ma è importante analizzarne qualche aspetto specifico, incominciando dalle attività “produttive” in senso stretto. L’innovazione, per queste attività, rappresenta il fattore chiave del successo e, di conseguenza, le università sono chiamate ad assolvere a quattro “missioni”, che chiameremo compiti fondamentali. Innanzitutto abbiamo la formazione di professionisti con competenze adeguate, tali da poter giocare un ruolo di innovatori lungo tutto il processo produttivo (includendo ovviamente anche la ricerca e lo sviluppo); in secondo luogo, la ricerca e il continuo approfondimento nei diversi campi del sapere; in terzo luogo il trasferimento delle scoperte al tessuto industriale; in quarto luogo la creazione di nuove imprese. Questi quattro compiti sono, o dovrebbero essere, la base portante innanzitutto di qualsiasi università “tecnica” e delle discipline ingegneristiche, ma anche di quelle scientifiche in senso lato. I confini fra scienza e tecnica, infatti, si sono via via ridotti e così pure, in molti casi, non ha più senso la distinzione fra ricerca “di base” e “applicata”. Questa osservazione è già in sé rilevante e, per tradursi efficacemente nel concreto, richiederebbe sia un cambiamento culturale sia modifiche delle regole universitarie, come analizzeremo più oltre. Inoltre, è ormai chiaro a tutti che, quando si parla di attività produttive, non ci si può limitare agli aspetti tecnologici, ma devono essere considerate anche le competenze di natura economica, finanziaria, giuridica, sociale e così via. Queste attività, infatti, non solo costituiscono i supporti fondamentali alle imprese tecnologiche, ma danno anche luogo, in misura sempre maggiore, a iniziative imprenditoriali, oltre che professionali, autonome. Assistiamo così a un’altra riduzione della differenziazione: in questo caso la maggiore integrazione riguarda il secondario e il terziario. Il secondario tende a una sempre maggiore dematerializzazione, e il terziario ha sempre più bisogno di una forte componente scientifico-tecnologica. Gli stereotipi però sono duri a morire e spesso sentiamo riproporre questa separazione quale elemento discriminante; si parla così di società più o meno avanzate in base alla percentuale di attività terziaria. Ma è possibile immaginare una qualsiasi attività terziaria senza tecnologia informatica o, addirittura, una qualche possibilità di disporre di software avanzati senza un hardware coerente?
L’importanza del territorio
Un territorio ha tanta più possibilità di competere con altri territori quanto più possiede al proprio interno un insieme di università - scientifiche, tecnologiche, economiche, giuridiche, sociali - di alto livello, che assolvano quelli che abbiamo detto essere i quattro compiti fondamentali. È importante inoltre che tutte queste competenze siano il più possibile presenti congiuntamente, perché uno degli aspetti più interessanti è la capacità di operare in modo sinergico su problemi che aumentano di complessità, e questo è possibile nella misura in cui esistono una cultura e un linguaggio comuni: da qui la necessità di un forte interscambio culturale. Le ricerche, antiche e recenti, sulla competitività e, conseguentemente, sull’attrattività dei territori, mettono inoltre in luce che, come è facile osservare, una qualsiasi attività produttiva può svilupparsi e avere successo soltanto se il contesto nel suo complesso è armonico e coerente. Sono pertanto richieste infrastrutture adeguate, e qui si ritorna alle problematiche precedenti, in quanto le infrastrutture “di base”, dai trasporti, alla logistica, alla finanza, richiedono lo stesso tipo di competenze prima accennate. Gli studi più recenti hanno anche messo in luce che l’ambiente circostante è tanto più favorevole, quanto più è presente un sistema sanitario e scolastico di alto livello; forti fattori di attrattività sono inoltre la sicurezza, la disponibilità di intrattenimenti di vario tipo, da quelli culturali (musei, musica, teatri) a quelli sportivi e, soprattutto - aspetto questo scarsamente messo in evidenza - la bellezza! È facile a questo punto capire che il ruolo e il compito di determinare la capacità di attrazione di un territorio si può estendere praticamente a tutte le discipline presenti in una università; in tal modo si sta riscoprendo proprio il suo valore di universitas! L’aspetto forse più importante che sta alla base di tutte queste considerazioni è che il motore di competitività, successo, sviluppo, è dato dalla presenza sul territorio di persone di alto valore e dalla capacità del territorio stesso di attrarre talenti brillanti.
I problemi delle nostre università
L’università è il fattore di richiamo e di crescita di talenti brillanti, che costituiscono il prerequisito per ogni sviluppo; che poi si dia origine a una dinamica virtuosa, per cui tanto più competitivo è un territorio, tanto più aumenta la sua attrattività e, quindi, la sua stessa capacità competitiva, è un fenomeno anch’esso evidente. Se questa analisi è corretta, bisogna dunque chiedersi se, attualmente, la nostra università abbia il desiderio e la capacità di giocare questo ruolo. La risposta è che, tranne alcune eccezioni, che però stentano comunque a emergere perché il contesto complessivo è sfavorevole, se non addirittura ostile, attualmente l’università non solo non gioca tale ruolo e, in molti casi, non è in grado di assumerlo, ma anche, purtroppo, talvolta, non si pone nemmeno il problema. È inutile tentare qui una disamina di tutti gli aspetti negativi, perché ciò implicherebbe anche sottacere quelli positivi che indubbiamente sono presenti e facilmente riconoscibili, non fosse altro per il fatto che i nostri studenti, almeno i migliori, sono apprezzati in tutto il mondo, sia che continuino il loro percorso di studio nei migliori atenei e centri di ricerca, sia che entrino in altri percorsi professionali. Desidero invece mettere in evidenza alcuni aspetti che dovrebbero essere attentamente valutati da parte del mondo politico, delle aziende, della stessa accademia e di tutti coloro a cui sta a cuore il territorio in cui viviamo, sia esso ridotto alle minime dimensioni geografico-amministrative (comune), sia esso dilatato fino a comprendere tutta l’Unione Europea. Il primo richiamo riguarda il fatto che spesso si discute sull’università come se potesse essere considerata un mondo a sé stante, senza tener conto da un lato del contesto sociale e culturale, legato per esempio ai mass media, e, dall’altro, dell’intero processo formativo, a partire dalle scuole primarie. Dal momento che in questa sede non è possibile esaminare aspetti molto importanti legati, per esempio, all’immagine e alla percezione di ruolo degli insegnanti o dei tecnici, vogliamo esclusivamente analizzare gli aspetti relativi alla cosiddetta “filiera formativa”. Come abbiamo avuto modo di analizzare e discutere in molteplici occasioni, quando un giovane arriva all’università, per molti versi è gia formato, nel bene e nel male, non soltanto perché ha acquisito determinate competenze ma, soprattutto, perché ormai ha un’impostazione di metodo e un’abitudine comportamentale che è difficile mutare. Non è detto inoltre che tutti debbano proseguire gli studi all’università e, quindi, la scuola deve fornire gli elementi tali per cui chi non possiede la voglia o la capacità di proseguire gli studi possa accedere al mercato del lavoro in modo decoroso, trovandosi in molti casi ad assumere posizioni altrettanto importanti per assicurare, per esempio, la capacità innovativa in un’impresa o, addirittura, per collaborare attivamente a un’attività di ricerca di frontiera. Troppo spesso si è sottostimata l’importanza di questo problema e sarebbe ora di riflettervi in modo serio. Si parla sovente del deficit di rapporti fra università e impresa, ma quante volte si analizza il deficit fra scuola secondaria superiore e impresa, quando invece per molti decenni questo è stato il plus del nostro sistema scolastico rispetto a quello di altri Paesi? Perché non si deve immettere un giovane, nel periodo più stimolante della sua vita, nel lavoro produttivo, sfruttando la sua intelligenza e la sua voglia di fare, e lo si obbliga invece ad annoiarsi, demotivarsi, perdere tempo, nel tentativo, in alcuni casi inutile, di conquistare faticosamente una laurea e un inflazionato titolo di dottore, magari in qualche astrusa disciplina, utile soltanto perché permette di istituire un certo numero di cattedre? Porsi questo problema comporta però la necessità di affrontare argomenti difficili e che si preferisce evitare, quali il significato di termini come diritto allo studio, uniformità e omologazione, selezione, valutazione, merito, prevalenza del metodo sui contenuti specialistici specifici e così via. Sembra che esista una legge non scritta, ma non per questo, o forse per questo, meno severa, che vieti di affrontare questi argomenti; solo a proporli si viene catalogati e immediatamente messi alla berlina. Venendo poi a considerare l’università al suo interno, vogliamo soltanto citare alcuni problemi che riducono le sue potenzialità di assolvere i compiti fondamentali di cui abbiamo parlato. Innanzitutto segnaliamo la scarsa flessibilità e la rigidità delle norme, la più gravosa delle quali riguarda la difficoltà a superare i vincoli disciplinari, quando invece la realtà sta diventando sempre più complessa, dinamica e articolata. Si parla poi, ed è polemica recente, di età media avanzata del personale docente universitario, accusando le baronie di tenere occupate le cattedre senza far largo ai giovani; spesso però alcuni di questi critici si accaniscono anche contro la precarietà del posto di lavoro dei giovani ricercatori, chiedendone a gran voce l’inserimento in ruoli fissi: non è proprio questa una delle principali cause dell’età media elevata? Un altro problema è che difficilmente esiste un mercato del lavoro per i ricercatori e gli accademici, al di fuori degli istituti di ricerca e dell’università. Per inciso, non è questo un problema che riguarda anche la pubblica amministrazione? Non bisognerebbe dunque considerare la necessità di formare i giovani ricercatori in modo tale che soltanto alcuni possano fare carriera all’interno dell’università, e gli altri siano messi in condizione di trovare un lavoro esterno, che risulti comunque interessante? Quali possono essere gli interventi più efficaci per facilitare, stimolare, premiare le università che abbiano la voglia e la capacità di assolvere ai propri compiti fondamentali? Se, per esempio, le università devono sostenere anche il compito del trasferimento tecnologico, non è forse necessario organizzarsi in modo tale da prevedere carriere parallele, distinte da quelle accademiche, ma non per questo meno appetibili? Le fondazioni universitarie all’inizio non erano state pensate anche per svolgere questo compito? I continui moniti non soltanto sono inutili, ma possono risultare anche dannosi, in quanto non permettono di affrontare in modo serio i problemi; così pure l’eccessivo peso attribuito a questioni solo parzialmente rilevanti distoglie l’attenzione dai nodi centrali. L’invenzione di modelli di governo delle università è, per esempio, un falso problema, in quanto abbiamo esempi concreti di università che funzionano bene o male, e che hanno sistemi simili di governo. Allo stesso modo, è sicuramente vera l’affermazione che mancano risorse, ma il punto più critico riguarda la qualità più che la quantità: fino a quando non saranno individuati efficaci metodi di valutazione, di selezione, di merito, l’aumento di risorse da distribuire inciderà molto poco sul nostro sistema universitario, cosa che invece capiterebbe se si adottassero criteri selettivi. Si è visto però che seri criteri di valutazione della ricerca sono fattibili, ma molto costosi e, soprattutto, richiedono tempi di messa a punto non brevi; inoltre, purtroppo, nel passato abbiamo avuto troppi esempi in cui buona volontà e dichiarazioni di intenti assolutamente condivisibili si sono poi rivelati poco efficaci a causa della straordinaria abilità di alcuni di attivare opportune modifiche. Il ricorso a valutatori stranieri, per esempio, è sicuramente buona cosa, ma ci riporta all’epoca in cui il podestà doveva provenire da un altro comune: sappiamo tutti quale era, in molte situazioni, il suo effettivo grado di autonomia. I nostri accademici hanno molte relazioni con l’estero, e non è difficile trovare un valutatore un poco di parte. Ma anche questo non bisogna dirlo, e occorre fare finta che, purché non sia italiano, ogni accademico sia “perfetto”.
Liberalizziamo l’università
Vorrei a questo punto indicare una strada che probabilmente non è la migliore, e sicuramente non è l’unica, ma, rispetto a tutte quelle finora proposte, mi sembra la sola praticabile. Liberalizziamo l’università: che ciascuna università si trovi a competere sul libero mercato. Riduciamo il più possibile i vincoli per la selezione, il reclutamento, la carriera, il salario dei dipendenti e, contestualmente, permettiamo che ciascuna università ponga i vincoli che desidera agli ingressi di studenti, e definisca la strategia per attrarre i migliori (studenti, ricercatori, professori) da tutte le parti del mondo, dove la valutazione di migliore è rapportata alla strategia stessa. Quando, in tal modo, l’università si accorgerà di dover competere sul mercato, per prima cosa dovrà individuare il mercato, potenziale e di interesse proprio, e dovrà fare in modo di anticiparne le esigenze, per essere in grado di fornire il prodotto migliore, continuamente innovato, come deve fare chiunque si trovi a competere. Ci si accorgerà allora che esiste il mercato, e che il mercato è molto differenziato, sia come tipologia (le famiglie, l’industria, la ricerca, etc.), sia come richieste (il livello di qualità che si esige non è sempre lo stesso), sia come estensione territoriale. Chi vorrà competere sul mercato locale con determinate caratteristiche prenderà quindi decisioni sicuramente diverse da chi tenterà di competere con le migliori università nel mondo, e da chi avrà come obiettivo quello di essere il fattore trainante di un territorio ad altissima competitività e capacità di attrazione per talenti brillanti e investitori da tutto il mondo, in modo tale da generare sempre nuove iniziative industriali. Se la liberalizzazione e la competizione sono le leve principali per un continuo miglioramento, perché questo deve valere per tutti i contesti a eccezione delle università? In gran parte del mondo occidentale, le università operano appunto in un mondo libero e, laddove questo non avviene, per esempio in Cina, i criteri di valutazione, selezione e merito sono severissimi. Poiché siamo ben lontani da sistemi politici quali quello cinese e pochi - penso - lo ritengono un modello da imitare, la strada che sembra opportuno seguire è proprio quella della liberalizzazione. Vogliamo almeno discuterne?