Quadrimestrale di cultura civile

Dalla società statica delle garanzie alla società mobile delle opportunità

di Maurizio Sacconi / Membro della Commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato

Riconoscere la centralità della persona

Una società ha futuro se investe su se stessa e sa immaginare e costruire il domani, se cioè dà prospettive, valori e certezze alle generazioni più giovani, a quelli che saranno gli adulti di domani. La dimensione del futuro è tuttavia debolmente riconosciuta dalla politica, a causa dell’invecchiamento della società e del continuo spostamento in avanti del baricentro anagrafico del corpo elettorale. Eppure la società italiana corre un concreto pericolo di declino in ragione della sua cronica bassa dotazione di capitale umano quale si può leggere negli indicatori relativi, oltre che alla natalità, alla scolarizzazione, all’occupazione, alla mobilità sociale, nonostante i positivi progressi avviati dalle recenti riforme; né può indurre a ottimismo il diffondersi di culture e proposte politiche che possiamo definire nichiliste perché tutte orientate a una ulteriore contrazione del nostro capitale sociale. Si iscrivono tra queste quelle che ottusamente difendono l’attuale assetto del sistema educativo, basato sull’autoreferenzialità corporativa del corpo docente, le tesi che enfatizzano la precarizzazione del lavoro giovanile, attribuendola alla legislazione sul lavoro, e rivendicano per i giovani un deresponsabilizzante salario garantito, le norme che ripropongono forme di prepensionamento precoce e le sanatorie che consolidano e attraggono flussi migratori dequalificati. Tali concezioni sono riconducibili, non a caso, agli stessi ambienti che propugnano il relativismo culturale o che confondono la famiglia nata dal matrimonio e finalizzata alla procreazione con qualsivoglia unione di fatto. Per queste ragioni occorre ripartire dal riconoscimento della centralità della persona, in sé e nelle sue essenziali proiezioni relazionali, come la famiglia e il lavoro. Lo sviluppo della persona, di ciascuna persona come di tutte le persone, lungo l’intero arco della vita, deve costituire l’obiettivo primario di ogni attività, delle istituzioni come dei corpi sociali, secondo principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. Solo così sarà possibile offrire opportunità a tutti, ricchi e poveri, più o meno capaci, donne e uomini, residenti nelle aree forti come pure nelle periferie e nelle zone depresse.

Investire sui giovani

Le politiche sociali devono diventare più ambiziose, non limitarsi cioè a intervenire in termini paternalistici e distributivi sul disagio sociale attraverso il solo sostegno assistenziale al reddito. Occorre dunque che le istituzioni e le parti sociali costruiscano le giuste condizioni nelle quali si possa esprimere il potenziale delle persone, massimizzandolo al livello, almeno, della loro autosufficienza nella società. Le politiche sociali devono dunque prevenire, in primo luogo, il formarsi di uno stato di bisogno intervenendo nel ciclo di vita delle persone, perché ogni sua fase determina le condizioni della fase successiva, a partire dalla prima infanzia. La crescita in famiglie svantaggiate induce più facilmente a incontrare difficoltà nel percorso scolastico, nell’ingresso nel mercato del lavoro, nella stessa salute dell’età adulta e genera riproduzione del disagio nelle generazioni successive. È necessario, allo stesso tempo, assorbire e correggere gli effetti negativi del passato e investire il più precocemente possibile sui giovani di oggi, per evitare che si riproducano nel futuro gli stessi insuccessi. L’investimento sui giovani è infatti determinante ai fini del riequilibrio demografico in quanto, promuovendo una loro più precoce e sostenibile autosufficienza, compresa una ben maggiore inclusione delle giovani donne nel mercato del lavoro, favorisce l’anticipo dell’età di matrimonio e l’incremento della natalità. La ragione del disagio di molti giovani rispetto al lavoro non è riconducibile alle forme contrattuali in sé che, tutt’al più, ne sono il sintomo. Secondo l’Istat i rapporti di lavoro a termine sono solo il 9,5 % del totale degli occupati e, senza calcolare i contratti a contenuto formativo che preludono a un lavoro permanente, rappresentano il 5,7% dei lavoratori dipendenti. In particolare, nel periodico rapporto del Cnel, si stimano a meno di 500.000 le collaborazioni a progetto a rischio di abuso o comunque di dipendenza socioeconomica da un solo committente. Il vero problema è rappresentato dall’età avanzata del primo impatto con il mercato del lavoro, sulla base di competenze spesso poco spendibili e senza nemmeno una minima esperienza lavorativa estiva. L’intrappolamento ai margini del mercato del lavoro si determina così per la somma di queste circostanze, la prima delle quali consiste nella mancanza di un percorso di studi qualificato, alternato con il lavoro e concluso nei tempi idonei. Una generazione giovane più attiva sostiene lo stato sociale - minato oggi dalla insufficiente contribuzione dei pochi attivi e dall’eccesso delle prestazioni assistenziali - attraverso la maggiore partecipazione al mercato del lavoro e alla fiscalità generale. Questo investimento è determinante non solo dal punto vista dello sviluppo sociale, ma anche di quello economico, in quanto accelera la transizione alla nuova economia della conoscenza attraverso la disponibilità delle competenze idonee a sostenere l’internazionalizzazione delle produzioni industriali, lo sviluppo dei servizi a più alto valore, l’innovazione tecnologica. Più in generale, esso promuove una società più disponibile al cambiamento non solo perché nel medio termine ne sposta il baricentro demografico verso le generazioni più innovative, ma anche perché, gia nel breve periodo, favorisce quel patto politico-sociale che fa gli adulti più consenzienti alle grandi trasformazioni se queste - pur rendendo instabile la loro condizione - offrono opportunità ai loro figli. Una società attiva rimuove ogni conflitto tra generazioni perché genera occupazione distribuita su tutte le fasce d’età attraverso la capacità delle sue istituzioni di offrire a tutti e in modi differenziati continue opportunità di inclusione nel mercato del lavoro.

Un modello fondato sulla responsabilità

Istituzioni e famiglie devono offrire ai giovani un modello di comportamento fondato sulla responsabilità, in primo luogo quella di essere utili a sé e agli altri, sostenendolo con forme di protezione che, in un opportuno bilanciamento di diritti e doveri, garantiscano non gratuite e deresponsabilizzanti sicurezze, ma ricorrenti opportunità di inclusione e di crescita. Questo modello responsabile implica l’inversione del circolo vizioso nel quale sono rimasti intrappolati molti giovani posticipando le scelte fondamentali di vita, quali l’età di conclusione degli studi, quella della prima esperienza lavorativa, quella dell’uscita dalla famiglia di origine, quella del matrimonio e della procreazione. Ciascuno nei confronti della società ha il dovere di esprimere le proprie potenzialità, e il diritto di poterlo fare in un contesto che deve essere reso libero da condizionamenti di razza, credo religioso, politico o sindacale, sesso e censo. Il merito e i talenti devono essere riconosciuti e sostenuti, soprattutto quando appartengono a soggetti che provengono da famiglie bisognose, per cui necessitano di supporti utili a rendere pari le opportunità e mobile la società, ovvero dotata di ascensori sociali accessibili a tutti e priva di barriere visibili o “tetti di cristallo”. In questa prospettiva, le politiche pubbliche devono in primo luogo rivolgersi al sostegno - attraverso la leva fiscale, i trasferimenti monetari e, perfino, il voto plurimo - della famiglia in proporzione al numero dei componenti e alla precocità di costituzione, in modo che si alzino i tassi di natalità, tutti i bambini abbiano assicurato il migliore avvio nella vita, e una congrua età di matrimonio non sia inibita alle giovani coppie da ragioni economiche. Lo sviluppo plurale dei servizi di cura dei bambini, oltre ad agevolare la natalità e la conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia dei giovani coniugi, consente un adeguato investimento nell’educazione dell’infanzia attraverso la collaborazione tra genitori e strutture professionali liberamente scelte nella loro matrice culturale o nella loro appartenenza al pubblico come al privato. Ai giovani deve essere garantito e promosso il diritto-dovere ad almeno dodici anni di apprendimento di base attraverso la libertà di scelta delle famiglie, una pluralità di istituzioni educative, pubbliche e private, la personalizzazione e la flessibilità dei percorsi - scolastico e professionale - e il contrasto dell’abbandono precoce degli studi, anche mediante contratti di apprendistato che comprendano forme alternative di apprendimento. Le giovani generazioni devono poter accedere alla piena conoscenza delle radici identitarie della nostra civiltà e insieme degli elementi fondamentali - a partire dalle lingue più diffuse - per diventare cittadini del mondo, nella prospettiva di un’economia e di una società sempre più aperte alla libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi.

Università e lavoro

Lo studio universitario richiede un adeguato orientamento correlato alle attitudini della persona e alle esigenze del mercato del lavoro e incentivi-disincentivi connessi al rispetto del periodo legale del corso di laurea prescelto, in modo che la conclusione almeno del primo modulo triennale dia luogo a conoscenze “spendibili” anche in ragione dell’età. L’università ideale, capace di accompagnare le persone all’acquisizione in età idonea di robuste conoscenze di base sulle quali innestare le prime competenze e un percorso di apprendimento continuo, deve essere caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate e borse di sostegno ai meritevoli, come a chi sceglie percorsi di studio a carattere tecnico-scientifico, da atenei meno numerosi e più qualificati, non autoreferenziali ma motori di innovazione verso la società e l’economia del territorio, da un numero contenuto di corsi di laurea di “base” triennali che agevolino l’orientamento e le scelte, da un’assidua presenza intra moenia del corpo docente, dal progressivo superamento del valore legale del titolo in modo che venga stimolata la competizione qualitativa dell’offerta e la responsabilità della domanda. A questo proposito sono necessari interventi idonei a creare un mercato competitivo, come pure un più efficace sistema pubblico di valutazione degli “esiti” cui correlare una parte dei trasferimenti dal bilancio dello Stato, la possibilità di raccogliere finanziamenti dal settore privato, la promozione, da parte di enti di ricerca o associazioni imprenditoriali, di guide contenenti punteggi e classificazioni delle istituzioni scolastiche e universitarie. Educazione e lavoro non possono costituire mondi separati, e ciò si può evitare a partire dal riconoscimento del valore delle esperienze lavorative in alternanza agli studi come parte del processo educativo, fino all’organizzazione di moderni uffici di placement negli istituti superiori e nelle università, canali di dialogo biunivoco tra scuola ed economia del territorio, utili anche a spezzare ogni tentazione autoreferenziale e corporativa della docenza.

Un mercato del lavoro per i giovani

Un mercato del lavoro trasparente ed efficiente, grazie a infrastrutture quali l’Anagrafe dei lavoratori, la Borsa nazionale del lavoro e una pluralità di fornitori di servizi pubblici e privati, costituisce la necessaria condizione per un più agevole accesso dei giovani al lavoro e per politiche mirate di accompagnamento all’occupazione. Solo in questo contesto infatti possono risultare efficaci gli istituti rivolti a facilitare la transizione dalla scuola al lavoro, come i tirocini, i contratti di inserimento per i giovani disoccupati di lungo periodo, i contratti di apprendistato professionalizzante - utili anche a recuperare e riqualificare gli studenti “tardivi” - e quelli di apprendistato per le alte professionalità che consentono, attraverso il lavoro in aziende convenzionate con l’università, di conseguire titoli universitari o post lauream, conciliando così completamento degli studi ed età di ingresso nel mercato del lavoro. I contenuti formativi nei primi contratti di lavoro sono decisivi per stabilirne la buona qualità perché preparano un’inclusione sostenibile nel mercato del lavoro, mentre i rapporti di lavoro di bassa qualità sono la conseguenza di titoli di laurea poco spendibili e conseguiti in età avanzata, quando il primo impatto con il lavoro dà luogo a diffidenza dell’imprenditore e minore disponibilità del lavoratore a una ulteriore fase di apprendimento. Questa via è alternativa alla proposta di forme di salario garantito per gli inoccupati, i quali, più che di pesci, hanno bisogno di canne per pescare, come prestiti d’onore, borse di studio e contratti formativi incentivati. La riforma degli ammortizzatori sociali, già disegnata dal Patto per l’Italia, si rivolge invece ai disoccupati con pregresse esperienze lavorative i quali, per un rientro tempestivo nel mercato del lavoro, hanno bisogno di una stretta correlazione tra sussidio, formazione e servizi di ricollocamento. La probabile necessità di ricorrenti cambiamenti nell’occupazione diventa opportunità per le persone “occupabili”, che hanno saputo e voluto percorrere il circolo virtuoso di una buona educazione di partenza, di precoci esperienze lavorative nello stesso periodo e di un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro accompagnato da un’adeguata formazione iniziale, premessa di forme di apprendimento continuo. La libera professione, l’autoimprenditorialità e la connessa cultura del rischio d’impresa meritano apprezzamento sociale e sostegno istituzionale, a partire dal superamento di tutte le barriere che ostacolano questa scelta nei più giovani, dalle ingiustificate protezioni corporative, alle complessità burocratiche, al difficile accesso al credito. È possibile accelerare l’accesso dei giovani alle libere professioni senza rinunciare al filtro dell’esame di Stato, a tutela del mercato, se la pratica professionale si realizza, attraverso tirocini e perfino contratti di apprendistato, già durante il percorso universitario sulla base di convenzioni tra ordini, studi professionali e università. Il sistema finanziario e creditizio deve svolgere con lungimiranza un’insostituibile funzione di investimento nei talenti, dalla fase scolastica a quella delle prime esperienze lavorative, sulla base di dichiarati e trasparenti parametri di comprovata capacità e volontà della persona, e non di impossibili garanzie reali. La prospettiva di una vita lavorativa dinamica, potenzialmente caratterizzata da esperienze di lavoro di vario genere, tanto dipendente quanto indipendente - conseguenza della breve vita media delle imprese e della legittima aspirazione a migliori espressioni delle proprie potenzialità - , impone un sistema previdenziale pubblico di tipo contributivo, abilitato a cumulare tutti i periodi assicurativi, cui si aggiungono forme complementari, individuali o collettive, che richiedono una responsabile capacità di autoorganizzazione almeno sin dalla conclusione degli studi superiori. Ne diventa condizione una compiuta libertà di scelta, iniziale e continua, rispetto alle diverse soluzioni.

Un nuovo clima culturale

Tutte le considerazioni sopra esposte si rivolgono - a maggior ragione - anche ai giovani immigrati che ancor più pagano le conseguenze di istituzioni autoreferenziali, e di una società bloccata da improprie garanzie - tarate sulle generazioni adulte - e da insufficienti stimoli alla mobilità sociale. Essi possono rappresentare una risorsa essenziale in una comunità a bassa natalità, come pure un problema esplosivo ove siano discriminati, emarginati e privati della speranza nel futuro, e vanno sostenuti in modo che sia eliminata ogni barriera nell’accesso al sistema educativo, al mercato del lavoro, alla stessa possibilità di intraprendere: l’autoimpiego è straordinario fattore di integrazione sociale, oltre che di partecipazione allo sviluppo economico. Si deve insomma creare nella società un diffuso clima culturale orientato ad attribuire valore, fiducia, ruoli di responsabilità ai giovani perché questi, attrezzati al futuro, vivano con entusiastica curiosità le molte variabili del nostro tempo, pronti a coglierne tutte le opportunità per il maggiore benessere proprio e della comunità. Tale clima deve investire anche il rinnovamento politico e istituzionale per la evidente disponibilità dei più giovani al pensiero “lungo” e alla progettualità riformatrice. Un autentico ricambio generazionale nelle funzioni pubbliche può essere tuttavia solo la conseguenza della riattivazione dell’ascensore sociale: è una ragione in più per procedere con determinazione alla rimozione di tutti quei freni che lo hanno bloccato, a partire dai nefasti anni Settanta dopo l’intensa mobilità sociale dei due decenni precedenti. Solo giovani capaci di essere utili a sé sapranno essere utili agli altri.

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