Privatizzazioni a rischio
Le parole pronunciate il 14 febbraio scorso a Montecitorio dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa sull’inopportunità per lo Stato di scendere sotto le attuali quote in Eni, Enel, Finmeccanica, rappresentano a tutti gli effetti una “svolta di pagina”, nonché un freno a mano tirato, meno esplicito ma altrettanto evidente, sull’alienazione ai privati delle società di reti pubbliche, fidando su una forte ed efficace “vigilanza regolatoria” per impedire appropriazioni improprie di rendite di monopolio. Per un bel po’ non si parlerà più di grandi privatizzazioni. Eccezion fatta per Alitalia, naturalmente, per la quale l’aggettivo “grande” appare però del tutto inadeguato, stante che di grande nel suo caso, anzi di grandissimo, c’è solo il fallimento storico dell’azionista pubblico. Se si effettua un calcolo attualizzato di quanto la compagnia è costata ai contribuenti dal 1986 a oggi, dacché cioè si sono quotati i suoi titoli ordinari, e si sommano tutte le perdite accumulate, i trasferimenti e i sussidi pubblici, gli aumenti di capitale al netto dei dividendi e i fondi di dotazione a carico dello Stato, e si parametra, inoltre, il ritorno sul capitale immobilizzato in vent’anni alla remunerazione che si sarebbe ottenuta investendo in semplici titoli del debito pubblico a breve termine, il capitale complessivamente andato in fumo supera la spaventosa somma di quindici miliardi di euro. E la compagnia nella sua performance e configurazione attuale vale in realtà pochissime centinaia di milioni di euro, non più di un terzo della sua capitalizzazione di Borsa, spinta irresponsabilmente in alto da mesi e mesi di dichiarazioni politiche, senza che la Consob abbia mai deciso di intervenire e, anzi, senza che neppure i candidati alla sua acquisizione sappiano ancora se nel bilancio 2006 Alitalia sia andata oltre i limiti dell’articolo 2446 del Codice civile. Il caso Alitalia dovrebbe dunque insegnare in maniera definitiva che la mano pubblica è una pessima proprietaria, che distorce i corretti funzionamenti del mercato e rende disponibili servizi a prezzi più alti per i consumatori, tutelando esclusivamente minoranze “forti” di rendita politica. Eppure, Padoa Schioppa ha annunciato che di grandi privatizzazioni per un bel po’ non si parlerà più, con la giustificazione che Francia e Germania non ci pensano nemmeno per le loro Edf e Deutsche Telekom, e dunque non si vede perché noi dovremmo fare i primi della classe. Rischia di essere un errore grave, anche se è difficile restare stupiti, viste le coordinate politico-ideologiche dell’attuale maggioranza, e considerando la sua mancanza di coesione interna rispetto al valore del mercato e alla cultura della concorrenza, due principi fortemente avversati da almeno metà dell’attuale Unione e da tutta la sinistra antagonista.
Rinunciare alle privatizzazioni è un errore
Oggettivamente, non si tratta di una vera e propria promessa mancata, perché il Dpef presentato da Padoa Schioppa lo scorso luglio affermava testualmente che il nuovo governo, da poco entrato in carica, non poteva procedere a una quantificazione delle possibili privatizzazioni, «perché in assenza di operazioni pianificate dal precedente governo occorre prima procedere a una valutazione delle opzioni strategiche relative alle dismissioni del patrimonio residuo dello Stato». Evidentemente le parole di Padoa Schioppa del 14 febbraio costituiscono proprio quella «valutazione»: una valutazione negativa. L’ultimo Dpef del governo Berlusconi, che a dire il vero annunciava dismissioni, già a partire dal 2006, di ulteriori quote di Eni, Enel, Finmeccanica, Rai e Poste anche se non ne erano state poste le premesse - se non in parte per Rai -, è ufficialmente relegato dal governo Prodi a pura carta straccia. Eppure, nella scorsa legislatura si era provveduto, per la prima volta e attraverso un documento discusso in Parlamento, a una ricognizione attendibile delle attività dello Stato a prezzi di mercato, che stimava il valore residuo del patrimonio pubblico in un ammontare pari al 130-140% del Pil, rispetto a un debito che oggi è intorno al 107% del Pil, e che rappresenta la vera maledizione della finanza pubblica italiana, dopo il ritorno sotto controllo del deficit nel 2006. Per una parte considerevole di tale patrimonio veniva effettuata una valutazione cosiddetta “di medio periodo”, nella stima che essa potesse essere collocata sul mercato per un controvalore di almeno 400 miliardi di euro in meno di cinque anni. Si disegnava, cioè, in vista di ottenere avanzi primari nell’ordine del 5-6% del Pil per molti anni, un sentiero di riduzione, graduale ma sistematica, del debito pubblico italiano alternativo alla logica dell’aggravio fiscale di parte corrente, come invece si prefigge l’accoppiata Visco-Padoa Schioppa. Analoghe considerazioni si possono fare per le oltre 800 municipalizzate in forma di Spa, che accentrano in mano pubblica l’esercizio dei servizi locali. Il disegno di legge messo a punto dal ministro Linda Lanzillotta ha dovuto, a questo proposito, abbandonare “programmaticamente” ogni intento privatizzatore, concentrandosi sulla esclusiva affermazione del principio della messa a gara dei servizi; già così, esso risulta sottoposto a una dura messa in mora da parte della sinistra antagonista, che intende difendere il più possibile la facoltà della gestione in house, oltre all’affidamento “in economia” per i piccoli comuni. Dire no alle privatizzazioni guardando a una presunta “lezione europea”, a modesto avviso di chi scrive, che non nasconde la sua forte convinzione liberista, costituisce però un errore. Per almeno tre ordini di motivi: il primo è di finanza pubblica, il secondo è di recupero del gap internazionale accumulato in termini di produttività, il terzo è di cultura della regolazione. Vediamoli nell’ordine.
Perché è un errore
Quanto alla finanza pubblica, è del tutto intuitivo che il riferimento a Germania e Francia è fuorviante. Entrambi i Paesi hanno un debito pubblico inferiore al nostro nell’ordine di cinquanta punti di Pil; di conseguenza, a tassi d’interesse comuni ma con lo spread aggiuntivo di una trentina di punti base dei titoli pubblici italiani rispetto al bund germanico, noi siamo gravati da un onere annuale di servizio del debito più che doppio rispetto a quei due Paesi. È una camicia di Nesso in più sulla crescita italiana, che si aggiunge a un tasso di interposizione pubblica sul Pil (la somma delle entrate tributarie e delle spese correnti rispetto al Pil) assolutamente spropositato, salito dall’88 al 91% negli ultimi tre anni e che nel 2007 salirà ulteriormente di un altro punto almeno, stante la messe di entrate fiscali aggiuntive disposte nella recente legge finanziaria. Come visto prima, possiamo contare su un ingente patrimonio pubblico dismissibile a prezzi di mercato per ridurre il debito pubblico, che oggi rappresenta il vero gap residuo da colmare rispetto al Patto di stabilità europeo. Decidere di non praticare massicciamente tale strada significa abbracciare una volta per tutte la via di un fisco ancora più invasivo, come unica cura allo squilibrio del debito pubblico. Si sceglie cioè una strada recessiva e deflazionistica, al posto di una che consenta l’alleggerimento radicale del prelievo e che insieme moltiplichi le occasioni proprietarie e la nascita o il rafforzamento dei pochissimi attuali grandi gruppi privati italiani. Quanto al recupero del gap di produttività, nella letteratura economica internazionale è del tutto assodato che esso sia anche connesso all’attrattiva esercitata nei confronti degli investimenti diretti esteri; questi, nel continente europeo, vanno prioritariamente a Paesi a basso fisco e bassa ostilità giuridico-ambientale al fare impresa privata, come Regno Unito, Irlanda, Spagna e Paesi dell’Est europeo. I mercati mondiali sono da anni saturi di liquidità, troppo abbondante secondo molti critici delle banche centrali americana, cinese e giapponese, grazie alla quale si regge l’attuale locomotiva monetaria della crescita mondiale e il terribile deficit di parte corrente degli Usa. Tale liquidità cerca solo buone occasioni d’investimento, ma occorre saper garantire la cessione di attività con redditività apprezzabilmente certa nel tempo, secondo standard di mercato, insieme al rispetto delle clausole cessorie da parte dello Stato e a chiare norme regolatorie in merito alle authorities chiamate nei vari ordinamenti a vigilare su concorrenza e stabilità dei diversi segmenti del mercato privato.
La cultura della regolazione
A questo punto il secondo aspetto si lega con il terzo ordine di ragioni per cui è un errore abbandonare la via delle privatizzazioni. In pochi mesi, sotto l’attuale governo sono stati dati segnali negativi ai mercati in ciascuno dei tre ambiti richiamati come necessari per attirare investimenti diretti esteri. La gara Alitalia, per esempio, è istruita secondo il modello del beauty contest invece che secondo uno dei tanti possibili modelli a offerta rigorosamente quantificabile, secondo criteri predeterminati in materia di garanzie finanziarie e di piano industriale. Lo Stato si è riservato ogni facoltà di proporre variazioni delle condizioni in corso d’opera o addirittura di rinuncia all’esito stesso della gara: l’esatto opposto delle scelte nette che servono per attirare i grandi attori internazionali. Quanto alla chiarezza e all’osservanza delle clausole cessorie, il caso Autostrade-Abertis ha visto lo Stato rimangiarsi gli impegni di convenzione sottoscritti col concessionario, per di più tramite decreto legge e fuori da ogni logica di confronto col privato. Per quanto poi riguarda gli ambiti d’intervento delle Autorità di vigilanza e regolazione, ancora il caso Anas ha confermato come lo Stato continui a vedersi nella tripla veste di concedente, concessionario e vigilante: si tratta invece di ritirarsi nel solo primo ambito, lasciando ai privati il secondo, e il terzo ad Autorità indipendenti dalla politica e dai governi. Non è affatto vero che per finanziare le opere infrastrutturali italiane serva solo il capitale pubblico raccolto attraverso la leva fiscale corrente, messaggio passato con la riduzione a un terzo delle opere della Legge obiettivo, giustificandola con l’incapienza della finanza pubblica. Non risponde neppure a verità che servano finanziatori “centauro”, come il Fondo infrastrutture italiane (F2i), realizzato sommando Cassa depositi e prestiti (Cdp), fondazioni creditizie e banche. Se non è vero quel che noi liberisti abbiamo obiettato, e cioè che in questo modo lo Stato tramite Cdp si riserva di indicare le opere su cui investire e gli asset da mettere in sicurezza di aziende sia pubbliche che private, e se è vero che tutto ciò che F2i farà avverrà a tassi e regole di mercato, tanto valeva allora affidarsi al capitale privato mondiale offrendo condizioni certe. Altrimenti, significa solo che tramite F2i si dà a fondazioni e banche la garanzia di poter investire in asset senza dover mettere in conto l’opposizione della politica, ma questo significa, appunto, distorcere le regole del mercato. Infine, non è affatto vero che la proprietà pubblica o semipubblica, tramite Cdp o assimilate e consorziate come F2i, serva a preservare l’italianità di asset sensibili rispetto alla sicurezza nazionale, come reti energetiche o di tlc. La golden share, opportunamente rivista e dimagrita dall’Unione Europea, consente esplicitamente allo Stato azioni di riserva straordinarie, laddove i proprietari privati assumessero decisioni straordinarie di cessione o di esercizio delle proprie attività in violazione della sicurezza nazionale. Anche in questo caso, chiamate a vigilare e intervenire sono unicamente le Autorità di settore, quelle stesse Autorità alla cui credibilità sono stati inferti recentemente colpi assai seri. Gli interventi governativi che hanno abbassato i costi telefonici di ricarica, o annullato l’onere di estinzione del mutuo o disposto la sua portabilità, sono esempi clamorosi di arbitraria invasione di campo nelle competenze di Agcom, Antitrust e Bankitalia, quand’anche i fini fossero quelli, commendevoli, di abbassare i relativi oneri per il consumatore. È troppo chiedere un dibattito adeguato, intorno a tutti questi temi, che non si risolva nell’inno delle garanzie che solo lo Stato proprietario, secondo una certa cultura, può offrire? E che apra gli occhi, invece, su quella enorme liquidità che, sui mercati mondali, chiede solo ottime occasioni d’investimento, a condizione che i contratti siglati si rispettino e non si straccino per decreto? Sono questi gli interrogativi che restano irrisolti, dopo le parole di Padoa Schioppa che, di dibattito, non ne hanno alimentato alcuno.