Una direzione di marcia
Tutti per uno, uno per tutti. Un’agenda per l’Italia. Il titolo di questo numero di «Atlantide», sotto il provocatorio rimando a Dumas, suggerisce un’indicazione piuttosto precisa sulla direzione da intraprendere per chi voglia riflettere su cosa si dovrebbe fare in Italia a livello di politiche economiche e sociali. Questa indicazione potrebbe essere riassunta nel concetto di “bene comune”. Non solo quindi un’agenda, ma una vera e propria filosofia di azione, su cui è peraltro bene intendersi. Se, infatti, per bene comune si intende un’idea di società che la Politica deve perseguire con i mezzi a sua disposizione perché ritenuta dai politici governanti come “giusta”, allora questo titolo non va tanto bene. Se, come crediamo noi, per bene comune si deve intendere quella situazione sociale nella quale vi sono le condizioni perché ognuno, soggetto pubblico o privato, economico o sociale, profit o non profit, singolo o associato, possa esprimere al meglio se stesso perseguendo, in uno spazio di libertà più agevole possibile, il proprio progetto di vita, allora questo titolo ha un senso. Giova ricordare che il tema del “bene comune” è proprio della tradizione cattolica, in special modo di quella parte di riflessione che va sotto il nome di Dottrina sociale della Chiesa. Anche i recenti documenti ufficiali della Chiesa cattolica, il Catechismo e il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, ci paiono richiamare con chiarezza il secondo concetto di bene comune, sopra succintamente ricordato. È utile ricordare che «Atlantide» esordì con un numero intitolato, molto significativamente, Ce la faremo? Erano tempi nei quali il pessimismo sull’Italia veniva un po’ follemente brandito come argomento politico, pur in presenza dei segni di una ripresa che oggi, fortunatamente, sta iniziando a dispiegarsi. In quel clima di esasperato pessimismo, già allora i promotori di «Atlantide» ricordavano che, soprattutto nei momenti di crisi, è bene riferirsi a ciò che costituisce un capitale perennemente valido, cioè il capitale umano, una sorta di Leitmotiv nello sviluppo di questa rivista. Capitale umano inteso non astrattamente, ma nel suo realistico e concreto svolgersi all’interno di una società definita e storicamente collocata. Per questo, già allora e poi nei numeri successivi, ci si è riferiti con insistenza alle forme di autoorganizzazione della società civile come fulcro di valore ed energia della ripresa anche economica del Paese. Questo è il motivo per il quale si è spesso parlato del mondo del non profit e del mondo della piccola e media impresa, in cui si esprime quasi un unicum della società italiana.
L’Agenda di Caserta
In questo numero viene delineata una sorta di “agenda per l’Italia”, ed è quindi interessante analizzare l’Agenda di Caserta elaborata dal governo nel gennaio scorso. In essa il governo ha delineato le linee guida che intende seguire per rilanciare la crescita. Confrontarsi con questo documento può risultare utile anche nell’intento di capire se quel bene comune (al quale del resto spesso si richiama il presidente del Consiglio, Romano Prodi), sia inteso nel primo o nel secondo senso sopra descritti. Diciamo subito che, secondo noi, il senso dell’espressione “bene comune” è applicabile all’azione di questo governo, dunque anche all’Agenda di Caserta, solo nel primo senso. Si ha cioè l’impressione che il governo persegua un modello di società in qualche modo lontano dalle caratteristiche peculiari della società stessa. Non lo diciamo solo in relazione alla perdita radicale di consenso che questo governo sta registrando nei confronti della piccola e media impresa (che pure è un dato molto significativo), ma più profondamente in relazione al concetto stesso di politica economica che si va perseguendo, espresso bene da vari esponenti del governo in una sorta di slogan: «tassare per ridistribuire». Cosa vuol dire? Vuol dire credere che la forma migliore di ridistribuzione sia spremere ulteriormente coloro che in questo Paese creano reddito, per ridistribuirlo a coloro che, viceversa, non sono in grado di crearlo. Questo maschera la convinzione che ci sia ancora uno spazio possibile di “spremitura” della maggioranza di coloro che rappresentano il mondo produttivo italiano. Non è mai sufficientemente ricordato che oltre il 95% delle imprese italiane è costituito da piccolissime, piccole e (in misura minore) medie imprese.
Le tre società
È stato recentemente pubblicato da Guerini e Associati il terzo Rapporto sul cambiamento sociale in Italia dell’Osservatorio del Nord Ovest, curato da Luca Ricolfi, con il titolo (significativo) Le tre società. È ancora possibile salvare l’unità dell’Italia? È interessante riportare quanto scritto nell’introduzione di Ricolfi, l’idea cioè che: «la vittoria di Prodi e il varo della finanziaria 2007 stiano producendo l’esatto contrario di ciò che l’Unione si proponeva di fare: non una maggiore unità del Paese ma la progressiva separazione - come in una reazione chimica, in una sorta di elettrolisi sociale - delle componenti di base della società italiana. Oggi l’Italia sembra sempre più la risultante dell’intreccio e dello scontro fra tre modelli sociali (e territoriali) radicalmente diversi […] il nucleo della prima società, quella delle prime garanzie, è costituito da pensionati, dipendenti pubblici, operai e impiegati delle grandi imprese: tutte figure protette da importanti sindacati e associazioni di categoria, e anche per questo scarsamente esposte ai rischi del mercato. Il tratto distintivo della seconda società, quella del rischio, è la vulnerabilità delle sue figure centrali: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, dipendenti delle piccole imprese, occupati atipici, lavoratori irregolari, disoccupati sono sistematicamente esposti sia alle alterne fortune del mercato sia - quando violano o eludono le norme fiscali - all’alea della sorveglianza più o meno vessatoria dello Stato. La terza società, quella della forza, si fonda sul controllo dell’economia e del territorio da parte della criminalità organizzata, e ha nella politica locale - fatta di favori, clientele, abusi, ingerenze - il suo ingranaggio chiave: intanto esiste in quanto lo Stato rinuncia alla maggior parte delle sue prerogative, prima fra tutte il rispetto delle leggi. Detta in parole semplici, l’ipotesi che vorrei prospettare è che la seconda società, quella del rischio, sia sempre di più il vaso di coccio fra i due vasi di ferro, e che proprio questa debolezza - che le recenti scelte stataliste dell’Unione hanno finito di accentuare - finisca per mettere una pesante ipoteca sul nostro futuro: è difficile pensare a uno sviluppo del sistema Italia che continui a ignorare, eludere, sacrificare o penalizzare le richieste liberiste della seconda società, se non altro perché essa è una delle colonne portanti del nostro modo di produrre […] in questo senso l’Italia che esce dal Rapporto di quest’anno è più che mai un Paese al bivio. Se dobbiamo tornare a crescere, non si possono ignorare la protesta e l’insofferenza dei gruppi sociali che producono, ma sono costretti a farlo senza tutele e senza rappresentanze forti»1.
Una politica economica sbagliata
Nell’Agenda di Caserta si legge che «solo attraverso una robusta e duratura crescita della ricchezza prodotta dal Paese è possibile infatti […] proseguire nella coesione della società italiana attraverso misure volte a una maggiore giustizia ed equità sociale» e, tra le direttrici indicate nel documento al numero 9 si legge «Ricerca di una maggiore equità sociale e intergenerazionale con la piena valorizzazione della famiglia, dei giovani e delle donne»2. È evidente la discrepanza che appare, anche a occhio nudo, tra ciò che il governo ha fatto con l’ultima finanziaria e ciò che indica come obiettivi prioritari della propria azione. È come se fossimo in presenza della necessità, per il governo, di recitare un copione “europeo” e, al contempo, di mandare di fatto in scena una commediola all’italiana. Non c’è alcuna possibilità di parlare di coesione sociale e di patto intergenerazionale se, da una parte, non si attuano politiche che riguardano la stragrande maggioranza delle imprese e, dall’altra, non si mette mano a una decisa riforma delle pensioni. Ma, come è noto, a oggi è buio pesto sia per quanto riguarda la prima cosa che per quanto riguarda la seconda. Né vale il ragionamento secondo cui prima bisognava risanare e poi, in un’ipotetica “fase 2”, procedere alle riforme di sostanza. Perché non si può pensare di risanare con provvedimenti che mettano in seria difficoltà il motore stesso di ogni risanamento, l’economia reale di un Paese, così come essa è e non come il governo vorrebbe che fosse. Purtroppo il governo si è mosso secondo quest’ultima ipotesi, perché cos’altro vuol dire tassare per ridistribuire? Vuol dire picchiare ancora più duro sui ceti produttivi per ridistribuire sui ceti meno produttivi, ma più vicini al bacino elettorale delle forze che compongono il governo. Questo vuol dire, non altro. Ormai, archiviato il XX secolo, dovrebbe essere chiaro a tutti che questo tipo di politica economica non funziona, non ha mai funzionato e non potrà mai funzionare. E, se non potrà mai funzionare in generale, meno che mai lo potrà in Italia, dove il comparto produttivo è costituito, in grandissima parte, da aziende che operano senza nessuna protezione di tipo statale o pubblico paragonabile a quella di cui possono avvalersi, per esempio nel settore alimentare, le imprese concorrenti francesi.
Una finanziaria diversa era possibile
Vari economisti si sono esercitati nell’indicare come si sarebbe potuta scrivere questa finanziaria senza ulteriori aggravi fiscali sulle fasce produttive e anche sui consumatori. Hanno anche indicato come sarebbe stato possibile incidere sulla spesa pubblica senza operare la cosiddetta “macelleria sociale”. In particolare, Mario Baldassarri lo ha fatto riscrivendo di sana pianta una vera e propria finanziaria alternativa, pubblicata in un inserto del quotidiano «il Riformista»3; Alberto Quadrio Curzio lo ha fatto in un articolo pubblicato dal settimanale «Economy»4. Non è questa la sede per scendere in particolari di tipo tecnico, per i quali rimandiamo comunque ai due testi citati. L’unica cosa che ci interessa qui sottolineare è la fattibilità di una finanziaria alternativa: non è vero, quindi, che non si poteva fare altrimenti per contenere il disavanzo pubblico. Si è voluto fare così perché si è ritenuto che questa fosse la strada meno dannosa per la base elettorale del centrosinistra. Ma prima ancora, si è ritenuto opportuno agire così per la tenuta stessa del governo, dove il tema della ridistribuzione prevale sul tema della creazione delle risorse. È una prospettiva ovviamente legittima dal punto di vista politico, ma del tutto inadeguata alla struttura dell’economia italiana e, attuata in questo contesto, produce gli effetti descritti da Luca Ricolfi. Del resto basti pensare che l’Italia del rischio, quella descritta dallo stesso Ricolfi come un vaso di coccio, rappresenta ben i due terzi della forza lavoro italiana. Solo un terzo di quella forza è l’Italia garantita, tutto il resto è contenuta nel vaso fragile descritto dal sociologo torinese. Ma questo vaso fragile è quello che ha meno rappresentanza e dunque meno potere. E dunque preoccupa meno il governo del professor Romano Prodi.
Note e indicazioni bibliografiche
1 L. Ricolfi, Le tre società. È ancora possibile salvare l’unità dell’Italia?, Guerini e Associati, Milano 2007, pp. 8- 9. 2 Si veda http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/seminario_caserta/agenda_crescita.pdf. 3 M. Baldassari, Due finanziarie a confronto, «il Riformista», Collana Il Cannocchiale, 2006. 4 A. Quadrio Curzio, La finanziaria che avrei voluto, «Economy», 21/12/2006.