Sembrava inevitabile che il nostro Paese dovesse proseguire sulla strada del declino: invece, da due recenti comunicati Istat, si osserva un 2% in più del Pil e un boom del fatturato industriale (+8,3%). Come rendere stabile questo inatteso risultato? Secondo Del Debbio la risposta può risiedere nella collaborazione per il bene comune: «quella situazione sociale nella quale vi sono le condizioni perché ognuno, soggetto pubblico o privato, economico o sociale, profit o non profit, singolo o associato, possa esprimere al meglio se stesso perseguendo, in uno spazio di libertà più agevole possibile, il proprio progetto di vita». Tutti per uno, uno per tutti per attuare quel passo dell’agenda di Caserta, ricordato ancora da Del Debbio: «solo attraverso una robusta e duratura crescita della ricchezza prodotta dal Paese è possibile infatti […] proseguire nella coesione della società italiana attraverso misure volte a una maggiore giustizia ed equità sociale». Pur nelle difformità di giudizio sul Governo Prodi, gli interventi in Primo piano concordano sulle linee di lungo periodo per attuare una crescita duratura. Liberalizzare realmente i mercati è la via maestra, dice Polito, per «far tornare l’Italia a crescere, liberando le energie del suo sistema produttivo». Giannino, da parte sua, ribadisce che non c’è vera liberalizzazione senza una privatizzazione delle grandi imprese in mano allo Stato e che tale manovra non solo porta vantaggi al cittadino consumatore, ma è soprattutto necessaria per il rilancio della produttività in quanto: «nella letteratura economica internazionale è del tutto assodato che esso sia anche connesso all’attrattiva esercitata nei confronti degli investimenti diretti esteri; questi, nel continente europeo, vanno prioritariamente a Paesi a basso fisco e bassa ostilità giuridico- ambientale al fare impresa privata». La tesi di Giannino trova un riscontro in ciò che è avvenuto in Irlanda dove, secondo il giornalista John Waters, proprio misure di liberalizzazione a favore di investimenti stranieri, come per esempio l’imposta sulle società (12,5%) che rimane tuttora la più bassa in Europa, hanno permesso l’uscita da un sottosviluppo secolare. Pelanda mostra il contesto di lungo periodo di questo cambiamento epocale già imboccato dall’Irlanda e auspicabile per l’Italia. Non si tratta di passare semplicemente a un liberismo sfrenato: occorre ricercare nuovi orizzonti senza riprodurre vecchi schemi. «Il modello americano produce molto stress competitivo sui cittadini e sta aumentando la domanda di protezioni […]. Il modello europeo è fallimentare sul piano dell’economia tecnica e sta fallendo in termini di debito, scarsa crescita e alta disoccupazione […]. È […] ipotizzabile pensare che alla fine vi sarà una convergenza di lungo periodo tra i due modelli». È quanto auspicato e preconizzato dalla stessa Merkel per il futuro europeo: «da una parte si schierano coloro che vogliono deburocratizzare, dall’altra quelli che vogliono salvare il sociale, ma in realtà non esiste alcun contrasto: fa tutto parte del modello sociale europeo ». Conciliare la caratteristica fondamentale delle società europee, un’attenzione ai bisogni elementari di tutti, con la ricerca di eccellenza e di competizione: questo sembra il tema del futuro non solo italiano. Purtroppo l’Italia non ha ancora scelto, anzi rischia di risentire dei limiti di entrambi i sistemi, come dice Catricalà: «di qui la necessità improrogabile di accelerare e completare il processo di liberalizzazione nel nostro Paese, in modo da giungere alla realizzazione di un mercato realmente concorrenziale». Nei contributi successivi si suggeriscono perciò alcuni interventi per permettere questo rilancio strutturale del sistema produttivo con apertura agli investitori internazionali. Tutti escono dallo stereotipo stato-privato, liberismo-statalismo, per suggerire situazioni più articolate e creative, sempre incentrate su una maggior libertà di scelta dell’utente. Per ciò che concerne il sistema bancario, Geronzi e Mazzotta sottolineano la positività della coesistenza di due tipologie di banche, entrambe concorrenziali, quelle frutto di forti concentrazioni che «hanno prodotto più concorrenza, più efficienza e migliore qualità dei servizi» e quelle a forte connotazione ideale, rafforzate «dalla razionalizzazione, dall’ammodernamento, dalle aggregazioni che si sono realizzate». Ichino mostra come la pubblica amministrazione possa superare lo statalismo senza essere disgregata se, attraverso la «valutazione dell’efficienza», il «controllo della produttività individuale», la «trasparenza», la «piena accessibilità delle informazioni» previsti in recenti provvedimenti e accordi con parti sociali, permetterà al consumatore di sanzionare e denunciare le inefficienze. Paola Garrone declina le novità metodologiche proposte da Ichino nel cruciale settore dei servizi di pubblica utilità: «Occorre a questo punto fare un ulteriore passaggio e riconoscere che le imprese di matrice non profit sono una costante dell’evoluzione del settore; proprio perché consentono la presenza degli utenti nella governance, la missione specifica di servizio e il reinvestimento degli utili, esse aiutano a risolvere le decisioni relative agli investimenti a favore degli utenti». Tuttavia tutto questo non basta: se si vuole rilanciare il nostro Paese occorre superare postulati che in questi anni ci hanno bloccato ed uscire dal piccolo cabotaggio del “giorno per giorno”, per fare scelte storiche per il nostro futuro. Questo numero di «Atlantide» mostra due esempi cruciali di scelte possibili. Innanzitutto c’è il ritorno al nucleare, suffragato, come dice Ricci, da numerose ragioni legate alla competitività e alla sicurezza della nuova tecnologia nucleare al comunque consistente uso di energia nucleare importata, agli enormi costi dell’energia prodotta in Italia, all’attuazione del protocollo di Kyoto. In secondo luogo, il rilancio delle infrastrutture: non solo la Tav, ma anche i porti, il cui ruolo di piattaforma logistica al centro del Mediterraneo, come dice il presidente dell’Autorità portuale di Gioia Tauro, Grimaldi, sarà esaltato dallo storico allargamento in corso del Canale di Suez. Tutto quanto detto è cruciale ma, come si è detto, può valere per molti Paesi e non spiega quel piccolo inaspettato rilancio della nostra economia. È Modiano a interpretare le ragioni di questa ripresa, che la gran parte degli opinionisti non si aspettava né sa motivare, mostrando che esiste una rigenerazione naturale del mondo produttivo italiano: «dal 2000 a oggi le imprese italiane hanno fatto quello che avevano fatto in misura limitata e non generalizzata nei decenni precedenti, hanno cioè innovato i prodotti e la distribuzione più dei processi produttivi […]. Siamo insomma di fronte a un caso di grande interesse di divergenza fra una prognosi infausta, fondata in verità su indizi solidi e su una solida visione del mondo, e un decorso invece positivo, ma difficile da “modellare”, da riconciliare in una teoria». È l’esito dell’anomalia virtuosa italiana che permane e si consolida e che consiste nella vitalità della piccola e media impresa. Afferma Marseguerra: «come è noto, il nostro sistema produttivo è composto per la gran parte da piccole e piccolissime imprese», che continuano a presentare grandi vantaggi: flessibilità organizzativa, flessibilità produttiva, stretto legame con il tessuto locale: «nella moderna economia della conoscenza la dimensione da sola non garantisce forza competitiva». Lo ribadiscono anche Bombassei ed Ermolli quando parlano di un capitalismo più adeguato ai bisogni dell’uomo rispetto a quello basato solo sulle multinazionali, e di un libero mercato più attento alla libertà di intrapresa individuale. Se ne deduce che le modifiche strutturali suggerite, anche gli investimenti in Italia di imprese straniere, non possono avere lo scopo di cambiare faccia al nostro sistema economico, quanto di consolidarlo, come dice Modiano: «il punto è che le capacità delle imprese piccole e medie che ce l’hanno fatta sono ancora disperse, difficili da mettere a fattor comune […]: stentano come si è visto a essere riconosciute anche dagli economisti e dalla politica, e non diventano una forza collettiva e un esempio, da estendere dove la concorrenza e la meritocrazia non vogliono penetrare: nei servizi, nella pubblica amministrazione, nelle reti». Se il mondo delle piccole e medie imprese è il punto focale del cambiamento prossimo venturo, occorre aggiungere che c’è un altro aspetto cruciale dell’agenda per il bene comune, spesso teoricamente ricordato, ma poco praticato. Dice ancora Marseguerra: «le piccole imprese a carattere familiare sono spesso caratterizzate anche da un’altra importante scarsità: quella di cultura di impresa […]. A questo scopo, risulta indispensabile innalzare il livello medio dell’istruzione attraverso una opportuna valorizzazione del sistema scolastico e universitario». Lo ribadisce Sacconi: «Ai giovani deve essere garantito e promosso il diritto-dovere ad almeno dodici anni di apprendimento di base attraverso la libertà di scelta delle famiglie, una pluralità di istituzioni educative, pubbliche e private, la personalizzazione e la flessibilità dei percorsi - scolastico e professionale - e il contrasto dell’abbandono precoce degli studi». Lo ripetono, estendendo tale urgenza al mondo delle università, anche Ichino e De Maio. Afferma Ichino: «se, per esempio, il finanziamento pubblico delle scuole e delle università avvenisse interamente attraverso il sistema dei vouchers (previa abolizione del valore legale dei titoli di studio), gli istituti e gli atenei dove si scelgono male i professori, o comunque dove si insegna poco e male, sarebbero costretti a chiudere». E De Maio: «Riduciamo il più possibile i vincoli per la selezione, il reclutamento, la carriera, il salario dei dipendenti e, contestualmente, permettiamo che ciascuna università metta i vincoli che desidera agli ingressi di studenti, e definisca la strategia per attrarre i migliori». Quanto detto delinea il percorso per un rilancio dello sviluppo italiano. Un’agenda per il futuro, per essere completa, dovrebbe altresì comprendere proposte per una radicale riforma del welfare, innanzitutto a partire dal sistema previdenziale, come auspicato da Polito, Del Debbio, Ichino. Poiché «Atlantide» ha già trattato di recente questo tema, non lo si ripropone in questo numero. Tuttavia, per ricavare linee di metodo utili ad approfondire l’argomento, si presentano alcuni contributi tratti dalla discussione sul sistema sanitario nella prima fase della campagna elettorale americana. Massimo Gaggi ne sintetizza il significato che ripropone il superamento dell’antinomia stato-privato già proposta nel saggio di Pelanda: «in un’America in cui i meccanismi dell’economia liberale stanno funzionando molto bene in termini di aumento della produzione di ricchezza, ma non per quanto riguarda la sua distribuzione, la domanda di interventi sociali perequativi sta crescendo anche tra i moderati». In questo senso Romney, governatore del Massachusets, ha elaborato una riforma sanitaria che cerca di raggiungere tutti i cittadini senza scardinare il sistema delle assicurazioni private; Schwarzenegger ha annunciato una riforma sanitaria del costo di dodici miliardi di dollari l’anno che ricalca i meccanismi di quella di Romney. Obama si è solennemente impegnato, se sarà eletto, a estendere la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani entro la fine del primo mandato presidenziale (2012). Il dibattito è feroce: Tanner, esperto legato alla presidenza critica questi cambiamenti come fonte di burocrazia senza reali vantaggi. Discutere di questo, come di tutto il resto, senza pregiudizi ideologici, è il primo modo per essere Tutti per uno, uno per tutti per il bene comune.
Editoriale. Tutti per uno, uno per tutti
di Giorgio Vittadini / Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
Nello stesso numero
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Dall’agenda di Caserta al bene comune
di Paolo Del Debbio
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L’agenda del governo e il problema del consenso
di Antonio Polito
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Un errore non privatizzare
di Oscar Giannino
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Il modello istituzionale americano a confronto con quello europeo
di Carlo Pelanda
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Il sistema economico italiano e il processo di integrazione europea
di Antonio Catricalà
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Exit e Voice per rompere il circolo vizioso
di Pietro Ichino
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Public utilities: libertà di scelta, di iniziativa e imprese non profit
di Paola Garrone
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Energia, sviluppo, ambiente
di Renato Angelo Ricci
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La rivoluzione dei trasporti: la “scatola globale”
di Giovanni Grimaldi
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La forza della microeconomia di fronte al declino e le sfide di una classe dirigente nazionale
di Pietro Modiano
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Lo sviluppo dell'impresa famigliare: le sfide della sussidiarietà
di Giovanni Marseguerra
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Dalla società statica delle garanzie alla società mobile delle opportunità
di Maurizio Sacconi
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L’università come fattore di competitività territoriale
di Adriano De Maio
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L’eredità del Capotribù grasso. Come l’Irlanda è diventata la Tigre celtica
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Il modello di stato sociale europeo
di Angela Merkel
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Rafforzare la coesione sociale, economica e politica dell’UE
di Annette Schavan
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Il dibattito sulla riforma sanitaria in USA
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È il momento per una copertura sanitaria universale
di Barack Obama
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La riforma sanitaria in California
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La mitologia della riforma sanitaria
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Forum. Il ruolo delle banche nello sviluppo del Paese
di Roberto Mazzotta, Cesare Geronzi
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Approfondimento. Il ruolo dell’impresa per uno sviluppo equilibrato
di Bruno Ermolli
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Approfondimento. Libertà economica e democrazia
di Alberto Bombassei