Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Il Terzo Settore e la possibile svolta del welfare

di Lorenzo Ornaghi / Rettore dell'Università Cattolica di Milano, Presidente dell'Agenzia per le ONLUS

L'importanza del nonprofit
È utile – forse ormai indispensabile – interrogarsi non solo sulle cause oggettive della crescita straordinaria, e per molti versi inaspettata, del Terzo Settore italiano negli ultimi decenni, ma anche sulle ragioni “soggettive” (per dir così) su cui si fondano l’attenzione e l’interesse suscitati dal volontariato e dal nonprofit nell’opinione pubblica, sui mezzi di comunicazione, nella classe dirigente e nel ceto politico. Riconoscere l’epicentro originario di questo rapido coinvolgimento del Paese nelle vicende (e anche nella storia) del Terzo Settore, risulta abbastanza facile. Alla responsabile iniziativa di un insieme di ambiti culturali, civili, religiosi, accademici, si deve infatti il successo di aver efficacemente diffuso i positivi risultati delle attività di utilità sociale e di solidarietà, sapendo al tempo stesso – cosa ancora più significativa – cogliere e far percepire con chiarezza l’identità di questo ricco e variegato cosmo. Ma ora, proprio di fronte alle ragionevoli attese di ulteriore sviluppo, se è opportuno disporre di una mappa delle “sorgenti” che hanno alimentato la diffusa attenzione e la profonda fiducia sociale, ancor più importante è riconoscere e valutare quanti e quanto differenti siano i giacimenti a cui attinge il crescente consenso attorno al ruolo ancor più decisivo del Terzo Settore rispetto alla costruzione del futuro della società italiana. Fuor di metafora, saper cogliere le differenze, presenti anche nelle posizioni dei propri sostenitori e ammiratori, permette di far luce su quelle realtà e scelte di fondo – culturali e politiche – da cui dipende pressoché interamente il rapporto diretto che rende fra loro strettamente interconnessi un tale ruolo del Terzo Settore e la sempre più necessaria, radicale svolta nei modi di intendere (e praticare) il welfare. Reciprocamente, infatti, l’uno è condizione dell’altra. E, nella prospettiva di un futuro che è già parte del nostro presente, entrambi costituiscono l’architrave di un sistema di riforme, il cui fondamento e la cui base di legittimazione non possono che essere, al tempo stesso, di natura (autenticamente) politica e culturale.

Riscoprire il Terzo Settore
L’accresciuta considerazione per (quasi) tutto ciò che ha a che fare con il Terzo Settore è, in realtà, una riscoperta. Pur con inedite modalità e condizionamenti dettati dall’attuale fase storica, essa è infatti conseguenza immediata della parziale riconquista di spazi e funzioni da parte dei cittadini e delle loro organizzazioni. Ne è conseguenza e, a ben guardare, contemporaneamente l’ha favorita e continua a favorirla, proprio perché contribuisce a restituire alla creatività della società civile quella visibilità e quella centralità che, per lunghi anni, sono state sacrificate alla dominante visione statalista delle politiche sociali. Ma – è bene esserne consapevoli – tale riconquista non può mai considerarsi del tutto compiuta. Ne può ritenersi definitiva, poiché l’oggetto della riappropriazione non è un territorio immutato e immutabile per estensione e morfologia. Le rilevanti trasformazioni già intervenute, così come quelle che tuttora investono – dal livello locale a quello globale – i rapporti politici ed economici, modificano senza sosta i campi entro cui si svolge o potrebbe svolgersi l’attività di innovazione sociale degli enti senza fini di lucro. Si comprende allora perché la domanda sul ruolo attuale e sulle prospettive future del Terzo Settore sia ben più urgente di quanto suggeriscano le prime apparenze. Essa riguarda infatti la crescita e la diversificazione del fabbisogno sociale, oltre che la percezione e l’esigibilità dei diritti personali e collettivi, in particolare quelli di natura economica. Mediante un rigoroso e realistico paragone con il contesto di riferimento, è pertanto necessario riconsiderare innanzitutto l’adeguatezza dei tradizionali strumenti (organizzativi, operativi, normativi) a disposizione del Terzo Settore1. Proprio un tale ripensamento consente di acquisire maggiore consapevolezza delle potenzialità (nel senso della estensione, capillarità e qualità delle funzioni sostenibili) dell’economia sociale italiana2. Farsi carico di questo lavoro significa raccogliere una sfida che è già nei fatti. Non bisogna però commettere l’errore di ridurre l’analisi del contesto di riferimento a una superficiale “visualizzazione” del presente. Il contesto, infatti, non è dato solo dall’insieme degli aspetti più contingenti o urgenti, bensì è il risultato di una trama di esperienze stratificatesi nel tempo, che, per essere pienamente comprese nella loro perdurante vitalità, vanno ricondotte alle loro radici e ai loro valori originari. In questo senso, la rilevazione della continuità (così come delle eventuali, significative discontinuità) del Terzo Settore con antecedenti tradizioni culturali, economiche e sociali non è un mero esercizio accademico. Proprio perché nulla, o quasi nulla, è davvero comprensibile e orientabile dagli uomini quando non se ne conosca la storia, le coordinate – entro cui elaborare una visione realistica delle prospettive di sviluppo del mondo nonprofit – sono appunto costituite dalla corretta percezione della realtà attuale e da una robusta consapevolezza della storia che ha prodotto il nostro presente. Bisogna, allora, scansare i luoghi comuni e alcune letture parziali, o, forse più precisamente, quei luoghi comuni che derivano da letture incomplete o fuorvianti. Tra questi, due ricorrono con preoccupante frequenza anche nell’ambito di riflessioni qualificate.

Una tradizione italiana
Il primo luogo comune consiste nell’abitudine di prefigurare l’innovazione del nonprofit italiano quasi unicamente nei termini di un “apprendimento imitativo” di esperienze tratte da altri contesti nazionali. È un’abitudine che spesso prende la veste di un presupposto non dichiarato. Nell’indicarlo – è una precisazione forse superflua ma che pur va fatta – non si intende per nulla manifestare una qualche forma anacronistica e bizzarra di “patriottismo”. I molti passi avanti, compiuti grazie alla circolazione internazionale di idee, modelli organizzativi e buone pratiche, sono sotto gli occhi di tutti3. E tutti, o quasi tutti, siamo consapevoli del fatto che molte altre iniziative, suggerite o dettate dalla crescente internazionalizzazione, risulterebbero utili o necessarie per far crescere il nostro Terzo Settore e per imprimere una reale svolta al welfare italiano. Ciò che si intende sottolineare, indicando la diffusione di questo primo luogo comune, è piuttosto il rischio di voler imboccare scorciatoie pericolose. Se è un grave errore – soprattutto in questa nostra epoca di globalizzazione – essere chiusi o sospettosi dinanzi alle esperienze di altri Paesi, l’alternativa non può essere una sorta di provincialismo acritico che, magari per un irrisolto complesso di inferiorità, evita di comparare e valutare paradigmi differenti. La globalizzazione richiede semmai una crescente capacità di selezionare, interpretare e adattare fenomeni e tendenze. L’esatto contrario, quindi, di pigro “apprendimento imitativo”. Talvolta la volontà di “de-italianizzare” il nostro nonprofit sembra derivare da un preconcetto di natura ideologica, secondo cui l’innovazione del Terzo Settore deve accompagnarsi a una progressiva sterilizzazione delle sue forti identità culturali. Sorprende, per esempio, la frequenza con cui si sentono descrivere come obsolete alcune parole chiave della nostra tradizione sociale e assistenziale: dalla “carità” (inclusi gli aggettivi “caritatevole”, “caritativo” e la specificazione “di carità”, tanto ricorrenti nel panorama del nostro privato sociale), a parole come “opere”, “soccorso”, “misericordie”, sino a quelle (esse pure oggetto di più o meno velati rilievi critici, seppur da punti di vista differenti) di “beneficenza”, “volontariato”, “cooperazione”, “mutualismo”, “auto-organizzazione” e così via. Personalmente ritengo che le forti idee, racchiuse ed espresse da questi termini, ancora costituiscano gli elementi essenziali per costruire e legittimare quel sistema di riforme, in cui si deve concretare la svolta del welfare.

Una riforma necessaria
Il secondo luogo comune si annida nelle ripetute affermazioni, in base alla quali il successo del Terzo Settore altro non sarebbe che un effetto della “crisi del welfare state”. Non v’è dubbio che, tra gli aspetti economici che maggiormente hanno stimolato la recente crescita delle attività nonprofit, vi siano le difficoltà in cui sono incorsi, dagli anni Settanta del secolo scorso in poi, i tradizionali sistemi di protezione e assistenza sociale costituitisi in molti Paesi occidentali. Via via che si sono acuiti i problemi legati alla fiscalità degli Stati, si è cominciato a guardare con preoccupazione alla sempre più ingente spesa per l’erogazione di servizi di primaria necessità (scuola, sanità, assistenza, previdenza, etc.) e alla conseguente crescita dei livelli di indebitamento. Si è così finalmente capito che, per tutelare efficacemente e sul lungo periodo il benessere dei suoi cittadini, lo Stato avrebbe dovuto sviluppare una politica di apertura nei confronti dei corpi intermedi della società civile, liberando risorse in tale direzione e “concedendo” (l’impiego di questo verbo non è casuale) più libertà di iniziativa nel rinvenire e proporre modalità autonome di risposta ai propri bisogni. Le difficoltà del welfare state, oggi, non sono affatto superate; in prospettiva, anzi, sembrano destinate ad aggravarsi ulteriormente. Da un lato, per effetto di una progressiva dissociazione tra la sfera delle relazioni economiche (in particolare per quanto concerne la divisione internazionale del lavoro e la gestione della nuova ricchezza prodotta) e quella delle relazioni politiche. Dall’altro, per conseguenza diretta delle preoccupanti tendenze demografiche (denatalità, invecchiamento della popolazione), che minacciano gravemente i consolidati meccanismi di trasmissione della ricchezza “tra” le diverse generazioni, ma anche “all’interno” di identiche generazioni. Nel prendere atto di un tale nesso fra le difficoltà di ogni welfare stato-centrico e la crescita del Terzo Settore, occorre però rispondere alla seguente domanda: sino a che punto, passando dal piano del linguaggio corrente a un piano maggiormente tecnico, la prolungata difficoltà in cui versa il welfare state può davvero definirsi “crisi”? L’innegabile presenza di difficoltà, infatti, non giustifica di per sé il riconoscimento di tale status, in quanto la diagnosi di “crisi” implica, a mio avviso, almeno altre due condizioni fondamentali: una chiara discontinuità rispetto al contesto precedente, e la possibilità/necessità di una decisa svolta. Nel caso del welfare state i segni di discontinuità, che pur ci sono, non appaiono ancora così evidenti. Non lo sono, fortunatamente, quanto alla disponibilità delle risorse materiali con cui soddisfare i “diritti economici” tradizionalmente fissati (per lo meno in relazione ai Paesi economicamente avanzati). Anche dal punto di vista dell’impostazione assicurativa e distributiva del welfare, così come da quello dell’organizzazione generale dei servizi, non si scorgono segni di una marcata difformità rispetto al passato. Alcuni elementi di rottura si registrano piuttosto, almeno in alcune aree territoriali, nella forma di un peggioramento qualitativo dei servizi erogati e nella percezione sociale della prestazione di tali servizi. Il crescente disagio e una sempre più diffusa ansia, rispetto alla tenuta del “sistema complessivo di protezione sociale”, provengono soprattutto dalla constatazione della persistenza di alcune dinamiche (demografiche, economiche, finanziarie, politiche) che “minacciano”, secondo una prospettiva sempre meno distante, in forza della loro “continuità” nel produrre – non è un gioco di parole – una “futura discontinuità” sul piano della distribuzione della ricchezza e della conservazione di un adeguato grado di benessere sociale. D’altra parte, la possibilità di una discontinuità di segno “positivo” si delinea con fatica. Non sembrano essere ancora del tutto chiari, cioè, i termini di una possibile e pienamente affidabile alternativa al tradizionale assetto del welfare. Un’alternativa che non si può ragionevolmente delineare come un ritorno a esperienze passate di welfare society, ma che più realisticamente dovrebbe svilupparsi in direzione di un sistema realmente ed effettivamente plurale (welfare mix). Si può allora affermare, con più di una ragione, che non è del tutto corretto attribuire il successo del Terzo Settore alla “crisi” del welfare state. Se volessimo mutuare dalla biologia, potremmo dire che la situazione attuale del welfare, più che una situazione di “crisi”, sembra coincidere con un lento e forse inesorabile processo di “lisi”. Vale a dire, con una progressiva consunzione del sistema, che per un verso minaccia – una volta giunta al collasso – una discontinuità negativa (con la mancata corrispondenza fra risorse materiali pubbliche e la rivendicazione di una serie di diritti positivi economici) e per l’altro attende – se vuole essere scongiurata – la possibilità di una discontinuità positiva (ossia il passaggio dal welfare state al welfare mix). Si potrebbe perciò affermare, un po’ paradossalmente, che soltanto un’ulteriore crescita del Terzo Settore in termini non solo quantitativi, ma anche qualitativi (autonomia, affidabilità sociale, competitività, efficienza, efficacia) renderà possibile, con l’alternativa, una “crisi” autentica del welfare state. Il Terzo Settore deve infatti compiere il suo processo di maturazione – innanzitutto culturale – sino a divenire un attore davvero “terzo” e, quindi, davvero di-rompente rispetto alla non ancora sufficientemente tramontata dicotomia Stato/mercato. Per accelerare questo processo di maturazione, occorre passare da una pratica dei rapporti fra Stato e società di tipo “concessorio” (in cui lo Stato “concede”, o al più “tollera”, la libertà di iniziativa solo in quanto incalzato dalla levitazione dei debiti) a una impostazione realmente sussidiaria, in cui la società sia realmente libera di assumere iniziative in autonomia e con responsabilità. Rispetto a un tale obiettivo, la politica può assumere iniziative concrete e di ampio respiro strategico. In particolare, per quanto concerne l’Italia, occorre procedere senza ulteriori indugi a quella riforma complessiva (auspicata ormai da più di un decennio) della normativa vigente, al fine di semplificare il percorso evolutivo del Terzo Settore. Una riforma che, partendo dal piano del diritto generale (Libro I del Codice civile), sappia poi semplificare e coordinare la legislazione speciale e tributaria, oggi ridondante e assai poco coordinata. Da questo punto di vista, sia l’introduzione della disciplina dell’impresa sociale, sia i primi segni di “sussidiarietà fiscale” (dal “Più dai meno versi” al “Cinque per mille”) rappresentano un inizio incoraggiante che segna una strada lungo la quale occorrerà proseguire con decisione. Concludo brevemente queste osservazioni. È essenziale, a mio parere, che il Terzo Settore, in quanto libera espressione della società civile, cessi di essere considerato (ma anche di considerarsi) “terzo” nel senso di “ultimo” e “residuale” fra i tre settori esistenti. Di conseguenza, è altrettanto essenziale che esso diventi sempre più e sempre meglio –parafrasando una proposizione ben nota ai lettori di questa rivista – “un cosmo che fa parlare (gli) altri mondi”, e per ciò stesso un insostituibile fattore di equilibrio e coesione sociale. Qui, davvero, sta quella svolta culturale e politica che può e deve fondare il nuovo e diverso welfare.

Note e indicazioni bibliografiche
1 Segnalo, a questo proposito il testo di R. Cartocci, F. Maconi (a cura di) il Libro Bianco sul Terzo Settore, Il Mulino, Bologna 2006, promosso dall’Agenzia per le Onlus quale contributo alla migliore conoscenza del nonprofit italiano e a un fecondo dibattito sulla auspicabile, possibile riforma della normativa vigente in materia di Terzo Settore. 2 Utilizzo volutamente l’espressione (di matrice francese) “economia sociale” perché, nonostante le sue diverse interpretazioni, essa richiama direttamente il lessico dei documenti comunitari che trattano (anche) di nonprofit e, in tal modo, sollecita la nostra attenzione sulle relazioni tra il Terzo Settore italiano e il più vasto ambito continentale. Un ambito assai significativo, quest’ultimo, sia in vista della definizione di un “mercato europeo della qualità sociale”, sia per l’incidenza che norme e giurisprudenza comunitaria già oggi esercitano sui singoli sistemi nazionali e regionali. 3 La stessa Agenzia per le Onlus, nel corso di questo suo primo mandato quinquennale, ha promosso numerose iniziative di studio e ricerca per analizzare le più significative esperienze internazionali e per esaminare la legislazione nonprofit di alcune importanti nazioni (Regno Unito, Germania, USA).

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