Nel nono secolo Dateo lasciava le sue sostanze ai bimbi abbandonati perché avessero una nutrice e poi un tutore per addestrarli a un mestiere. Molti secoli più tardi, la Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri, oltre ad assegnare premi agli artigiani meritevoli, si dedicò alla formazione di giovani, appunto, nelle “arti e mestieri”. Nei convitti dei Martinitt e delle Stelline grandissima attenzione veniva dedicata all’educazione e alla formazione professionale e non pochi sono i professionisti e gli imprenditori che da questi convitti provengono. Senza dubbio questi esempi si inquadrano nella generosità e senso della comunità di appartenenza dei “lombardi” e dei “milanesi”, intendendo tutti coloro che hanno scelto di far parte della comunità milanese e lombarda, indipendentemente dalla loro provenienza. Ma vi è anche dell’altro. In un pubblico incontro, Marco Vitale fece notare al premio Nobel Gary Becker che la teoria fondamentale alla base della sua notorietà era stata, nelle sue linee essenziali, già espressa da Carlo Cattaneo, quasi centocinquanta anni prima. Sosteneva Cattaneo che la ricchezza di una comunità era primariamente legata alla “intelligenza” e alla “volontà”, da cui l’assoluta importanza dell’educazione e della formazione. Seguirono presto i fatti quando, appena dopo l’unità d’Italia, le pubbliche amministrazioni locali, la Camera di Commercio, la Cariplo, gli intellettuali e la borghesia, come singoli e come istituzioni culturali, accademici e scienziati, riuniti per decidere le iniziative da intraprendere per lanciare lo sviluppo economico, culturale, sociale della comunità lombarda, stabilirono che doveva essere fondato il Politecnico. Fin da allora era evidente quanto stiamo riscoprendo a fatica oggi: l’innovazione nasce se ci sono figure scientificamente, tecnicamente e professionalmente preparate. Infatti, anche se non solo, dal Politecnico cominciò quello sviluppo industriale che ancora oggi (ma fino a quando?) connota la Lombardia come regione guida e motore d’Italia e fra le prime in Europa. Quando sorse la necessità di “affiancare” l’ingegnere e l’architetto con qualcuno che sapesse interagire con i mercati, da un’iniziativa analoga e con l’aggiunta di un lungimirante mecenate, nacque l’università commerciale Bocconi. L’innovazione e lo sviluppo industriale, fin dall’inizio del secolo scorso, si basarono anche su figure di tecnici intermedi la cui preparazione ci era invidiata da tutto il mondo. Anche diversi industriali legarono il proprio nome a istituti tecnici che diventarono di larga fama. Chi aveva a cuore lo sviluppo economico, sociale e culturale e sapeva che l’innovazione è la componente dominante del successo, comprendeva che l’uomo è il fattore determinante e che l’educazione e la formazione sono le basi essenziali per uno sviluppo solido. Un’altra lezione si ricava da tutti questi esempi: il successo nello sviluppo di una comunità è tanto più probabile quanto più il contesto è complessivamente “armonico”. Un fattore di qualità elevata che si presenti in un ambiente poco coerente e poco adatto al suo riconoscimento e sviluppo, ben difficilmente riuscirà a trascinare altri fattori e a esprimere le proprie potenzialità. La troppo citata “fuga dei cervelli” è un chiaro esempio della mancanza di un ambiente coerente. E non è concedendo elevati stipendi, inventandosi strutture “dal nulla”, riempiendosi la bocca del termine “eccellente” o proponendosi obiettivi ambiziosi senza piani operativi per raggiungerli, che si possono riportare in patria i “cervelli fuggiti” e nemmeno arrestarne l’emorragia. È da notare poi, che da sempre vi è una desiderabile mobilità di persone che, nel caso di ricercatori, professionisti, imprenditori, andrebbe addirittura incentivata. Bisogna operare sul saldo, cioè devono entrare brillanti studenti, ricercatori, professionisti, manager, imprenditori, investimenti, in misura maggiore di quanti inevitabilmente escono. Qualità delle risorse umane e ambiente armonico sono i due pilastri su cui si deve fondare qualsiasi prospettiva di sviluppo non volatile. Un ambiente “armonico” presuppone l’esistenza di valori condivisi, di un forte senso di appartenenza alla comunità: il che, ancora una volta, riporta alla priorità dell’educazione e della formazione. La concatenazione è quindi la seguente. L’innovazione, fattore principale di successo, il più delle volte si basa, in modo diretto o indiretto, sulla ricerca. La ricerca, a sua volta, ha bisogno del verificarsi di molte condizioni, dal raggiungimento della massa critica, alla disponibilità di adeguate infrastrutture fino, in alcuni casi, all’attivazione di aziende nuove per poter sfruttare al meglio il risultato della ricerca. Ma il fattore assolutamente necessario è la presenza di ricercatori qualificati: senza alcune delle risorse dette precedentemente diventa difficile fare ricerca di qualità e innovazione, ma senza persone adeguate è assolutamente impossibile. Anche per l’ambiente si possono identificare alcune caratteristiche determinanti. Innanzitutto, la diffusa e profonda accettazione di un diffuso sistema meritocratico, dalla scuola all’industria, dalla Pubblica Amministrazione alla magistratura, dalle professioni alla ricerca. La prevalenza del lungo termine sul breve e l’accettazione del rischio e del possibile errore. L’assunzione di responsabilità e, perciò, la consapevolezza di dovere rendere conto dei risultati ottenuti. La convinzione che sia preferibile il raggiungimento di risultati al corretto adempimento di norme e procedure. Un sistema di deleghe accoppiato al principio di sussidiarietà di cui quasi tutti parlano, ma che difficilmente viene messo in pratica. E, ancora, la capacità critica, una tensione continua al miglioramento, la capacità di interagire con gli altri. Il più importante corollario che deriva da quanto detto è la necessità di ridurre i vincoli, dare maggiore spazio alla competizione, che, se non distorta, porta a una più intensa cooperazione e a un’emulazione positiva. A partire dalla scuola di ogni ordine, assicurando che vi sia ampia possibilità di scelta, aiutando chi ha intelligenza e volontà, ma non mezzi economici, mettendo in competizione le scuole e sostenendo le migliori, modificando radicalmente il sistema di reclutamento, di valutazione e retribuzione dei docenti. Per le università poi, perché mantenere il valore legale del titolo, il concorso nazionale, regole burocratiche che ingessano i curricula, procedure che stimolano nello studente un atteggiamento da burocrate anziché da imprenditore di se stesso? Ancora, perché non detassare l’utile reinvestito nell’azienda e premiare gli investimenti destinati alla ricerca? Perché non sostenere e stimolare la nascita di imprese basate su una nuova idea, favorendo sia gli inventori-imprenditori, sia l’istituzione che li ha generati? È evidente il grande cambiamento culturale necessario, da parte di tutti e non solo della cosiddetta “classe politica”, cominciando dagli imprenditori che, tranne poche eccezioni, si sono abituati a colpevolizzare sempre qualcun altro e a richiedere, indistintamente, un contributo da parte della mano pubblica. Così, per esempio, si finisce per confondere la “liberalizzazione”, che se ben gestita porta migliore qualità e benefici per il cliente, con la “privatizzazione”, che molte volte semplicemente sposta i benefici dal monopolio pubblico al privato. Un altro aspetto è molto rilevante per un ambiente armonico: la bellezza. Noi non apprezziamo sufficientemente la bellezza del nostro Paese, delle nostre città, del nostro modo di vivere che, viceversa, è un’opportunità da cogliere e un punto da cui partire. Infine, è importante la capacità di mettere assieme competenze, interessi, obiettivi diversi e complementari, fondendoli in un progetto di innovazione utile per la comunità. La nostra storia ci dice che questa capacità emerge quando siamo consapevoli di trovarci in pericolo; forse, il problema è che non abbiamo ancora percepito la drammaticità della situazione attuale. In base a mie personali recenti esperienze, mi sono reso conto che questa sensibilità, in tutta Europa, è più marcata in comunità ridotte rispetto alla struttura statale. Forse, con una “rete di regioni” si potrebbe uscire dallo stallo e procedere verso uno sviluppo basato sull’intelligenza e sulla volontà, passando da un miope egoismo a una generosa lungimiranza, liberando le risorse, eliminando i vincoli dannosi, in una condivisione di valori e di prospettive per il futuro dei figli e dei figli dei figli.
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