Quadrimestrale di cultura civile

Faccia a faccia. Liberalizzazioni: una politica bipartisan?

di Roberto Maroni, Tiziano Treu / Capogruppo della Lega Nord alla Camera dei Deputati; Presidente della Commissione Lavoro e Previdenza del Senato

ATLANTIDE: Si parla molto delle liberalizzazioni come strumento fondamentale per lo sviluppo del Paese. Lei è d’accordo?

ROBERTO MARONI,
Capogruppo Lega Nord alla Camera dei Deputati

Il Paese ha sicuramente bisogno di eliminare alcune posizioni di privilegio e alcuni monopoli consolidatisi nel tempo. Una politica di liberalizzazione selvaggia non è comunque la più adatta alle nostre caratteristiche. Sono soprattutto i grandi monopoli (penso alle banche, alle assicurazioni, alle telecomunicazioni, alle autostrade, alle produzioni di energia, alla grande distribuzione commerciale) che dovrebbero essere per molti aspetti rivisti. Gli interventi fatti solo su piccole categorie rischiano di diventare uno specchietto per le allodole, trasformando il nostro Paese da una parte nel Far-West economico mantenendo dall’altra l’egemonia dei grandi gruppi finanziari. In un Paese a democrazia sostanziale come il nostro, il migliore sistema economico è quello che ottimizza la produzione di ricchezza senza bisogno di distruggere le regole. Una sana economia di mercato, con lo Stato che si limita a dettare e far rispettare le regole di buon comportamento. Il recente decreto, mi pare, fa esattamente l’opposto: scatena la guerra economica nelle categorie imprenditoriali deboli e mantiene inalterato il monopolio dei forti.

TIZIANO TREU,
Presidente della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato

Sono personalmente convinto, ed è anche scritto nel programma del centrosinistra, che le liberalizzazioni siano uno strumento importante per lo sviluppo del Paese. Naturalmente, questo non significa passare a un mercato completamente libero. Liberalizzare vuol dire che si diminuiscono le situazioni contraddistinte da posizioni di rendita e si aumenta, di conseguenza, lo spazio per la concorrenza. Una concorrenza che deve essere, però, regolata, come è accaduto in tutti gli Stati in cui le liberalizzazioni sono state effettuate in modo ragionevole e non, diciamo così, casuale o senza regole. Pertanto, siamo convinti che si debba intervenire con tutta una serie di liberalizzazioni, soprattutto nel settore dei servizi che attualmente sono protetti e che penalizzano gli utenti, con costi più alti e scarsa propensione alle innovazioni.

ATLANTIDE: È corretto stabilire una equivalenza tra liberalizzazioni e libertà? In altri termini quali sono le condizioni e le modalità di effettuazione che possono fare delle liberalizzazioni uno strumento reale di incremento delle libertà nella nostra società?

Maroni - In una democrazia matura e consapevole, la libertà sostanziale è l’ottenimento della maggiore soddisfazione personale dei cittadini nel rispetto dei diritti degli altri. Un sistema economico di liberalizzazione che distrugge, per esempio, l’economia consolidata è solo un’apparente strumento di libertà sostanziale. Se per ridurre di un euro il prezzo al consumatore di un certo prodotto dobbiamo distruggere la società che gli sta intorno con tutte le sue relazioni consolidate negli anni, aprendo per esempio in maniera indiscriminata a prodotti che arrivano da altri Paesi, quello che otteniamo è una falsa libertà. L’euro che avrà risparmiato il consumatore costerà allo stesso molto di più in termini di modifica sostanziale della qualità della sua vita. Si devono eliminare le posizioni di forzato monopolio o oligopolio, queste sì in contrasto con le nostre posizioni, avendo l’accortezza però di non coinvolgere attività che garantiscono l’equilibrio sociale. Un cittadino è sicuramente più libero se trova prodotti al minor prezzo e quindi ha maggiore potere di acquisto, se può intraprendere un’attività economica senza vincoli eccessivi, ma questa sua libertà vale poco se si trova poi a vivere in un contesto sociale distrutto. La libertà, credo, è un concetto articolato e non si esplicita solamente nei diritti del consumatore o nell’assenza di regole. Chi è consumatore in una certa situazione è comunque poi produttore o lavoratore in un’altra, ma è anche genitore, giovane o anziano. La libertà vera è il miglior compromesso possibile tra le esigenze complessive della persona.

Treu - Non ritengo corretto stabilire un’equivalenza tra liberalizzazioni e libertà, in quanto la libertà è qualcosa di molto più ampio. Si può però dire che le liberalizzazioni fatte in modo corretto rappresentano uno strumento per l’allargamento delle libertà, soprattutto in una società di servizi come ormai è la nostra. In questo senso, si può affermare che la libertà è limitata senza un libero accesso ai servizi importanti, che spesso possiamo definire essenziali. Senza questo libero accesso, anche la libertà personale viene in concreto ridotta. Vorrei, però, ancora sottolineare l’importanza delle condizioni in cui le liberalizzazioni avvengono e le modalità con cui vengono realizzate, in quanto non basta eliminare gli ostacoli al libero accesso o abbattere le rendite perché vi sia una crescita della libertà dei singoli o dei gruppi. Occorre un’azione di contesto, affinché la maggior parte possibile delle persone sia in grado di utilizzare effettivamente queste opportunità; per cui, come direbbe Amartya Sen, occorre sempre tenere unite liberalizzazione e capacità di promozione, cioè la pars destruens, la prima, con la pars costruens, la seconda.

ATLANTIDE: Il nostro sistema economico è fondato su un tessuto di piccole e medie imprese: in un simile contesto quali problemi e quali opportunità possono nascere dalla liberalizzazione del mercato del lavoro?

Maroni - Il sistema economico italiano (e soprattutto quello padano) è fondato sulla media, piccola e piccolissima impresa per necessità e non solo per virtù. Fino a qualche decennio fa esistevano anche moltissime grandi imprese che la rigidità nei rapporti sindacali e l’ideologia strisciante antindustriale hanno di fatto eliminato o, nei migliore dei casi, fatto trasferire all’estero. Fortunatamente almeno le medie e piccole hanno resistito e continuano a resistere. Per queste imprese una maggior libertà di movimento sarebbe sicuramente favorevole. Bisogna guardare però a quale tipo di maggior libertà. Il taxi che costa un euro in meno o una presunta riduzione della parcella dell’avvocato sicuramente non sono dannose, ma le necessità reali sono altre: una vera libertà di scelta nell’acquisto di energia, una maggior disponibilità e facilità nei trasporti, e soprattutto una minor pervasività della burocrazia dello Stato. Di questo non parla nessuno? A cosa serve ridurre qualche costo marginale dell’azienda se poi la sostanza dei problemi non viene minimamente scalfita? La complicazione delle procedure, la quantità enorme di enti pubblici che interagiscono con le aziende, la quantità di balzelli e di incombenze inutili che soffocano la vita quotidiana delle imprese, sono i veri problemi. Se la liberalizzazione si fermerà a poche deboli categorie di piccoli imprenditori si sarà fatto tanto rumore per nulla. Ripeto: la liberalizzazione, se la si vuol fare, è un concetto globale, i grandi monopoli privati e l’onnipresente burocrazia dello Stato non possono essere considerati esenti. Negli ultimi anni, nei Paesi occidentali a maggior sviluppo economico, per altro normalmente federali, lo strumento principale dell’incremento economico è stato la concorrenza burocratica tra le diverse Regioni. C’è stata una vera e propria gara tra enti pubblici locali ad offrire le migliori condizioni burocratiche alle nuove aziende. Una vera rincorsa alla semplificazione e all’attrattività territoriale basata sulla semplicità d’insediamento e sulla massima riduzione d’impegni burocratici successivi. In Italia succede l’opposto: si bastonano poche categorie non sindacalizzate, mentre la burocrazia pubblica diventa sempre più presente e sempre più opprimente.

Treu - Il sistema economico italiano è in effetti molto, forse anche troppo, basato sulle piccole e medie imprese. Questa caratteristica peculiare non è di per sé un bene, data la vulnerabilità di queste imprese cui deve essere data l’opportunità di rafforzarsi e crescere. Vi sono, tuttavia, segnali positivi in questo senso, cioè di crescita delle nostre piccole imprese e di costituzione di nuclei di medie imprese. Bisogna aiutare e rinforzare questa tendenza. In questo senso, la liberalizzazione è uno strumento in favore di questo tipo di imprese, come risulta dalle dichiarazioni di parecchi imprenditori. Per esempio, per citare una situazione che conosco personalmente, molti piccoli imprenditori del nord-est sono interessati a servizi più facilmente accessibili, con tariffe più basse, dalle autostrade, al trasporto, ai professionisti, alle banche: «questo per noi – dicono – sarebbe una vera boccata d’ossigeno». Per questi imprenditori è quasi più importante ridurre i costi dell’energia, più alti rispetto a quelli sopportati dai concorrenti di altri Paesi, che fare grandi discorsi sulla teoria dello Stato minimo, o cose simili. Qualcuno di loro mi dice, addirittura, che va bene la riduzione del cuneo fiscale prevista dal nostro programma, ma che l’abbattimento dei costi di cui sopra sarebbe ancor più importante, dato che spesso si tratta di artigiani o microimprese senza, o comunque con pochi, dipendenti. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la mia opinione è che quello italiano sia sufficientemente liberalizzato per le piccole imprese; talora lo è persino troppo per le piccolissime imprese, che spesso possono sfuggire alle regole collettive.Sono convinto, quindi, che il vero problema sia in questo momento liberalizzare il mercato dei prodotti e dei servizi, perché sul mercato del lavoro la liberalizzazione è già avanzata. L’unico punto su cui, semmai, si potrebbe aprire una discussione è l’articolo 18, che da alcuni viene considerato troppo rigido per le imprese con più di quindici dipendenti. Tuttavia, visto il grande apporto che può derivare da un programma esteso e ben fatto di liberalizzazioni, questa questione mi sembra non prioritaria.

ATLANTIDE: Sotto questo profilo quali problemi pone una libera circolazione dei servizi all’interno della comunità europea, a seguito della cosiddetta direttiva Bolkenstein bis?

Maroni - Noi abbiamo pesantemente contestato la Bolkenstein, per altro emanata sotto la Presidenza Prodi, e di fatto un primo aggiustamento con la Bolkenstein bis è stato fatto. Il principio resta comunque inaccettabile nella sostanza. Ci possono essere evidentemente forti differenze contrattuali tra uno Stato e l’altro, ma far passare il principio che le regole contrattuali non siano legate al territorio di applicazione, ma allo Stato di residenza della sede sociale non ha senso. Non si può pensare di avere la sede di una società di servizi in Romania e di applicare i contratti di lavoro rumeni a lavoratori che poi vivono e operano in Italia o in Germania. La Bolkenstein è stato un maldestro tentativo di liberalizzazione selvaggia dei salari e degli stipendi attraverso una legge comunitaria. L’obiettivo è quello di arrivare alla situazione reale più omogenea possibile tra i Paesi comunitari, ma le condizioni contrattuali devono essere assolutamente legate alle reali situazioni socio-economiche del Paese dove il lavoratore opera. Di più: noi siamo addirittura per le cosiddette gabbie salariali, nel senso che le condizioni economiche dei lavoratori dovrebbero essere strettamente legate al territorio fisico anche all’interno di uno Stato dove vivono. La Bolkenstein è la dimostrazione fisica della debolezza politica dell’attuale Comunità Europea, assolutamente incapace di esprimere grandi principi, ma poi prontissima a sfornare provvedimenti particolari o lobbistici come quello in oggetto. La Comunità Europea ha bisogno di un rilancio economico vero, sostanziale, senza ricorrere a soluzioni discutibili come queste.

Treu - Nella sua versione ultima, la direttiva sui servizi, appunto la Bolkenstein bis, si limita ad acconsentire la costituzione di attività di servizi in tutti i Paesi dell’Unione Europea, senza essere ostacolati da norme protezionistiche dei singoli Paesi. Quindi, l’Italia non può impedire a un dentista polacco di venire a esercitare da noi, così come la Francia non può opporsi all’ormai famoso idraulico polacco. Con alcuni limiti: non si possono autorizzare, per esempio, laboratori dentistici in cui non vengano rispettate le condizioni di igiene e sicurezza vigenti nel nostro Paese, né assumere dipendenti al di fuori delle norme legislative, contrattuali, previdenziali italiane. Questo era, tra l’altro, già previsto in una direttiva firmata proprio da me nel 1996, quando eravamo alla presidenza della commissione che si occupava della circolazione dei lavoratori nella prestazione di servizi. È piuttosto da rilevare che, nella sua ultima versione, la Bolkenstein è stata troppo limitata, escludendo la sua applicazione per molti servizi. Per alcuni di questi la cosa è comprensibile, trattandosi di servizi pubblici, come la sanità, radicati nella cultura e nella storia propria di ogni Paese; ma altri servizi sono stati esclusi per un’efficace azione lobbistica, a dimostrazione della forza che ha ancora la tendenza al protezionismo. Il compromesso che ne è uscito non è l’ideale, ma è comunque pur sempre un buon passo avanti.

ATLANTIDE: L’Italia sta diventando un Paese a forte immigrazione: quali problemi e quali opportunità si pongono dal punto di vista del mercato del lavoro e della sua regolamentazione-liberalizzazione?

Maroni - L’immigrazione pone problemi fondamentali a cui volutamente non si dà risposta: qual è il limite massimo accettabile, quando finisce il concetto di immigrazione e inizia lo stravolgimento sostanziale delle nostre civiltà? Ma restando anche solo alla questione lavoro, ci si dovrebbe soffermare su alcune considerazioni generali. Se da una parte è vero che alcune aziende completano i proprio organici solo con lavoratori extracomunitari è anche vero che nessuno di quelli che sottolineano questo fatto si sofferma poi a fare valutazioni economiche sul costo complessivo di questa presenza. Quante persone (mogli, figli, anziani) restano poi a carico delle comunità locali, e quindi comunque della fiscalità generale, per ogni lavoratore impiegato? Se a fronte di tre-quattro milioni di presenze straniere, a lavorare in maniera regolare sono poi circa solo un milione, che vantaggio reale viene dato alla nostra economia? Ma soprattutto, non si valuta abbastanza approfonditamente un altro aspetto indotto da questa presenza normalmente a basso o bassissimo contenuto professionale: quante imprese tecnologicamente fuori mercato sopravvivono grazie alla presenza di queste persone? Ed è questo un fattore positivo, considerando che questa situazione maschera fittiziamente la situazione di reale arretratezza tecnologica del comparto industriale italiano? Non rischia questo fenomeno presentato da molti come positivo economicamente di diventare qualcosa che si rivelerà presto un boomerang pericolosissimo? In ogni caso l’immigrazione non può assolutamente essere gestita con principi puramente liberistici. Lasciare sostanzialmente spalancate le porte del Paese, come pare voglia fare l’attuale maggioranza, a ogni tipo di immigrazione porterà solo alla distruzione sostanziale del nostro tessuto socio-economico. Qualche centinaio di migliaia di lavoratori stranieri adeguatamente selezionati e inseriti sono sicuramente positivi per le nostre attività industriali. Lasciare invece libertà completa di ingresso porterà alla creazione di un’economia alternativa assolutamente inutile e anzi dannosa per la nostra società. I cinesi clandestini che lavorano in cantina e non pagano le tasse e fanno chiudere i nostri laboratori, che poi acquistano immobili con le loro banche clandestine, che aprono ristoranti e altre attività gestite interamente da loro non portano nessun beneficio all’economia nazionale. Lo stesso possiamo dire per i moltissimi lavoratori musulmani che portano famiglie dove comunque le donne non lavorano. Che aprono attività clandestine che nulla hanno a che fare con la nostra economia. Se si ha il coraggio di uscire dal politicamente corretto si dovrebbero chiamare le cose con il proprio nome: l’immigrazione controllata può essere utile a tutti, l’immigrazione sel vaggia è l’anticamera della distruzione della nostra società così come noi oggi la conosciamo.

Treu - Innanzitutto, dovremmo riconoscere che l’immigrazione è un’opportunità, quasi una necessità, per un Paese come il nostro con un mercato del lavoro debole, soprattutto per la scarsità di forze giovani dovuta al basso tasso di natalità. Inoltre, molti italiani non sono più disponibili a fare certi tipi di lavoro e quindi vi sono molti settori in seria crisi per la mancanza di manodopera. Tuttavia, il problema dell’immigrazione va regolato in un’ottica diversa da quella della legge Bossi-Fini, un’ottica cioè tipo “usa e getta” e comunque di breve periodo. Noi dobbiamo investire di più per facilitare un’inserzione stabile degli immigrati, cercando anche di attrarre manodopera più qualificata, molto diffusa, per esempio, nell’Europa dell’est. Quindi, non solo raccoglitori di pomodori o badanti, che magari sono pure laureate. Occorre una politica dell’immigrazione, perciò, che ne favorisca la qualità, l’inserimento stabile e un’idonea accoglienza sotto il profilo abitativo e dei servizi. Quello dell’immigrazione è un problema delicato che abbisogna di un’attenta valutazione, ma che va visto come una potenziale risorsa per il Paese e non solo dal punto di vista repressivo o dell’ordine pubblico.

ATLANTIDE: Nonostante le differenze d’impostazione fra le varie forze politiche, il processo di devolution o quanto meno di decentramento amministrativo continuerà a svilupparsi: quali conseguenze per il mercato del lavoro?

Maroni - Augurandoci, nell’interesse di tutti, che effettivamente il processo di decentramento possa continuare, le conseguenze non potranno che essere positive. Ogni territorio potrà decidere che tipo di economia privilegiare, in relazione alle esigenze e alle disponibilità locali. Le condizioni economiche dei lavoratori diventeranno necessariamente più vicine alle loro esigenze. E soprattutto la burocrazia e la tassazione, come ampiamente dimostrato in tutti gli Stati federali, non potranno che ridursi ai minimi termini. Ogni territorio farà a gara con gli altri per essere più attrattivo possibile per le migliori attività economica. E ogni territorio porrà la massima attenzione nel non vessare inutilmente le imprese per non correre il rischio di perderle. Questo concetto, però, è valido per qualunque altra attività pubblica. Il federalismo è cultura della responsabilità, per questo porta in automatico all’ottimizzazione nell’utilizzo di qualunque risorsa pubblica e privata.

Treu - Devolution è un termine inglese che significa cose completamente diverse. Io preferisco parlare di processo di decentramento amministrativo e legislativo. Questo processo è in corso in tutto il mondo e non si tratta di fermarlo, bensì di regolarlo bene. Noi con la riforma del Titolo Quinto della Costituzione abbiamo fatto un pezzo di strada nella direzione giusta, pur con alcune contraddizioni. Occorre, quindi, apportare delle correzioni, per chiarire meglio gli aspetti che devono rimanere centralizzati o per coordinare le attività delle Regioni, che in questi ultimi anni si sono sviluppate in modo un po’ disordinato. Per quanto riguarda il lavoro, è certo che le politiche attive del mercato del lavoro e della formazione professionale devono essere gestite in modo decentrato, perché il mercato del lavoro di Bressanone non è uguale a quello di Lipari. Questo aspetto è molto importante per un Paese come l’Italia che è molto diversificato al suo interno. Il punto, però, è che occorre una gestione adeguata; altrimenti si rischia di avere in una città una gestione del mercato del lavoro e dei servizi con efficienza “scandinava”, mentre in un’altra città si possono trovare uffici senza risorse, non attrezzati, con personale inadeguato ai compiti richiesti. Vi sono quindi problemi organizzativi notevoli alla base di questo decentramento o, se si vuole, federalismo, che non può prescindere da uno zoccolo solidaristico: se ciascuno si fa solo i fatti suoi, i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Questo non è il nostro, o certamente non è il mio, ideale di decentramento.

ATLANTIDE: Si sta sempre più affermando il concetto di capitale umano come uno dei principali fattori di sviluppo, non solo dell’economia ma dell’intera società: quali iniziative dovrebbero essere prese per aiutare una crescita diffusa di questo capitale?

Maroni - Mi pare che il capitale umano sia sempre stato il fattore principale di sviluppo. Lo sviluppo economico e sociale sono e devono essere in funzione dell’uomo e non viceversa. L’uomo non è lo strumento, ma il fine di ogni processo di sviluppo. Qualunque attività economica che peggiorasse nella sostanza la condizione umana, credo, non avrebbe alcun senso. L’economia, l’industria, le istituzioni non sono entità astratte, ma sono semplici strumenti per migliorare il nostro passaggio terreno. Le iniziative da prendere per aiutare una crescita diffusa del capitale umano sono state definite con chiarezza nella Strategia di Lisbona. Lo Stato, le Regioni, il pubblico devono mettere a disposizione le risorse adeguate perchè le aziende possano investire di più e meglio nella formazione per tutto l’arco della vita (la “long life learning” di Lisbona). È ciò che il ministero del Welfare ha fatto sotto la mia direzione, in particolare con l’avvio dei “fondi interprofessionali di formazione permanente”: uno strumento potente gestito dalle parti sociali attraverso lo schema della bilateralità che rappresenta la novità più importante degli ultimi anni.

Treu - Il capitale umano è un valore fondamentale nella società post-fordista in cui viviamo. Nel vecchio modello fordista, che ha retto per tutto il secolo scorso, si può affermare venissero prima le materie prime e poi le braccia e i cervelli; ora, invece, non vi è dubbio che sia decisiva la qualità delle risorse umane. E qui l’educazione è fondamentale, perché neppure la ricerca basta. Si può avere, infatti, una ricerca avanzatissima, ma poi, se la qualità media dei lavoratori non è all’altezza, anche la ricerca resterà isolata e quindi sterile. Perciò sono importanti gli obiettivi stabiliti a Lisbona ed è giustissima la posizione dell’Europa diretta a valorizzare le proprie risorse con grandi investimenti in formazione. Questa giusta linea deve essere diffusa al massimo, tra tutti e a tutte le età, partendo da bambini e poi andando avanti nel corso della vita. Questi obiettivi, condivisi a parole, sono spesso disattesi nella pratica: stiamo faticosamente arrancando su questa strada e la scolarizzazione media della forza lavoro è ancora piuttosto bassa. Il paradosso è che le imprese tendono a chiedere manodopera ancor meno qualificata e questo è un brutto segnale. Se non rompiamo questo circolo vizioso non riusciremo a essere competitivi, dato che non potremo di certo esserlo sulle materie prime o i bassi costi del lavoro.

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