Quadrimestrale di cultura civile

“Nuovi lavori” tra crescita del rischio e promozione del capitale personale

di Aldo Bonomi / Direttore del Consorzio AASTER (Associazione Agenti Sviluppo Territorio)

Il "nuovo lavoro" e le sue caratteristiche

Parlando dei cambiamenti del lavoro è ormai diventato quasi un luogo comune riferirsi alla crescita, in questi anni, di una vasta gamma di “nuovi lavori”: il lavoro autonomo (partite IVA, collaborazioni coordinate e continuative, etc.), il lavoro imprenditoriale (artigiani, commercianti, etc.), il lavoro professionale (le libere professioni e il “terziario avanzato” in genere), i lavori cosiddetti atipici (interinale, a termine, etc.). È una galassia estesa e in crescita, dove si concentra la gran parte della domanda di lavoro. Il punto significativo, però, è che l’importanza di questi lavori non sta solo nella loro “quantità”. Anzi, è molto più importante il fatto che questa galassia segnala profondi cambiamenti nella “qualità” del lavoro in genere, di tutto il lavoro (indipendente e dipendente, a tempo indeterminato e a termine, etc.). In sostanza, il lavoro è profondamente cambiato in questi anni e le categorie lavorative sopra richiamate sono in qualche modo la spia di questi cambiamenti. In questo senso, più che di “nuovi lavori” sarebbe più corretto parlare di “nuovo lavoro”, proprio per indicare una grande trasformazione che va al di là dei confini di ciascuna componente del mondo lavorativo. I nuovi lavori non sono quindi categorie “a parte”, ma l’espressione più visibile di un cambiamento che ha i suoi tratti caratteristici nel lavoro autonomo, personalizzato, competente. Una condizione di base accomuna ormai tutto il lavoro: la crescita del rischio. La complessità delle organizzazioni, l’imprevedibilità dei contesti ambientali e dei mercati, l’indeterminazione dei ruoli sono tutte dinamiche che hanno a che fare con una dimensione di rischio crescente, sia dal punto di vista delle imprese che dal punto di vista delle persone che lavorano nella stessa impresa. In passato il rischio veniva assorbito, e quindi ridotto, dalle funzioni di previsione, pianificazione e controllo, cioè dalle funzioni tipiche dell’organizzazione “fordista”del lavoro. Oggi la riduzione del rischio segue altre vie e proprio nelle strategie adottate per la sua riduzione i nuovi lavori enfatizzano le caratteristiche di tutto il nuovo lavoro. Possiamo ricondurre queste caratteristiche a tre dimensioni: l’autonomia, le reti, la conoscenza. L’autonomia corrisponde anzitutto alla richiesta da parte delle imprese di disporre di lavoratori capaci di adattarsi a differenti circostanze e disponibili ad assumere una parte del rischio di impresa. La maggiore responsabilità che le imprese richiedono ai lavoratori corrisponde all’esigenza di far fronte alla più alta variabilità dell’ambiente e dei mercati, e alla complessità organizzativa che questo comporta. Ma quello di godere di una maggiore autonomia è anche un bisogno del lavoratore, il quale può gestire “il proprio” rischio solo se messo nelle condizioni di operare, almeno in certa misura, autonomamente. Questo dal punto di vista del lavoro dipendente. Dal punto di vista del lavoro autonomo, il valore dell’autonomia è per definizione una componente costitutiva. In questo caso, oltre ai naturali aspetti pratici in cui si esprime l’autonomia (rischio di impresa, ricerca di soluzioni in proprio, etc.), si riscontra anche un investimento sul piano simbolico nell’immagine di sé come autoimprenditore. In altri termini, la consapevolezza di sé come imprenditore di se stesso è una componente essenziale dell’autonomia propria del lavoro. Per questi lavoratori i valori simbolici sono almeno altrettanto importanti di quelli strettamente economici. Per esempio, nella scala delle preferenze il successo economico e la carriera appaiono sempre affiancate da altre gratificazioni: l’autonomia e l’indipendenza, l’interesse al contenuto professionale della propria attività, la varietà dei rapporti sociali che l’attività comporta, le aspettative di crescita professionale… Le reti sono l’altra caratteristica del nuovo lavoro e al contempo anche strategia di riduzione del rischio. Nelle imprese la promozione di sentimenti di appartenenza e l’organizzazione per team o gruppi di lavoro è tesa allo sviluppo di reti che consentano l’interscambio e la comunicazione tra lavoratori; in una parola, la condivisione del rischio. L’assunzione di responsabilità, che le imprese domandano ai lavoratori attraverso una maggiore autonomia, è solo l’altro versante della tendenza alla cooperazione finalizzata a contenere incertezza, varianze e imprevisti. In tal senso, il lavoro si imprenditorializza. Per il lavoro autonomo le reti costituiscono il capitale sociale nel quale investire per avere ritorni: guadagno, ma anche riconoscimento, reputazione, considerazione. Si va dalle reti familiari e amicali di corto raggio a quelle composte da soggetti importanti per l’attività professionale: agenzie formative, fornitori di capitali, associazioni di categoria, etc. Risulta anzitutto determinante l’ampiezza delle reti, cioè la varietà delle opportunità di mercato offerte dalla pluralità degli interlocutori. Un’altra caratteristica delle reti, che si rivela determinante, è la loro densità. È la qualità della rete che permette relazioni significative e intense nell’ambito della propria comunità professionale o delle cerchie professionali contigue. Una rete densa è quella che consente una più fluida circolazione delle conoscenze, una più facile condivisione delle stesse, maggiori probabilità di accreditamento, una più efficiente divisione del lavoro. Per esempio, un’agenzia di organizzazione di spettacoli, che operi in un’area turistica dotata di un’alta densità delle reti esistenti fra le attività economiche presenti, potrà contare sulla collaborazione immediata di strutture per gli allestimenti, sulle informazioni di agenzie di viaggi, sulle conoscenze in materia di beni ambientali, culturali e artistici elaborate da associazioni culturali, centri di ricerca, etc. La densità delle reti, insomma, favorisce le interdipendenze capaci di ridurre i costi di transazione e i rischi di insuccesso; quelle interdipendenze che accrescono il capitale sociale di un determinato territorio. Infine la conoscenza. Per il nuovo lavoro la stessa importanza che hanno l’autonomia e le reti l’hanno anche il sapere, le competenze, le attitudini. Anche qui è coinvolto un investimento sul sé, che in questo caso riguarda l’istruzione di base, l’aggiornamento, l’apprendimento derivante dalle esperienze di lavoro. Aumentando il rischio si fa strada il bisogno insopprimibile di essere più competenti, aggiornati, di aprire la propria visuale a nuove fonti di apprendimento. Essere più competenti, oltre che più autonomi e in rete. È vero infatti che la professione svolta non corrisponde necessariamente al titolo di studio conseguito, ma l’analisi delle carriere mostra un’evidente relazione diretta tra formazione scolastica e opportunità di lavoro. Il titolo di studio non certifica le competenze, ma in ogni caso la formazione acquisita negli anni di studio fa la differenza, perché educa all’apprendimento, all’innovazione e al cambiamento. Apprendere ad apprendere è il principale risultato di un curriculum di studi.

Vecchi lavori in nuove forme

Nel panorama globalizzato le forme dei lavori sono caratterizzate, per utilizzare le parole di Bloch, dall’«attualità dell’inattualità». Il che vuol dire una cosa molto semplice: stanno tornando a essere attuali tutte le forme lavorative che si pensava fossero storicamente superate. Qualche esempio. Il baratto, tipica forma di scambio dell’antichità, ricompare nella società contemporanea in diverse modalità; si consideri, per esempio, il caso delle “banche del tempo”, luoghi del tutto contemporanei dove ci si reca per ottenere servizi in cambio del tempo necessario a erogarli. Si consideri inoltre il ritorno del lavoro servile, per definire il quale, peraltro, non è azzardato utilizzare un termine che sta tutto dentro la storia antica: schiavitù. Come definire altrimenti l’acquisto in Albania di una ragazzina di sedici anni da mettere poi sulla strada? Oppure, uscendo da questi estremi, si considerino i lavori servili come specifico segmento di mercato del lavoro occupato dagli immigrati: abbiamo la netta separazione tra questi ultimi, cui sono destinati i lavori più pesanti, pericolosi o dequalificati, e chi, bianco, europeo, laureato, aspira, del resto giustamente, alle professioni più qualificate, redditizie e socialmente considerate. Il lavoro servile ritorna, l’inattuale ridiventa del tutto attuale. Non è diverso il caso delle corporazioni di mestiere: tipica forma di organizzazione del lavoro risalente al Medio Evo, le corporazioni di mestiere si riaffacciano oggi nel campo delle cosiddette nuove professioni. Noi continuiamo a riconoscere solo le vecchie professioni del Novecento: avvocati, architetti, commercialisti, ma ancora dobbiamo dare piena legittimazione alle tante professioni riguardanti l’informatica, l’ITC, Internet, o l’organizzazione di eventi. Ecco allora che, per esempio, gli eventologi, gli organizzatori di “eventi”, si organizzano in corporazione per guadagnare riconoscimenti e per contare socialmente come professionisti. Non basta, ci sono anche i servi della gleba, ben rappresentati da quegli artigiani che svolgono il loro lavoro di subfornitura in totale dipendenza dalle aziende clienti.

La delocalizzazione dei colletti bianchi

Naturalmente la contemporaneità non è fatta solo di schiavi, corporazioni, servi della gleba e quant’altro la globalizzazione ci descrive soltanto in termini di regressione degli assetti di civiltà. È ormai in uso parlare di ambivalenza a proposito di processi complessi, cioè di compresenza strutturale tra aspetti che fanno pensare a un passato, che si riteneva finalmente abbandonato, e aspetti contrassegnati invece da dinamiche evolutive, aperte cioè a un futuro di cui auspicare l’avvento con una qualche speranza. Tipico fenomeno di ambivalenza è, per esempio, quello che ha portato qualcuno a parlare di arcipelago dei lavori: in pratica, ora i moduli dei lavori sono molteplici, allo stesso tempo cooperano e naturalmente confliggono, ma la cooperazione avviene proprio perché la rete telematica e le reti dei trasporti e della logistica consentono questa coabitazione di lavori tra loro molto diversi. Ciò che infatti accomuna questi processi lavorativi è precisamente la comunicazione nelle forme più differenziate; questo è il tratto che permette a questa molteplicità di lavori non solo di cooperare, ma anche di trovare, eventualmente, punti di aggregazione e di socializzazione. Questi aspetti di cooperazione, aggregazione e socializzazione risultano oggi decisivi proprio per l’evolvere del processo di globalizzazione. Si pensi per esempio al fenomeno a cui assistiamo da qualche anno a questa parte: un flusso di colletti bianchi, di ingegneri in particolare, diretto dal centro alla periferia. È una sorta di grande outsourcing, di grande esternalizzazione, che parte dalla Silicon Valley o dall’Europa e che si dirige in India. Siamo cioè di fronte a un flusso rovesciato, perché abbiamo sempre pensato che i colletti bianchi, gli ingegneri, gli informatici andassero dalla periferia verso il centro, mentre oggi stanno decisamente invertendo il senso di marcia. Ebbene, queste categorie di lavoro sono esattamente quelle più socializzate ai meccanismi di rete, alle comunicazioni di lungo raggio attraverso le nuove tecnologie. Sono quelle per le quali in una direzione rovesciata, dal centro alla periferia della globalizzazione, risultano ancora più necessari i collegamenti e la stabilizzazione dei rapporti. Non si tratta insomma di quella prima globalizzazione che negli anni Ottanta aveva riguardato prevalentemente i colletti blu, deprivati del lavoro da delocalizzazioni che dal centro andavano verso la periferia: per esempio, le imprese dell’auto che si spostavano in Messico o in Brasile. In quel caso le esigenze di comunicazione risultavano circoscritte a una dimensione locale, entro la quale reperire nuove opportunità di lavoro che sostituissero quelle nel frattempo tramontate. Qui c’è molto di più, c’è la necessità di reinventare nei contesti periferici le condizioni di una comunicazione in rete, che funga da mantenimento di un capitale umano e professionale altrimenti a rischio di dissoluzione o almeno di obsolescenza.

La persona come motore dello sviluppo

La persona insomma riacquista nei tempi attuali tutta la sua centralità. Oggi, nelle vicende della piccola impresa, dei sistemi locali, dei distretti c’è molto di più dell’importanza che l’impresa minore ricopre nella produzione di valore economico; fin qui ci siamo arrivati in tanti. C’è invece anche l’energia messa in circolo dalle persone e dalle relazioni tra le persone. È questo che mobilita i mercati, i capitali, il denaro e che alla fin fine genera sviluppo imprenditoriale e crescita economica. Alla base di tutto, oltre al capitale sociale, c’è un capitale personale fatto dell’energia psicologica ed emotiva che conferisce a una persona la sua peculiare intelligenza produttiva, la sua visione dei problemi, la sua capacità di assumere e di affrontare i rischi. Sono tutte persone che, a prescindere dall’inquadramento professionale, si qualificano di fatto come “imprenditori di se stessi”, che cioè si espongono in prima persona nell’assunzione dei rischi di insuccesso, e che quindi investono tempo e denaro per imparare ed esplorare nuove soluzioni e vedono nella costruzione di relazioni sociali la possibilità di ampliare i propri spazi di mercato e di ridurre i rischi. Inoltre, sono tutte persone portate a considerare i risultati della propria attività non soltanto in termini economici (più o meno reddito, più o meno profitti), ma anche in termini simbolici: stima sociale, autostima, significati personali di tipo etico o sociale, adesione a immagini di vita e di consumo di cui si vuole la promozione, etc. Queste risorse sono in parte frutto dell’eredità storica di ciascun territorio, di ciascuna comunità, di ciascuna famiglia e persona. Ma in parte – oggi una parte sempre più importante – esse devono essere prodotte ex novo o assumere una forma diversa che in passato. Di qui il ruolo fondamentale della politica. Sviluppando in forme efficienti e aggiornate le reti che sono messe a disposizione delle persone, delle comunità e dei territori, la politica può, anzi deve, contribuire in modo decisivo ad abilitare queste risorse. Abilitarle, in particolare, come forze produttive moderne che, anche quando si parla di piccole imprese e artigiane, siano comunque capaci di competere ad armi pari con forme di capitalismo – quello delle grandi imprese - maggiormente organizzato e dotato di mezzi.

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