Quadrimestrale di cultura civile

È fondamentale liberalizzare la società

di Paolo Del debbio / Docenti di Etica sociale e della comunicazione, IULM di Milano, Giornalista

Libertà delle persone e libertà della società

Per chi ha come principale valore politico di riferimento la libertà delle persone e la libertà della società di auto-organizzarsi, nessuna impostazione teorico-pratica e nessun atto politico specifico sono, di per sé, fonte sicura dello sviluppo di tale libertà. Ogni atto, ogni impostazione viene considerata – filosoficamente – alla stregua di una causa che produce degli effetti e il giudizio viene formulato a partire da essi: dagli effetti che tale impostazione o tale atto hanno sulla libertà delle persone e della società, sul suo incremento ovvero sulla sua riduzione. È un modo di procedere che supera l’impostazione ideologica, perché si attiene ai fatti e su di essi emette il giudizio e non – come nel caso dell’ideologia – indipendentemente da essi. Per chi la pensa così, questo discorso vale anche per le liberalizzazioni. Infatti, la prima e fondamentale liberalizzazione è quella della società che è messa nella condizione di potersi auto-organizzare: è l’autogoverno della società, che non è politico, ma, appunto, sociale. Pensato, organizzato e gestito dagli stessi attori della società, in particolare persone, famiglie, associazioni, imprese. Questo è il punto di osservazione principale, che non esclude altri punti di vista egualmente degni di attenzione, ma che non sono quello principale. E sbaglia chi pensa che un’applicazione indiscriminata (e, alla fine, ideologica) dei processi di liberalizzazione porti di per sé, con certezza, a una situazione di maggiore libertà per i soggetti che abbiamo detto.

Liberalizzazioni e privatizzazioni

Il tema delle liberalizzazioni è sorto, in Italia come altrove, come possibile risposta alle inefficienze dei servizi offerti ai cittadini in regime di monopolio, quasi sempre pubblico. Si è pensato – giustamente – che occorresse favorire l’introduzione di meccanismi di controllo sulle aziende erogatrici e di incentivazione al miglioramento della qualità dei servizi: in sostanza, rottura dei monopoli e introduzione della concorrenza tra soggetti erogatori. In realtà, in Italia, si è molto più privatizzato che liberalizzato. Si sono vendute, talora svendute, parti di patrimonio pubblico con lo scopo di “fare cassa”, senza introdurre massicce dosi di liberalizzazione nei settori così “privatizzati”. È il caso di tutto il settore dell’energia e, in parte, delle telecomunicazioni (per quanto riguarda la rete), oltre che delle public utilities. Questo modo di procedere è totalmente coerente con le idee di coloro che non hanno nel loro patrimonio politico-genetico la libertà delle persone e della società come faro guida. Questo li porta da una parte, a non mettersi contro un andamento generale, europeo e globale (e quindi italiano) che ha prodotto su questi temi (privatizzazioni e liberalizzazioni) una specie di koinè universale; dall’altra, li porta ad applicare “dogmaticamente” o, meglio, “alla lettera” questa ricetta, senza occuparsi del vero nocciolo della questione: introdurre maggiore libertà nella vita delle persone e della società. Si ha così il fenomeno piuttosto strano di una società dove si fanno cose che si chiamano liberalizzazioni, ma che non aumentano il grado di libertà anzi, talora, lo diminuiscono. Una società liberalizzata (a parole), ma poco libera (nei fatti).

I vantaggi delle reali liberalizzazioni

Se pensiamo ad alcuni settori importanti come il lavoro, la salute, l’istruzione appare immediatamente chiaro quanto andiamo sostenendo. Questi sono settori che riguardano espressioni fondamentali delle persone, delle famiglie, delle associazioni e delle imprese (profit o non profit che siano) e che, dunque, riguardano la loro libertà e il grado di espressione della stessa. Non si tratta di espressioni periferiche della libertà, bensì di espressioni essenziali, costitutive della libertà stessa, come la libertà di farsi curare, di scegliere il lavoro, di scegliere il modello educativo per i figli. Perché in questo campo si fa una grandissima difficoltà a ragionare, e in particolare a operare, in termini di liberalizzazione, cioè di inserimento di massicce dosi di possibilità di libertà di scelta degli utenti, dei cittadini, delle persone, delle famiglie? Qual è il motivo per cui, ogni volta che si è in presenza di tentativi di liberalizzazione, scatta la reazione di politici e sindacalisti che gridano allo scardinamento della solidarietà sociale, del welfare, in alcuni casi (sfiorando il ridicolo) arrivano perfino alla messa in discussione dei diritti umani, come al tempo della discussione sulla Legge Biagi? E chi non ricorda il dibattito tra l’allora ministro della Sanità, Rosy Bindi, e il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, sulla liberalizzazione della sanità lombarda con l’inserimento del voucher o buono-sanità. Lo stesso dicasi per il buono-scuola, sia a livello regionale – lombardo – che nazionale, per iniziativa del ministro Moratti, e per il buono-anziani. Tutta la discussione intorno alla Legge Biagi è, probabilmente, un tipico esempio di questa mentalità che vuole le liberalizzazioni solo laddove non significhino maggiore potere reale di scelta da parte dei soggetti interessati, a scapito di chi li amministra o li governa. Tra le cose eccellenti della Legge Biagi, c’è la liberalizzazione del mercato dei servizi per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In questo caso, non si è privatizzata la rete degli Uffici di Collocamento, passando come in molti altri casi da un monopolio pubblico (di diritto) a un monopolio privato (di fatto). Si è liberalizzato il settore e dove sono emersi soggetti capaci di favorire e stimolare gli incroci tra domanda e offerta, questi si sono imposti nel mercato e le persone hanno trovato vere occasioni di lavoro. Sono state così favorite due libertà: quella delle persone di offrire il proprio lavoro in condizioni concorrenziali nei confronti delle varie offerte, quella delle associazioni e delle imprese di offrire i propri servizi in regime di concorrenza vera, cioè misurata, a partire dai risultati, dagli stessi utenti. Del resto le liberalizzazioni vere spingono tutti e due i soggetti, fornitori-erogatorigestori e utenti-clienti-cittadini in una situazione di maggiore libertà che si accompagna, solitamente, a un maggior grado di concorrenza tra i soggetti dell’offerta.

La libertà come risorsa sociale

A questo punto occorre sottolineare che una maggiore attenzione a quello che viene chiamato, generalmente, il cittadino-consumatore non può avvenire a discapito dei diritti di libertà della società di auto-organizzarsi. Quantomeno, le cose debbono andare di pari passo. Non si può pensare, in altri termini, di non liberalizzare anche laddove ci sono in gioco valori e diritti fondamentali, come quello di scegliere da chi e come farsi curare o formare. Qui i soggetti che devono essere messi nelle condizioni di scegliere non sono solo cittadini-consumatori, ma sono persone e famiglie portatrici di questi diritti e che vogliono poterli esercitare senza passare, obbligatoriamente, attraverso lo Stato. Questo modo di ragionare non ha una radice di tipo solo economico, ma ha radici di tipo filosofico. Si disegna così un modello di società dove la libertà di scelta della persona, e delle persone che decidono di associarsi (nella forma base della società, la famiglia, o in altre forme non elementari) deve essere messa in condizione di attuarsi e deve essere incentivata, non ostacolata, in quanto rappresenta una ricchezza per la società. Infatti, nei momenti di crisi delle varie forme dello Stato, in primis quello assistenziale, è stata riscoperta come risorsa sociale e possibilità di risposta efficiente ai vari problemi e alle varie domande che emergevano dalla crisi di un modello di Stato tanto invasivo quanto inefficiente.

Una libertà non solo economica

È sacrosanto occuparsi di efficienza dei mercati, di andamento dei prezzi e delle tariffe, di apertura dei mercati ai newcomers, di misure a favore della concorrenza e contro comportamenti che, viceversa, tendano a ostacolarla. L’attenzione prima, e l’obbligo poi (conseguente al trattato di Maastricht), nei confronti del risanamento dei conti pubblici ha portato certamente, almeno nel nostro Paese, conseguenze positive dal punto di vista del contenimento della spesa pubblica inutile e, indirettamente, di una doverosa riflessione sulla riforma del sistema italiano di protezione sociale. Questo ambito meramente economico- finanziario, quando non solo di finanza pubblica, ha portato molti ad abbracciare, almeno a parole, la prospettiva liberale. Dato l’approccio di tipo solo economico, la conseguenza è stata di vedere formulate idee e politiche “liberali” solo in questo campo, come sostenuto sopra. Il problema sta proprio qui: la prospettiva liberale di un’attenzione primaria alla libertà della persona e della società è una prospettiva globale, non solo economica. Altrimenti, si può arrivare ad avere una società parzialmente liberale in economia e notevolmente statale, o dirigista che dir si voglia, nella concezione della società stessa. L’Italia oggi sembrerebbe un pò in questa situazione, sia pur con delle significative eccezioni. Come la Regione Lombardia, che ha iniziato a disegnare le sue politiche sull’architrave della sussidiarietà: nelle politiche per la salute, per la famiglia, per la competitività, per la formazione e per l’istruzione. È una prospettiva che richiede il coraggio politico di lavorare sui tempi lunghi, perché le incrostazioni della società italiana sono molte e vengono da lontano. Il processo di liberalizzazione della società richiede il coraggio di mettere al centro ciò che fino a oggi è stato al margine e di mettere, conseguentemente, al margine ciò che fino a oggi è stato al centro. Questo richiede idee politiche forti, programmi politici solidi, competenza nel trasformarli in atti amministrativi, capacità di tenuta di fronte alle oscillazioni del consenso. Se manca anche solo uno di questi elementi, la riforma della società in senso liberale appare francamente molto difficile e le liberalizzazioni, non sempre, porteranno più libertà.

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