In questo suo breve intervento, il ministro Nicolais sottolinea, nella sua ottica di membro del governo, molti dei temi affrontati nel precedente articolo dai Professori Antonini e Bertolissi. Ciò dimostra che non si tratta di un dibattito accademico, ma dell’opportunità di assumere iniziative operative per rendere i cittadini sempre più liberi da incombenze burocratiche, senza per questo inficiare, anzi migliorando, l’efficienza dall’amministrazione pubblica. Amministrazione pubblica che, dal suo canto, può diventare una vera e propria risorsa per lo sviluppo della nostra economia, soprattutto per le aree più svantaggiate del Paese.
La concentrazione in un unico Ministero delle competenze sulla funzione pubblica e sull’innovazione nella Pubblica Amministrazione è uno dei punti qualificanti del programma dell’attuale Governo. Si tratta di una scelta strategica in un momento, come quello attuale, in cui l’intero sistema socio-economico italiano si trova a fronteggiare l’esigenza di un recupero di competitività nei tempi più brevi possibili. Non siamo di fronte, infatti, a un problema che può restare confinato all’ambito dell’impresa: un Paese è competitivo se la sua struttura sociale, l’architettura e la prassi dell’amministrazione pubblica, la formazione, la ricerca e la finanza sono tutte allo stesso tempo orientate a creare condizioni di sviluppo e coesione. In questo contesto, il ministero delle Riforme e dell’Innovazione nella Pubblica Amministrazione ha, quindi, un compito non semplice: quello di innovare non solo la macchina, ma soprattutto la mentalità della funzione pubblica e di farlo con rapidità e nel rispetto dei valori fondanti dell’azione pubblica: equità, imparzialità e trasparenza. È evidente, infatti, che l’innovazione amministrativa, alla base di un recupero di competitività dell’amministrazione, è componente fondamentale dell’innovazione tout court del sistema Paese. Per questo riteniamo prioritarie le iniziative a favore dell’ampliamento del ricorso all’autocertificazione, dello snellimento delle procedure autorizzatorie, del potenziamento delle verifiche ex post. Proprio l’innalzare a metodo la valutazione a posteriori è la chiave di volta per un’efficace semplificazione dell’azione amministrativa: ai cittadini e alle imprese chiederemo sempre meno certificati e autorizzazioni per avviare attività, ma punteremo a seri controlli successivi. Allo stesso tempo, diventa strategico investire nella inter-operabilità tra le amministrazioni e nel sistema pubblico di connettività, in modo da garantire una maggiore efficienza complessiva della macchina e una qualità decisamente superiore del servizio che essa offre ai cittadini e alle imprese. In questo filone di azioni si inquadra il nostro impegno a realizzare la carta d’identità elettronica, lo strumento che consentirà agli utenti di interagire con le diverse amministrazioni. Una Pubblica Amministrazione capace di rispondere alle esigenze del tessuto socioeconomico del Paese richiede una profonda trasformazione dall’interno. In linea con questa idea, intendiamo investire prepotentemente sulla formazione delle risorse umane; ma anche, parallelamente, procedere al ricambio generazionale, che, salvaguardando le competenze presenti, consenta l’accesso in ruolo di giovani e la stabilizzazione dei precari. Da uomo del Sud, sono convinto che questa profonda riforma che cominciamo ad attuare riuscirà a produrre effetti positivi, a maggior ragione nelle aree più svantaggiate del Paese, per una serie di motivi. Innanzitutto, l’innovazione è fattore essenziale per la crescita economica. Lo è in linea di principio, ma lo è anche, fondamentalmente, in quanto strumento che consente di emancipare economie ancora troppo legate a settori produttivi tradizionali (quali quelle meridionali), grazie all’affermazione dell’importanza dei fattori immateriali e qualitativi a basso rischio di imitazione. Scienza e tecnologia trainano l’economia e configurano l’identità della società post-industriale. Se, a questo punto, meno rilevanti sono i fattori tradizionalmente associati alla capacità produttiva (capitali, materie prime, infrastrutturazione industriale), è evidente che anche le regioni svantaggiate hanno cospicue chances di afferrare il treno della competitività, in un’economia globalizzata in cui il costo dei fattori ormai penalizza l’industria nazionale a minor contenuto innovativo. I segnali positivi in questo senso fortunatamente cominciano a moltiplicarsi. Penso, per esempio, alle politiche territoriali a favore dell’innovazione tecnologica, adottate da alcune regioni anche in coordinamento con la legislazione nazionale, e che hanno dato vita a sistemi territoriali e/o di impresa particolarmente innovativi: centri di competenza, liaison offices, distretti tecnologici, reti di laboratori pubblici. Sono, però, altrettanto convinto che un impulso forte alla ricerca finalizzata all’innovazione del sistema economico debba ancora provenire da una regia nazionale e che anzi spetti a questa il compito di realizzare una governance multilivello tra le istanze e gli interventi territoriali, centrali e comunitari. Penso a una fiscalità di vantaggio per le imprese meridionali, ad azioni a sostegno dell’immissione di giovani nel sistema della ricerca (come gli assegni di ricerca e le borse “post-doc”), al potenziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca, alla loro efficace messa in rete, alla loro integrazione con la domanda di innovazione che proviene dal tessuto produttivo. Alla base di queste scelte di politica vi è la consapevolezza della centralità dello sviluppo del Mezzogiorno per la crescita dell’intero Paese. Riconoscendo questa priorità nell’elaborazione di ogni politica economica e territoriale e intervenendo simultaneamente sui diversi fattori che determinano la complessità del quadro attuale, intendiamo costruire soluzioni non contingenti in grado di assicurare al Paese sviluppo duraturo e coesione sociale.