Quadrimestrale di cultura civile

Liberalizzare bene, liberalizzare tutto

di Giorgio Vittadini / Ordinario di Statistica Metodologica, Università degli Studi di Milano-Bicocca e presidente Fondazione per la Sussidiarietà

Noti opinionisti e studiosi hanno spiegato i grandi vantaggi di una generalizzata liberalizzazione rispetto a un’economia caratterizzata dai vari corporativismi e dalle diffuse rendite; occorre però non essere generici, né retorici nel definire tali vantaggi. Come afferma giustamente Giulio Sapelli, il valore della liberalizzazione può e deve essere valutato sul soggetto della vita economica, l’uomo. Liberalizzazione è innanzitutto abbattimento delle asimmetrie informative e sociali, delle barriere all’entrata per le persone tramite la creazione di mercati inclusivi e aperti. In questo senso, le liberalizzazioni sono connesse a un aspetto fondamentale della libertà moderna, in quanto lotta per ridurre le imperfezioni dei mercati, che generano penalizzazioni dei diritti della persona e impediscono l’allocazione delle risorse secondo giustizia. Perciò liberalizzazione non è un concetto riduttivo ( “bastasse abolire…” ), ma costruttivo: si tratta di costruire un mercato più efficiente, più efficace, più equo, più libero, in funzione degli attori che vi agiscono. Questo sembra intuito dal decreto Bersani, quando parla del cittadino-consumatore, perché la libertà nelle liberalizzazioni si misura sul soggetto di esse e sullo scopo delle stesse. Anche lo scopo sembra coerentemente affermato, di fronte a una serie di norme riguardanti i rapporti con notai, assicurazioni, banche e dirette a correggere vantaggi non giustificati per tali realtà. Tuttavia, proprio perché il decreto ha l’indubbio merito di sollevare il sipario su questo tema cruciale, non ci si può esimere dal porre alcune domande fondamentali, soprattutto per uscire dal manicheismo e mostrare che il dialogo tra il ministro e le varie rappresentanze non è un confronto tra buoni e cattivi, ma la ricerca di soluzioni che assicurino per tutti un aumento di libertà. La prima questione riguarda la stessa definizione di cittadino-consumatore, che pure ha il merito di porre un soggetto umano al centro dell’azione governativa. Parlando di liberalizzazioni, non ci si può limitare al cittadino-consumatore e ai suoi diritti: occorre considerare l’uomo nella sua completezza e nel suo contesto, cioè ciò che genera la ricchezza italiana. Il non tener conto di questi aspetti sembra generare il primo grave rischio del decreto nella sua originale formulazione: la sostituzione, in molti campi, del cittadino imprenditore, del lavoratore autonomo, dell’operatore indipendente - soggetti che caratterizzano l’Italia - con il cittadino dipendente, anche della multinazionale se del caso, in un mercato, al di là delle intenzioni, “selvaggio”. Come spiegare altrimenti una serie di norme che permettono questa idea di mercato? Penso al permesso alle multinazionali farmaceutiche di aprire catene di farmacie (contrariamente a quanto sentenziato dalla Corte Costituzionale per la vertenza dei farmacisti milanesi contro il Comune di Milano), al privilegio dei supermercati per la somministrazione di farmaci, all’opportunità di avviare ditte di taxi con conducenti dipendenti, alla possibilità di aprire forni panificatori senza un coordinamento locale riguardo la densità dei panifici esistenti e il volume di produzione, alla richiesta di fideiussione e concessione governativa per aprire una partita IVA. È davvero corretta e lungimirante l’idea che il mercato sia semplice diminuzione dei prezzi, anche a costo della distruzione di una realtà imprenditoriale (patrimonio tutto italiano), di un possibile consumo abnorme di beni come i farmaci, di un assetto proprietario che viene confuso con la concorrenza, ma che è foriero di futuri monopoli e oligopoli? Un secondo aspetto di preoccupazione, che sembra suffragare il sospetto di una scarsa considerazione verso il mondo della piccola imprenditoria, nasce, non solo dal decreto in sé, ma dai mille commenti e dai continui riferimenti all’evasione fiscale nelle svariate dichiarazioni dell’attuale maggioranza. La lotta all’evasione fiscale è prioritaria: tuttavia, perché sospettarne a priori e indiscriminatamente i piccoli imprenditori e gli autonomi, cioè chi genera gran parte della ricchezza italiana, come ha personalmente riaffermato in un appello il direttore de «Il Sole 24 Ore» Ferruccio De Bortoli. Come spiegare altrimenti le disposizioni che inaspriscono pesantemente le norme IVA, rendendole retroattive, che introducono la responsabilità penale collettiva, come nel caso dell’appaltatore ritenuto responsabile delle inadempienze di chi esegue l’appalto, o impongono l’obbligo di comunicazione al Fisco per gli incassi superiori a 1.500 euro. Tali provvedimenti, non drammatici per le grandi imprese, diventano un orpello fortissimo per le piccole realtà, appesantite e indagate in quanto a priori sospette di evasione e comunque semplici “ammortizzatori sociali” per alcuni degli ispiratori della nuova politica fiscale. Vi è però un terzo punto importante, che pone gravi interrogativi su uno dei postulati, forse più che del decreto, degli opinionisti “estremisti” della liberalizzazione delle professioni. Si prenda per esempio la professione forense: siamo sicuri che liberalizzarla sia un bene per i cittadini utenti e per l’amministrazione della giustizia? L’avvocato svolge un ruolo sociale di garanzia all’interno del sistema della giustizia, tutelando diritti e interessi primari della persona: libertà, patrimonio, professione, rapporto con la Pubblica Amministrazione, etc. Il mandato è fiduciario e la professione prettamente intellettuale e il cittadino che affida alle cure dell’avvocato i propri primari interessi, non sempre è in grado di valutare l’opera del suo difensore, la sua competenza, l’efficacia e il valore della prestazione che viene resa. Queste caratteristiche impongono una “protezione” da parte dello Stato della professione stessa, a garanzia degli utenti innanzitutto e della buona amministrazione della giustizia (di cui l’avvocato è parte necessaria); la tutela si realizza, come minimo, attraverso un accesso selezionato con criteri meritocratici, una formazione obbligatoria permanente e un ferreo controllo disciplinare e deontologico. Di fronte a un sistema come l’attuale, che non è in grado di garantire tale tutela e perciò senz’altro da riformare, le misure contenute nel decreto Bersani, cosiddetto sulle “liberalizzazioni”, rimettono al mercato e ai cittadini una valutazione sulla qualità complessiva della prestazione del professionista, scelto e/o da scegliere, che non sono in grado di fare. Così, vengono in realtà lasciati in balia di una proliferazione di fenomeni degenerativi della professione, già purtroppo in atto nel nostro Paese (e ampiamente riscontrabili nei Paesi ove vige il libero mercato dell’avvocatura). La posizione del partito del mercato indiscriminato nelle professioni e nei servizi non si basa però su considerazioni specifiche: piuttosto qualunque corpo intermedio, associazione, ordine è visto come portatore degli interessi più corporativi e retrogradi, contrari al bene comune. Perciò è necessaria una totale atomizzazione e riduzione a mercato libero delle professioni e dei servizi, in un assetto veramente “moderno” in cui nulla deve esistere tra Stato e cittadino, eccetto le organizzazioni sindacali e di categoria ammesse dal potere. È una prospettiva deleteria che confonde la lotta alle rendite e all’evasione fiscale con la distruzione dei corpi intermedi. Come dice Aldo Bonomi, invece, ogni processo di liberalizzazione non può esimersi dal tener conto delle reti relazionali in cui si trovano immerse le persone e quando si parla di libertà di accesso, questa non può essere per l’individuo concepito solo, ma per l’individuo colto nella sua complessità relazionale che lo rende persona, non monade individualistica. Ciò è soprattutto vero quando si pensa alla pluralità di forme lavorative oggi in espansione (lavoro autonomo, lavoro imprenditoriale, lavoro professionale, lavori atipici) che, come dice Bonomi, sono accomunate dalla crescita del rischio che può essere ovviato con tre dimensioni: l’autonomia, le reti e la conoscenza. Non ha quindi senso che, di fronte al mercato, stia un individuo, atomisticamente inteso, né che la forma di rappresentanza di lavoratori autonomi e imprenditori di se stessi sia il sindacato tradizionale dei dipendenti e pensionati. Del resto, questa può essere una possibile positiva evoluzione del decreto Bersani, quando, a differenza dei fanatici del liberismo, postula per alcune professioni il riconoscimento di nuove associazioni professionali, che si affianchino agli Ordini professionali. Queste questioni riguardano gli argomenti oggetto del decreto Bersani: come molti hanno ricordato, parlare di liberalizzazioni significa, però, toccare molti altri argomenti, come dimostra Oscar Giannino in questo stesso numero di Atlantide. Per esempio, nessuno stranamente parla della necessità di liberalizzare welfare e istruzione. Perché liberalizzare taxisti, farmacisti, notai e non liberalizzare il welfare, adottando quei quasi mercati fatti di pluralismo di offerta, profit, non profit, pubblico, privato, con sistemi di finanziamento che sostengano la libera scelta dell’utente attraverso voucher, deduzione e/o detrazione fiscale, già adottati in molti Paesi con successo? Perché non seguire le sperimentazioni di Blair che introduce fondazioni pubbliche e private nella sanità e nell’istruzione? In particolare, incomprensibile è quanto si afferma e si pensa a riguardo della scuola, come si è visto nelle reazioni all’intervista al Cardinale Angelo Scola. Perché considerarlo ancora tema di dibattito tra Stato e Chiesa e non argomento legato alla libertà della persona, come ha fatto la Corte Suprema americana nella sentenza sui voucher? Perché, come dice Giuseppe Bertagna, non liberalizzare il sistema di istruzione, senza per questo renderlo mercato selvaggio? Ciò è possibile permettendo la libera “competizione” (nel senso etimologico di cum petere, «mirare insieme a comuni obiettivi») di più soggetti istituzionali chiamati, insieme, a realizzare al meglio la qualità dell’istruzione e della formazione dei cittadini. Lasciando gli aspetti di regolamentazione alle sole “norme generali” della Repubblica, e non al Ministero, con le sue “circolari” e i suoi “pronunciamenti”? Perchè, come dice Fabrizio Foschi, non “liberalizzare” la funzione docente? Perché non muoversi verso un nuovo stato giuridico che veda nell’insegnante, non un ruolo sociale, ma una vera professione legata ai compiti assolti nella scuola? Ciò significa introdurre maggior autonomia nella scelta dei modelli organizzativi scolastici, in modo da migliorare la qualità della didattica, garantire libertà di insegnamento e favorire la personalizzazione degli apprendimenti, in base alle caratteristiche e alle esigenze dei propri alunni. A questi interrogativi, tra altri, bisogna rispondere per un dibattito sulle liberalizzazioni non urlato e non monopolizzato dai talebani di entrambi i fronti: lo stile del ministro disposto al dialogo e a cambiamenti di posizione, anche a rischio di impopolarità nel suo stesso schieramento, ne è garanzia.

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