Quadrimestrale di cultura civile

La speranza di un mondo nuovo?

di John Allen / Vaticanista per la CNN e per il National Catholic Reporter

La speranza e la realtà americana Probabilmente tutti conoscono quella vecchia battuta per cui risposarsi dopo avere divorziato rappresenta il trionfo della speranza sull’esperienza. Credo che essa abbia una certa attinenza con la politica statunitense. Non importa quanto ci abbiano deluso le Presidenze precedenti, o quanto ci siamo sentiti traditi o disillusi; in qualche modo riusciamo sempre a convincerci che questa volta sarà diverso, e penso sarete d’accordo nel ritenere che, indipendentemente da qualsiasi giudizio e dal consueto periodo di luna di miele che accompagna qualsiasi insediamento, il fenomeno Obama sia indubbiamente degno di particolare considerazione, e credo che tale eccezionalità si debba a un motivo specifico: in tutta la nostra vita non abbiamo mai visto incrociarsi come oggi un tale pessimismo economico e un tale ottimismo politico. Del resto non è un segreto per nessuno: viviamo una delle più gravi crisi economiche che abbiano afflitto il nostro Paese dai tempi della Grande Depressione. Se dal lato economico siamo persuasi di sprofondare nel baratro, dal lato politico ci troviamo esattamente sul versante opposto. Se davvero nella nostra cultura il metro di valutazione del fascino esercitato da una persona è legato all’abilità di sfruttare economicamente la propria immagine, sotto questo profilo Obama sta ottenendo un enorme successo. Si riscontra una singolare giustapposizione tra la percezione di un grave declino economico e una grande possibilità politica, tra disperazione e speranza. Ovviamente i due aspetti sono correlati. Più percepiamo terribili gli eventi che ci circondano, più disperatamente desideriamo che qualcosa o qualcuno ci infonda speranza. Desidero, tuttavia, concentrarmi su un aspetto molto più importante per noi cattolici. Alludo al sentimento di ambivalenza che molti di noi provano: la nostra incapacità di condividere pienamente l’ottimismo che circonda l’amministrazione entrante a causa del timore che essa non rappresenti una nuova speranza per i segmenti più vulnerabili della nostra società, vale a dire i non nati e la vita umana embrionale. La realtà politica che ci troviamo ad affrontare fa sì che al Yes, we can della campagna di Obama, molti cattolici e, senza dubbio, anche numerose persone di coscienza si sentano tuttora costrette a rispondere con estrema riluttanza: “No, non possiamo o, almeno, non senza gravi riserve”. E, come risultato, ci ritroviamo a essere, per così dire, spettatori mentre l’America celebra l’inizio dell’era di Obama. Ciò che rende tutto questo particolarmente lacerante è che, per un cattolico, i motivi per celebrare questa vittoria sarebbero numerosi, tanta è la speranza che pervade la nostra vita politica. Ovviamente comprendiamo la portata storica dell’elezione di un afroamericano in un Paese che, in epoche passate, ha conservato gelosamente la schiavitù razziale come parte integrante del proprio ordine costituzionale. Come membri della Chiesa universale, comprendiamo altresì l’enorme valore che questo avvenimento riveste per gran parte del mondo, in particolare per i Paesi in via di sviluppo. Non possiamo fare a meno di rimanere colpiti e pieni di ammirazione per l’idealismo mostrato da così tanti giovani americani, entrati nell’agone politico per la prima volta, e che hanno accolto la campagna di Obama come il rifiuto di un mondo cinico, dominato dall’egoismo individuale. Nella misura in cui il nostro Presidente sarà in grado di condurci su un nuovo sentiero, che prediliga la compassione in luogo dello scontro, che collochi la ricerca di una soluzione per combattere la povertà al centro della propria politica – ricerca che è il fulcro della nostra confessione cristologica, come ha ribadito il Santo Padre nel suo viaggio in Brasile –, nella misura in cui egli sarà in grado di fare tutto ciò, saremo ampiamente desiderosi di offrigli il nostro supporto. Cattolici democratici e repubblicani Fino a oggi, il solo organo religioso americano che abbia lanciato il guanto di sfida alla nuova amministrazione è stato la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Durante un incontro a Baltimora, i vescovi hanno dichiarato che, qualora la nuova amministrazione dovesse procedere con una politica aggressiva sull’aborto e, in particolare, sostenendo il Freedom of Choice Act, che rovescerebbe tutti i limiti e le restrizioni statali e federali esistenti in materia (impegno che il candidato Obama ha promesso di assumersi durante la campagna elettorale), il risultato sfocerebbe inevitabilmente in una guerra culturale. Un serio avvertimento che in certi ambienti ha evocato l’immagine del Grinch che allunga le sue grinfie sul Natale, ma che riflette una serie di preoccupazioni non certo infondate. Ci troviamo dinanzi a un grande paradosso. Come cattolici, come cristiani, siamo chiamati a essere uomini di speranza. Questo, dopotutto, era il motto che ha accompagnato la visita del Santo Padre negli Stati Uniti: “Cristo nostra speranza”. Avvertiamo grande bontà e nobiltà nel sentimento di speranza che attornia Barack Obama. Sia la nostra fede sia il nostro interesse per il bene comune generano un ardente desiderio di condividere tale speranza; ma, al contempo, quella stessa fede e quello stesso interesse per il bene comune paiono altresì sospingerci verso le barricate di un’opposizione politica. È una situazione dolorosa e non sorprende che i cattolici non abbiano elaborato una strategia di risposta univoca. Per i cattolici vi saranno naturali possibilità di lavorare con l’amministrazione Obama su molti fronti. I leader cattolici, per esempio, possono e devono svolgere un ruolo di primo piano prestando il loro aiuto affinché qualunque piano di ripresa economica si sviluppi a beneficio di tutti, e specialmente a favore dei poveri. La riforma delle politiche di immigrazione pare inoltre destinata a essere una delle principali priorità del nuovo Congresso e della nuova amministrazione. Sotto il profilo internazionale, per il 2009, la Santa Sede ha riservato particolare attenzione a due aree geografiche che rientrano anche nell’agenda dell’amministrazione neo-eletta. Mi riferisco all’Africa e al Medio Oriente. Con tre grandi eventi programmati, si può affermare che per la Chiesa cattolica il 2009 sarà l’anno dell’Africa. Obama, intanto, ha l’eccezionale duplice opportunità storica di esercitare la propria leadership per smuovere la comunità internazionale, e insieme di cambiare le cose nel continente africano. È, di fatto, il re senza corona del continente. L’insieme di questi fattori offre a Stato e Chiesa l’opportunità di collaborare. Senza volere in alcun modo mettere in discussione o smorzare la testimonianza della Chiesa in difesa della vita dei non nati, le aree sopra citate rappresentano potenziali piattaforme comuni tra la Chiesa e la Casa Bianca di Obama, aree in cui possiamo realmente sostenere le speranze generate dalla nuova amministrazione, nella piena fiducia di operare in totale accordo con gli insegnamenti della Chiesa. Credo valga la pena notare come quanto appena detto sembri essere chiaramente l’atteggiamento che il Vaticano stesso intende assumere. La preoccupazione principale di qualsiasi amministrazione neoeletta all’atto dell’investitura è quella di fare di tutto per garantirsi un secondo mandato al termine delle elezioni successive. È così che funziona, inevitabilmente. Una cosa però abbiamo imparato degli uomini di Obama nel corso delle elezioni del 2008, cioè che si rendono conto delle forze storiche che hanno sospinto il loro candidato alla vittoria in questo particolare momento. Non mi sto riferendo alla Obama-mania, ma a tre essenziali realtà politiche: 1. Un presidente in carica con la più bassa percentuale di gradimento nella storia della repubblica; 2. Un’economia in grave crisi; 3. Un’impopolare guerra all’estero. Tre realtà che nei prossimi quattro anni renderanno più arduo il compito del neo Presidente, e che lo obbligheranno inevitabilmente a cercarsi dei nuovi amici. All’interno del mondo cattolico, ovviamente, vi sono diversi orientamenti. Ma il punto rimane dove trovare un centro di gravità definito. Il modo in cui risponderemo a questa domanda, credo, si ripercuoterà sull’effettiva influenza che potremo esercitare sull’amministrazione neo-eletta, inclusa la questione della difesa del diritto alla vita. Si potrebbe obiettare che sfruttare le aree di collaborazione che ho menzionato poco fa non può coesistere con le preoccupazioni della Chiesa in materia di aborto e, senza dubbio, non può sostituirsi a esse. Tuttavia, tale collaborazione potrebbe rivelarsi utile anche in materia di aborto, poiché consentirebbe di acquisire una certa influenza politica sulle questioni concernenti la difesa del diritto alla vita. In altre parole, ciò che sto tentando di suggerire è che non penso dovremmo sentirci costretti a scegliere tra il sentimento di speranza che suscita la nuova amministrazione e il sentimento di lealtà nei confronti del diritto alla vita. Di fatto, costruire sul primo può permetterci di potenziare la nostra capacità di realizzare il secondo. La Chiesa Cattolica negli USA Vorrei riflettere anche sulla condizione in cui versa la Chiesa cattolica in America. Non è un segreto che la Chiesa in America sia spesso divisa al suo interno; e ancora una volta, nel corso delle elezioni del 2008, tali divisioni sono emerse in modo fin troppo evidente: tra cattolici democratici e cattolici repubblicani, tra le alte gerarchie e la gente comune, e persino all’interno della stessa Conferenza episcopale. Credo che la spaccatura del voto cattolico di novembre rappresenti un’ottima cartina di tornasole delle profonde divisioni all’interno della nostra Chiesa. Se vogliamo essere uomini di speranza suggerirei ai cattolici di questo Paese di affrontare sfide di gran lunga più importanti di come reagire all’amministrazione Obama, sfide che riguardano il rapporto che abbiamo gli uni con gli altri. Troppo spesso non siamo davvero interessati a cercare con pazienza di trovare un’intesa con i cattolici che la pensano in maniera diversa da noi, che praticano la propria fede in maniera diversa da noi e che, sì, votano in maniera diversa da noi. Troppo spesso ciò che realmente tentiamo di fare è segnare punti a colpi di bassa retorica contro coloro che percepiamo come nemici ideologici. Ora, in condizioni normali un tale atteggiamento creerebbe problemi e difficoltà. A maggior ragione un approccio del genere è semplicemente insostenibile oggi, con le difficoltà che noi cattolici dobbiamo affrontare per tentare di trovare la nostra strada attraverso un’attenta riflessione, attraverso la speranza e a dispetto del sentimento di ambivalenza e della sofferenza che proviamo per l’indirizzo politico di questo Paese. Uscire da questa impasse, da questo vicolo cieco fatto di conflitti ideologici e tribalismo ecclesiastico, è un compito che richiederà energie, immaginazione e capacità di guida da parte di tutti noi. In prima istanza non è un compito da assegnare alle gerarchie, a una corporazione teologica o a una determinata classe di specialisti. È anzitutto un compito che spetta a ciascuno di noi.