Nel suo discorso, Benedetto XVI descrive la vita quotidiana dei monaci come un continuo tendere verso il “quaerere Deum”. La ricerca di Dio nasce dal desiderio del cuore dell’uomo di andare oltre se stesso e di raggiungere la propria sorgente, la propria origine. Come la fede risponde alle esigenze del cuore dell’uomo?
Stephen D. Long: La risposta che ogni cristiano deve dare a questa domanda è: “sicuramente la fede risponde ai desideri più profondi del cuore dell’uomo”. Ma gli interrogativi che dobbiamo porci rispetto a questa domanda e alla relativa risposta riguardano il come tali esigenze vengono riconosciute e perché ci sono ancora così tante persone che non riconoscono questa “esigenza del cuore” nella situazione culturale che stiamo vivendo. Innanzitutto, in che modo tali esigenze vengono riconosciute? Abbiamo un “naturale desiderio” di Dio che solo può essere colmato al di là della natura stessa? Mi sembra che questa sia stata la domanda fatta da Henri de Lubac, e che ho sentito riecheggiare nel discorso di Benedetto XVI. Essa rende possibile un umanesimo cristiano genuino che evita due tentazioni alle quali troppo frequentemente la fede cristiana nella cultura europea ha ceduto. Innanzitutto quella di un “Cristianesimo” senza “umanità”. E qui risiede il pericolo del fideismo e del positivismo. I Cristiani non riconoscono la necessità di rendere ragione (logos) della propria fede. Noi abbiamo la Verità, ma non siamo responsabili di renderne conto davanti alle persone di altre fedi o che non hanno la fede. E nemmeno ci aspettiamo che loro condividano questo logos. La tentazione che viene dal fideismo e dal positivismo è quella di intendere la fede come una pura affermazione di potere. Tale tentazione estremizzata porta al fondamentalismo che rivendica la propria “modalità” nel mondo senza ricordare che la Verità di cui siamo in possesso si scopre solo attraverso una modalità completamente diversa (Gv 14,6). Ma vi è un’altra tentazione, quella di un umanesimo senza Cristianesimo. Questa è la tentazione di un razionalismo che è talmente convinto del carattere neutrale, razionale, oggettivo della propria ragione che non ha bisogno dell’aiuto della fede. E questo naturalmente avviene secondo diverse modalità. Questa è la “meta-narrativa” del capitalismo, in cui in base alla visione messianica di Isaia, ci viene detto che se seguiamo poche regole di base – un codice razionale disponibile a tutti i ben pensanti – saremo in grado di conseguire la “ricchezza delle nazioni”. Naturalmente, ci sono altre meta-narrative di questo tipo, come uno scientismo che afferma che potremmo svelare i segreti dell’esistenza se seguiamo un rigoroso metodo del dubbio. La sua versione più estrema è un’evoluzione post-umana in cui l’eternità viene promessa dalla tecnologia. Ne potremmo ricordare altre, ma queste meta-narrative diventano immagine di una fede che soddisfa le esigenze del cuore dell’uomo, che ci aiuta a capire la risposta alla seconda domanda che ho formulato in precedenza. Penso che la ragione per cui le “esigenze del cuore dell’uomo” emergono così raramente nel mondo di oggi è perché esse sono bloccate da altre “fedi” – fede nel codice che porterà la ricchezza delle nazioni o fede nel progresso e nelle soluzioni tecnologiche. Queste ci mantengono impegnati e sempre in attesa di presunte ricompense future, ma che in realtà non arrivano mai. Il compito e le aspettative di queste fedi non consentono il silenzio e la contemplazione necessari per riconoscere le vere esigenze del cuore. Noi non ci domandiamo se tutte queste fedi soddisfino o piuttosto distolgano l’attenzione dalle esigenze originali dell’uomo. La mano della Chiesa che ci guida è fondamentale per aiutarci a non cadere in entrambe le tentazioni. A quelli che solo userebbero il potere per riaffermare un tipo di fede, bisogna dire, “dateci le vostre ragioni”, come ci ricorda Benedetto XVI nel suo discorso. E a coloro che sono per una ragione disponibile a tutti, senza l’ausilio della fede, bisogna domandare: diteci la vostra fede? In quali insegnamenti, dottrine, dogmi credete, nella speranza di attirarci a voi? Sono veramente ragionevoli?
Asfa Mahmoud: Islam vuol dire sottomettersi a Dio, è una ricerca continua di Dio, proprio perchè l’uomo ha sempre bisogno del suo creatore e del suo aiuto. Il distacco non è auspicabile perché nel Corano troviamo la descrizione della vita prima che inizi, durante e dopo la sua fine. Il distacco da Dio conduce alla rovina di se stessi e al male per coloro che ci stanno vicino.
Michael Shevack: La fede non risponde alle esigenze del cuore dell’uomo. Solo Dio può rispondere alle esigenze del cuore dell’uomo. Eppure, vi è una sorta di resistenza materiale alla nostra umanità, una condizione di “alienazione fisica” dovuta alla finitezza del mondo. Questa resistenza materiale costituisce un ostacolo per i nostri sensi e la nostra consapevolezza spirituale. Non è ovvio che vi sia un in-finito, vale a dire qualcosa che supera la nostra percezione finita. Non è ovvio che vi sia un Ordine di Coscienza al di là del semplice uomo rudimentale, tanto meno, della sensibilità animale ben più restrittiva. La fede – l’adesione dell’individuo – [è ciò] che spinge a ricercare oltre se stessi, che osa credere che il finito è solo un “segno” dell’infinito, e che l’infinito è direttamente accessibile a ogni individuo – che spalanca le porte al reale, alla possibilità concreta di ricevere la Risposta Divina ai nostri cuori. La fede fa trasparire una sorta di inesorabilità che ribalta l’inerzia che ci travolge, dovuta alla nostra natura materiale. La fede offre una costante consapevolezza mentale mediante la quale noi siamo continuamente certi che la Permanenza Divina è possibile. La fede ci conduce oltre un Dio che si nasconde, verso un Dio che si rivela. Certamente si tratta dello stesso Dio – che si nasconde perché in certi momenti di consapevolezza di Dio, noi non possiamo sopportare la Sua Luce – e che si rivela in altri momenti quando siamo in grado di accettare parte della sua luce. Per l’ebreo, la Fede che cerca Dio non è appena una ricerca interiore, bensì una ricerca storica rivolta verso l’esterno, la ricerca di Dio non solo in qualche tipo di soggettivismo “autocompiacente”, ma che ha il suo culmine storico nella vita reale, dove la Natura di Dio trasforma la natura, la civiltà umana, e nello stesso tempo la Creazione. La fede quindi è il cammino verso la risoluzione stessa delle finitezze che ostacolano la nostra visione di Dio. La fede è la porta verso la Salvezza; non è la Salvezza in sé, ma è la strada che conduce alla Salvezza. È reale? Questa strada è reale o immaginaria? In un certo senso, è una “sostanza”? Io penso di sì. La fede spalanca la porta a uno spiraglio della Luce di Dio, allo schmitzik (una parola che in yiddish significa una modesta quantità) della Sua Grazia Divina che è impressa dentro di noi. Di conseguenza, anche se non rappresenta la totalità o la pienezza della Salvezza, essa dona un bagliore di salvezza!
Molte religioni tendono a considerare la Parola, e la Parola scritta in particolare, come il pilastro della loro fede. Ma secondo questa prospettiva, qual è la relazione tra la Parola scritta e la fede proclamata?
Stephen D. Long: A questo proposito, dobbiamo riprendere l’allusione alla “via” o al “viaggio” ricordati nel discorso di Benedetto. Le Sacre Scritture in sé e per sé non costituiscono la meta. Il testo scritto non è concepito come una conclusione, ma come l’inizio di un viaggio, un viaggio verso Cristo. Poiché le Sacre Scritture sono intese come una “via” che ci comunica la presenza di Dio, non potranno mai essere fossilizzate né scoprendo il loro significato principalmente nelle spiegazioni causali fondate sugli studi del primo secolo o sui Testamenti, né in un significato moderno “letterale” come quello del fondamentalismo in cui i primi capitoli della Genesi devono rispondere a domande di astrofisica. Questa è un’altra forma di scientismo anche quando è fatta passare per fede, che riproduce soltanto un mondo disincantato dove i segni non testimoniano la profondità e il mistero. L’incarnazione apre un cammino che va oltre questo mondo disincantato. Così come i santi Padri hanno insegnato a Calcedonia, in questo caso noi abbiamo un segno che non può essere catturato da nessuna logica analitica o sintetica. Siamo di fronte a una natura completamente umana e divina, priva di confusione o cambiamento e anche priva di divisione o separazione. Naturalmente, entrambe le nature non agiscono da sé. È la singola persona di Gesù Nazareno che è la Persona che agisce in entrambe le nature. Ogni segno che Lui è, e che Lui rappresenta, partecipa in profondità del rapporto tra la natura umana e la natura divina. Questa è la ragione per cui il senso quadruplice (storico, morale, allegorico, anagogico) è fondamentale per una corretta lettura teologica delle Sacre Scritture. Anche se la logica dell’incarnazione non è facilmente riducibile a nessuna logica finita, essa è razionale, e dovrebbe aiutarci a comprendere il nostro vivere quotidiano. Questa è la ragione per cui ritengo che i teologi non debbano temere la “svolta linguistica” in filosofia. Anche se talvolta cerca di ridurre le parole, e di conseguenza la verità, a una relazione puramente designativa (per citare Charles Taylor), tale riduzione non può trasmettere il senso del nostro uso della parola, orale o scritta, perché sempre esprime molto di più di quanto una qualsiasi relazione designativa possa fare. Solo quando il linguaggio è controllato, può venire ridotto in questo modo. Tuttavia, il linguaggio non può essere racchiuso entro tali restrizioni come se noi potessimo definire un confine e sapere che si riferisce a questo, a questo e questo, ma non a questo. Nel momento in cui affermiamo di sapere dove si può stabilire il confine, dove si trovano i limiti del linguaggio, abbiamo senz’altro superato tale limite. Per questo motivo, la svolta linguistica non pone fine alla metafisica, come alcuni potrebbero erroneamente pensare; apre il bisogno della metafisica, di una discussione su ciò che è vero, buono e bello, senza il quale la vita quotidiana diventa una relazione puramente designativa dell’utile.
Asfa Mahmoud: La parola rivelata da Dio è molto importante perché la fede proclamata si basa su di essa. Il nostro profeta ha distinto la parola rivelata dai suoi detti; egli infatti incaricò quattro dei suoi compagni di un solo compito, quello di scrivere la parola rivelata da Dio. Quando l’uomo vuol parlare con Dio, legge le sue parole rivelate.
Michael Shevack: Si tratta di una concezione estremamente problematica, a causa della critica biblica contemporanea. Non vi è dubbio che le scritture scritte siano delle compilazioni, che hanno origine da fonti precedenti diverse. Di conseguenza, il problema teologico che si apre è se una scrittura, una qualsiasi scrittura, possa coincidere effettivamente con la Rivelazione. Secondo me, gli ebrei hanno creato una sorta di “mito” attorno ai Cinque libri di Mosè. Essi ritenevano, nel loro processo spirituale, che il canone, oltre ad altri libri biblici, fosse per loro rivelatore, all’interno del cammino spirituale in cui erano coinvolti. Nel corso del tempo, essi iniziarono a “pensare” effettivamente che il canone fosse la rivelazione e che la rivelazione coincidesse con il canone: si tratta di un errore estremamente grave, di cui i vari fondamentalisti soffrono. È una forma di idolatria della scrittura! Questo mito è stato trasmesso al Cristianesimo e all’Islam, a diversi livelli. Il canone non è la rivelazione! Io credo che la parola scritta sia piuttosto segno, traccia delle esperienze di culture spirituali passate. Tali conoscenze possono essere registrate come “leggi generali di ciò che è giusto e sbagliato”, la cosiddetta “legge morale”. È una registrazione di esseri umani, che ha un valore, perché noi possiamo imparare da quelli che ci hanno preceduto. Tuttavia, io non idolatro la Torah. Piuttosto ritengo che, come i grandi Rabbini della Memoria Benedetta hanno detto, la vera Torah è il “Modello della Creazione”, ossia, le leggi ontologiche, la ragione divina, per così dire, che è il principio (l’Archè) della Creazione. Equiparare, in maniera eccessivamente sentimentale, la scrittura a una “divinità” è un errore terribile. Per questo, io ritengo che la Torah – il documento scritto – sia solo l’ombra della Vera Legge. Quando il cristianesimo afferma che Gesù si è incarnato come la legge, che vi è una fusione del modello della creazione divina con il vero tessuto e le strutture naturali e organizzative della sua natura – e una trasformazione dall’aspetto “puramente materiale” a quello “spirituale elevato” – secondo me è davvero significativo, anche se io non sono cristiano e non credo nella sua divinità. Mi dice: “Sì, questa salvezza divina e umana può accadere. È reale. È vero. È già avvenuta”. Mi dice che l’ideale per la salvezza è insito nella natura dell’esistenza e che l’umanità è destinata a raggiungerlo. Ma io non ho bisogno di Cristo per questo – o almeno credo di non averne bisogno. Ho solo bisogno del principio che l’incarnazione rappresenta – quello di una totale armonia, a tutti i livelli dell’esistenza. Solo l’affermazione di questo principio, che è completamente ebraico, mi spalanca all’esperienza della fede, al bisogno di ricercarla! Quindi, in generale, direi che la “Parola scritta” e la “parola incarnata” o “ontologicamente inscritta” è solo un’ombra rispetto alla luce. La vera legge è inscritta nello stesso disegno della nostra natura umana. La parola scritta, dunque, non è affatto Parola in senso divino.
Quanto è attuale la relazione tra fede e cultura nel nostro mondo contemporaneo?
Stephen D. Long: Penso che il termine “attuale” sia poco appropriato per il discorso teologico. Se iniziamo a chiederci in che modo la fede può rivestire un ruolo significativo nella nostra cultura, allora automaticamente crediamo che la fede sia qualcosa che esula dalla cultura. Porre la domanda in questi termini potrebbe facilmente distogliere la nostra attenzione dagli aspetti più interessanti del riconoscimento del valore della cultura monastica da parte di Benedetto XVI. I suoi frutti, che usiamo tutti i giorni, erano e sono strettamente legati alla Parola che ricevevano e alle risorse necessarie per la sua mediazione. Questo concetto potrebbe essere stato dimenticato, ma dobbiamo stare attenti a non cercare una via al di fuori della via di Cristo per ricordare alla gente questa cultura. La mediazione della cultura della Parola deve essere un atto libero, proprio come il “sì” originale di Maria è stato necessario per la sua originale diffusione nella storia. La risposta affermativa a questa domanda sulla relazione tra fede e cultura si ritrova, ancora una volta, nella dottrina dell’incarnazione, specialmente nel ruolo di Maria. La Parola, il Verbo si è sviluppato nel suo grembo, che diventa in un certo senso l’Arca dell’alleanza che ora testimonia la gloria di Dio. Penso che i cristiani dovrebbero astenersi dall’immischiarsi nelle cosiddette “battaglie culturali” presenti in gran parte nella cultura occidentale odierna. Dobbiamo invece essere fedeli e speranzosi, rendendo testimonianza della cultura della Parola e non cadere nella tentazione di venire meno a questo compito. Continuiamo a cantare, pregare, scrivere, parlare e usare tutti gli strumenti culturali, consapevoli che essi sono stati creati con e attraverso la Parola che li rende possibili e che li usa secondo i propri disegni. Il logos monastico era paziente. La fede, che è diventata così isolata e addirittura controllata dalla nostra stessa cultura, non deve anche riscoprire il valore di questa virtù della pazienza? Non dovremmo sforzarci di cercare con la forza ciò che abbiamo perduto, ma continuare con perseveranza a testimoniare in modo caritatevole la cultura della Parola che rende la cultura stessa possibile.
Asfa Mahmoud: Circa il legame che c’è tra Fede e cultura nel mondo contemporaneo, le “culture” (volutamente al plurale) con tutte le loro componenti devono essere nella nostra memoria (e sempre presenti), mentre la Fede alberga nei nostri cuori. Nella memoria albergano gli errori dell’Umanità (guerre, distruzioni, narcisismi di ogni genere religioso, culturale, linguistico, etnico) e nel Cuore l’amore per Dio e naturalmente per il prossimo (sia che esso sia vicino o lontano). L’universo intero non contiene Dio, ma è il cuore del suo fedele che lo può contenere quando non è più della roccia.
Michael Shevack: Il rapporto tra fede e cultura è di cruciale importanza nel nostro mondo contemporaneo. Il problema è “in che cosa” è radicata la fede. Le persone confidano nel fatto che, grazie alla chirurgia plastica, il chirurgo plastico li cambierà in modo tale da farli apparire secondo i canoni attuali della bellezza ampiamente condivisi. Questa è una fede nei canoni mortali della bellezza. Ogni uomo ha fede, ma non tutti hanno fede nel vero Dio. Il nostro mondo contemporaneo è spaventosamente idolatrico e l’idolatria è mascherata come una sorta di “democrazia” che corrisponde a una idolatria di se stesso portata fino all’estremo. Nella nostra società contemporanea, quindi, vi è una lotta continua tra la responsabilità morale verso e all’interno di un gruppo, e l’espressione di sé. O l’espressione di sé è schiacciata per affermare il gruppo o il gruppo deve ritirarsi dalla gestione della morale, per liberare l’individuo. La certezza morale dentro la fede non è valutata in modo adeguato nella società democratica odierna. Io sono ebreo. La fede inizia non con l’amore di Dio, ma inizia con linee di condotta corrette. “Nessuno è Dio eccetto Dio, e ogni cosa o ogni altro essere non è Dio; nulla di ciò che è creato è Dio; nulla di ciò che è al mondo” – e lo dico in rispetto dei miei fratelli cristiani che pensano diversamente riguardo a Gesù. Proprio per questo, io non ho molta considerazione per i proclami morali assoluti degli ecclesiastici, né per la virtù morale assoluta della scrittura. E certamente ho pochissima considerazione per la certezza morale assoluta di una società laica e pluralistica, guidata da degli stupidi ruffiani e funzionari ignoranti, governata da un popolo poco colto e poco istruito. Infatti, solo Dio è assoluto, non noi. Assoluto è un sinonimo di Dio. Di conseguenza, tutto il resto è discussione, compromesso e negoziazione tra gli elementi diversi e svariati in gioco in ogni decisione morale che la società contemporanea deve prendere. Se Dio è il criterio di verità, allora, la società contemporanea ha un criterio su cui guidare tale discussione. Ma se Dio non lo è, allora, in mancanza di questa fede, la società contemporanea è imperfetta ed è pericolosa; proprio come un computer mal programmato, essa metterà in pratica le proprie convinzioni, in modo logico e incantevole, ma arriverà alla conclusione sbagliata, pensando di funzionare perfettamente. Senza la fede, la società contemporanea non può funzionare! Ma deve essere una fede chiara, intelligente e ben radicata, in cui la libertà umana, la responsabilità di gruppo, la responsabilità nei confronti della Creazione e delle generazioni future siano ben amalgamate e concordi. Non può essere solo una questione di “vota in un modo” e abbi la fede! Questo è devozionismo! E sfortunatamente, il devozionismo è la condizione del mondo moderno e contemporaneo.
Come si può stabilire un dialogo interreligioso nella situazione culturale odierna? Secondo questa prospettiva, qual è il ruolo rappresentato dalle esigenze originali della dimensione della sacralità che caratterizza gli uomini di ogni religione, cultura, regione o età?
Stephen D. Long: Questa è una domanda interessante e urgente. Troppe analisi contemporanee ingenuamente ritengono che quelli di noi che hanno la fede sono causa di violenza; ignoriamo il prossimo e siamo così l’origine di tutti i mali. Si parla di “violenza settaria”, ma raramente di “violenza nazionalista o internazionalista”, non riconoscendo che l’ultima è fonte di gran parte della violenza sorta negli ultimi due secoli piuttosto che gli uomini di fede che combattono in nome della religione. Per esempio, Slavoj Zizek ribadisce questo concetto quando afferma che non sono gli atei a ignorare il loro prossimo, ma gli uomini che presumono di conoscere la verità di Dio. Scrive: “Se Dio esiste, tutto è lecito”. Vale a dire che quelli di noi che proclamano la fede in Dio sono quelli più tentati a trasgredire le leggi e a violare la civiltà umana. Non è il solo ad affermarlo, perché sia nella cultura popolare che accademica ritroviamo questa opinione. Sebbene per molti di noi questo sia il frutto di una analisi semplicistica, riconosciamo anche che la nostra storia può apparentemente confermarla. Siamo consapevoli della litania di questi fallimenti: le Crociate, la conquista, la schiavitù, l’inquisizione, ecc. Se da una parte, attribuire tutti questi fallimenti solamente alla fede è riduttivo, dall’altra la Chiesa non dovrebbe stare sulla difensiva. Abbiamo a disposizione gli strumenti per riconoscere i fallimenti e continuare a proclamare che solo la carità può rimettere in ordine i nostri desideri, le nostre virtù e perfino le nostre storie alla luce del loro scopo autentico. Tutto questo per dire che un impegno caritatevole e generoso nei confronti delle altre religioni è strettamente necessario come testimonianza al mondo del fatto che noi abbiamo in seno alla verità della fede le risorse per accogliere il prossimo molto più del laicismo che dilaga nelle nostre istituzioni culturali, specialmente nelle istituzioni universitarie e politiche, e che sostiene di riuscire da solo a portare la pace tra i religiosi. Noi sappiamo che lo può fare soltanto privatizzando e relativizzando la nostra fede. Il fatto che né l’ebraismo né l’Islam possano essere così ridotti agli strumenti secolari di subordinazione della religione propri dell’Occidente dovrebbe essere visto non tanto come una minaccia, quanto piuttosto come un’opportunità per un nuovo tipo di impegno in cui la “verità” può essere la base del dialogo, e noi ci chiediamo l’un l’altro le ragioni che rendono la nostra fede qualcosa di diverso da un’affermazione di potere, che è del resto, tutto quello che il laicismo può alla fine affermare.
Asfa Mahmoud: Il dialogo non è un optional, ma una necessità. Deve essere paritario dove alcune convinzioni vanno relativizzate. Il dialogo deve essere interreligioso e non multi-religioso, perché il primo termine indica dinamicità, mentre il secondo staticità. Non deve essere punto di arrivo, ma punto di partenza, dove culture e religioni (la prima è anche frutto dell’altra) messe a confronto devono arrivare a trarre delle conclusioni: gli errori e gli eccessi umani, il non rispetto del prossimo si imputano alla dimenticanza dei precetti divini e alla poco conoscenza di essi, più che a una “troppa conoscenza” di essi. Il Corano ci dice: “O uomini, Vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di Voi popoli e nazioni affinchè vi conosceste a vicenda”.
Michael Shevack: Il dialogo interreligioso non è affatto una difficoltà in sé. In realtà, il dialogo è piuttosto semplice, basta ascoltare. Cercare di capire le persone per come sono e non condividere necessariamente le loro opinioni. Si può essere testimoni delle loro credenze senza per questo giudicarle. Questo è il primo passo che chiamerei “rispetto reciproco”. La difficoltà del dialogo interreligioso non ha niente a che vedere con il dialogo, ma con le dichiarazioni unidirezionali riguardo all’affidamento dell’autorità divina ai sistemi umani, come un Concilio, o i rabbini, o i cardinali. Le affermazioni unidirezionali, quando sono usate come criterio che riflette a sua volta altre opinioni – “falso”, o “in decadenza” o “pagano” – e sono brutalmente prive di compassione, generano una situazione in cui si crea un’ostilità tra una religione e l’altra. Tuttavia, per religioni quali il giudaismo o il cristianesimo, che sostengono di possedere il privilegio esclusivo dell’alleanza, sembra che un individuo non possa affermare la sua esclusiva relazione con Dio, e debba venire meno al proprio proposito per “andare d’accordo” con gli altri. Non è vero. L’unica cosa importante è un’esclusività basata su Dio, non su noi stessi. Esclusività vuol dire che la nostra identità è radicata solamente in Dio, non in noi stessi, e quindi, anche se possiamo avere un giudizio chiaro nei confronti degli altri, non possiamo giudicarli, perchè in qualche modo questo va contro la misericordia e l’amore di Dio stesso. Quando lo facciamo, ci comportiamo non come strumenti di Dio, ma solo di noi stessi. Anche se sembriamo religiosi, siamo devoti e idolatri di noi stessi. Credo che l’approccio migliore al dialogo interreligioso sia affermare la sacralità che esiste in ciascuno di noi, in ogni religione, cultura e regione. C’è un’autentica spiritualità in ciascuno di noi, che coincide con l’essenza della persona. Questa spiritualità esiste e non può essere rimossa, perché è la percezione originale, il senso di venerazione dell’individuo dinnanzi al mondo. Questa è l’esperienza iniziale, la più elementare, di Dio. Se fondiamo il dialogo interreligioso su questo punto, allora avremo tutti un fondamento profondo, condiviso e quindi Santo. Inoltre, non è solo una questione di “ascoltare in modo corretto” o di sapere controllare bene le nostre emozioni, a scapito di una nostra “esclusività” a favore di altri individui. Noi fondiamo le nostre convinzioni sulla percezione di noi stessi, proprio come gli altri. Prima iniziamo come esseri umani, e poi come esseri alleati (seppur in forme diverse). In questo senso, citiamo il primo capitolo della Genesi, che dichiara che tutti gli esseri umani sono unici! Muoversi in direzione di questa concezione intrinseca come fondamento del dialogo, ci consente di percepire l’unità già esistente. Su questa percezione, ci possiamo veramente aprire al dialogo che non è un dualismo, che ha un “logos”, che non è “separazione”, che è esattamente quello che il dialogo deve evitare.
Qual è la sua opinione in merito alla seguente affermazione pronunciata dal Papa nel suo discorso al Collège des Bernardins: “quaerere Deum, ricercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo è oggi non meno necessario che in tempi passati?”
Stephen D. Long: Trovo molto interessante il fatto che lui faccia riferimento alla ricerca di Dio nel contesto della tradizione del monachesimo occidentale. Quante persone lo interpreterebbero come un ritirarsi dalla società, come una tentazione settaria? Lungi dall’essere al cuore della cultura europea, è spesso presentato come una fuga. Quello che ha fatto Benedetto qui è affascinante. Il monachesimo diventa la base per la salvaguardia della cultura. Ci sta invitando a riconoscere che questo potrebbe essere il compito richiesto alla Chiesa al momento attuale – di imparare di nuovo la ricerca monastica di Dio in un tempo in cui la cultura in generale sembra piuttosto “barbarica”? Forse Benedetto ci guiderà in questi tempi proprio come l’altro Benedetto che il filosofo cattolico Alasdair MacIntyre ci ha invitato ad attendere. Non lo so. Ma è evidente che ciò che importa qui è che la nostra ricerca non produce di propria iniziativa dei risultati soddisfacenti. Noi lo cerchiamo, ma è Lui che ci trova. Certamente questo è non meno necessario nel momento che stiamo vivendo oggi, quando Dio così spesso ci sembra essere assente e lontano dal nostro vivere quotidiano. È forse questo un invito a cercare in luoghi dove non ci aspetteremmo che Lui ci venga incontro? Qualche volta siamo chiamati al “deserto”, che pensavamo fosse arido, sola via per scoprire il volto di Dio.
Asfa Mahmoud: Per i credenti (uso questo termine senza precisare l’area di appartenenza religiosa) è Luce della terra e del Cielo, nel buio uno non solo barcolla ma cade e si disorienta. L’albero che cresce nella caverna non dà frutti. Oggi la ricerca di Dio è una esigenza perché purtroppo la nostra società si fonda sulle famose tre “S”: “sesso, soldi e successo,” ma dalla parte dei credenti purtroppo una “S” maiuscola “SILENZIO”. Il pensiero umano è passato da diversi stadi : idolatria , politeismo , ateismo, religione fai da te… oggi più che mai è necessario il ritorno alla ricerca di Dio perché le distanze fra i paesi si sono accorciate ma le distanze con Dio (e con le sue creature) sono aumentate. Vale di più una carezza fatta a un orfano di dieci anni chiusi in un tempio ad adorare Dio. Dio, nel santo hadith, dice: “se il mio servo si avvicina verso di me un passo, mi avvicinerò verso di lui un dhiraa ( un braccio), se si avvicina verso di me un dhiraa, mi avvicinerò il doppio, e se si avvicina verso di me camminando, mi avvicinerò verso di lui correndo”. E questo hadith valeva nei tempi passati, come vale ancora oggi, e domani.
Michael Shevack: Oggi il bisogno di ricercare Dio e che Dio venga incontro all’uomo è più urgente che ai tempi antichi. Nell’antichità, gli avvenimenti erano molto più semplici. C’era l’individuo, c’erano la famiglia e la comunità. C’era la natura. L’industria era meno sofisticata e i bisogni più elementari. Oggigiorno, invece, c’è così tanta distrazione, così tanto intrattenimento e così tanto divertimento (non c’è nulla di male nel divertimento) che vi è un rischio maggiore che la soddisfazione dell’uomo, creata tecnologicamente, sia considerata come lo scopo finale. Le abilità umane sono diventate veramente simili a quelle di Dio – Ye are gods “voi siete Dei” – eppure ci scordiamo che nonostante le nostre abilità divine, non siamo Dio. Uno potrebbe trovare diversi stimoli in internet, ottenendo informazioni e gratificazioni immediate, o potrebbe sintonizzarsi su uno show televisivo o un film come mai prima, digitando alcuni tasti sul computer. Cosa succede, se alla fine creiamo dei computer olografici e concentriamo le simulazioni olografiche che sembrano così reali come la vita e creiamo un “bordello di Internet”, capite cosa intendo dire? Ma, Dov’è Dio? Dov’è il significato? Dov’è la gioia che va al di là delle semplici soddisfazioni triviali, superficiali e fugaci? Difatti, dov’è la Soddisfazione? “I can’t get no satisfaction”, “Non riesco ad avere nessuna soddisfazione”, come canta e lamenta Mick Jagger. Quella canzone ha 41 anni e quello che esprime rimane un problema, che credo si sia amplificato. Amare Dio e ricercare Dio è l’unica risposta. “Tu puoi avere soddisfazione!”