Quadrimestrale di cultura civile

Musica e canto

di Giacomo Baroffio / Docente di Storia della musica medievale, Facoltà di Musicologia, Cremona

L’itinerario teologico del cristiano L’itinerario del cristiano alla ricerca di Dio pone delle priorità che la visione di Papa Benedetto XVI ha messo in particolare e inaspettata evidenza nel discorso al Collège des Bernardins. L’impianto teologico, pur rigoroso, fa da sfondo a una meditazione che, di fatto, condivide un’esperienza vissuta di fede. Nell’avventura dello spirito alla ricerca del Volto affiorano precise indicazioni che derivano da san Paolo e dalla teologia cristiana che con Agostino e altri Padri ha riletto le speculazioni del mondo greco. Benedetto XVI tuttavia non s’inoltra in un terreno di mere speculazioni filosofiche. Egli ha di fronte, concreta, la persona di Cristo. Si pone in un atteggiamento orante e cerca di illuminare il cammino lasciandosi guidare da due momenti particolari che hanno segnato la corsa gloriosa della Parola nella storia: il monachesimo latino e il canto. Insistente è il riferimento allo statuto monastico. Nella tradizione benedettina si sottolinea con forza il primato della ricerca di Dio quale criterio di discernimento della vocazione battesimale: cercare Dio non con la sola capacità del pensiero intellettuale, ma revera (veramente), con la verità della persona globale che tutta si protende fuori di sé per scorgerne le tracce, contemplare il suo volto e sentirne la voce. È intorno al mistero del Verbo abbreviato – nell’Incarnazione e nella Parola – che si gioca l’incontro tra Dio e l’uomo. Incontro sempre inserito nel contesto della comunità ecclesiale. Dio muove i primi passi, l’uomo accoglie le sollecitazioni e si mette in movimento per dare una risposta con il silenzio attonito dell’adorazione, con le parole che Dio stesso ha posto nel cuore umano illuminandone l’intelligenza razionale. «Nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui». Noi lo cerchiamo dopo che Lui ci ha amati e cercati; noi lo troviamo perché Lui per primo ci ha incontrati e riconosciuti suoi figli. Nell’ascolto della Parola non c’è spazio per le diffuse forme di spontaneismo che spesso s’accompagnano a un superficiale pressapochismo. È necessario un cammino di formazione che riflette la serietà dell’impegno. “Mens nostra concordet voci nostrae” dice san Benedetto nel cogliere due poli fondamentali dell’esperienza cristiana. La vox – primo elemento – è la Parola di Dio proclamata dalla voce umana attraverso il canto della salmodia e delle Scritture. Parola che occorre studiare con la mente e con il cuore, fino a raggiungere quella familiarità che qualifica l’attenzione dei bimbi mentre ascoltano attoniti la voce dei genitori e ne percepiscono più che le parole – spesso difficili e incomprensibili – il timbro unico e inconfondibile. Allora c’è la concordia: l’interiorità tutta (mens), il secondo elemento, si plasma e si adatta alla Parola, diviene lo spazio vitale dove tale Parola può lievitare, dilatarsi fino a compenetrarsi con la totalità della persona che assume una missione profetica. La parola dell’uomo si fa “teo-logia”, non tanto riflessione su Dio quanto piuttosto adorazione del Padre vissuta con il Figlio nella forza dello Spirito. Adorazione che nel silenzio diviene approfondimento coinvolgente del mistero divino e annuncio, senza parole, della buona novella. La musica: dimensione indispensabile della preghiera A questo punto entra in scena la musica che il teologo Ratzinger aveva già compreso quale autentica e primaria apologia della fede. Musica che nasce dal cuore appassionato, colmo di emozioni e illuminato dalla ragione. Nella visione sintetica di Papa Benedetto, «Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica». La comprensione del canto avviene in una prospettiva mistica – d’ampiezza comunitaria ecclesiale e non limitata alla sfera solitaria individualistica – che allarga l’orizzonte e colloca l’orante nel contesto cosmico della creazione rinnovata: la liturgia vissuta nel profondo del cuore si realizza nei gesti concreti delle celebrazioni della Chiesa. Ma non è sufficiente. Occorre «pregare e cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi», nella fusione delle lodi e delle invocazioni che salgono dalla terra ed echeggiano nei cieli. Il cuore si concentra e si dilata mentre la persona prende coscienza di se stessa e apre la propria vita in un gesto d’ospitalità fraterna. Un mero compiacimento individuale o un momento d’esaltante aggregazione collettiva non garantiscono affatto un itinerario di luce spirituale e di armonia interiore. Il suono dello shofar può essere facilmente manipolato e tramutarsi nel canto ingannevole delle sirene; l’exultet incantevole delle schiere angeliche può essere distorto sino ad amplificare le urla stridenti della disperazione. Il canto, avverte Papa Benedetto, può infatti precipitare nella “zona della dissimilitudine”. Quando non è la Parola che unisce la creatura al Creatore, bensì la seduzione alienante che conduce la persona fuori dal cammino della liberazione. È il grido di chi è lontano da Dio e da se stesso, di chi ha infranto i canoni della comunione con se stesso, con i fratelli, con Dio. Non si può banalizzare la musica considerandola semplicemente un fatto culturale e tecnico. All’interno della liturgia nasce «l’esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso» ed è così che «è nata la grande musica occidentale ». Papa Benedetto propone anche un criterio per districarsi nella produzione musicale odierna. Come già in passato, anche oggi occorre «riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità». Il cielo s’inchina fino a terra e la terra s’eleva al cielo. Chi a vario titolo (compositore, interprete, ascoltatore) partecipa alla liturgia, nel canto s’abbandona a un’onda spumeggiante di bellezza che si muove al ritmo e nell’armonia di un ordine superiore che trascende un fatto puramente estetico. Il canto depone paradossalmente la componente musicale e lascia affiorare nella sua integrità la Parola. Perché, dice ancora Papa Benedetto XVI «esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia». Le parole di Papa Benedetto nella prima parte del suo intervento invitano a un’ulteriore riflessione. La ricerca di Dio in ambito monastico è vissuta nella gratuità assoluta. L’unica finalità è trovare le orme della Presenza nei sentieri della storia quotidiana, percepire il soffio del suo alito vitale, ascoltare la sua voce che s’incarna nella Parola, contemplare la sua presenza nell’Eucaristia. In questa crescente tensione, il cuore si purifica e si ritrova libero, diviene vaso comunicante dei doni dello Spirito. La spada a doppio taglio della Parola «squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale, per Dio. Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri». Infatti, la «Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede». Senza volerlo, chi ricerca Dio solo – e, in altri termini, la giustizia del Regno in modo prioritario, senza compromessi e cedimenti – si pone in un nuovo modo d’essere e, di conseguenza, opera anche diversamente. Non era intenzione dei monaci medioevali “creare una cultura e nemmeno conservare una cultura del passato”, ma in forza della ricerca di Dio sono divenuti operatori di una nuova civiltà cristiana. Anche oggi, chi cerca Dio nella limitata ma reale verità di tutto se stesso, senza “nulla anteporre all’amore di Cristo” (Regula Benedicti), diviene collaboratore di Dio: costruisce la città di Dio e, insieme, edifica e restaura in modo innovativo la città dell’uomo. È vero, anche la storia di singoli monaci e monasteri rivela pagine oscure, scandali e violazioni del patto con Dio. Ciò, tuttavia, non offusca lo splendore della santità nascosta nei chiostri e negli eremi. La comunità monastica nella Chiesa è il luogo dove si concretizzano gli ideali, dove s’avverano i sogni. È un segno forte di speranza e di luce nella peregrinazione dai tanti deserti all’unica Terra promessa, nell’affrontare e superare la confusione che periodicamente invade e intorpidisce la società. In questo senso il monastero esercita una funzione trainante, analoga un po’ a quella d’Israele per la diaspora ebraica. Conservare i tesori, promuovere una cultura nuova In questa prospettiva si scopre un’ulteriore valenza della musica nei monasteri e nella vita della Chiesa; si scopre pure un’alta responsabilità delle famiglie monastiche e delle comunità ecclesiali. Se il canto liturgico introduce a una più profonda e vera intelligenza della Parola, i cenobi sono in primo luogo oratori. Proprio in quanto tali sono luoghi eminenti di preghiera, dove è opportuno che si compiano azioni d’esplorazione nei linguaggi musicali della comunicazione interpersonale. Il monaco può tentare nuove vie espressive, dare voce alla fede vissuta con nuovi idiomi comunicativi che necessitano di essere strutturati, verificati, perfezionati prima di essere adeguati ad esprimere la fede della Chiesa. Il compito che ogni generazione si trova ad affrontare, è trovare «le melodie che traducono in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra», come ha scritto il monaco Jean Leclercq in un passo citato da Papa Ratzinger. Nel Medioevo sono stati i capitelli di Cluny a mostrare «i simboli cristologici dei singoli toni». Oggi con i monaci siamo tutti chiamati a individuare nuovi elementi nel tessuto sociale e nelle manifestazioni d’arte che siano in grado di ridestare l’interesse per Cristo fino a farlo riscoprire ed amare. Ci sono monasteri dove «sopravvivono i tesori della vecchia cultura», come il canto gregoriano, ma dove anche «si forma passo passo una nuova cultura». Cultura che nasce nel culto di Dio e ad esso è finalizzata nel non sempre facile equilibrio tra il conservare e il promovere. Non è sufficiente l’impiego di nuove tecniche e di inediti mezzi espressivi (formule melodiche, timbri, strumenti musicali…). È invece urgente un momento di condivisione di un’esperienza di fede che tutti coinvolge: chi scrive i testi, chi compone la musica, chi la esegue e chi l’ascolta. Tutto e sempre in preghiera. Chi nella docilità allo Spirito percorre un itinerario di formazione musicale orientato all’esperienza liturgica, acquisisce un modo di pensare che vale anche in altri campi. S’impara ad ascoltare l’altro, a calibrare la propria voce per contribuire a dare consistenza ed equilibrio alla compagine corale, non si fugge in avanti né si rimane indietro. Ci s’immerge nella comunione di vita corale come il lievito nella farina, senza tuttavia rinunciare a essere se stessi e perdersi in un processo di anonima massificazione sempre in agguato. Alla scuola musicale dello Spirito si formano i credenti chiamati a vivere nei settori più diversi. La responsabilità delle comunità ecclesiali, comprese quelle monastiche, sta nel discernere i doni dello Spirito, il quale solo permette di trarre dal tesoro dell’esperienza orante nova et vetera, nell’audacia umile dei poveri in spirito e dei servi inutili additati da Gesù nel Vangelo. Nel vivere oggi i valori di ieri non con la nostalgia del passato, ma perché sono di sempre. Nel vivere nuove dimensioni della vita senza paura e senza arrogante presunzione, non perché sono una novità, ma perché in esse si concretizzano meglio gli stessi valori di sempre. Valori ai quali non si può abdicare in nome di un superficiale confronto tra parti diverse ed opposte. Valori che occorre riscoprire nelle cittadelle dello Spirito assurte a scuole dominici servitii, affinché ogni Chiesa domestica e ogni comunità di credenti diventi «centro di dialogo tra la Sapienza cristiana e le correnti culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società».