Quadrimestrale di cultura civile

La vita dell’artista

di Luca Doninelli / Scrittore e giornalista

La sorpresa suscitata in me dalla lettura del discorso di Benedetto XVI a Parigi, al Collège des Bernardins, non è che l’eco di uno stupore che mi prende tutte le volte che rifletto con un minimo di serietà sul mio cammino di cristiano. Vorrei, nelle righe che seguono, dar ragione di alcune delle parole pronunciate dal Santo Padre a Parigi in rapporto con la mia esperienza, ormai abbastanza lunga, di scrittore. ... i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Parafrasando le parole del Papa, mi domando se quello che mi muoveva, quando a quindici anni decisi di diventare uno scrittore, fosse la voglia di “scrivere dei libri”. Era soltanto per questo che rimanevo alzato fino alle tre di notte a riempire quaderni e quaderni di una scrittura fittissima? Era perché desideravo diventare famoso? Volevo vincere il Premio Nobel? Non nego che un po’ di ambizione ci fosse. Non poteva non esserci. Però la ragione vera di quell’inizio sta altrove. Sta in un disagio, forse in un dolore. La mia era una famiglia laica, mio padre e mia madre non andavano a messa e la mia educazione religiosa era stata affidata al mio nonno paterno. Poi era venuta la contestazione e io, richiamato dalle sirene delle mode e dagli amici che erano sempre più veloci di me nel seguirle, mi allontanai dal cristianesimo. Restava però il disagio. Da un lato, la contestazione mi aveva tolto ogni desiderio di vivere una vita come quella dei miei genitori, che mi appariva vuota e borghese, dall’altro non me la sentivo nemmeno di abbracciare l’ideologia: né quella godereccia dei miei vecchi amici né quella super-impegnata dei miei nuovi compagni di liceo. Mi sentivo diverso dal mio passato però non volevo confondermi, con un futuro magari entusiasta ma comunque unanime. In quella circostanza mi accorsi di essere solo. Cominciai a sentire che c’era in me qualcosa che non riuscivo a condividere con nessuno. Io non sapevo cosa fosse, ma quando me ne accorsi mi resi conto che quella cosa c’era sempre stata. Non che mi sentissi diverso dagli altri: però mi accorgevo che c’era in me qualcosa che eccedeva tutti i modelli di vita che mi circondavano: quello della musica (a quel tempo suonavo la chitarra in un piccolo gruppo rock), quello dell’ideologia di sinistra o di destra, quello della mia famiglia. La risposta a questo disagio si traduceva per me nella frase: diventerò un artista. Anche se, nella pratica, non sapevo da che parte cominciare. Fu allora che incontrai di nuovo la fede, attraverso alcuni ragazzi della mia scuola. Quei ragazzi mi erano simpatici perché durante le assemblee studentesche avevano il coraggio di esprimere posizioni originali, completamente diverse da quelle sostenute dalla nuova maggioranza, facendosi sommergere da maree di fischi che però non li scoraggiavano affatto. Non sto a raccontare come avvenne questo incontro. Dico che, da quel momento, la mia vita cambiò completamente. I miei genitori, che accoglievano con sorrisi bonari le mie contestazioni da post-sessantottino tiepido, presero molto male il mio nuovo impegno. Pensavano che mi fossi affiliato a una setta esoterica. Invece, avevo solo cominciato a prendere sul serio Gesù Cristo. Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Fu allora che compresi la natura del mio disagio di un tempo. Quello che sentivo in me e che non riuscivo a condividere con nessuno era il bisogno di qualcosa di più, era una domanda che né la moda né la musica né le ragazze né l’ideologia potevano soddisfare. L’incontro con la risposta illuminò la mia domanda. Non voglio stabilire nessi che potrebbero anche non esistere: è però un fatto che questa nuova chiarezza su me stesso moltiplicò la mia voglia di diventare un artista. C’era un cammino da fare. Prima di quell’incontro mi agitavo confusamente, e mi ponevo il problema che molti si pongono: come esprimere quello che avevo dentro? Ma quello che abbiamo dentro è qualcosa di più di noi stessi. La profondità del mio “io” è qualcosa di più dell’“io”. I miei due grandi interessi, la musica e la letteratura, si riempirono di contenuti alla luce dell’incontro con Cristo. La vita diventava degna di essere raccontata e io cominciai a voler imparare a raccontarla. Questo punto è per me fondamentale. Se prima il mio problema era soprattutto quello di esprimermi, adesso si trattava innanzitutto di imparare. Diventai un lettore insaziabile, ascoltavo moltissima musica, cominciai a interessarmi di pittura: volevo penetrare il segreto, ripercorrere la strada che aveva portato i grandi artisti a realizzare le loro opere. In particolare, mi appassionai all’opera di Igor Stravinskij. Mi colpì una frase in cui diceva che non esiste musica che non sia sacra, e che per comporre musica sacra occorre credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio, nella verginità di Maria e nella realtà fisica e personale del diavolo. In altre parole: non è sufficiente impossessarsi degli strumenti tecnici dell’espressione: è necessario stabilire sempre un nesso tra quello che facciamo e la totalità della nostra persona. Questo nesso è ciò che un artista deve imparare a fare, e non può impararlo una volta per tutte, ma deve ri-impararlo continuamente, perché si tratta di un nesso che si stabilisce qui e ora nel dramma della nostra libertà personale. Quando Benedetto XVI dice che “bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua”, il riferimento è a questo dramma: non semplicemente “la lingua”, bensì “il segreto della lingua”. Noi possiamo benissimo scrivere libri di successo, scrivere canzoni che scalano le classifiche di vendita senza nemmeno cominciare a penetrare “il segreto della lingua”. È impressionante come la cosa più necessaria per l’uomo si presenti sotto le spoglie della meno necessaria, della più fragile e insignificante. Fu un bambino in una culla, duemila anni fa, ma ancora oggi continua a essere un semplice “sì” a qualcosa che sta prima del nostro lavoro, e di cui il nostro lavoro non ha bisogno per essere svolto. Nessuno può assicurarmi che il mio lavoro sarà qualitativamente migliore se, prima, avrò recitato un’Ave Maria. La parola segreto rinvia dunque a un dramma, a un gesto gratuito che è totalmente legato alla nostra libertà. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Anche questa osservazione del Santo Padre, prima che un valore etico, ha una valenza ontologica molto forte. Non indica tanto qualcosa che bisogna fare: descrive, piuttosto, una dinamica dell’umano. L’arte è un modo di donare se stessi. Non si riduce a un soliloquio, ma attraversa l’esperienza comune: suoni, linee, colori, parole appartengono a tutti gli uomini, e questa è la materia con cui un artista ha a che fare. Per quanto astrusa o bizzarra sia la sua opera, l’artista usa in ogni caso un materiale che non è di sua proprietà. Non solo: anche le leggi mediante le quali il suo sentimento individuale diviene opera d’arte appartengono a tutti. Il mio modo di scrivere un racconto non è mai del tutto mio. Se, ad esempio, ho in mente una donna che entra in casa tutta impaurita e voglio scrivere un racconto che parla di lei, il mio primo problema sarà quello di rendere questa immagine visibile a chiunque, immedesimarmi perciò con chi non ha questa immagine in testa. Perciò la mia donna deve cominciare ad avere un certo aspetto fisico, una certo modo di camminare, un certo abbigliamento, una certa pettinatura, insomma quanto occorre per darle una visibilità oggettiva. In altre parole: io non posso dare forma a un racconto senza tenere conto del lettore. Se l’atto del raccontare non crea un rapporto di comunione tra chi racconta e chi legge, il suo esito sarà umanamente fallimentare. Quanto detto non deve farci immaginare che la creazione artistica nasca nell’intimità e solo da un certo momento in avanti – il momento della realizzazione tecnica – diventi patrimonio di tutti. Questa sarebbe una posizione moralistica. Se l’esito dell’opera d’arte è comunionale, è perché la comunionalità le pertiene fin dall’inizio, fin dal momento dell’intuizione. Benedetto XVI cita, a questo proposito, san Gregorio Magno, quando paragona la parola di Dio a “una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta”. Allo stesso modo, possiamo dire che ogni intuizione artistica è paragonabile alla fitta di cui parla Gregorio Magno: il moto stesso dell’intuizione (intus-eo, vado dentro) indica che l’oggetto dell’intuizione è qualcosa di radicalmente non-nostro. All’origine c’è sempre il rapporto con qualcos’altro, all’origine c’è sempre un’esperienza di non-solitudine. La comunionalità non è perciò un imperativo etico che l’artista deve realizzare, ma un carattere ontologico, che abbraccia l’esperienza artistica nella totalità dei suoi momenti. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Questa osservazione non costituisce un dovere in più, un’aggiunta esteriore rispetto a quanto detto finora. Il canto, la musica significano una bellezza che oltrepassa il concetto, una gratuità che si impone su qualunque sforzo di possesso. Innanzitutto, la bellezza è sempre bellezza di qualcosa che è presente. Solo qualcosa di presente può essere bello. Il canto è lo strumento che rende esplicita quella comunionalità che sta all’origine dell’esperienza. È necessario infatti che l’esito finale dell’opera somigli il più possibile al mistero che ha prodotto la prima intuizione. E il primo fattore dell’intuizione artistica è la sua gratuità. L’intuizione è così gratuita che spesso l’artista se ne rende conto mentre già la sta realizzando. Non dobbiamo infatti intendere i diversi momenti in modo ipostatico. Spesso un musicista incontra l’espirazione muovendo le dita sulla tastiera del pianoforte, così come un poeta si può accendere per una curiosa assonanza tra due parole ascoltate quasi per caso. Ancora più spesso l’intestardirsi dell’artista su una certa idea è causa di inaridimento creativo. Tutto il lavoro dell’artista si svolge all’ombra di un dono: dono è l’ispirazione, dono deve essere – il più possibile – la realizzazione. Comunitaria è l’ispirazione, comunitaria la realizzazione. Questa dinamica, che l’artista serio riconosce umilmente, era anche l’oggetto della pratica di preghiera dei monasteri. L’esperienza monastica del canto esplicita e chiarifica – anche mediante il richiamo alla somiglianza tra l’uomo e Dio – quello che ogni artista cerca continuamente di fare, sia pure andando per tentativi. Il Papa parla di questo tipo di creatività contrapponendolo all’opinione corrente, secondo la quale la creatività è sostanzialmente un’esibizione di capacità e qualità speciali, un monumento che l’individuo erige a se stesso, “prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io”. Io penso che per ridurre la creatività – artistica, letteraria, musicale ecc. – a una rappresentazione di sé sia necessaria una deliberata riduzione dell’intuizione (che è comunionale in sé) a un sentimento, a una trovata, e quindi a un’esperienza particolare: talmente particolare da poter essere ammirata ma non comunicata. Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di un artista è la quantità di conoscenza che questo lavoro dà a chi lo fa. L’arte, la letteratura, la musica, il teatro, il cinema sono forme di conoscenza. È significativo, e anche un po’ triste, che di questo aspetto non si parli più, mentre si insiste – ormai da quindici anni – sul pedale dell’emozione. Secondo l’opinione oggi più in voga, un libro, una poesia, un quadro ci devono produrre soprattutto “emozioni”. Se, infatti, l’arte si riduce a un’esibizione di sé, essa è per definizione incomunicabile: non ci dice più nulla, e il massimo che ci si può aspettare è che tra l’opera e lo spettatore (o tra il libro e il lettore) si realizzi una sorta di simpateticità fisica, a pelle. All’e-mozione io contrappongo sempre la com-mozione, dove il movimento non è più prodotto da una causa meccanica ma da un atto libero, compiuto originariamente con qualcuno (con un compagno di avventure, con un amico, con una donna, ultimamente con Dio). Non esiste commozione senza libertà, e non esiste libertà senza consapevolezza. La commozione rinvia all’universalità dell’esperienza estetica, al canto, all’ordine e quindi alla conoscenza. Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La molteplicità è la grande fonte di attrattiva per ogni artista. Un artista è attratto dalla diversità delle forme e ama riprodurle, farle proprie. Su questo punto si innesta il dramma più acuto di chi cerca di dare alla propria esperienza umana una forma artistica. Si può infatti amare la molteplicità decidendo di permanere nella molteplicità, così come la si può amare cercando però anche la botola che ci permette di scendere nel sottosuolo della realtà, fino a trovare la radice unica, dalla quale tutte le cose emergono per un misterioso fiotto. Anche qui, il dramma dipende tutto da un moto totalmente libero della persona, e non esiste alcuna garanzia che le opere realizzate secondo questa prospettiva siano migliori delle altre. Altrimenti la scelta dipenderebbe da un tornaconto. Invece essa è totalmente libera, e riguarda unicamente la decisione del soggetto riguardo alla propria consistenza. Per questo nulla è più contrario all’esperienza umana – e quindi all’esperienza cristiana, che dell’umano è la sintesi – di ogni fondamentalismo. Il passaggio dalla molteplicità all’unità implica rischi, errori, cadute. Ma la storia della letteratura, della filosofia e dell’arte dell’Occidente hanno segnato alcuni punti fermi. Il fatto che tutta l’arte occidentale, ad esempio, nasca su soggetti sacri e perlopiù evangelici ha determinato una scuola, un modo di avvicinare il proprio oggetto, che ancora oggi, nonostante tutto, fa sentire i propri effetti. Pensiamo ad esempio al colore rosso, che la pittura occidentale ha usato innanzitutto per rappresentare il sangue di Cristo. È su quel sangue che i pittori hanno imparato a usare il rosso, sia che fosse il rosso di una capigliatura, o di un abito, o di un tramonto. Altrimenti detto: la ricerca dell’unità sotto le apparenze della molteplicità, della Parola sotto le parvenze delle tante parole, è stata educata, nella tradizione occidentale, educando l’artista a compiere, nel proprio lavoro, anche il percorso inverso: dall’uno al molteplice. Un evento fondamentale nella storia dell’arte, di chiaro segno cristiano, fu l’introduzione della prospettiva. Esistono però diversi modi di intendere la prospettiva, diverse sfumature. C’è chi riduce la prospettiva a mero espediente tecnico, chi la usa per ridurre il mondo alle sue dimensioni terrene, e chi la usa come via per tracciare il legame tra il molteplice e l’unità, tra la realtà visibile e il Mistero che la fa, tra le parole e la Parola. La differenza tra queste diverse opzioni è evidentissima. A casa mia c’è un quadro, opera di quello straordinario pittore che è il mio amico Giovanni Frangi, che rappresenta alcuni sassi in mezzo a un torrente. A me quest’immagine ha sempre comunicato una grande sensazione di ordine, benché nessuna simmetria appaia evidente: è un semplice gruppo di sassi, riprodotti esattamente come il pittore li ha trovati. Perché allora questa sensazione di ordine? L’ho capito a poco a poco: ciascun sasso appare ordinato verso un punto che sta “sotto”: un punto invisibile, fuori dal quadro, al quale tutti i sassi sembrano, in qualche modo, orientati. È stato l’artista a cogliere questo ordine, facendolo proprio. La direzione verso cui, per così dire, i sassi guardano si oppone alla direzione dell’acqua. Nonostante la spinta dell’acqua, quei sassi permangono ancorati a un’altra cosa, a un fondo, a un punto sottostante che, piano piano, rivela la propria esistenza a chi guarda. «Sarebbe fatale – dice Benedetto XVI – se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio. Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione». Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada. Viene un momento, nella vita di un artista o di uno scrittore, in cui si presenta una sfida decisiva. L’artista vive quasi tutta la propria vita, si può dire, nel segno del rinvio. Le sue parole, i suoi segni, i suoi colori sono come ponti che descrivono un arco: gli occhi e la mente di chi guarda o ascolta o legge devono dirigersi verso il paesaggio che quelle parole, che quei segni sovrastano. Il ponte esiste solo perché c’è qualcosa di più vasto del ponte – una grande valle, un fiume, un braccio di mare – che il ponte deve superare. In altre parole: l’opera di un artista si svolge nel segno della metafora. La metafora è il ponte: sono segni e parole, o suoni, o colori, che esistono unicamente per indicare qualcosa che sta più in là. Un’opera letteraria non si può comprendere solo seguendo la lettera: ci sono allusioni, adombramenti. La storia particolare che racconto è sempre il tentativo di gettare un ponte sul tutto. Il particolare infatti acquista senso solo se dice qualcosa a me, a te, a noi che ne siamo estranei. Può tuttavia arrivare un momento speciale, in cui il significato, il mistero, l’unità prospettica, cui le nostre rappresentazioni rinviano, chiede di entrare direttamente in scena. La “visione personale”, fosse anche una visione cristianamente ispirata, non è più sufficiente. È il momento in cui ogni interpretazione cede il passo a qualcosa di più semplice, a un gesto più elementare: guardare. La visione cristiana del mondo cede il passo alla testimonianza di qualcosa di eccezionale che accade e che ci libera. Il pensiero, l’interpretazione non liberano mai del tutto, per quanto giusti e sacrosanti siano. Resta sempre un residuo, un rimpianto, una voglia di altro. Solo lo sguardo ci libera. Le due opere maggiori della tradizione letteraria cristiana, ossia Le Confessioni di Agostino e La Divina Commedia di Dante, testimoniano ambedue il passaggio dalla “visione” (o dalle “visioni”) al semplice sguardo, fino all’immedesimazione. In un episodio delle Confessioni, Agostino racconta di quando, mentre si preparava per ricevere il Battesimo, fu colto da un improvviso mal di denti, così forte da impedirgli persino di parlare. Come fece l’atto di inginocchiarsi per pregare, prima che avesse potuto pronunciare una sola parola, il dolore sparì con la stessa rapidità con cui gli era venuto. Agostino prosegue il racconto dicendo di essere stato colto, in quel momento, da una grande paura. In quell’episodio di per sé piccolo rispetto a tutto il suo grande travaglio spirituale, Agostino legge un segno nuovo: Dio sta entrando nella sua vita, d’ora in avanti la vita sarà un’altra cosa, e lui non andrà più dove vorrà, ma dove un Altro gli indicherà. La storia del singolo uomo diventa così una storia di immedesimazione con un Dio che opera nel tempo e nello spazio non per tenere le fila della Storia, ma per afferrare il nostro cuore, il cuore della persona, del mio “io”. Il punto terminale dell’azione di Dio non è la Storia, ma la persona. Un artista è come un costruttore di edifici. Un paesaggio, un romanzo, una sinfonia, un film d’avventura sono come altrettante case, palazzi, luoghi di ritrovo. Ma in tutti gli artisti permane il desiderio – che spesso è un desiderio cieco e muto, perché non trova nessuna corrispondenza nella vita – di edificare una cattedrale, ossia qualcosa che prende forma dalle nostre mani, e che recherà – esattamente come le case e i palazzi – l’impronta delle nostre mani, del nostro stile, della nostra personalità, ma al tempo stesso avrà per oggetto qualcosa che non si può possedere, la meraviglia per qualcosa che accade, che ci ha presi, afferrati, e ci porta lungo una strada nuova. Nelle Confessioni così come nella Commedia questa strada nuova non è l’esito di un cammino di ricerca, non è la conseguenza della ricerca. Oggi questa confusione è molto forte, e influenza anche il modo di leggere questi e altri classici: si determina un’identificazione indebita tra la nostra ricerca e il suo esito, così che alla fine l’esito (e con esso il valore) coincide con l’azione stessa del cercare, fino a pensare – come succede oggi – che l’importante sia cercare, e che ogni soluzione, ogni termine della ricerca sia non già un compimento, ma addirittura un tradimento della ricerca, una sua diminuzione, una rinuncia. È come dire (parafrasando lo stesso Agostino): Inquieto è il nostro cuore... e va bene così. Ma nelle grandi opere da noi citate la novità viene collocata non a un certo punto della strada, bensì all’inizio. Agostino lo fa mettendo in scena Dio fin dal primo istante, mentre Dante descrive la situazione dolorosa nella quale la sua ricerca umana si è arenata: e le prime parole pronunciate dal personaggio-Dante nel Canto I dell’Inferno sono parole d’invocazione non a Dio ma a una figura che passa, di cui Dante non sa nemmeno se sia òmo od ombra – una figura incerta, sì, ma che nel contesto di questo Canto emana una forza straordinaria: per quanto flebile, essa è infatti altro dai dolori, dall’incapacità a trovare un senso nella vita, dall’impasse nel cammino, dalla “selva oscura”. È un filo sottilissimo, ma è il filo di una novità, che segna l’inizio di una vita diversa: Quindi si mosse, ed io li tenni dietro. Questa azione semplice segna l’inizio di un’esperienza nuova anche rispetto all’interpretazione cristiana del mondo. E rivela la natura profonda del fare arte, la sua profezia del desiderio vero del nostro cuore, che non è quello di afferrare la realtà, bensì quella di essere afferrati dalla verità finalmente presente.