Quadrimestrale di cultura civile

Ricerca ed educazione

di Susanna Mantovani / Preside della Facoltà di Scienze della formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca

La situazione di un mondo globale Siamo in un momento di “grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione dei popoli e dai nuovi ordini (o disordini?) statali” che si stanno formando così come tanti secoli fa? Io credo di sì. Le minacce di un futuro ambientale sempre più incerto, la precarietà delle prospettive per i più giovani, i contatti e gli scambi velocissimi che non si possono prevedere e modulare e che, combinandosi con esigenze e abitudini di benessere, di lusso e di immagine, fanno sembrare tutto possibile e rapidamente ottenibile senza uno sforzo costante e tenace di analisi, di comprensione, di lavoro riflessivo disciplinato, sono purtroppo familiari anche nella vita universitaria. La rapidità inconsulta e incauta nella quale avvengono i contatti e le mescolanze di culture di vite e di lingue – e lo scrivo precisando che una delle mie convinzioni più profonde e uno degli obiettivi che hanno guidato le mie scelte di vita è stato l’incontro e il faticoso ascolto reciproco per una reciproca comprensione che passi per la ragione ispirata dalla convinzione che la vita valga la pena di essere vissuta, perché l’incontro profondo tra gli uomini è possibile – porta alla confusione dell’identità o all’arroccamento che disprezza e irride la diversità. In questo momento di sconvolgimento culturale non sorprende dunque che la ricerca di nuove regole comuni, sulle quali tutti possiamo basarci per una vita degna tra uomini sia così difficile e sembri addirittura impossibile: trovare regole comuni è divenuta in questi ultimi decenni una preoccupazione, quasi un’ossessione che corre dalle prime esperienze sociali universali, il diventare genitori e il vivere in famiglia, la politica nazionale, la convivenza tra stati e i grandi sistemi planetari. È necessario un “nuovo Umanesimo” che consenta agli uomini e soprattutto ai giovani non solo di entrare in contatto, ma anche di ricomporre attraverso lo studio regolato e l’impegno personale la conoscenza, cercando di coniugare in modo nuovo l’approfondimento delle discipline che ha consentito gli incredibili sviluppi delle scienze umane, della natura e delle tecnologie e di comprenderne le possibili interazioni e collaborazioni entro un orizzonte di senso, nel quale sia forte il senso di responsabilità di ciascuno nei confronti di ciascun altra persona e più in generale della condizione umana1. E l’Umanesimo affondò le sue radici nel monachesimo, nel ritirarsi a studiare, nel conservare e nel cercare Dio e la verità. L’importanza del cercare Colgo nel discorso di Benedetto XVI e nella sua evocazione del monachesimo l’importanza che ha avuto il ritirarsi in una vita regolata, concentrata e insieme comunitaria per temprarsi. All’interno del suo discorso intravedo soprattutto alcuni spunti che per me, ricercatore in educazione, sembrano oggi fondamentali. Innanzitutto l’importanza del quaerere, del cercare. Non so che cosa abbiano trovato i monaci – o meglio lo so, ma non mi è dato comprenderlo, dato che riesco a coglierne la ricerca, ma non la certezza di trovare la verità manifestata e compresa nei testi sacri, – ma so che questa ricerca minuziosa, umile, paziente, nella quale la meditazione personale si intrecciava con l’incontro e la lettura comunitaria, nella quale corpo e mente insieme, attraverso la Regola, erano impegnati nella ricerca, è stato l’humus, ma anche il seme dell’Umanesimo del quale siamo figli e, guardando al quale, possiamo ancora consolarci della vergogna che il mondo nel quale viviamo e del quale siamo responsabili oggi spesso suscita in noi. Da ricercatore qual sono e, in particolare, da ricercatore nel campo dell’educazione e docente, riconosco e aspiro a questa ricerca rigorosa della conoscenza. Per chi è immerso nella vita attiva, familiare, pubblica e professionale, quando le responsabilità quotidiane lasciano pochi spazi, questa meta risulta sempre più difficile e proprio per questo ricordarne l’esigenza è un appello educativo di straordinaria importanza, essenziale per i giovani che si avviano al percorso della ricerca quando la mente è fresca, le energie sono intatte ed è ancora possibile sprofondarsi, immergersi nel lavoro intellettuale; in quel lavoro, costante, sistematico che richiede tempo, impegno, fatica, delicatezza, attenzione, tenacia, che deve avere respiro e prospettive temporali ampie, perché chi fa ricerca progredisce quanto più scopre il lavoro necessario per comprendere e per conoscere: da quanti punti di vista è stato affrontato il tema della ricerca, come confrontarlo per giungere a un’interpretazione che almeno per un altro tratto di strada sia soddisfacente, finché altre menti la miglioreranno per cercare in tutti gli aspetti ciò che questo comporta? Un progetto che, passando attraverso l’entusiasmo ingenuo iniziale, si tempra con un lavoro lungo, faticoso, paziente che porta a un senso di responsabile serenità. Per chi crede, e crede nelle ragioni della fede, questa ricerca è fortemente orientata da una motivazione iniziale, come ricorda Benedetto XVI – quando spiega come non fosse intenzione dei monaci «di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare, il loro obiettivo era quaerere Deum». Per chi ascolta, cercando e ponendo nel corso della propria vita la ricerca all’interno della dimensione e della responsabilità umana, è nondimeno un orientamento e una bussola il pensiero dei monaci che «nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere […] volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la vita stessa». Ricercare significa osservare e interrogarsi Benedetto XVI aggiunge «erano alla ricerca di Dio». Io, molto più modestamente, riprendo le sue parole pensando soprattutto ai giovani e alla grande lezione educativa contenuta già nelle prime parole di questo pensiero: «Erano alla ricerca...». Ricercare significa innanzitutto osservare il mondo intorno a sé, interrogarsi, avere un problema una domanda, una spinta, un interesse di ricerca – questo viene troppo spesso dimenticato dai giovani ricercatori da noi che abbiamo il compito di formarli e dalla stessa università nella corsa frenetica alla competizione, alla pubblicazione all’impact factor – significa poi studiare con profondità e acribia il più possibile ciò che è stato detto su un certo tema che mi appassiona, che diventa sempre più importante, indagando cosa è stato scritto, la validità della fonte, le interpretazioni del testo – qualche volta non è solo lo studio della parola come per i monaci, ma anche di altri aspetti, uno degli infiniti aspetti che la scienza e la tecnologia ci consentono di esplorare ma l’atteggiamento del vero ricercatore non cambia – le diverse interpretazioni e le diverse ipotesi vagliandone con pazienza e umiltà i possibili punti di vista, confrontandosi, discutendo, orientati da chi è più esperto, per poi scegliere una di queste ipotesi e cercare con pazienza di metterla alla prova, di trovare riflessioni, ragionamenti o osservazioni e situazioni sperimentali che permettano di avvicinarsi a una risposta, provvisoria spesso, ma fiduciosi che se si lavora con grande pazienza, rigore e serietà, qualcuno prenderà il testimone e andrà oltre. Fiduciosi che valga la pena di studiare e di cercare, per sé, per gli altri. Per molti, per quelli a cui Benedetto XVI parla nel suo discorso, in questa ricerca c’è in primo piano la ricerca di Dio. Credo però, dalla mia posizione, di chi, cioè, non parte dalla Parola rivelata, la lezione che egli evoca sia fondamentale. Ne sono convinta come ricercatore, come intellettuale, ma anche come cittadina e persona che ritiene che l’impegno, il rigore, la capacità di meditazione, il lavoro quotidiano, le regole di vita, il confronto con altri membri della comunità, in breve, l’esempio del monachesimo come grande via al “nuovo Umanesimo” sia un’allegoria potente, un pensiero essenziale per i giovani che avviamo alla ricerca nel mondo e nell’università di oggi. «With the growth of civilization, the gap between the original capacities of the immature and the standards and customs of the elders increases [...]. Deliberate effort and the taking of thoughtful pains are required… Education and education alone, spans the gap»2. Cito in inglese questo breve passo di un grande filosofo ed educatore che è stato molto importante per me, John Dewey, perché non ho trovato alcuna traduzione soddisfacente per «l’impegno deliberato e l’assumersi fatiche pensose» che devono caratterizzare la strada di chi intraprende il percorso per sviluppare il progetto insito nella propria immaturità con l’aiuto dell’educazione. Questo brano mi è tornato alla mente riflettendo sull’evocazione del monachesimo di Benedetto XVI, oggi. Anche allora, nel 1916, all’inizio della Seconda guerra mondiale il mondo e la civiltà erano certamente in un periodo di estrema confusione; erano tempi che potevano spingere a gettare la spugna o invece a intraprendere un lavoro paziente e difficile, faticoso e gratificante per ricostruire il sapere e contribuire alla civiltà. «Queste cose non possono essere passate fisicamente da una persona a un’altra più giovane – continua Dewey – come dei mattoni che formano la conoscenza [...]. La comunicazione che rende possibile una comprensione comune è quella che rende partecipi alle stesse emozioni e alla stessa disposizione intellettuale [...]»3. Ebbene, anche per chi si pone, come me, in una posizione di ricerca umana all’interno della prospettiva di vita che ci è data, è essenziale un orizzonte di fiducia negli altri, in quanto è riconoscibile un universale nell’uomo. Nei tempi della confusione e del disorientamento, quando arroccarsi nel proprio mondo, nel proprio gruppo e nelle proprie certezze escludendo gli altri e abbandonando lo sforzo di chiedersi perché, la ricerca e l’impegno deliberato e la pena, addirittura la sofferenza pensosa che implica (atteggiamenti e virtù dei monaci) sono necessarie, ma hanno senso solo se sono orientate dalla fiducia profonda che esista qualcosa di intrinsecamente umano, di universale in tutte le persone che rende possibile, almeno come orizzonte di speranza, comprendersi e condividere la disposizione intellettuale e le emozioni; di condividere, secondo le parole di Kant «il cielo stellato sopra di noi e la legge morale in noi». C’è un altro passaggio del discorso di Benedetto XVI che mi fa riflettere, quando il Papa si sofferma a parlare del canto dei monaci, ricorda come per Bernardo di Chiaravalle un canto “brutto e stonato non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario”. Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un precipitare nella zona della dissimilitudine: «Questo allontana da Dio ma anche dall’essere uomo». Non sembri piccola cosa questo richiamo alla precisione, all’ordine, al tono, all’aspirazione alla perfezione nella coralità. L’educazione – e tanto più la ricerca – non sono solo fatica pensosa ma anche rigore, ordine, precisione non fini a se stesse ma orientate a un fine più ampio, la comprensione, la conoscenza e, per chi crede, Dio. È anche il rigore del metodo, la precisione degli strumenti, l’ordine appresi con fatica perché orientati da un fine e il piacere intellettuale, ma anche emotivo che deriva da qualcosa di veramente ben fatto, da un coro, da un quadro, da un testo, dalla ricerca, ma anche dal compito di un bambino. Il valore dell’educazione Il grande pendolo dell’educazione, che in altri tempi ha liberato da maglie che costringevano la persona senza che ne fosse più comprensibile il senso, incoraggiando il pensiero più libero e un’espressione più immediata di sé, deve forse oggi ritornare a scandire le regole che proteggono dalla confusione che ci consentono di evitare la “regione della dissimilitudine”. Che è disordine ma è anche differenza. La differenza è importante, stimola la ragione, può ampliarla ma non deve essere ricercata e apprezzata in quanto tale, altrimenti è puro esercizio di esotismo. Sono convinta che l’incontro vero tra gli uomini, orientato alla comprensione e al rispetto, non può limitarsi alla curiosità di un’osservazione antropologica superficiale, ma deve divenire rigore di metodo e di analisi, studio delle tradizioni, delle lingue e dei linguaggi, confronto rigoroso di ragionamenti e di metodi e che solo in questo modo sia possibile pensare a una cittadinanza di tutti gli uomini che consenta di conoscere e di distinguere, di rispettare ma al tempo stesso di tenere fermi i punti fondamentali, quelli che cirendono uomini e che abbiamo raggiunto con il duro lavoro della ricerca, e con le battaglie di civiltà, pronti a riconsiderarli e a rideclinarli alla luce di nuova cultura ma non ad abbandonarli. Il reciproco rispetto non è dato, implica impegno, studio, ascolto, cultura, dialogo paziente e rigoroso, argomentazione coraggiosa. Mi si consenta un’ultima notazione che non emerge direttamente dal discorso di Benedetto XVI al Collège des Bernardins, ma che la lettura e rilettura di questo testo mi ha evocato, riportando alla memoria parole recenti e ricorrenti del Pontefice: il richiamo alla sobrietà e all’essenzialità della vita in un momento non solo di confusione culturale, ma di crisi più generale dei sistemi locali e del pianeta. Così come in tempi che precedettero il monachesimo il mondo in cui viviamo, la vita alla quale ci siamo abituati, la frenetica ricerca di quanto va ben al di là del benessere necessario per vivere, per educare i nostri figli e per pensare, è sul punto di travolgerci. I monaci ci hanno dato una grande lezione, che ben conosciamo ma che oggi non è inutile ricordare: il lavoro paziente, la ricerca prolungata, rigorosa, minuziosa è umile ma anche entusiasmante e soprattutto rasserenante. Per essere condotta non ha bisogno di molto, anzi solo dell’essenziale: della forza del nostro carattere orientata da un orizzonte di senso, di sobrietà, di tranquillità, di quel tanto di tensione che proviene dal non avere soddisfatto tutti i desideri. La sobrietà è fondamentale non solo per il rispetto nei confronti di chi ha meno di noi, ma per il benessere intellettuale e per la ricerca. La preoccupazione per il futuro dell’ambiente che deve rendere tutti responsabili, può portare a nuovi stili di vita, a uscire dalla confusione e dalla dissimilitudine. Anche raccogliere questi segnali è responsabilità di chi studia e di chi educa. Note e indicazioni bibliografiche 1 Cfr. «Cultura, scuola, persona», in Introduzione alle indicazioni per il curricolo, MIUR 2007. 2 J. Dewey, Democracy and Education, 1916 p. 4: «Con il crescere della civiltà lo iato originario tra chi è ancora immaturo e gli standards degli adulti va aumentando. Lo sforzo deliberato e l’assumersi fatiche pensose è assolutamente necessario [...]. L’educazione e solo l’educazione può colmare questo iato» (trad. it.). 3 Ibid. p. 4.