Quadrimestrale di cultura civile

Libertà di religione: una risorsa per tutti

di Marta Cartabia / Docente di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano – Bicocca

Le sfide del mondo contemporaneo Uno degli aspetti affascinanti del discorso tenuto da Benedetto XVI al Collège des Bernardins è l’interdipendenza fra l’individuo e la comunità, la costante dialettica in cui il nostro destino individuale trova la propria realizzazione nella relazione con gli altri. Come sottolinea il Papa, la ricerca di Dio apre i nostri cuori, ci rende consapevoli della realtà, «ci rende attenti anche gli uni per gli altri». «La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede». Detto in altri termini, dal movimento volto alla ricerca del proprio destino individuale, dal quaerere Deum, ecco che emergono sia la libertà, la nostra realizzazione individuale, sia la responsabilità, la nostra appartenenza agli altri e la condivisione del loro bene. Benedetto rende esplicita tale inseparabilità tra libertà e responsabilità poco più avanti nel testo: «Questa tensione tra legame e libertà [...] si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio». Sebbene Benedetto sollevi tale questione entro il contesto dell’esegesi delle Scritture e della vita religiosa comunitaria, la sfida che egli individua, ovvero quella della conciliazione di libertà e responsabilità che spetta “alla nostra generazione”, va ben al di là dei testi sacri. Essa è al centro di ogni tentativo di regolare la nostra vita comunitaria per il bene di tutti – e non solo in Europa, ma anche in America, da dove ora sto scrivendo – e di fatto per il bene di un mondo carico di conflitti e divisioni. Trovare una mediazione tra libertà e responsabilità è uno degli aspetti più importanti del coordinamento e della regolamentazione delle nostre vite in relazione al bene comune. La questione della legge riveste dunque un’importanza centrale. La complementarità tra libertà e responsabilità è stata al centro della nozione di legge fin dalle sue origini. Come ha illustrato lo storico del diritto Franz Wieacker, tale nozione è strettamente collegata al costante personalismo caratteristico della tradizione giuridica europea, ovvero il riconoscimento dell’individuo quale «soggetto, scopo e punto di riferimento intellettuale nell’idea di legge». Questa centralità dell’individuo solleva simultaneamente sia la questione della sua autodeterminazione, del suo “Io”, sia quella del suo dovere verso gli altri, verso un “Tu”. Radicata sotto il profilo storico nell’antica polis e nel pensiero greco e romano, e sotto il profilo esistenziale nell’esperienza di un Dio personale propria dell’ebraismo e del cristianesimo, la dialettica tra libertà e responsabilità nel diritto e nella politica europei è considerata, in tempi e luoghi molto diversi tra loro, quale fondamento dell’organizzazione delle gilde medioevali e della nascita delle moderne costituzioni. A questo proposito Wieacker evidenzia come: «Il continuo dialogo fra teorie della libertà e responsabilità sia rimasto il filo conduttore di tutta la filosofia politica e del diritto europee»1. Oggi, il personalismo del diritto e il suo costante tentativo di sintesi tra autodeterminazione dell’individuo e dovere verso la comunità emerge con particolare evidenza nel concetto di diritti fondamentali della persona. Il concetto di diritti umani è diventato così potente e pervasivo al punto da costituire a tutti gli effetti uno ius commune globale dei nostri tempi, il linguaggio comune a tutte le culture e tradizioni per esprimere i requisiti fondamentali di giustizia e di bene comune, requisiti a cui il potere politico e il diritto devono rendere conto. È sufficiente fermarsi alla lettura del primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il documento che sta alla base del movimento contemporaneo globale per i diritti umani, per trovare conferma della sostanziale complementarità fra libertà e responsabilità posta al centro dei diritti umani: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza»2. È in parte per questo motivo che Benedetto, al pari del suo predecessore Giovanni Paolo II, ha caldamente sostenuto il moderno riconoscimento dei diritti umani come «un nucleo fondamentale di valori» attorno a cui l’umana famiglia si è riunita3. Nel riconoscere il valore dell’individuo e il desiderio di libertà, accettiamo e assumiamo inoltre le nostre comuni responsabilità nei confronti della dignità reciproca e dell’intera famiglia umana. Tuttavia, nell’esercizio dei diritti umani e della legge è possibile distinguere chiaramente anche i segnali di alcuni rischi e pericoli contro i quali il Papa ci mette in guardia. La frammentazione della libertà e della responsabilità annienta la coerenza e la fondamentale umanità della legge. Porre un’enfasi eccessiva sull’individuo e sull’autodeterminazione, omettendo le «dimensioni del significato [...] che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta», porta, come ha espresso Benedetto XVI, all’“arbitrio soggettivo”. D’altro canto, senza un “vasto orizzonte” entro cui la responsabilità verso l’Altro viene valutata, il dovere non è amore e solidarietà, ma “fanatismo fondamentalista”. Entrambe queste tentazioni sono evidenti in alcune delle modalità con cui i diritti umani vengono attualmente rivendicati e utilizzati. Da un lato, diritti senza doveri, e senza il riconoscimento delle nostre responsabilità condivise verso il bene comune, tendono a dar vita a una società di individui atomizzati ed egotistici. I diritti umani, anziché stimolare una responsabilità condivisa volta a favorire la dignità della persona umana in ogni strato della società, diventano al contrario strumenti che separano l’individuo dagli altri e delegano ogni concreto impegno nella solidarietà alle pubbliche autorità (in modo che essi non si intromettano realmente nei miei personali progetti di vita). Nella sfera privata, qualunque cosa io desideri diventa un mio diritto. Ciò porta a una proliferazione di “nuovi diritti”, la cui determinazione si basa essenzialmente sulle preferenze di coloro che si trovano nella posizione di controllare i poteri dell’economia, della politica, dell’educazione e della produzione di modi di pensare di massa. Per esempio, il mio desiderio di avere dei figli si trasforma nella rivendicazione del diritto umano a utilizzare metodi artificiali di procreazione umana, senza alcuno scrupolo nei confronti della mercificazione della vita umana che essi comportano, e persino senza prendere in considerazione i dati scientifici disponibili inerenti ai rischi insiti in tali tecnologie. Nel frattempo, ogni vero sacrificio che potrebbe essere richiesto a me, personalmente, al fine di aiutare altre persone che vivono situazioni di gravi violazioni della dignità umana, viene invece fatto ricadere nell’ambito delle responsabilità dello Stato. Mentre proseguono i massacri nei Balcani o in Darfur, noi celebriamo il diritto umano di uccidere i nostri bambini non ancora nati. Libertà, responsabilità e diritti umani Come sottolinea Benedetto XVI, il corollario dell’arbitrio è il fanatismo, poiché cosa può resistere all’ondata dell’ideologia laddove i diritti umani siano ridotti a puro soggettivismo? La prova non consiste semplicemente, per esempio, nelle forme estreme di violenza religiosa, che siamo tutti capaci di rigettare fin troppo facilmente, senza sentire il bisogno di un serio e critico esame di coscienza. Si considerino, piuttosto, i modi assai più astuti e accattivanti con cui il potere viene utilizzato, perfino nel nome dei diritti umani, contro l’ideale della dignità umana e della libertà. Per esempio, una recentissima risoluzione del Parlamento europeo richiede non solo il significativo ampliamento della rigida supervisione e del controllo esercitati dall’Unione Europea su tutti gli aspetti concernenti i diritti fondamentali negli Stati membri dell’Unione, ma – ed è questo l’aspetto più inquietante – intende inoltre regolamentare ciò che il Parlamento europeo definisce “istituzioni chiuse” (per esempio, ospedali, famiglie, associazioni civiche e religiose, e altre comunità che fungono da intermediari fra l’individuo e lo Stato) per ciò che concerne la loro conformità alla Carta dei Diritti Fondamentali4. Ciò è paradigmatico della tentazione autoritaria latente e nell’uso politico e legislativo dei diritti umani. La frammentazione della libertà e della responsabilità, in breve, induce ognuno a cadere con rapidità rispettivamente nel narcisismo e nell’autoritarismo. È questa la profonda intuizione che sta dietro l’avvertimento del Papa, secondo cui «mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione». Cosa è in grado di preservare quella tensione fondamentale fra individuo e comunità che Benedetto XVI riconosce e loda nella cultura monastica, quella tensione che è stata all’origine del diritto, e che conferisce una significativa unità ai valori espressi nell’idea di diritti umani? Benedetto XVI ribadisce come il movimento monastico – generatore di cultura – sia nato dalla ricerca di qualcosa che vada oltre, che vada al di là della “confusione dei tempi”, qualcosa «che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa». Come sostiene il pontefice, i monaci «dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. [...] Dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo». Anche la legge trae la propria autorità e coerenza dal “definitivo dietro le cose provvisorie”, quella realtà a cui il limitato, imperfetto ed effimero diritto positivo riesce solo ad approssimarsi e mai a cogliere. I diritti umani hanno senso e possono evitare gli eccessi dell’arbitrio e del fanatismo solo restando aperti alla ricerca di quella realtà imperitura: la realtà della persona e della “Vita stessa”. È stata questa ricerca, in primo luogo, a dare vita all’idea dei diritti umani universali: il riconoscimento dell’autenticità della nostra comune umanità, del nostro desiderio di libertà, e della comune responsabilità verso tutti i nostri fratelli e sorelle che da essa deriva. Solo nella comune ricerca del “definitivo dietro le cose provvisorie” possiamo salvare da noi stessi la legge e i diritti umani, la libertà e la responsabilità. Note e indicazioni bibliografiche 1 Franz Wieacker, Foundations of European Legal Culture, American Journal of Comparative Law 38:1,1990. 2 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), Articolo 1. 3 Discorso di Sua Santità Benedetto XVI all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, 18 aprile 2008. 4 Risoluzione del Parlamento europeo del 14 gennaio 2009 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea 2004-2008.