Crisi del senso religioso o crisi della cultura? Il discorso del Santo Padre al Collège des Bernardins è denso e armonioso come il mare: cela dietro ogni frase un abisso nel quale ci si può immergere sempre più in profondità; insiste, come le onde sulla spiaggia, su un solo e unico tema: il quaerere Deum, che dunque si rivela nella sua elementare semplicità, non arida chiusura, ma fecondità multiforme come l’acqua. Perché è questo, a mio parere, il principio di questo Discorso il cui movimento imita ciò di cui parla: l’ascolto della Parola di Dio, lungi dall’essere un ripiegamento su se stessi, esige per sua stessa natura il dispiegarsi della Ragione e del Corpo, della Libertà e della Comunità, del Lavoro e della Cultura nella loro più ampia varietà. Non è sordità alle parole degli uomini ma, al contrario, ciò su cui si fondano e che le feconda come loro sorgente. Dunque, non farò un commento sistematico, ma proporrò due riflessioni che questo Discorso mi ispira: una sulla crisi attuale, l’altra sul canto a venire. Queste due riflessioni sono in relazione, attraverso la cultura più profana, con il mistero del Verbo incarnato. A me pare, infatti, che questo testo insista nel ricordare che il cristianesimo non è spiritualismo, ma spiritualità dell’Incarnazione, il che significa che non si sottrae né alla carne né alla storia, ma al contrario le assume fin nella Gloria di Dio. Ora, la caratteristica di questa spiritualità dell’Incarnazione è di riconoscere alla cultura il suo ruolo mediatore. Afferma che la parola di Dio vuole essere interpretata, per così dire, nelle tre accezioni del termine – cognitivo, comunitario e musicale. La Bibbia s’interpreta nella misura in cui chiede di essere assimilata personalmente. S’interpreta1 poiché chiede di passare da un uomo a un altro. S’interpreta, infine, come uno spartito, che esige di essere attualizzato in modo vitale e fulgido dalla nostra vita. Anche se è il Libro, ciò non di meno invoca i libri: san Giovanni esige Dante, l’Invisibile guida la mano del Bernini, il Sanctus degli angeli riecheggia in quello di Mozart e di Rossini. Anche se si tratta di un Libro, non dimentica il corpo: la grazia di cui è testimonianza passa dai sacramenti e attraverso questi si distende su tutta la città dell’uomo. La fede è sovrabbondanza e non mutilazione. Non è rifiuto della terra per il Cielo, ma straripamento del Cielo sulla terra, nella propositiva attesa di «cieli nuovi e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13). Il Discorso di Benedetto XVI pone questa prima domanda: ciò che fonda la vita monastica appartiene a un “mondo passato”? Egli termina con questa risposta: una cultura positivista che escluda la domanda di Dio dal dominio pubblico e scientifico determina la sua stessa condanna. È in questione dunque la salvezza della cultura stessa, fin nella sua dimensione profana, ed emerge un paradosso la cui evidenza non è immediata: questa cultura che ha relegato il monachesimo ai margini può salvarsi solo se lascerà scorrere nei suoi rami la linfa raccolta dalla vita dei monaci. Una forma di miopia, una sorta di provincialismo ci ha fatto credere un tempo che il senso religioso fosse in crisi: siamo giunti allora alla maturità dell’umanesimo ateo, in cui l’uomo doveva essere padrone di sé, secondo il quale il progresso avrebbe instaurato una società perfetta. L’élite di questo umanesimo sacrificava ogni cosa a una religione della cultura. Proust poteva essere consultato quasi fosse un testo biblico. Rimbaud ci insegnava a diventare “veggenti”. Tutto ciò che di meglio offriva l’esperienza religiosa lo si poteva ritrovare purificato nella scienza e nella poesia. Dal “realismo sovietico” alla “trascendenza laica”, si tratta sempre di credere che l’uomo possa salvarsi con le proprie forze, derivino esse dall’industria o dalla poesia, e che l’ateismo sia lo stadio supremo della storia. Ora, questa religione della cultura ha subito una doppia smentita: una interna, l’altra esterna. La smentita interna deriva dal collasso del progressismo umanista, da una parte per essere degenerato nei regimi totalitari, dall’altra per la sua riduzione agli aspetti più materiali della tecnocrazia. Tutti i totalitarismi si fondano sulle buone intenzioni: produrre una società senza classi, fondare un’Europa pura e unita o instaurare il Millennio della Pace. Hitler per esempio; la sua politica poggiava sui due pilastri della vera religione della cultura, scientismo ed estetismo. Era convinto di aver colto, attraverso il darwinismo sociale, le leggi della Natura e della Storia; con l’opera wagneriana, immaginava di aver identificato il modello di una vita eroica e bella. Da questa falsa evidenza scientifica ed estetica traeva la convinzione di potersi imporre al popolo con la violenza, sentendosi assolto dalla verità e dalla bellezza del suo agire. La Selezione naturale si sostituiva all’Elezione sovrannaturale, la politica perdeva la sua dimensione etica per ridursi a un’arte, – questa alleanza permetteva di trattare gli uomini non come liberi eredi di una storia, ma alla stregua di materia grezza da modellare secondo i piani. L’orrore dei campi ci ha mostrato cosa si celasse dietro le meraviglie della Filarmonica di Berlino. Il nazismo è crollato. Ma la sua logica dell’efficienza è sopravvissuta. Si è prolungata nel liberalismo tecnocratico, dove non solo la politica si distanzia dalla morale, ma non è più un’arte, diventa gestione tecnica della vita, monetizzazione della sua angoscia attraverso il consumismo. La grande cultura non c’è più. È stata rimpiazzata dalla sotto-cultura del divertimento, nell’accezione pascaliana del termine. La soap opera è preferita a Tristan und Isolde. È così che la religione della cultura si è autodistrutta, dapprima per essere stata contaminata dal totalitarismo, per poi essere stata svalutata dal pragmatismo, che ha mutuato la sua diffidenza proprio dalla contaminazione totalitaria. A questa smentita interna si aggiunge una smentita esterna: bei giorni attendono la religione. Quando i giornalisti temevano per l’Iran una rivoluzione comunista, fu l’Ayatollah Khomeini a prendere il potere. L’umanesimo ateo si è trovato dappertutto sopraffatto da fondamentalismi di tutte le specie. Ancora una volta la grande cultura viene contestata: la religione coranica rifiuta un Rubens, quella evangelica disprezza un Manzoni. Per quanto riguarda la musica, la prima si ferma a una tradizione fossilizzata, la seconda si abbandona alla varietà effimera: che si tratti di paralisi nell’antico o di immersione nelle sotto-culture, poco importa! Il Libro basta a se stesso: dichiara guerra agli altri libri. La Fede basta a se stessa: dichiara guerra alla ragione. L’ordine proprio della politica non è più divorato dalla tecnica, ma dall’elemento clericale (o pastorale). Questa è la situazione attuale della cultura: morta la sua religione, eccola in agonia, presa nella morsa tra pragmatismo e fondamentalismo, tecnocrazia e teocrazia. Il punto è che la cultura non può esaurirsi nelle sue ragioni. Essa è un fine intermedio. Se non partecipa del vigore del significato, se non partecipa del quaerere Deum, è pura vanità, e l’efficacia tecnica la sovrasta, così come l’arringa dei falsi profeti. Tra l’agricoltura e il culto di Dio Qual è il luogo esatto della cultura? Si tratta di quello spazio intermedio tra terra e cielo, tra tempo ed eternità, tra l’agricoltura e il culto divino, per così dire. Il pragmatismo vuole solo la terra: non pensa che all’utile, che al successo mondano. A cosa serve l’arte con la sua gratuità, se non per far salire le offerte in una sala d’aste? Ma la sua visione strettamente utilitaristica finisce per distruggere la terra stessa (su cui poggia): il labora che non è preceduto dall’ora, l’azione che non è radicata nella contemplazione, non può che divenire predazione feroce. La terra non è più un dono con una bellezza e un ordine propri: è un giacimento da saccheggiare secondo la logica del miglior rendimento. L’arte non prolunga più la natura, secondo l’auspicio di Aristotele: le fa concorrenza, la manipola, la disprezza come un accumulo di casualità dovute al preteso azzardo dell’evoluzione. D’altro canto, il fondamentalismo non considera che il cielo: si occupa solo dell’aspetto religioso, del successo ultraterreno. Il pragmatismo è suo nemico, e si alimentano reciprocamente denunciando l’uno l’errore dell’altro. Ma in un certo senso, al di là dell’ostilità, ciascuno trova nell’avversario un terreno favorevole: il fatto è che anche il fondamentalismo obbedisce alla logica dell’efficienza. È l’utilitarismo del divino: conta solo ciò che conduce direttamente al culto. Di qui discende il suo disprezzo per la gratuità dell’arte, tutto deve rientrare in un’immediata efficacia soteriologica. A cosa servono Molière o Goldoni? Non sono che divagazioni, ritardi, pericolosi inciampi lungo la stretta via. Tutto ciò deve essere eliminato – Ma come? la gratuità della poesia non è un’immagine della grazia? Una religione dove ogni cosa deve essere funzionalmente sottomessa a Dio non è la religione di una divinità fatale, senza libertà e senza amore? Non è quella, in ogni caso, della Saggezza che gioca con i bimbi degli uomini, né quella della Provvidenza che ci invita a imitare la spensieratezza degli uccelli. Il diavolo è per definizione colui che separa (la terra dal cielo, il tempo dall’eternità). Ma è anche colui che semina la confusione, come avviene per ciò che abbiamo chiamato la religione della cultura. La separazione, con la tecnocrazia, si traduce nella carne privata dello spirito (di conseguenza una carne sempre più disincarnata dalla biogenetica e dal virtuale); con la teocrazia, rimane lo spirito senza la carne (ma uno spirito che per ciò diventa spirito della distruzione). La confusione: è la religione della cultura che promuove uno spirito smussato della sua punta divina in una carne mutilata della sua vocazione alla gloria. È sorprendente, ci troviamo qui davanti alle tre tentazioni di Gesù nel deserto: quella del pane senza la parola, quella della parola senza il pane, quella del regno della terra, ossia di una cultura che non indirizza più verso il culto divino. È qui che si fa sentire l’esigenza cattolica, quella di una spiritualità dell’Incarnazione. Contro il fondamentalismo Benedetto XVI ricorda che la lettera del Libro esige un “trascendimento della lettera”. Lo afferma in una breve frase messa tra parentesi ma che è come il seme sotterrato che contiene in potenza tutto l’albero: “La Parola deve diventare risposta”. Noi dobbiamo rispondere con la totalità di noi stessi, a dimostrazione che la Parola non vuole soppiantare la cultura ma animarla, al tempo stesso fecondandola e potandola. Il vero fedele taglia il roseto, ma non lo strappa. Lo concima, non lo brucia. Il Santo Padre cita il discorso di san Paolo all’Areopago, decisivo per non fraintendere il senso dell’evangelizzazione: «Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio» (At 17,23). Noi annunciamo ciò che c’è già, sebbene in maniera incosciente, e che si tratta di portare alla luce. Dunque, se per esempio dovessimo dare alle fiamme l’opera di Nietzsche, non sarebbe per distruggerla, come in un autodafé, ma per purificarla: cogliere in essa ciò che contiene di critica autentica e vera esigenza, e portarla a compimento, fino al Cristo. In ogni caso, dal momento che non siamo angeli, abbiamo bisogno di questa mediazione carnale, razionale, contemporanea della cultura per giungere a Dio. È attraverso la conoscenza sensibile che in noi procede la conoscenza intellettuale. È altresì a partire da una cultura viva che avanziamo compiutamente verso il culto divino. Alternativamente non è che una parte di noi, insensibile, irrazionale, quella che presentiamo al Tempio, e non il bimbo Gesù in carne e ossa. Contro il pragmatismo, così come contro l’umanesimo ateo, Benedetto XVI ricorda l’importanza dell’“escatologia” per conservare una cultura, specialmente in un’epoca problematica. Infatti, perché interessarsi ancora alla poesia, dopo Auschwitz e Hiroshima? Perché operare ancora per la posterità quando la scienza ci ricorda la finitezza della specie umana? Se il nostro orizzonte si limita a essere quello temporale, tutto ciò non ha alcun senso. Ancora ieri, quando credevamo nel sol dell’avvenire, la fede nel Progresso poteva ancora generare qualche lirismo. Oggi che non ci crediamo più, che non vediamo che la morte al termine del cammino, non restano che spettacoli mediocri concepiti per ingannare la nostra angoscia, mascherare con uno schermo euforico il precipizio verso il quale – sempre più – precipitiamo. A cosa serve trasmettere? A cosa serve insegnare Baudelaire o Leopardi nell’era della mutazione o dell’estinzione? Bene, i monaci non si proccupavano affatto dell’orizzonte mondano nell’assolvere questo compito. La trasmissione dal loro punto di vista non si faceva in nome di una speranza terrena, ma nel nome della speranza teologale. Così la cultura dimostrava il suo valore nel bel mezzo del disastro. Perché conteneva, ai loro occhi, dietro l’effimero, il definitivo. Il bel dipinto o il grande poema appaiono come anticipazioni del mondo a venire. Non dipendono dal successo di una rivoluzione, né il loro valore viene vanificato dal suo fallimento. Sono l’eco fuggevole di realtà che non passano. Per questo bisogna trasmetterli a coloro che vengono dopo di noi. Non per la speranza di uno pseudo-paradiso terrestre, ma per amore di ciò che è. Il paradigma del canto In questo al Collège des Bernardins, Benedetto XVI sostiene una tesi sconvolgente più di ogni altra. Sconvolgente senza dubbio perché proviene dalla sua persona, quella di un Papa che sa sedersi al piano per suonare una sonata di Mozart, dunque sa vivere nei fatti, al vertice della gerarchia apostolica, questo bisogno della cultura nella sua gratuità, immagine della grazia: «Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica». Le Scritture stesse richiedono questo elemento in più rispetto allo scritto e alla parola umana: i salmi vogliono il coro e gli strumenti a corde, la danza e il tamburo… Non solo, comandano: «Suonate […] con arte e acclamate» (Sal. 33[32],3). Non solo con tutta l’anima, ma con tutta la vostra arte, nientemeno! Il che significa, oltre agli strumenti della musica, quelli della poesia, della pittura, dell’architettura… L’orazione mentale straripa in espressione corporale. Teresa d’Avila sapeva danzare e suonare le nacchere. Il Verbo si è fatto carne, la preghiera deve dunque tramutarsi in canto. E non solamente la preghiera. Benedetto XVI fa del canto il paradigma di tutta la vita cristiana. Si tratta per lui «di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità». Commentando questo passaggio, il cardinale Cottier scrive: «Se si accostano queste indicazioni a ciò che san Paolo dice della vita cristiana come “culto spirituale” (Rm 12,1), si comprende che la dimensione del canto, come adeguamento dell’essere alle realtà più elevate, deve pervadere l’esistenza cristiana nella sua totalità. Deve pervadere il travaglio teologico; deve pervadere la cultura e la coscienza della dignità umana»2. Perché il canto come coscienza della nostra dignità? Perché quest’arte in particolare dovrebbe avere una valenza simbolica maggiore delle altre? Mi limiterei qui a indicare tre ragioni. La prima è che il canto è opera della voce. Ora, la voce è nel corpo il luogo in cui la carne e lo spirito si uniscono più intimamente: è attraverso la mia voce che posso testimoniare ad altri i pensieri della mia anima. Attraverso la voce si esterna ciò che è intimo, si confida il segreto, la comunione dei cuori si realizza nel coro. L’attività della voce, specialmente quando si fa musicale e la moltitudine delle voci si fonde in un’armonia senza prevaricazione, diventa il simbolo di una spiritualità che non rinnega il corpo, ma che lo assume nella sua singolarità e nella sua apertura all’altro. Seconda ragione: cantare significa elevare la parola umana oltre le limitate possibilità concettuali. L’articolazione ricorre alla modulazione, le parole attingono alle risorse del grido. È sufficiente ascoltare i vocalizzi di un Rossini o di un Donizetti, è il grido stesso trasfigurato dal canto, al punto che la voce si presta a testimoniare non di un indicibile al-di-qua, ma di un ineffabile al-di-là della ragione. La vita cristiana si esprime all’interno di questa testimonianza, in cui la parola attesta un eccesso, in cui l’urlo di Giobbe è chiamato a diventare un canto di gloria. Terza ragione, infine: il canto è la modalità scelta nella Rivelazione per designare l’attività dei beati. È l’azione per eccellenza, perché è l’azione di rendere grazie. Il canto non è comunicazione utilitaria, ma comunione gratuita. Si canta così, da soli o in tanti, e si canta per cantare ancora: la felicità si libra come sulle ali di un’allodola, e la croce stessa si converte in gioia, una gioia che ci strappa lacrime. O Crux, ave, spes unica, i monaci sanno cantare così. Parlare della nostra vocazione ultima come di una vocazione a cantare, significa affermare nuovamente la dignità della nostra carne dolente, chiamata a entrare nel Trisagion degli angeli. La cultura ribadisce anche qui il suo ruolo di intermediario: le sue opere sono sempre una finestra semiaperta sul Cielo. Anche quando raccontano dell’oscurità del mondo e delle grida di dolore, è per contrasto con la luce sperata, per la frustrazione di un canto paradisiaco – senza i quali questa oscurità sarebbe solo rassicurante penombra, e queste grida, remissivo disaccordo. Ecco perché il cattolicesimo puro incoraggia la libertà delle arti. Ecco perché solo il quaerere Deum può salvare la loro Atlantide. Benedetto XVI ce lo rammenta: Cristo non abolisce, ma completa i Musei. Note e indicazioni bibliografiche 1 Nel testo originale si trova l’espressione “s’inter-prète”: “prèter” ha il medesimo suono di “prêter” (prestare). Con un calembour l’autore arrichisce dunque la parola di un nuovo significato: “inter-prestare”. 2 G. Cottier, o.p., Le discours de Benoît XVI aux Bernardins, “Nova & Vetera”, ottobre-dicembre 2008.
Il luogo della cultura
di Fabrice Hadjadj / Scrittore e filosofo, Docente di filosofia e letteratura a Tolone
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