Un Discorso agli uomini di cultura Rievocando il discorso pronunciato dal Papa al Collège des Bernardins a Parigi si ha il dovere – nello stesso momento in cui si rivolge l’attenzione a ciò che è stato detto – di considerare altresì il quadro complessivo in cui questa visita si è svolta e il pubblico a cui tali parole sono state rivolte. A mio avviso, è indubbio che una continuità profonda leghi questo discorso agli altri due pronunciati in seguito e rivolti alla gioventù di Francia, che il Papa aveva tenuto a incontrare e che è accorsa in massa all’appuntamento (smentendo i pronostici negativi di una stampa largamente ostile). Dai Bernardini, il Papa si è rivolto essenzialmente a un gruppo molto selezionato di rappresentanti del mondo della cultura: il mondo delle arti, il mondo delle lettere e delle scienze. Tuttavia, come evocare la cultura attuale senza prendere in considerazione le gravi difficoltà che la attraversano e le forze che la minacciano? E come esaminare questa cultura minacciata senza, allo stesso tempo, volgersi verso la gioventù, che ne è, al contempo, il principale destinatario e l’attore potenziale, quantomeno se si riconosce che una cultura non debba essere solamente ereditata e subita, ma, in primo luogo, fatta propria e creata? Se, come molti di noi pensano e sperimentano (per esempio nel mondo dell’insegnamento), ciò che chiamiamo “cultura” è, al giorno d’oggi, attaccato nei suoi stessi fondamenti; se dei pezzi interi di ciò che costitutiva un tempo il bagaglio letterario e, più in generale, intellettuale delle generazioni che uscivano dal liceo sono, da allora, andati perduti per sempre; se la lingua stessa ha perduto la sua struttura e la sua potenza formatrice, in tal caso si pone la questione di cosa convenga salvare e ricostruire, quando il terreno cede sotto i nostri passi. La crisi della cultura è anche la crisi di una civiltà (un “malessere della civiltà” secondo le parole dell’ultimo Freud), vale a dire una crisi morale. I giovani, che si pongono senza mezzi termini la questione di ciò che faranno della loro vita e di ciò che la società propone loro come orizzonte, allorché per essi i giochi non sono ancora fatti, sono i primi ad affrontare il nichilismo dilagante e le tentazioni negative in esso celate. La loro fragilità potrebbe indurli a scoraggiarsi, o rigettare nella violenza una società che li umilia, non offrendo loro altro che dei valori irrisori. Il Papa aveva forse questo bilancio in mente al momento della sua visita in Francia? Personalmente ne sono convinto, e il discorso che ha tenuto ai giovani sulla Spianata degli Invalidi lo dimostra: senza riprendere il termine “nichilismo” – che io, in compenso, da filosofo quale sono, lettore di Nietzsche e Heidegger, pronuncio senza esitare –, egli ha nominato gli “idoli” che li corrompono, e quella virtù che, malgrado tutto, li spinge a esigere e ad attendere qualcosa di diverso, una verità al di sopra dei giochi del potere e del denaro, al punto tale che sia bello morire per essa; in ogni caso un qualcosa che sia in grado di dare un ordine alla loro umile ma insostituibile esistenza. Una verità per l’Occidente? Questa verità è stata anche al centro del discorso ai Bernardini; una verità capace di costituire l’asse di una civiltà, una verità un tempo gloriosa, e da me ampiamente evocata ne L’Être et le Divin, ma ormai in disuso, nel momento in cui noi, europei della vecchia Europa, non siamo più del tutto certi di appartenere ancora a quella che viene chiamata “civiltà”. Ciò starebbe a significare che questa civiltà è in declino, se non addirittura minacciata nella sua stessa esistenza? È proprio questa la mia convinzione, che esclude d’altronde qualsiasi nostalgia: ciò che appartiene al passato non tornerà più. Ammettiamolo, questo mondo – che noi abitavamo ancora all’indomani della Seconda guerra mondiale, e che ci ha portati fino agli anni Sessanta – fa acqua da tutte le parti e si trova, per così dire, sospeso nel vuoto. Ciò che un tempo veniva chiamato letteratura, filosofia, arte e perfino politica, è diventato merce dubbia, valore demonetizzato al grande mercato delle immagini transitorie, sullo sfondo di una disperazione senza nome. A questa analisi non fa eccezione il mondo cristiano: anche la Chiesa di Pietro sopporta da lungo tempo gli assalti di una tempesta ormai generale, da parte di un mondo che è sempre meno un “mondo”, e su una Terra che nessun Cielo illumina più. Tuttavia questa verità, che noi immaginiamo remota, stranamente permane, sfidando tutte le leggi del tempo comune, invitandoci a leggere meglio i segni, persino quelli più invisibili, del nostro presente e del tesoro segreto di cui esso è ricco. Di cosa ha effettivamente parlato il Papa a questi rappresentanti del mondo della cultura? Anzitutto del luogo in cui si trovavano, di quello che vi si svolse (e che si svolge ancora segretamente attorno a noi e dentro di noi), in breve precisamente di ciò che un tempo rese possibile un “mondo”: «Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea ». Vale a dire l’evocazione del passato che potrebbe dare una risposta alle questioni più attuali e più urgenti. Quale passato? Il passato cristiano, certamente, quello che lo storico Georges Duby ha saputo rammentarci con grande potenza evocativa in Le Temps des Cathédrales (Gallimard, Parigi 1976), forse il suo libro più bello. Nell’oscurità dell’anno Mille, in seno a un caos barbaro che tutto travolgeva al suo passaggio, dei monaci difesero con silenziosa ostinazione un tesoro di cultura e di pensiero. In perfetto accordo con la tesi dello storico, il Papa ci ha ricondotto a questa evidenza, su cui noi sbaglieremmo a non meditare in quest’epoca di decadenza: «Possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento a essi, veniva formata passo passo una nuova cultura ». Questi monaci furono dunque, al contempo: i custodi di una luce minacciata, coloro che trasmisero una cultura divenuta pressoché clandestina, e, a conti fatti, i protagonisti di una rinascita quasi miracolosa del sapere, dell’arte e della fede. So bene che, in un mondo razionalista e largamente incredulo quale è il nostro, quest’ultima parola gode di una cattiva reputazione: resta tuttavia da dire come questi uomini si volsero verso una verità che illuminava la loro vita profonda e allo stesso tempo i gesti della loro quotidianità, e che splendeva nel sapere così come nella creazione della bellezza. Quaerere Deum e cultura della Parola Così facendo, il Papa ha sviluppato il proprio discorso in più punti molto ben articolati e inquadrati – sia in apertura che in chiusura – nella formula emblematica della cultura che venne creata in quei luoghi, il quaerere Deum, il “cercare Dio”, unico sole capace di illuminare la molteplicità dei lavori e dei giorni. Primo punto: la cultura che questi uomini incarnarono fu una cultura della Parola; in questo senso essi non erano veramente perduti in seno alla grande oscurità dell’epoca, poiché seguivano una via già tracciata, che era, a conti fatti, il loro viatico, quella della «Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini». Dunque il Libro, dunque la lunga costanza nella recitazione, nel commento e nell’eruditio, che il romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa ha reso familiare a un gran numero di lettori. Secondo punto: non si trattava di una ricerca solitaria, ma dell’opera fervente di una comunità, di un essere-insieme quotidiano nel rapporto con questa Parola, con il lavoro di commento, così come con il lavoro di miniatura (in cui non sono solamente le pagine del Libro a essere miniate, ma la sua stessa esistenza, al contempo minuscola e suprema, sotto lo sguardo del Creatore). In terzo luogo: questa Parola, depositata nel Libro, non è solo una Parola che viene commentata dall’esterno e da una dotta distanza, bensì essa è più profondamente un dialogo con Dio, che si realizza nella liturgia, nella musica e nel canto. Quarto punto, e non di minore importanza: il Libro che viene letto e commentato non è un libro di vita, se non nella misura in cui esso non è banalmente “storico”, ma cela il tesoro di una verità sempre attuale, il cui potere di richiamo è intatto. Ciò che esso cela, man mano che si leggono e rileggono le sue pagine – così come avviene con la Torah per gli Ebrei, e con il Corano per i musulmani – è una verità sacra che si realizza nella storia profana pur ordinandola dall’alto, una rivelazione che è origine e fondamento di storia: una Parola che “crea la storia”, ha ribadito con forza il Papa. Una tale Parola è al contempo trascendente e immanente, “historiale” più che storica, e – nella misura in cui ciò che essa proferisce è una verità aperta, che richiede la libertà di coloro ai quali si rivolge – essa rifiuta, presso coloro che la ricevono, il letteralismo cieco allo stesso modo con cui si sottrae all’influenza della ragione storica e del sapere positivo, sempre troppo limitato nella sua visione. Si potrà forse obiettare: in che modo queste considerazioni sulle prime comunità monastiche occidentali possono effettivamente riguardarci oggi, in un mondo decristianizzato quale è il nostro? Risposta: ci riguardano per molti aspetti, molti di più di quanto immaginiamo. In un certo senso, questo lavoro sapiente e minuzioso del Libro – che è, al contempo, ascolto fedele e libero della Parola – ha, persino a distanza di tempo, valore di esempio e di esorcismo di fronte ai due maggiori pericoli che minacciano la nostra società: quelli «dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra». Se a ciò si aggiunge il trionfo di un positivismo tecno-scientifico, che ormai affligge l’intero pianeta, abbiamo un quadro pressoché completo di ciò che sta alla base dell’influenza del nichilismo imperante. Tuttavia, proprio in opposizione a questa valutazione, apparentemente scoraggiante, vi è ciò che il Papa – con accenti che non mancano di richiamare quelli tipici di certi personaggi di Dostoevskij, nostri fratelli nel vagabondaggio contemporaneo – ha voluto dire sulla ricerca di Dio, sul quaerere Deum, e su come questa ricerca non sia separabile né dall’autentica libertà («Dove c’è lo Spirito […] c’è libertà», cfr. 2Cor 3,17), né, soprattutto, dall’amore per la bellezza. Una simile ricerca – l’ho sottolineato nel passaggio in cui, nel terzo punto, si fa riferimento al dialogo con Dio e al suo manifestarsi nella liturgia – non si presenta, infatti, come un’astratta ricerca intellettuale, ma come una ricerca dell’essere, una ricerca dell’essere umano spossessato fin nel profondo del proprio io e alla ricerca del vero essere; alla ricerca di quel Dio che per noi oggi è in gran parte un Dio nascosto, senza dubbio anche perché Egli è un Dio da cui ci siamo allontanati senza renderci conto di come Egli sia il fronte segretamente illuminante di un mondo di cui non scorgiamo che il retro. È in questo modo che il Papa, in modo singolare, ha voluto ricordare l’invocazione di Paolo, davanti agli Ateniesi, al “Dio ignoto”: «Come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui». Cercare Dio, che vuol dire anche cercare se stessi. Ma non a tal punto che questo movimento sia unilaterale e rimanga preso anch’esso, come quasi tutto oggigiorno, nella cultura della “soggettività”: non si tratta di cercare Dio all’esterno, come fosse una realtà oggettiva, né di lasciarsi trasportare dall’ebbrezza di questo o quel vissuto psicologico; si tratta piuttosto di “lasciarsi trovare da Lui”, come ha detto il Papa con una bellissima espressione. Questo Dio che parla all’uomo è di fatto situato nel cuore stesso dell’essere, se sappiamo ancora cosa voglia dire “essere” (a questo riguardo sono i filosofi che dovrebbero lavorare un po’ di più). Ciò per cui Egli ci attende nel cuore della parola stessa, come ciò che la riporta alle proprie origini e la esalta. Di qui l’invocazione del Papa – a mio parere così eloquente e così giusta – all’arte vocale praticata dai monaci, alla musica delle sfere e al canto, a questo venire alla luce della “bellezza”, che è il cuore vivente e pulsante di ogni civiltà degna di questo nome: «Si trattava [...] di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità». Sotto le volte di Notre-Dame, a Parigi, il Papa dirà inoltre: «La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita». Siamo veramente in grado di prendere coscienza di tutto ciò che manca alla cultura di oggi per essere al contempo «degna dell’uomo e degna di Dio»? Siamo in grado di immaginare la cultura dell’avvenire, vale a dire quella che sarà di nuovo capace di bellezza all’ombra di una “bellezza infinita”? O seguiremo piuttosto la china del nichilismo, volendo farci sempre più padroni, ma in verità sempre più schiavi di ciò che ci allontana dal nostro essere e dallo splendore dell’essere? Noi non sapremmo eludere a lungo queste domande senza rinnegare noi stessi, e senza venir meno a ciò che la gioventù si aspetta da noi. Poiché resta la certezza che ci mostra la via e ci impedisce di perdere la speranza: «L’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui».
Una Parola di luce e verità
di Bernard Sichère / Filosofo e Docente, Università Paris 7- Denis Diderot
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