Quadrimestrale di cultura civile

La ragione nel Medioevo

di Alexander Murray / Docente emerito, University College, Oxford

Ratio: origine di una parola Il termine latino ratio, che è all’origine della famiglia semantica di “ragione” nelle lingue dell’Europa occidentale, derivò, nel latino pre-Ciceroniano, dal verbo reor (reris, ratus sum, reri), che significa “io conto”. Si riferiva, in origine, alla contabilità: del denaro, della terra o dei prodotti agricoli. Vale la pena di riflettere un istante sull’umile origine di una parola dall’avvenire così multiforme. Innanzitutto vi sono alcuni paralleli significativi. Il verbo latino putare, “supporre” (come nell’italiano moderno l’aggettivo putativo), nacque con una simile connotazione di contabilità. Esso sopravvive trionfalmente nel nostro moderno “computer” e, più discretamente, nel termine che numerose lingue europee usano per “contare”, trattandosi di abbreviazioni di computare. (Persino l’“amputazione” del chirurgo appartiene alla stessa famiglia: “amputare” un arto significa separare il suo valore, rimetterlo in ordine). Vi è inoltre un parallelo greco. Logos aveva una configurazione di significati originari leggermente diversa, ma la sua accezione più antica fu quella di “conto”, e fu questa a servire da ponte per i primi traduttori latini, che scelsero di renderla con ratio. Il significato di “conto” si rivelò inoltre duraturo. L’uso, nell’italiano moderno, di ragione con questa accezione (e di ragioniere come “contabile”) vanta un lignaggio non solo impeccabilmente antico, ma anche persistente: nel VI secolo d.C., i giuristi di Giustiniano potevano scrivere di calculatores, quos vulgo rationarios vocamus, e, quando nel Duecento i ragionieri italiani aprirono la strada in Europa alla contabilità commerciale, i funzionari regi francesi scrissero di un livre des raisons reaulx per indicare non “una spiegazione delle politiche regie”, bensì un “libro contabile regio”. Al pari di molti antichi aristocratici, “conto”, quale significato di ratio, fu presto sommerso da una miriade di nuovi arrivati, comprendenti una gamma di significati più vasta di quasi ogni altro termine latino. Di questi nuovi arrivati quello di gran lunga più importante, noto sin dal tardo I secolo a.C., fu quello che usiamo ancora oggi: quello per cui con “ragione” si intende la facoltà mentale che ci permette di fare delle osservazioni da cui trarre delle conclusioni (i due aspetti di tale facoltà furono in seguito distinti dai filosofi in ragionamento induttivo e deduttivo). L’emergere in latino di questo significato si dovette in gran parte all’arte della retorica – che era alla base dell’educazione delle classi elevate – e, atvtraverso di essa, all’influenza della filosofia greca. Tale influenza sarebbe stata rafforzata dal Cristianesimo, allorché scrittori educati secondo i dettami della filosofia greca, quali Tertulliano e Agostino, si ritrovarono a dover distinguere logos/ratio dalla facoltà mentale messa in gioco dal Cristianesimo: la fede. Gli usi risalenti all’età classica e agli albori del Cristianesimo furono sviluppati e ampliati nel Medioevo. Forse a causa dell’influenza germanica, il tardo latino aveva utilizzato il termine ratio per indicare la “corte di giustizia”, e anche quest’accezione era destinata ad avere la sua progenie. Dal relativo verbo adrationare, “citare in giudizio”, sarebbe derivato il francese medioevale araisnier, da cui l’inglese moderno arraign (“chiamare in giudizio”). In italiano moderno, così come in spagnolo e in francese, si dice “aver ragione” nel senso di “essere nel giusto”, ovvero, “avere la corte dalla propria parte”. Anche le ulteriori evoluzioni furono logiche derivazioni di ratio. Qualcuno rese ratio “un elemento distinto del ragionamento”, come nella frase “Darò tre ragioni per la mia decisione”. Strettamente imparentato con quest’accezione sarebbe l’uso di rationale nel senso di “spiegazione”. Un manuale di liturgia largamente diffuso nel XIV secolo si chiamava Rationale divinorum officiorum. L’idea di “conto” aveva nel frattempo dato origine a usi aritmetici più specializzati. Gli amministratori potevano aver bisogno di dividere le provviste fra un certo numero di destinatari – soldati o monaci, per fare un esempio – e giunsero a usare il termine ratio per indicare la “giusta parte”, significato che sopravvive nell’italiano moderno razione (in inglese e in francese come ration). A un livello più specialistico, in aritmetica il termine ratio fu utilizzato per indicare il rapporto fra due quantità, come 2:1 o 6:4. Ciò è documentato a partire dal XII secolo, e sopravvive, nell’italiano moderno, come uno dei significati di ragione; e in inglese come ratio – pronunciato “ray (raggio) – she (lei) – oh (esclamazione)” – che conserva accuratamente la derivazione dal latino dei filosofi medioevali). Tutti questi significati erano in uso in Europa a partire dal XIII secolo, in latino e in alcuni dialetti locali; poiché molti di coloro che parlavano tali dialetti comprendevano solo vagamente queste distinzioni, finirono per confonderle usando il termine “ragione” per indicare semplicemente il “parlare”. Un proverbio francese risalente intorno al 1260 poteva recitare, senza alcuna intenzione paradossale, “rimani in silenzio, affinché tu non ti debba vergognare del tuo parlare (resun)”. Nel frattempo, gli insegnanti di lingua latina nelle università ampliarono il termine ratio in due possibili modi. Il primo, considerando il termine come una facoltà mentale, lo suddivideva in ratio superior e ratio inferior, ratio contemplativa e ratio practica, termini che venivano posti accanto ad altri quali intellectus, mens, facultas cogitativa, mens e prudentia, nel prolungato tentativo di mappare i misteri del pensiero umano. L’altro ampliamento, tuttora in uso, fu morale e sociale. Oggi, quando diciamo che qualcosa è “ragionevole”, non intendiamo che sia “razionale”, ma “moderato” e che preservi l’armonia sociale – come nelle espressioni un “prezzo ragionevole” o un “ragionevole compromesso”. Quest’uso si trova nuovamente in latino a partire dal XII secolo. Esso deve probabilmente qualcosa alla dottrina del “giusto mezzo” di Aristotele, il principio etico della moderazione, una dottrina destinata a esercitare un’influenza persino maggiore nel tardo Medioevo con la traduzione del l’Etica Nicomachea di Aristotele. Tuttavia, il concetto di “ragionevole”, nel senso di “moderato, giusto”, porta con sé anche un’eco della giustizia sottintesa nell’idea originaria di “conto”. Nel Paradiso (canto 24, vv. 83-85) san Pietro chiede a Dante, secondo quanto riportato dal poeta stesso, di definire la fede. Allorché Dante l’ha definita, san Pietro domanda poi se egli la possieda: Assai bene è trascorsa d’esta moneta già la lega e ‘l peso; ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa. La ragione in pratica: la silenziosa ingenuità del popolo Procediamo in modo analogo con la ragione medioevale. Abbiamo ascoltato la gente del Medioevo definirla; chiediamoci ora se essa la adoperasse. I nostri antenati medioevali erano razionali nel loro modo di pensare? La domanda è legittima. Tutti quei culti di reliquie miracolose e tutti quei rituali magici potrebbero indurci a dubitare che quell’“era della fede” fosse davvero interessata alla ragione. Molti fattori concorrono a lasciar intendere che lo fosse davvero. Iniziamo da dove è più difficile far luce: dagli analfabeti. Gli analfabeti non erano solamente la stragrande maggioranza della popolazione, ma anche la matrice entro cui gli eruditi, di cui abbiamo notizie, elaboravano il proprio pensiero. Non sappiamo nulla in modo diretto degli illetterati, per definizione; ma vi è un semplice modo per scoprire se essi indugiassero nel pensiero razionale: la tecnologia. Man mano che la società moderna è diventata sempre più tecnologica, gli uomini del Medioevo hanno rivolto la loro attenzione a questo aspetto della loro epoca, e hanno mostrato come, sebbene alcune tecniche dei Romani fossero scomparse dopo le invasioni germaniche del V e VI secolo, i secoli seguenti videro non solo la rinascita di alcune tecniche antiche, ma anche la scoperta di molte tecniche nuove. Il settore meno alfabetizzato di tutti era l’agricoltura, il mondo dei contadini. Poiché essi si esprimevano con difficoltà, azzardiamo un’affermazione coraggiosa su di loro: essi usavano il “metodo sperimentale”, il metodo oggi definito come la deliberata disposizione di eventi al fine di isolare e verificare un determinato rapporto di causa ed effetto. Gli storici della scienza hanno studiato le opere dei filosofi medioevali per appurare l’epoca in cui questo metodo fu scoperto. Hanno fissato una data intorno alla fine del XIII secolo – data che soddisferebbe nuovamente gli amanti di Dante: dell’esperienza con una candela, che Dante raccomanda in Paradiso (canto II, vv. 94-105) egli aveva letto in una recente opera di ottica, scienza precoce nell’usare questo metodo. Da questa instanza può deliberarti esperïenza, se già mai la provi, ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. Tre specchi prenderai; e i due rimovi da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso ti stea un lume che i tre specchi accenda e torni a te da tutti ripercosso. Ben che nel quanto tanto non si stenda la vista più lontana, lì vedrai come convien ch’igualmente risplenda. Tuttavia, la definizione che ho appena dato di tale metodo non dice nulla riguardo al tempo. Un esperimento può richiedere anni, persino generazioni. Fatta questa precisazione, si considerino i contadini. Come chiunque sia soggetto a una routine fisica spossante, i contadini sono conservatori; tuttavia essi tengono anche d’occhio il raccolto, e sono disposti ad adottare ogni novità che fornisca in modo evidente un maggior rendimento. Nessun altro tipo di pensiero può essere stato all’origine dei cambiamenti verificatisi nell’industria rurale, rilevabili nell’Europa prima del Mille: l’adozione della rotazione agraria triennale, dei finimenti per cavalli, con aste e sottopancia (che consentivano l’uso di un pesante aratro metallico, il cui solco profondo moltiplicava la produzione), e dei mulini ad acqua, il cui impiego si diffuse nel corso del IX e X secolo. Innovazioni di questo tipo proseguirono dopo l’anno Mille, in un’epoca in cui la documentazione è sufficientemente ampia da lasciar intravedere il pensiero che vi stava all’origine. Walter de Henley era un frate che, nella Oxford di fine XIII secolo, scrisse un trattato di agronomia. Egli raccomanda agli agricoltori, quando seminano una nuova coltura, di usare sementi acquistate, piuttosto che le proprie, e aggiunge: «cercate di seminare entrambi i tipi di semente nello stesso momento in appezzamenti contigui, e noterete quale dei due germina più velocemente». Questo non è solo un “esperimento”, ma rientra in un contesto che ne suggerisce la derivazione da una pratica radicata nel tempo. La nuova tecnica e la tecnologia All’epoca di Walter, i progressi tecnologici stavano già provocando una micro-rivoluzione industriale, e ciò accrebbe ancora di più la richiesta di nuove tecnologie. Ogni nuova tecnica ne reclamava di nuove. Per esempio, l’efficienza di un mulino ad acqua o a vento poteva richiedere la conversione da una rotazione verticale a una orizzontale, da cui la creazione della corona ipoide e del pignone a denti smussati. Analogamente anche l’attività mineraria richiedeva macchinari per il pompaggio e l’estrazione; inoltre, allorché gli armatori scoprirono le economie di scala, garantite da navi più grandi, i costruttori navali furono costretti a progettarle. Chiunque non credesse alla razionalità medioevale dovrebbe contemplare una cattedrale gotica e stupirsi dei calcoli matematici e delle tecniche di costruzione impiegate per renderla così elegante (e per far sì che non crollasse). La più ingegnosa delle macchine medioevali – destinata, per tale ruolo, ad albergare nell’immaginazione dei poeti (di nuovo Dante: Paradiso, canto X, vv. 139-148) – fu l’orologio meccanico. Indi, come orologio che ne chiami ne l’ora che la sposa di Dio surge a mattinar lo sposo perché l’ami, che l’una parte e l’altra tira e urge, tin tin sonando con sì dolce nota, che ‘l ben disposto spirto d’amor turge; così vid’io la gloriosa rota muoversi e render voce a voce in tempra e in dolcezza ch’esser non pò nota se non colà dove gioir s’insempra. Gli orologi meccanici, diversi dagli orologi ad acqua (clessidre), risalgono probabilmente al tardo XIII secolo, vennero perfezionati e si diffusero nel secolo successivo, determinando una rivoluzione psicologica, questa volta nel modo in cui i cittadini misuravano la loro giornata. Il modo di ragionare di questi contadini e costruttori di macchine può solo essere oggetto di congetture. Salvo poche eccezioni, essi non scrissero nulla al riguardo. Allorché ci spostiamo al livello superiore della gerarchia educativa la situazione cambia. La maggior parte degli ecclesiastici sapeva scrivere e molti dei loro scritti sono sopravvissuti. Tuttavia, vi è un problema: gli ecclesiastici erano destinati a essere i difensori dell’ortodossia, fondata sulla fede. Ciò ha forse arrestato il loro uso della ragione? Per certi versi, sì. Per altri, fu il contrario. Non è questa la sede per esaminare la natura del Cristianesimo, il suo carattere “incarnativo”, e le ragioni per cui i suoi principali rappresentanti, al disgregarsi dell’Impero romano, adottarono le misure necessarie per preservare ciò che potevano dell’antica sapienza. Ma l’impulso che il Cristianesimo diede all’uso della ragione può essere dimostrato da un altro semplice esempio: la Bibbia, la “divina pagina”, come Tommaso d’Aquino amava definirla. Gli intellettuali: le ragioni bibliche della “scolastica” La Bibbia era il fondamento della fede cristiana. Non avrebbe potuto adempiere a tale funzione se il suo messaggio non fosse stato coerente con se stesso e con l’esperienza. In effetti, per coloro che vi credevano, la coerenza del suo messaggio – la creazione dell’uomo a opera di Dio, la sua disubbidienza, redenzione, e la promessa di una gloria finale – era così perfetta da far perdere di importanza a ogni altra pretesa di coerenza. Tuttavia, non è in questo modo che la Bibbia appare all’osservatore occasionale. Al contrario, essa sembra piena zeppa di contraddizioni. Apritela, e considerate le prime due frasi: «In principio Dio creò il cielo e la terra», e «la terra era informe e deserta». Cosa significano esattamente? Dio creò ogni cosa dal nulla, o vi era una terra preesistente a cui Egli diede forma? Questioni di questo tipo si possono riscontrare in quasi ogni pagina della Bibbia. Chi sposò Caino, dopo che ebbe ucciso Abele, l’altro figlio di Adamo ed Eva, dai quali si reputa che noi tutti discendiamo? Perché ci viene detto: “Non uccidere” quando l’Antico Testamento narra di massacri ordinati direttamente da Dio? Per quale motivo Giacobbe è considerato così degno di ammirazione, sebbene abbia ottenuto la propria eredità con l’inganno? E così via. Fra i convertiti che affluirono nella Chiesa nel corso del IV e V secolo vi erano uomini che rappresentavano i livelli più elevati dell’educazione greco-romana. Nel divenire cristiani, essi avevano accettato la fondamentale coerenza del messaggio della Bibbia, ma ciò non significava che le sue apparenti contraddizioni fossero sfuggite alla loro attenzione. Al contrario, essi scrissero dei commenti per risolverle, ottenendo un successo sufficiente a tenere unita la Chiesa al disgregarsi dell’Impero, e guadagnandosi la fama postuma di “Padri della Chiesa”. Il loro successo, tuttavia, rimase relativo. Quando l’educazione ampliò nuovamente il proprio raggio d’azione nel corso del XII secolo, le anomalie bibliche che essi non avevano risolto furono di nuovo messe in evidenza, e Pietro Abelardo lo fece con particolare veemenza. L’opera di Abelardo Sic et non (redatta subito dopo il 1121) elencava centocinquanta questioni morali e dottrinali ancora irrisolte. Ma, cosa più importante, essa enunciava i principi necessari alla loro risoluzione. Ovviamente la questione più importante era la fede; ma subito dopo veniva la ragione. Abelardo era un logico ed esortava a uno studio razionale del testo biblico, chiamando in aiuto ogni elemento utile: il contesto storico e l’autenticità del testo, il suo significato nella lingua originale e i livelli di interpretazione allegorica o storica che esso chiamava in causa. Abelardo non aveva inventato tali principi, ma li espose con grande chiarezza; nel corso dei tre secoli successivi essi avrebbero guidato il grande movimento intellettuale, denominato dalle generazioni successive “scolastica”. Per l’interpretazione biblica, Abelardo aveva trascurato un solo importate strumento, il quale divenne rilevante nell’epoca successiva alla sua: la scienza greca, la quale rientrò in scena grazie a un profluvio di traduzioni latine, che rallentò solo alla fine del XIII secolo. Un animale da pascolo assimila le sostanze minerali di cui ha bisogno ed elimina il resto. In modo analogo, i pensatori cristiani assorbirono tanto pensiero greco (e arabo) quanto potevano utilmente assimilarne. Paradosso: problemi biblici all’origine del pensiero scientifico Sono state avanzate numerose ipotesi riguardo le origini della scienza occidentale. Le più semplici da accettare sono quelle che sottolineano l’importanza di quei fattori – quali la scienza greca – che influirono sulla tradizione intellettuale medioevale dall’esterno. Molto più decisive furono le condizioni proprie dell’epoca, le quali reperirono e assimilarono i prestiti culturali: di queste condizioni, la più importante era la necessità di interpretare le Sacre Scritture. I pensatori si alzarono al mattino grazie alle verità che si reggevano sulla fede; una volta alzati, essi scoprirono come tali verità presentassero delle sfide alla loro capacità di comprensione, e fu la ricerca di tale comprensione che li indusse a reperire e leggere tutte le fonti a essa pertinenti, e a discuterle mediante la disciplinata razionalità delle loro dispute. Gran parte del vocabolario fondamentale della matematica e della scienza (come il termine stesso “scienza”) è un evidente retaggio del latino scolastico. Esso fornisce una pista da seguire, fino ad arrivare all’ipotesi – prima facie paradossale – secondo cui la radice principale della scienza moderna, attorno a cui altre radici si sono sviluppate, deve essere ricercata proprio in quella che era la principale preoccupazione dei primi pensatori universitari: permettere alla ragione, fin dove essa si può spingere, di comprendere il senso delle verità ritenute tali in base alla fede.