Quadrimestrale di cultura civile

Monachesimo e civiltà occidentale

di Rodney Stark / Docente di Scienze sociali, Baylor University, Waco, Texas

La forza unificante dell’Europa Il monachesimo, citato come esempio fondante nel Discorso di Papa Benedetto XVI al Collège des Bernardins, è stato il vero veicolo di trasmissione della civiltà occidentale. Quei monaci non si limitarono solamente a mantenere viva la cultura classica; essi diedero nuovo avvio a ogni tipo di cultura, tecnologia e innovazione. Possiamo dire che i monaci dei monasteri hanno rappresentato sostanzialmente l’unica forza unificante in Europa dopo il declino dell’Impero romano, che aveva visto nascere piccole comunità cristiane di poche centinaia di persone, le quali, in soli tre secoli diventarono di alcuni milioni. Queste tesi sono in aperto contrasto con una storiografia condizionata dalla filosofia illuminista, la verità è però che la Chiesa favorì una cultura aperta al cambiamento: il Cristianesimo, solo per fare un esempio, fu la prima civiltà ad abolire la schiavitù (che scomparve tra la fine del IX e l’inizio del X secolo). Di fatto, Chiesa e civiltà occidentale sono state indistinguibili per secoli. Tutto ciò è potuto accadere per l’affidamento del Cristianesimo sulla ragione, cosa che non era affatto usuale nelle diverse credenze pagane. Queste ultime non si basavano sulla ragione, ma su fantasie e sacrifici. Gli dèi non erano esseri degni di ammirazione perché non si preoccupavano degli uomini; bastava perciò sapere cosa bisognasse fare per “corromperli”, senza l’implicazione di alcuna teologia. Soltanto gli ebrei avevano una teologia ed è proprio in ambito ebraico che il Cristianesimo ebbe inizio. Sin dal primo giorno i cristiani furono coinvolti in una disputa con gli ebrei sul fatto che il Cristianesimo realizzasse o meno le profezie: una discussione affrontabile solo da un punto di vista intellettuale. La Chiesa sottolineò fin da subito che ciò che è veramente cristiano è per forza ragionevole, dato che Dio ha donato a ciascuno la capacità di ragionare. Questo aspetto è fondamentale. Fin dall’inizio l’intera giustificazione della fede comunicata alle altre persone non aveva come solo fondamento la fede stessa. Non era infatti possibile dire alla gente: «Credete in Gesù, credete in Gesù». Era necessario invece spiegare le ragioni della fede in Gesù. Tutto ciò ci permette di capire e di riconoscere che il Cristianesimo delle origini non è stata la religione degli schiavi, dei poveri e dei miserabili, ma una religione che raccolse seguaci anche e soprattutto fra i ceti elevati e gli intellettuali. Il rapporto con la Scrittura è stato fin dall’inizio fondamentale – anche questo non valeva per i pagani che non hanno mai avuto una Scrittura – ed è chiaro che devono essere esistiti testi cristiani che sono andati perduti. C’è un passaggio, negli Atti degli Apostoli, in cui Paolo parla di un taccuino di fogli che porta con sé, credo che in esso fosse raccolta una gran quantità di scritti ai quali lui faceva riferimento, e che questa raccolta circolasse. È buffo come si possa leggere e fraintendere un versetto della Bibbia per secoli, come quello di Paolo: «Non vi sono fra voi molti nobili, non molti sapienti», senza accorgersi che non dicendo “nessuno fra voi”, si intenda “alcuni di voi lo sono”. Cristianesimo e ragione Negli ultimi vent’anni c’è stato un grande incremento nella ricerca delle fonti letterarie e dei documenti cristiani. Alla fine del secolo scorso alcuni studiosi tedeschi sostennero che Paolo fosse un illetterato e che i Vangeli non avevano alcun valore letterario. Occorsero degli anni prima che qualcuno notasse che Paolo scriveva lettere, non testi letterari. Penso che anche le lettere di James Joyce fossero qualcosa di funzionale e non di letterario. Lo stile dei Vangeli è molto simile a quello usato nei testi scientifici dell’epoca, chi li scriveva non stava scrivendo commedie, né poemi epici, vi erano delle notizie e dei contenuti da comunicare e questo veniva fatto in modo molto professionale e diretto, senza tanti fronzoli. È ragionevole pensare che questi documenti fossero scritti così presto per degli schiavi e degli emarginati? È evidente che furono scritti per un’ampia cerchia di lettori, in maggioranza non cristiani e comunque di cultura. La dimensione intellettuale del Cristianesimo, se possiamo definirla così, risale quindi alla prima generazione. Paolo era sicuramente un uomo di buona cultura che ricevette un incarico importante e sicuramente non adatto all’ultimo arrivato, cioè perseguitare i cristiani. L’affidamento del Cristianesimo sulla ragione, il legame stretto tra fede e ragione dei primi cristiani oggi viene percepito come contrasto insanabile. Fede e ragione sarebbero quindi in conflitto, questi però sono i frutti di un lungo lavoro di propaganda di quelle ideologie che hanno promosso l’ateismo, per combattere il loro nemico: il Cristianesimo. La storiografia ufficiale continua quest’opera di riduzione del ruolo della Chiesa nella storia e di denigrazione. La stessa storia che viene insegnata in America è direttamente mutuata dalla storia inglese, dalla storia protestante. Interi capitoli storici vengono basati su menzogne del passato. In realtà per secoli la Chiesa è stata l’unica corte intellettuale che abbiamo avuto e che ha fatto fiorire, tra le altre cose, le università. Per quanto riguarda la mia esperienza personale tempo fa ero solito dire: «Mi piacerebbe essere un cristiano», ma sapevo di non esserlo. È vero però che non sono mai stato un ateo. L’ateismo è una fede attiva, è come dire “Credo che Dio non esiste”. Io invece non sapevo bene in cosa credere. Sono cresciuto da Luterano nel North Dakota. Ho sempre avuto problemi con la fede, questo non è mai stato un vanto, perché mi accorgevo che questa assenza non mi rendeva più intellettuale. Sono sempre stato un fervente “cristiano culturale”, nel senso di ammiratore del Cristianesimo e non ho infatti mai messo in dubbio che il Cristianesimo fosse una parte essenziale e preminente di quella che io chiamo civiltà occidentale. Chiunque la pensi diversamente è semplicemente uno sciocco. Quando ho deciso che ero un credente è stato a partire da Dio. E credo di potermi definire del tutto legittimamente un cristiano. Fede e ragione non sono sinonimi. La ragione ti può condurre fino a un certo punto, poi ci deve essere un atto di fede. A un certo punto ciascuno decide se impegnarsi con la propria fede o no. La ragione conduce davanti alla scelta, davanti a una porta che si può spalancare attraverso la fede, che dice: “Ecco un’altra parte di realtà che deve essere conosciuta in modo diverso”.