Società e cultura post-moderna Sebbene la parte costruttiva occupi quasi per intero il discorso che Benedetto XVI ha rivolto ai rappresentanti della cultura e della società francesi, non può sfuggire, anche all’analisi più sommaria, la preoccupazione che può averlo indotto a porre a tema “le radici della cultura europea” e “il fondamento di ogni autentica cultura”: la deriva del sapere e dei costumi verso forme sempre più violente di “fanatismo” e di “arbitrio”, di cui si parla nella prima parte, e “la capitolazione della ragione” e “un tracollo dell’umanesimo”, cui si accenna nella conclusione. Nel settembre dello scorso anno, la crisi finanziaria che sta sconvolgendo l’economia mondiale e allarmando il mondo politico, non appariva, ai più, in tutta la sua gravità. «I grandi fallimenti economici non si verificano in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, sono pieni zeppi di storia», ha scritto recentemente André Glucksmann1, individuando nella crisi dell’ethos capitalista e borghese, nelle sue diverse fasi, il concomitante fenomeno che accompagna e favorisce, se non addirittura causa, tali processi. La metamorfosi attuale – dopo quella “provvidenziale” legata all’economia mercantile ottocentesca, quella in preda al panico del primo dopo guerra, antecedente della grande depressione, quella cosciente della propria finitudine, connessa all’economia sociale di mercato – sarebbe contraddistinta dall’ethos performativo, dell’uomo per il quale “dire significa fare”, la parola è azione, il pensiero è sempre “in positivo”, appoggiato sulla «fede post-moderna, che ostenta la morte di dio e ancor più insistentemente predica la morte dei diavoli». Questo regno sorridente della positività, ostentato e propagandato, e della razionalità euforica ha soppiantato i “catastrofismi” del secolo scorso, ma anche ha bandito ogni Cassandra, vista come un intralcio alle descrizioni “con segno positivo” dei processi economici, ma anche politici e sociali. La crisi di fiducia, che sta investendo anche i più consolidati rapporti – e ciò è assai grave, giacché, come insegnavano gli antichi, ogni vita sociale, dalla famiglia allo stato, si regge su un “patto d’amicizia” –, è, paradossalmente, la conseguenza dell’eccesso di fiducia avuta, con troppa ingenuità, in promesse e assicurazioni poi rilevatesi deludenti. Ma è anche l’esito della riduzione che ha investito la razionalità, che, lasciata alle spalle anche il paradigma scientifico, si è ormai completamente risolta nella forma della “razionalità tecnico-strumentale” e in quella della “razionalità strategica”: l’una tesa ad applicare i risultati della tecnologia alle cose della vita e alle vicende degli uomini, l’altra impegnata a disporre le cose in modo da salvaguardare, difendere e affermare i propri, individuali o collettivi, interessi. Insegnamento storico ed esperienza umana I quattro pericoli denunciati nel discorso al Collège des Bernardins (“fanatismo”, “arbitrio”, “capitolazione della ragione”, “tracollo dell’umanesimo”) possono trovare ampie descrizioni nella situazione attuale, e sarebbe certamente utile poterlo fare. Tuttavia, anche solamente accennati, essi lasciano intravedere la portata della posta in gioco e stimolano la riflessione a farsi più seria e attenta circa il valore dell’alternativa presentata e sulla sua possibile efficacia e attualità. In effetti, non si tratta di una generica proposta di ritorno alle radici della cultura europea né della riproposizione di valori e di consuetudini, smarriti nel tempo, ritenuti fondamentali e determinanti la vita dell’individuo e della società. La stessa domanda che viene posta all’inizio – «È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato?» – e che ha spesso diviso, nell’epoca moderna, la storiografia sul medioevo, riflette una problematica più ampia della semplice possibilità di attualizzare forme e idee di un’epoca che, pur con alcune evidenti analogie con la nostra, è tuttavia diversa e lontana. Nell’indicare l’origine Benedetto XVI sembra più preoccupato di identificare la natura di un’esperienza umana, piuttosto che esaltare un modello storico e, persino, culturale. L’accenno alla secondaria importanza attribuita dai monaci, ai quali si deve la trasmissione della cultura antica e la creazione di quella sorta di fortificazioni culturali che furono i monasteri – sì che era uso fra loro dire che “Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario” –, proprio alla cultura («non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato»), sottolinea la scelta, fatta da San Benedetto e da chi ne seguì le tracce, di non puntellare o riformare un mondo in disfacimento, ma di dare nuovo ordine alle cose, a partire da quelle essenziali, veramente importanti e affidabili. Se il monachesimo occidentale ha contribuito in misura sostanziale alla costruzione della nostra civiltà privilegiando il quaerere Deum non solo rispetto ad altre ricerche, ma anche alla perdita del senso e del valore della ricerca, della domanda, del desiderio – alcuni dei significati di quaero –, occorre chiedersi che cosa possa significare per l’uomo moderno, che più di allora avverte di stare in un “deserto senza strade”, impegnare se stesso, le proprie risorse e le ricorse collettive, alla ricerca di qualcosa che dia senso – perché di questo si tratta – al suo agire, alla sua opera e, in definitiva, a se stesso. La rimozione di questa ricerca e di questa domanda, osserva Benedetto XVI in conclusione al suo discorso, comporta, sul versante della forma della razionalità, una rinuncia a sviluppare “potenzialità alte” e a trovare una giustificazione ultima dei giudizi e delle valutazioni, con la conseguente riduzione alla sola forma della razionalità tecnica e strumentale. Il discorso al Collège des Bernardins si intreccia, in questo modo, a precedenti interventi dell’attuale Pontefice e del suo predecessore sul tema della ragione e della razionalità e pone in luce, in una prospettiva più decisamente storica, lo stretto nesso che esiste fra “esperienza religiosa” e “razionalità”. Cultura e culture nell’Europa contemporanea Un tratto emblematico della storicizzazione del problema, che nulla toglie, come si è detto, alla sua portata teorica, ma anzi la sottolinea con maggior vigore e persuasività, è costituito dall’uso non generico del termine cultura, che nel testo compare sempre aggettivata o determinata. Si parla infatti, di cultura europea, di cultura monastica, di cultura della parola, di cultura del canto, di cultura dell’essere, di cultura del lavoro, di cultura dell’Europa e, infine, di vera cultura. Trattandosi di un discorso sulle origini, Benedetto XVI assume a modello la teologia grammaticale, senza occuparsi di quella logica o dialettica, così come alla quaestio della scolastica del secolo XIII preferisce la lectio, che da Agostino in poi aveva contraddistinto il metodo di insegnamento e di ricerca di gran parte della teologia e della filosofia medioevali. Tuttavia non sembra esservi alcuna esclusione in tale scelta. Non si tratta, dunque, di un’esclusione, bensì di una scelta che vuole mettere in luce il profondo legame che esiste fra parola ed esperienza, fra le parole e il logos, sì che il leggere, come è ben detto a proposito dell’interpretazione del testo, è volto, nella sua prospettiva ultima e complessiva, al “senso che tiene unito il tutto”. Alla “cultura del canto” sono riservate note di particolare efficacia e suggestività. La dimensione estetica di quella che, forse, è l’espressione musicale più alta, viene considerata in stretto rapporto con la sua componente ontologico-antropologica. Nel canto vengono a coniugarsi l’armonia dei suoni, che è riflesso della musicalità del cosmo e della creazione, come erano soliti dire gli antichi e i medioevali, con la “grandezza della Parola” e con la “sua esigenza di vera bellezza”, attraverso la mediazione corporea della voce, che dunque attua e, al tempo stesso, rivela la condizione del soggetto, la sua consistenza e il suo essere. Benedetto XVI non poteva poi dimenticare il grande riscatto operato dal monachesimo del lavoro manuale, contrassegno presso gli antichi di schiavitù, e l’impiantarsi e svilupparsi di «quella cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili». Questo uso al plurale del termine, esaminato nelle diverse prospettive che esso può assumere, mette in rilievo un’accezione non astratta o categorizzante della “cultura”, quasi la si volesse strappare dalla riduzione cui spesso viene confinata e riportare nell’ambito del vissuto e dell’esperienza umana. È un’idea che spesso ricorre nei discorsi di Benedetto XVI: la cultura è una dimensione della vita dei popoli, è la consapevolezza e la coscienza, anche formalizzata in parole, simboli, teorie, di un’esperienza vissuta e di una comprensione del mondo non avulsa dal mondo. In un testo presentato in varie occasioni agli inizi degli anni Novanta, l’allora cardinal Ratzinger aveva definito la cultura come «la forma di espressione comunitaria, sviluppatasi storicamente, delle conoscenze e dei giudizi che caratterizzano la vita di una comunità».Quale rapporto tra religione e cultura Storicamente e teoricamente il rapporto fra religione e cultura ha seguito due grandi modelli: quello della circolarità e quello della linearità. Nel primo, la religione è vista come elemento fondamentale della cultura, come centro propulsore di una riflessione e costruzione che tende a dare risposte compiute e soddisfacenti. Marco Olivetti afferma lo stesso concetto, sostenendo che «da un certo punto di vista, la religione costituisce, per così dire, il codice genetico o il programma informatico della cultura; da un altro punto di vista, reciproco del primo, la cultura genera la religione e si simbolizza riassuntivamente in essa»2. Tale circolarità produce benefici effetti per entrambi i fenomeni in causa, anche se può giungere, per concordanze troppo stringenti, a identificazioni quantomeno discutibili. Nel secondo modello, invece, la religione è vista come elemento primordiale e arcaico dell’evoluzione umana, come tappa di un percorso che esige di essere superata in forme o stadi superiori, nei quali un sapere oggettivo, critico e scientifico prende il posto del precedente sapere fabulatorio, acritico, rappresentativo. In questo caso, la religione è confinata, storicamente, nel passato, e la cultura si costituisce al di fuori di essa. Tale modello è tipico della civiltà occidentale o, più precisamente, dell’Europa moderna. «Solo l’Europa dell’epoca moderna – scrive Ratzinger – ha sviluppato un concetto di cultura che fa apparire questa come un’area a se stante diversa dalla religione o addirittura ad essa contrapposta»3. Tenendo conto di questa distinzione, si può ben capire l’impegno di Benedetto XVI a chiarire, da un lato, la diversità dei piani, sì da allontanare, soprattutto in occasione di vicende internazionali che possono essere alimentate da facili fraintendimenti, ogni possibile sovrapposizione o equiparazione, ma anche la perseveranza con la quale, dall’altro lato, egli miri a non disgiungerli né a tenerli separati, per la salvaguardia non solo dell’esperienza religiosa, e di quella cristiana in particolare, ma anche della permanenza della cultura e della stessa civiltà. La critica “dall’interno” rivolta alla forma che la razionalità ha assunto nell’epoca moderna in Occidente va in questa direzione. L’importanza di riconoscersi in una tradizione Il riconoscimento di una tradizione, ossia dell’essere posti all’interno di una storia fatta di esperienze, parole e azioni, comporta il superamento del presupposto che solo uno stato di neutralità, una sorta di punto zero, può offrire un corretto, perché privo da condizionamenti, punto di vista sul mondo. Senza cadere in aggiornate forme di storicismo, occorre riconoscere la condizione di partenza in cui si è collocati e dalla quale si getta il nostro sguardo sul mondo, per comprenderlo, pensarlo e giudicarlo. L’atteggiamento nei confronti della tradizione è indubbiamente cambiato, negli ultimi anni. Sono lontane le drastiche cesure operate, fra gli anni Sessanta e Settanta, dal rifiuto di modelli e valori del passato. Tuttavia, la funzione metodologica della tradizione deve ancora essere pienamente scoperta. La domanda: «interessa ancora noi oggi?», posta al Collège des Bernardins, aspetta una risposta. Per tentare di darla, occorre assumere la tradizione non come cosa statica e conclusa, ma, per usare un’espressione di Luigi Giussani, uno dei primi, per lo meno in Italia, a riscoprirne il valore culturale ed educativo, come “ipotesi di lavoro”4. In questa prospettiva, il recupero della tradizione non significa un ritorno al passato, ma l’attualizzazione di una comprensione del mondo – e quindi un insieme di valori, convinzioni, modi di vita – che viene messa alla prova nel presente e deve dimostrare, nei confronti delle questioni e dei problemi attuali, la propria plausibilità, validità e pertinenza. Da ciò proviene la necessità di approfondire, fino a constatarne il valore, in un atto di verifica continuo e audace, la propria tradizione – indicazione certamente utile anche nel dialogo fra diverse culture – e di renderla viva nel presente, sottoponendola a una interrogazione permanente circa la capacità di offrire, o almeno di orientare, giudizi e risposte. Nel suo viaggio in treno verso Bilgoray, attraverso luoghi che portavano i segni della ritirata russa, Isaac Singer così descrive, a un tratto, il paesaggio che gli si parava davanti: «Un albero con i rami rivolti verso l’alto sembrava implorare un dono dal cielo; un altro, chinato verso la terra, sembrava aver perso ogni speranza di bene che potesse provenirgli, se non dalla terra. Ancora un altro albero, completamente nero, era certamente vittima di un disastro: tutto aveva perduto, eccetto le radici. Non capivo se sperasse ancora in qualche cosa o se fosse solo impegnato a morire»5. La visione di Singer può essere presa come metafora delle vicende dell’Occidente: vi è stato il tempo in cui la dimensione della trascendenza permeava l’esistenza umana, poi quello dell’immanenza, con i vari tentativi di dare senso alla vita senza ricorrere ad altro che non fosse la vita stessa, ed ora, dopo che tutto è stato provato e criticato, e come tale non è stato tolto, ma consumato, è il tempo della scelta fra l’impegnarsi ad allontanare la fine, sopravvivendo, oppure attingere, o aspettarsi, nuova linfa perché sul tronco nero, ma ancora con le radici, spunti un nuovo germoglio. Note e indicazioni bibliografiche 1 A. Glucksmann, Sono saltati i valori. È una crisi post-moderna, “Corriere della Sera”, 22 ottobre 2008, p. 42. 2 M. Olivetti, Filosofia della religione, in La Filosofia, UTET, Torino 1996, p. 140. 3 J. Ratzinger, Fede, religione e cultura, p. 61. 4 L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, SEI, Torino 1995, p. 165: «La tradizione è come un’ipotesi di lavoro con cui la natura butta l’uomo nel paragone con tutte le cose». Cfr. Ibid., Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 16-17 e pp. 68-83. 5 I. B. Singer, Un giorno di felicità, Bompiani, Milano 2001, p. 117.
Le radici dell’Occidente
di Onorato Grassi / Docente di Storia della Filosofia medioevale, Università LUMSA, Roma
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