Desiderio di felicità In un incontro con gli studenti, don Giussani disse che «La dignità dell’“io” vero è la parola “felicità”». Infatti «chi non ha mai provato a dire “io” con un po’ di questa sincerità e di questa consistenza è uno per cui tutte le cose diventano niente [...]. Questa è la grandezza dell’uomo: la parola felicità può essere pronunciata, può essere sentita, presentita, desiderata, vissuta, solo dall’io». Don Giussani continua poi dicendo: «C’è un solo luogo dove la parola “felicità” [...] viene presa sul serio». In realtà tali luoghi sono due, ma il primo – il rapporto originale con la propria madre e il proprio padre – è così breve, così impotente, così fragile, così incapace di difesa da far diventare la cosa ancora più triste. Il rapporto con i genitori è un luogo dove il desiderio di felicità, per il figlio è tanto vero quanto impotente… Rimane dunque un solo luogo dove la parola “felicità” e, perciò, «la parola “io” è presa sul serio più che in noi stessi. Questo luogo si chiama “religione”, autentica religiosità», o anche “cuore”. «Il cuore è quel fenomeno della natura in cui la natura arriva a dire “io”; questo fenomeno della natura sembra impalpabile, più piccolo del più piccolo seme; eppure questo seme sarà dominatore del mondo. Il cuore è questo seme; esso è costituito da una sola cosa, da una sola carne, da una sola materia: esigenza di felicità»1. Regio dissimilitudinis L’essere “esigenza di felicità” apre un ulteriore passo nel dramma dell’esistenza, la scoperta cioè della nostra strutturale incapacità a rispondervi. Infatti, se il nostro cuore è esigenza di infinito, di totalità, come posso io, che sono finito, compiere tale bisogno? Due modalità negative di risposta possono collocarsi a questo punto: 1. Presumere di essere capaci di compiere il proprio problema umano da soli, accecati dall’orgoglio; 2. La disperazione, la percezione che non ci sia nessuno capace di colmare questa sete del cuore; così, in balia del nulla, ci si lascia andare come foglie portate dalla corrente. San Bernardo, nel suo trattato sull’amore di Dio, illustra bene queste posizioni: «È dunque necessario che tu sappia chi sei, e sappia che il tuo essere non deriva da te, affinché non accada o che tu non te ne glori affatto, oppure che te ne glori, ma vanamente e senza ragione. Appunto per questo è detto: “Se non ti conosci, vattene dietro al gregge dei tuoi compari”. Perché in realtà succede proprio così: l’uomo, elevato a tanta dignità, se non comprende questa dignità, proprio per questa sua ignoranza e incomprensione viene meritatamente paragonato alle bestie, come a quelle che sono in certo modo consorti, compari della sua corruzione e della sua condizione mortale. [...] Bisogna perciò guardarsi da questa ignoranza, per la quale ci crediamo meno di quello che siamo. Ancor più di questa, dobbiamo guardarci da un’altra ignoranza, per la quale attribuiamo a noi stessi più di quanto conviene; cosa che avviene quando, tratti in inganno, crediamo buona qualunque cosa sia in noi, e la crediamo proveniente da noi»2. L’uomo precipita così in quella che il Papa, nel suo discorso al Collège des Bernardins a Parigi ha chiamato, conformemente alla tradizione, la regio dissimilitudinis. Dice, infatti, il Papa: «L’uomo, che è creato a somiglianza di Dio, precipita in conseguenza del suo abbandono di Dio nella “zona della dissimilitudine” – in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo». Colui che vive nella “zona della dissimilitudine” ha dimenticato la dignità che fa la sua gloria ed è caduto nella vanagloria; egli è perciò in esilio da se stesso, non abita più nel paese in cui è nato, non vive più cioè secondo l’immagine e la somiglianza con Dio. Il peccato ha sfigurato la somiglianza e l’ha fatto precipitare nella terra della dissomiglianza, dove la ragione smarrita è asservita agli istinti. È questo il tentativo furibondo ed estremo di sottrarsi al dominio di Colui che si dovrebbe servire come Creatore. Non potendo eliminarlo, si vorrebbe almeno che non fosse Dio, poiché quando l’uomo desidera che Dio non conosca i suoi peccati, cosa fa se non sperare che Dio sia privato della propria conoscenza, della propria giustizia o della propria potenza, cioè che non sia più Dio? È questo il processo di una “conversione alla rovescia”, nella quale l’uomo, se non riconosce Dio come Creatore e Signore, smarrisce se stesso. L’uomo non è perciò in esilio solo da Dio, ma da se stesso, è fuori di sé, e quindi ha bisogno di essere recuperato a se stesso. Dio è in cammino verso di noi Il Papa, nel suo discorso dice che Colui che ha acceso in noi il desiderio di felicità “è in cammino verso di noi”, cioè Dio è fedele. Poi aggiunge: «Affinché questo cercare sia reso possibile, occorre che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che, in questa Parola, Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio». San Bernardo descrive magistralmente le tappe di questo avvicinamento di Dio all’uomo smarrito: «Vedendo infatti Dio che gli uomini erano divenuti del tutto carnali, dimostrò loro tanta dolcezza nella carne, che chiunque non lo amasse davvero con tutto il cuore, dimostrerebbe di avere un cuore durissimo. Volendo infatti ricuperare l’uomo, nobile creatura: “Se, disse, lo costringerò suo malgrado, avrò un asino, non un uomo, in quanto non verrà volentieri, né spontaneamente. […] Per averlo dunque volontario, lo spaventerò, per vedere se si converta e viva”. E gli fece le minacce più terribili che si possano escogitare: le tenebre eterne, il verme che non muore, il fuoco inestinguibile. E siccome neanche così l’uomo veniva richiamato, disse: “L’uomo non è solo timido, ma è anche cupido; gli prometterò ciò che sembra sommamente desiderabile”. Gli uomini desiderano l’argento, l’oro e cose simili; ma più di tutte queste cose essi desiderano la vita. […] Promise dunque la vita eterna. […] Vedendo, però, che non approdava a nulla: “Mi rimane ancora – disse – una cosa. C’è nell’uomo non solo il timore e la cupidigia, ma c’è anche l’amore, non vi è nulla in lui più adatto a trascinare”. Venne pertanto nella carne, e si fece vedere così amabile, da dimostrarci quella carità di cui nessuno ha una più grande, dando per noi la sua vita. Chiunque neanche così vorrà convertirsi non dovrà davvero sentirsi dire con ragione quelle parole: “Che cosa avrei dovuto fare per te che non abbia fatto?” (Is 5,4). E veramente in nessuna cosa Dio ci dà prova del suo amore, come nel mistero dell’Incarnazione e della Passione, in nessuna cosa è messa così in evidenza la sua pietà, appare la sua benignità come nell’umanità. […] Ha nascosto infatti la sua potenza, per venire nella debolezza. […] Si può vedere come queste cose abbiano commosso l’uomo, talmente che a stento possono sentir parlare o ricordare tali fatti senza piangere. Questo amore dunque è contro la concupiscenza della carne. Che cosa può infatti trovare di dolce nella carne colui che trova tanta dolcezza nella Passione di Cristo?»3. Possiamo rintracciare un’eco di questa commozione nel dialogo con Dio che san Benedetto ripropone all’inizio della sua Regola, nel Prologo: «Il Signore, cercando il suo operaio tra la moltitudine del popolo a cui rivolge questo appello, dice nuovamente: “Chi è l’uomo che desidera la vita e brama di trascorrere giorni felici?” Se tu all’udirlo risponderai: “Io”, Dio ti dice: “Se vuoi possedere la vita vera ed eterna, preserva la tua lingua dal male e le tue labbra da parole bugiarde. Sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila”. E se farete questo, i miei occhi saranno su di voi e le mie orecchie saranno attente alla vostra preghiera: e prima ancora che mi invochiate, vi dirò “Eccomi!”. Che cosa vi è di più dolce per noi, fratelli carissimi, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, nella sua pietà Egli ci mostra la via della vita”» (RB Prol, 14-20). Se tu all’udirlo risponderai “Io”, Dio prima ancora che lo invochi ti dirà “Eccomi”. La grandezza di san Benedetto è stata l’umiltà di riconoscere che il primo ad avere bisogno di questo compimento umano era lui stesso. E dicendo “io” ha permesso a Cristo di rispondere “eccomi”, di intervenire. La risposta di Cristo non è qualcosa che sia altro da Lui, è la sua stessa persona. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Solo nel rapporto con Cristo il desiderio comincia a diventare amico, non estraneo o ostile, perché si riconosce che solo la presenza di Cristo è capace di colmare questo desiderio, riaccendendolo continuamente. La comunione di vita: strada dell’io Dice il Papa nel suo discorso a Parigi: «La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, è una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr. At 2,37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale, per Dio. Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di una immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede». Se le nostre vite sono trascinate dentro il mistero della persona di Cristo al punto che il nostro io vero è la Sua persona, allora c’è un coinvolgimento profondo tra noi, in una unità generata da una potenza non nostra, ma Sua: «Tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Stare dentro questa genesi, questo metodo nel quale l’avvenimento di Cristo ci ha raggiunti, genera un luogo di rapporti nuovi nel mondo, la comunità cristiana, all’interno della quale il monastero è l’esempio supremo. In un incontro con la nostra comunità agli inizi degli anni Ottanta, così don Giussani sintetizzò la vita monastica: «La novità della vita monastica sta proprio nel vivere in modo paradigmatico la vita del cristiano battezzato. Con l’unico intento di evidenziare il più possibile il mistero pasquale, di rendere più visibile la natura comunionale della Chiesa. Questo è proprio il cuore della comunità cristiana». Il monastero non ha altro scopo se non quello di vivere la memoria di Cristo e lasciare che questo Fatto prenda tutto di noi, come dice il bellissimo passo di Laurentius eremita: «Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia vita sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio». La strada giusta che aiuta a vivere questo stare davanti al mistero di Cristo che ci fa, che si fa carne in noi, è la comunione vissuta tra coloro che si riconoscono presi dentro lo stesso avvenimento di Cristo e vivono la memoria di Lui. Vivere la comunione testimonia che il punto in cui consiste il nostro io è la fedeltà di Dio. Inversamente, ciò che prevale è una nostra interpretazione, è quello che riusciamo a fare noi, in primo piano sono le nostre capacità. La comunione vissuta toglie alla radice l’affermazione di sé per realizzare la misura e la realtà di un Altro. Così, dentro il deserto di questo mondo pieno di solitudine e di divisione, perché tutto appoggiato alla propria immagine, c’è un luogo nuovo senza solitudine e divisione, che comincia a esprimersi risignificando tutto ciò con cui entra in rapporto. Solo se lo scopo è presente, è possibile sperare nella vita. È possibile sperare perché si vede una certezza in atto, alla quale si può aderire, dire “Io” con verità, dire “Sì” al Padre. È a partire dalla pienezza di questa certezza, da questa positività, che la vita diventa feconda, capace di costruire su ogni rovina, intraprendente nel riprendere in ogni circostanza, perché sostenuta dal perdono e dall’amore di Cristo. Questa coscienza dell’io come comunione è la dinamica vera della nostra personalità. Siamo stati chiamati, per grazia, a essere una cosa sola con Cristo e i fratelli. Se accogliamo questa realtà di comunione, essa diventa nostra per sempre, ci accompagna ovunque, diventa la statura del nostro io, criterio per stare dentro la realtà, fonte di affezione e di entusiasmo nuovo con cui affrontare tutto secondo il motivo per cui la comunità c’è, secondo la memoria di Cristo, per la sua gloria. Ricercare l’essenziale L’abate Bernardo Cignitti, in uno scritto programmatico per la nostra comunità monastica, dice: «Pensiamo a una famiglia semplicemente benedettina, dove sia evidente e in primo piano la comunità come “segno” di Cristo, dove tutti i fratelli sono al servizio della carità, dove la comunione fraterna è una realtà vissuta e sofferta e rifatta nuova ogni giorno. […] Oggi un giovane viene in monastero per cercarvi prima di tutto questa realtà; prima di una struttura ben ordinata, egli cerca questa koinonia-diakonia già in atto in monastero, con una espressione chiara e costante. È in questa comunità-comunione che vuole trovare le altre realtà spirituali che sono proprie della vita monastica: preghiera, lectio divina, lavoro, solitudine e separazione dal mondo; è in questa comunione che può offrire al mondo e alla Chiesa “il quadro di una officina ideale del servizio divino, di una piccola società ideale”; è in questa comunione che trova la tipicità del monastero benedettino». E il Papa, nel suo discorso a Parigi, con altre parole dice la stessa cosa: «L’obiettivo dei monaci era quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. […] Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali. […] Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione. […] Così il cammino dei monaci si svolge ormai all’interno della Parola accolta». Il monastero, che è la forma della Parola accolta, è chiamato da san Benedetto “dominici scola servitii” (RB Prol 45): esso ha il compito di formare l’uomo nuovo, nato dalla morte e risurrezione di Cristo, alla pienezza dell’amore e del servizio di Dio e dei fratelli (RB Prol, 47-49). In questa “scola Christi” la Regola da vivere è quella dell’amore; san Benedetto vuole, infatti, che «nulla sia anteposto all’amore di Cristo» (RB 4,21). L’abate, che nella comunità tiene il posto di Cristo, è chiamato a educare alla sequela con la parola e l’esempio; e il suo insegnamento – dice san Benedetto – «pervada l’animo dei discepoli come fermento di divina giustizia» (RB 2,5) per far risorgere nei loro cuori i tratti di Cristo. La vita comune è descritta poi dalla Regola come una gara di fervore, una passione per il destino comune: «I fratelli sono impegnati a prevenirsi nell’onore, a sopportarsi con pazienza, a cercare il vantaggio dell’altro piuttosto che il proprio» (RB 72;1,3-5). Il monastero si presenta così come una realtà dinamica, una compagnia guidata al destino o, come la chiama san Benedetto, una “fraterna acies”, un “fortissimum genus” (cfr. RB 1,5.13). Attraverso la Regola, la compagnia diventa autorità, diventa l’esempio del passaggio dalla stima teorica all’attuazione, al comportamento adeguato. L’insegnamento che si vive in monastero tende innanzitutto alla “formazione della ragione”. Infatti la prima cosa che san Benedetto chiede ripetutamente a chi si presenta per abbracciare questo tipo di vita è: «Che sappia perché è venuto e a che cosa si impegna col suo ingresso in monastero» (RB 58,1-16, specie v. 12;60,3). Allo stesso modo san Benedetto chiede all’abate che «sia dotto nella legge divina per sapere dove trarre il suo insegnamento » (RB 64,9). Così pure i fratelli «devono obbedirsi l’un l’altro, sapendo che per questa strada andranno a Dio» (RB 71,2). Egli non tollera l’ignoranza dello scopo, perché non ci si faccia illusioni o immagini di vita sbagliate. Il lavoro da svolgere, infatti, per la sua estrema importanza, è assai impegnativo e deve essere chiaro: si tratta di «ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ci si è allontanati per la pigrizia della disobbedienza » (RB Prol. 2). Questa conversione della libertà non è frutto semplicemente delle nostre capacità, ma è possibile solo perché l’Amato è presente, è l’aderire a Lui che illumina l’intenzione, sostiene i passi nel passaggio dalla regio dissimilitudinis, dalla deformazione dell’io, al recupero dell’io fatto a immagine e somiglianza di Dio. È un cammino, questo, di umiltà e di obbedienza alla Bellezza incontrata, che conduce alla verità di se stessi, alla libertà come compimento dell’unità, all’amore che vince ogni timore. «Saliti dunque tutti questi gradini dell’umiltà, il monaco giungerà presto a quell’amore di Dio che, quando è perfetto, scaccia il timore, per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all’abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; in altre parole non più per timore dell’inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù. Sono questi i vfrutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati» (RB 7,67-70). «Così non allontanandoci mai dalla sua scuola, perseverando, nel monastero, fino alla morte nel suo insegnamento, ci associamo con la sofferenza alla passione di Cristo, per meritare di avere parte anche al suo Regno» (RB Prol. 50). Il Cristo-Maestro che ci insegna in questa scuola di carità, ci condurrà a quell’alta saggezza che è la saggezza della croce, nella quale si compie un reciproco e totale dono d’amore. Questa conversione dell’io segna una novità nel mondo. È questo il movimento che cambia il mondo, il movimento dell’io che cambia perché si lascia generare da Cristo che dice: «Sono qui». «La novità dell’annuncio cristiano – dice il Papa – consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Egli personalmente. […] Nel fatto ora c’è il Logos presente in mezzo a noi». Così l’io mostra ciò di cui è fatto: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20; cfr. 2Cor 5,16-17; Rm 8,4). Una tradizione vivente La vita non è mossa dalla nostalgia del passato; la vita non è mossa da qualcosa che non c’è. È il fascino di un Fatto iniziato duemila anni fa, presente tutti i giorni del tempo fino ad ora; si consegna a noi, nella vita della Chiesa, ciò che cambia la vita e la immette dentro la grande Tradizione della Chiesa. Non si può pertanto vivere la memoria di Cristo senza accogliere la Tradizione nella quale Cristo ci raggiunge. Diceva il cardinal Ratzinger a Subiaco nel 2005: «Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia. Le indicazioni ai suoi monaci sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie»4. Dentro questa via della grande Tradizione vivente della Chiesa – come ci insegna san Benedetto – il punto per far ripartire l’origine come ragione ed energia è che Cristo trovi accoglienza in noi; tutto sta nella nostra libertà di rispondere “Io” alla domanda di felicità che ci pone Dio. Per questo abbiamo bisogno di affermare continuamente Gesù Cristo come l’unico che può compiere l’infinito desiderio del nostro cuore. Note e indicazioni bibliografiche 1 L. Giussani, Realtà e giovinezza, SEI, Torino 1995, pp. 31-35. 2 San Bernardo, Sul dovere di amare Dio, 4. 3 San Bernardo, Sermoni diversi 29, 2-4. 4 J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Libreria Editrice Vaticana Cantagalli, Roma-Siena 2005, pp. 63-65.
Il monastero, luogo della generazione dell’io
di Padre Sergio Massalongo / Priore del Monastero dei SS. Pietro e Paolo, Cascinazza, Buccinasco (Milano)9
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