Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. La libertà economica

di Arye L. Hillman / Department of Economics, Bar-Ilan University, Israele

È ormai largamente condivisa l’opinione secondo cui la libertà economica, che consente agli individui e alle aziende di utilizzare la propria capacità e conoscenza per creare ricchezza attraverso gli incentivi offerti da mercati competitivi, permette di raggiungere elevati livelli di reddito e di crescita economica, in un contesto in cui vengono comunque mantenute le necessarie responsabilità di governo allo stato. La storia ci ha offerto significative testimonianze in tal senso. La libertà economica era minima nei sistemi socio-economici pianificati che si autodefinivano comunisti o socialisti. In tali società le transazioni di mercato inclusi gli investimenti privati erano in genere considerati come atti criminali e gli individui erano, del tutto o in parte, limitati nella scelta del luogo in cui vivere, del modo in cui guadagnarsi da vivere e spendere il proprio denaro. La mancanza di libertà economica era accompagnata dall’assenza di libertà politica. Hayek ed altri hanno affermato ciò che si poteva sin dall’inizio almeno sospettare, e cioè che la regolamentazione totale della vita degli individui in queste società comuniste o socialiste era forse in principio motivata ideologicamente dalla convinzione che il mercato producesse risultati insoddisfacenti dal punto di vista sociale ed economico a causa dell’ingiustizia distributiva connessa alla concorrenza. Tuttavia, la vera posta in gioco nel sistema era il controllo da parte dello stato della vita degli individui. La mancanza di libertà economica, quindi, era una conseguenza dell’assenza di libertà politica. Insieme, l’assenza di libertà economica e politica si tradusse in assenza di liberà personale con la conseguenza di una società ridotta in una condizione non molto diversa dalla schiavitù, come Hayek ha scritto nel suo libro La via della schiavitù del 1944. Due casi, Hong-Kong (durante il periodo dell’amministrazione coloniale Britannica se non anche per il periodo successivo) e Singapore, ci danno prova dell’esistenza di paesi con elevato reddito pro-capite in cui convivono libertà economica ed assenza di libertà politica, sebbene quest’ultima si manifesti senza repressioni sociali ma piuttosto attraverso l’esercizio di una dittatura aperta non fine a se stessa. Così come altre due “tigri” asiatiche, la Corea del Sud e Taiwan, sia Hong-Kong che Singapore negli anni Cinquanta erano caratterizzate da un basso livello di reddito pro-capite analogo a quello dei paesi africani durante lo stesso periodo. Sulla stessa scia, anche la Cina ha modificato la sua politica economica favorendo una significativa apertura verso la liberalizzazione della sua economia anche se in presenza di un regime politico autoritario. Avvantaggiandosi di un costo del lavoro molto ridotto e dell’apertura del mercato interno – sia dei beni di consumo che dei fattori produttivi – all’economia globale, la Cina ultimamente ha visto crescere il suo prodotto interno lordo in modo rilevante. Diversamente, in Africa sebbene i salari siano bassi, la combinazione improduttiva di assenza di libertà economiche e politiche e la presenza di regimi autoritari corrotti hanno contribuito all’arretratezza economica di massima parte del continente. Data la rilevanza del legame tra libertà economica e sviluppo testimoniata da quanto detto sopra è evidente come sia importante essere in grado di quantificare e quindi di misurare il livello di libertà economica esistente stente in un paese in un dato periodo. La misura più comune della libertà economica è costituita da un indice pubblicato dal Fraser Institute di Vancouver nella relazione annuale sulla Libertà economica nel mondo. L’indice ha come parametri di riferimento principali gli strumenti della politica monetaria e l’inflazione (non può esservi libertà economica quando la ricchezza individuale è annullata attraverso il monopolio del governo sull’offerta di moneta), l’entità della regolamentazione dell’attività economica da parte dello stato, la finanza pubblica (la quota del reddito individuale prelevato dall’imposizione fiscale) e gli scambi internazionali. In altre parole, l’indice serve a misurare la portata delle attività individuali di libero scambio rispetto a quelle direttamente controllate dai decisori delle politiche pubbliche. Dall’utilizzo delle misure di libertà economica nelle analisi empiriche in letteratura sono emersi due importanti risultati. Primo, sebbene alti (bassi) livelli di libertà economica non necessariamente sono accompagnati da alti (bassi) livelli di crescita del reddito, un aumento (riduzione) nel grado di libertà economica è quasi sempre accompagnato da un maggiore (minore) livello di sviluppo. Secondo, la libertà economica è generalmente positivamente correlata con una maggiore uguaglianza nella distribuzione del reddito. È importante adesso fare qualche breve riflessione sul nesso di causalità esistente tra libertà e crescita economica. Se è vero come è vero che le misure della libertà economica e della crescita economica sono correlate, è opportuno chiedersi se è la libertà economica la causa della crescita economica oppure viceversa e/o se il rapporto tra libertà e crescita economica sia più complesso ipotizzando la presenza di elementi di simultaneità e interazione. In letteratura è stato provato che una più elevata crescita causa una maggiore libertà economica se accompagnata dall’emersione di una classe media che produce pressioni politiche verso l’adozione di scelte di politica economica a sostegno del libero mercato. Questa nesso causale tra libertà e crescita spiega perché i regimi autoritari e dittatoriali in molti paesi a bassi livelli di reddito non promuovono misure volte a favorire la crescita economica poiché ciò porterebbe a compromettere il controllo politico da parte delle élite al potere. In effetti, per queste élite, l’economia pianificata è una garanzia per il mantenimento del controllo delle decisioni di politica economica e quindi dell’economia del paese. In questa luce è possibile, infatti, comprendere le ragioni per le quali in molti paesi il raggiungimento dell’indipendenza dall’amministrazione dello stato da parte di potenze straniere fu accompagnato da un’apertura convinta verso forme di governo dell’economia pianificate nelle prime fasi post coloniali. È importante, infine, sottolineare il legame esistente tra libertà economica e corruzione. È stato scientificamente provato che la corruzione riduce la crescita economica e che, al tempo stesso, nei paesi poveri vi è meno libertà economica lì dove maggiore è il livello di corruzione. È evidente, quindi, come l’assenza di libertà economica faciliti la corruzione che, a sua volta, ostacola le dinamiche di crescita. L’evidenza empirica, quindi, sembra provare il fatto che in presenza di sistemi concorrenziali in cui le decisioni economiche vengono prese liberamente dai singoli agenti nel mercato non vi sarebbe spazio per attività opportunistiche i cui benefici economici sono rappresentati da guadagni personali derivanti dalla corruzione. Sono questi alcuni dei temi che si possono studiare utilizzando le misure della libertà economica e l’effetto che essa esercita sul funzionamento dei sistemi economici. A questo proposito per chi è interessato ad una rassegna della letteratura economica a riguardo potrà trovare utile leggere i saggi apparsi nel numero speciale della rivista European Journal of Political Economy pubblicato nel mese di Settembre del 2003 e curato dal professore Jakob de Haan.

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