Sostenitori ed avversari dell’idea che si dovrebbe attribuire molta importanza alla protezione e allo sviluppo della libertà individuale sembrano condividere almeno un presupposto: l’ideale di libertà individuale è un ideale che corrisponde a una prospettiva individualistica della vita. Ma in che cosa consiste, esattamente, questo individualismo a cui si fa riferimento? È possibile distinguere almeno fra due diversi tipi di individualismo: atomistico e normativo. L’individualismo atomistico è l’idea che ciascun individuo sia sostanzialmente “per conto proprio”. Ciascun individuo può essere visto come un insieme di preferenze, di desideri o di valori, e ognuno di noi cerca di realizzarli nel miglior modo possibile: siamo tutti dei Robinson Crusoe che cercano di sopravvivere nei propri piccoli mondi. Una versione più estrema vuole che il mondo sociale consista soltanto di singoli esseri umani. Possiamo anche parlare di gruppi, società, classi, ecc., ma solo per facilitare la comunicazione. Nelle note parole di Margaret Thatcher: “La società non esiste”. L’individualismo normativo non riguarda tanto la nostra idea di ciò che il mondo è, quanto piuttosto la nostra idea di ciò che il mondo dovrebbe essere. I nostri ideali normativi (siano essi di tipo morale o politico) alla fine dovrebbero essere riducibili agli interessi dei singoli esseri umani – quegli interessi individuali sono considerati l’origine ultima dei nostri ideali morali e politici. La mancata distinzione tra questi due tipi di individualismo spiega gran parte dell’attuale querelle filosofica sull’ideale di libertà. Nella loro critica al pensiero liberale, i filosofi comunitaristi, per esempio, hanno contrastato fortemente la posizione dell’individualismo atomistico. Riprendendo Aristotele sostengono in modo persuasivo che un individuo è sempre integrato in un ambiente sociale: il contesto sociale in cui viviamo è in parte costitutivo della nostra identità. Ciò a sua volta esige, proseguono, che si abbandoni l’idea di umanità come insieme di atomi indipendenti. Al contrario, dovremmo dare più importanza al contesto sociale che dà forma alla nostra identità. Tuttavia, il rifiuto da parte dei communitarian dell’individualismo atomistico non implica il rifiuto dell’individualismo normativo. In piena coerenza, possiamo essere d’accordo che il contesto sociale, almeno in parte, formi le nostre preferenze e i nostri valori, dunque la nostra identità personale, e al tempo stesso affermare che le concezioni normative dovrebbero andare verso la realizzazione di quelle preferenze e di quei valori individuali. In effetti, possiamo dire che parte dell’importanza della libertà nasca dal rifiuto dell’individualismo atomistico. Anzi, uniamoci ai critici comunitaristi nel dire che non si può sostenere l’individualismo atomistico. Vale a dire, partiamo dal presupposto che l’ambiente sociale o culturale in cui gli individui agiscono ha un’esistenza che in parte “trascende” quegli stessi individui e che in parte è anche costitutiva della loro identità, ovvero delle loro idee, delle loro preferenze, dei loro valori e delle loro scelte. Per capire che queste affermazioni implicano l’importanza della tutela e dello sviluppo della libertà individuale vale la pena di esaminare brevemente la famosa analisi del valore della libertà di John Stuart Mill. Questi sostiene che la libertà abbia un valore strumentale importante: quanto più spesso operiamo delle scelte, tanto più sviluppiamo le nostre capacità decisionali. Impariamo meglio ad acquisire e assimilare le informazioni che contano, saremo più veloci nell’individuare la soluzione ottimale, ecc. Se riteniamo che questo sviluppo della nostra razionalità sia prezioso, e che anzi vi sia un rapporto positivo tra l’essere liberi e lo sviluppo della nostra razionalità, abbiamo un motivo importante per avere a cuore la nostra libertà. Ma fino a che punto la spiegazione di John Stuart Mill dell’importanza della libertà è ancora attuale? Possiamo condividere l’ottimismo di Mill sulle possibilità del progresso umano? A prima vista la risposta sembrerebbe essere negativa. Secondo alcuni il problema oggi non è la mancanza di libertà di scelta ma che di scelte ce ne sono troppe e che il conseguente ‘imbarazzo delle possibilità’ porti ad una paralisi piuttosto che ad un accrescimento delle nostre abilità razionali. Non dovrebbe essere più probabile che la fondazione di ancora un altro partito politico, la rappresentazione di ancora un altra opera o l’introduzione di ancora un altro tipo di aspirina renda le nostre scelte più arbitrarie— dopo tutto possiamo sempre tornare sui nostri passi—e quindi diminuisca la nostra capacità di fare scelte? Tuttavia, per quanto sia vero che oggi giorno noi attribuiamo minore importanza a molte delle nostre scelte di quanto non facessero i lettori di Mill nel XIX secolo, questa non è una buona motivazione da muovere contro l’affermazione di Mill: dobbiamo distinguere tra l’importanza che assegnamo alle scelte che facciamo dall’importanza che attribuiamo all’essere in grado di fare delle scelte. Inoltre possiamo sostenere che dovremmo attribuire maggiore importanza al modo in cui le nostre scelte sono fatte. È un dato di fatto che le azioni degli individui siano diventate sempre più interdipendenti, e che anche noi siamo diventati consapevoli di questa maggiore interdipendenza. Le tue scelte influiscono sulle mie, così come le mie scelte influiscono sulle tue. In altri termini, il contesto sociale delle mie azioni è diventato un importante fattore determinante delle conseguenze delle mie azioni. La maggiore interdipendenza dell’azione umana a sua volta esige che, nell’assumere le nostre decisioni nel miglior modo possibile, acquisiamo informazioni sulle preferenze degli altri individui, sui loro valori, sul modo in cui hanno agito in passato, ecc. Inoltre, più ampio è il nostro raggio d’azione, cioè maggiore la libertà di cui disponiamo, più grande è la necessità di ottenere tali informazioni. Se poi, insieme ai critici dell’individualismo atomistico, pensiamo che la conoscenza del contesto sociale in cui agiamo sia necessaria per raggiungere una comprensione adeguata della nostra identità, e se ci spingiamo ancora oltre e riteniamo che tale comprensione di sé sia preziosa, allora abbiamo una versione adattata della tesi di Mill a favore dell’importanza della libertà: la libertà individuale è preziosa proprio perché rifiutiamo l’individualismo atomistico. Ovviamente, questa tesi a favore del valore della libertà ha come fondamento diversi presupposti che esigono un ulteriore approfondimento. Per esempio, che cosa intendiamo, esattamente, per “contesto sociale”? Che tipo di interdipendenze tendono maggiormente all’auspicata conoscenza di sé? Inoltre, potremmo desiderare di esaminare quali assetti istituzionali garantiscono meglio il tipo di libertà che mostra il valore strumentale descritto. Un esame approfondito di questi temi, tuttavia, è molto più utile del rifiuto ideologico delle teorie sulla libertà basato su un’idea confusa dei concetti fondamentali di tali teorie.
Approfondimento. La libertà individuale in un contesto sociale
di Martin Van Hees / Department of Philosophy, University of Groningen, Olanda
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