Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Come vivere un'esperienza di libertà

di Marcos Zerbini / Presidente Associazione dei Lavoratori Senza Terra di San Paolo del Brasile

Lavoro con movimenti sociali nella città di San Paolo, in Brasile, dal 1980, quando ho cominciato a prendere parte al gruppo di giovani della Parrocchia Santo Emídio. Discutevamo molto sulla Dottrina Sociale della Chiesa e così cominciammo a svolgere un lavoro nella favela di Vila Prudente. Ci occupavamo di alfabetizzazione degli adulti. È stata un’esperienza affascinante perché abbiamo conosciuto una cultura molto diversa dalla nostra e, se abbiamo insegnato qualcosa, senza alcun dubbio è molto di più quello che abbiamo imparato. In poco tempo ci siamo legati a quelle persone, erano estremamente affettuose e il sentimento che da lì è nato ha finito per modificare profondamente la mia vita. Sono stato sempre più coinvolto nella vita della favela e nelle sue lotte e già alcuni mesi dopo avevo abbandonato il mio impiego per lavorare come agente Pastorale nel Movimento in Difesa delle Favelas della Regione Episcopale di Belém (Movimento em Defesa do Favelado, MDF). Ho lavorato alcuni anni nel MDF e, data la necessità che avevamo di poter contare su avvocati che si dedicassero alla difesa degli abitanti delle favelas della regione nelle innumerevoli azioni di reintegrazione di possesso (sgomberi), ho finito per studiare diritto con un altro amico che faceva questo stesso cammino. Abbiamo seguito moltissimi lavori eseguiti in decine di favelas della regione principalmente per costruire le infrastrutture: condotte idriche, reti elettriche e fognarie, sorvegliando il processo di urbanizzazione di queste favelas. Nel 1986 sono stato invitato da un amico a lavorare in uno studio di avvocati che lavorava con movimenti di lotta per il diritto all’alloggio. L’idea era di fare uno stage e svolgere il lavoro che facevo nel Movimento in Difesa delle Favelas in un’altra regione della città. Ho accettato la sfida e sono andato a lavorare dall’altro capo della città. Al di là del lavoro con le favelas abbiamo iniziato a organizzare un movimento di lotta per il diritto all’alloggio con famiglie che pagavano l’affitto e, alla fine del 1986, è nata l’Associazione dei Lavoratori Senza Terra di San Paolo (Associação dos Trabalhadores Sem Terra, ATST). Dopo due anni di vita dell’associazione, nel 1988, stanchi di aspettare che il Governo offrisse soluzioni, i movimenti di lotta per il diritto all’alloggio della città si riunirono e decisero di fare un gran numero di occupazioni nella regione metropolitana di San Paolo, con l’obiettivo di forzare i governi municipali a costruire più abitazioni popolari. Abbiamo parlato con le persone che partecipavano ai movimenti che io aiutavo a coordinare che decisero di non partecipare alle occupazioni. Sebbene non abbia partecipato direttamente a queste occupazioni, finii per seguirle da vicino. Cinque di esse erano nella regione vicina al luogo in cui lavoravamo e, dopo otto mesi di resistenza, finirono per subire la reintegrazione del possesso. Non avendo un posto dove andare furono alloggiate nelle sale delle parrocchie vicine. Erano circa quattrocento persone ammassate in sei sale parrocchiali. Quando cominciammo a domandare loro perché avevano deciso di partecipare a quelle invasioni, risposero che i capi del movimento avevano affermato che con l’occupazione avrebbero obbligato i proprietari a negoziare le aree occupate. Abbiamo cominciato quindi a discutere e studiare la possibilità reale di riunire un gruppo di famiglie e comprare una grande area di terra. Con un gruppo di diciotto famiglie, che avevano risparmiato un po’ di denaro, abbiamo fatto la prima esperienza. Trovammo un’area, e negoziammo il prezzo con la proprietà e, dopo alcuni mesi, l’area era occupata, ma questa volta senza reintegrazione di possesso, giacché era stata comprata e pagata da chi l’aveva occupata. Il risultato di questa esperienza fu così positivo che fu riprodotto. Si iniziarono ad organizzare gruppi di famiglie che riunivano i loro risparmi e compravano grandi aree di terra per poi costruire nuovi quartieri. Il prezzo della terra era molto basso perché si trattava di aree molto grandi e quello che rimaneva dal prezzo della terra veniva usato per l’organizzazione e la lotta per la conquista delle infrastrutture necessarie per fare di quella grande aera in un nuovo quartiere. Oggi le aree acquistate sono ventiquattro aree e le famiglie assistite sono dodicimilacinquecento. Ogni area ha la sua storia. Una storia che si confonde con quella di migliaia di famiglie che scrivono il proprio destino. Storie come quella di Maria José che, alcuni anni fa, aveva finito di traslocare nella sua nuova casa che noi siamo andati a visitare. Era una casa semplice, non ancora terminata, costruita da lei e dal marito nei fine settimana, con molto sacrificio, in una delle aree dell’Associazione dei Lavoratori Senza Terra di San Paolo (ATST). Ha insistito talmente tanto che andassimo a casa sua e che prendessimo un caffè, che era impossibile rifiutare l’invito. Era molto felice perché, come diceva, «era libera dalla schiavitù dell’affitto ». Quando entrai nella casa mi colpirono le dimensioni del bagno, che si era premurata di mostrarci. Era un bagno molto grande, di fianco a una cucina minuscola. Vedendolo e senza capire subito domandai: «Signora Maria José, perché un bagno così grande e una cucina così piccola?». E lei rispose: «Il mio sogno è sempre stato quello di avere una vasca con idromassaggio, ma di quelle rotonde grandi e belle, come quella che c’è nella casa della mia padrona. Un giorno l’avrò. Non ho bisogno che la cucina sia grande perché non mi piace stare in cucina; e poi farò una sala da pranzo molto carina». In quel momento la futura sala da pranzo serviva da camera, perché i lavori non erano neanche arrivati a metà. Quel momento mi ha segnato profondamente. La luce negli occhi di quella donna era commovente. Una luce che rifletteva il profondo della sua anima, piena di gioia e di speranza. Ella era confortata dalla certezza di non dover mai più cambiare casa perché impossibilitata a pagare l’affitto o perché il proprietario rivoleva la casa. Sapeva che lì poteva crescere i figli in sicurezza e libertà. Era il primo grande passo verso un sogno che, come lei stessa diceva, «sembrava così distante e impossibile». Uscii da quella casa con la profonda convinzione che eravamo sulla strada giusta. Che il lavoro che stavamo facendo era veramente necessario, perché aiutava le persone a dare valore ai propri sogni e a lottare per realizzarli. Questa e molte altre esperienze simili mi convincevano sempre più del fatto che i discorsi che si facevano nel Paese riguardanti la politica dell’alloggio erano sbagliati. L’abitazione popolare in Brasile è trattata in modo totalmente impersonale. Le case sono costruite in grandi Complessi Residenziali, tutti uguali, come se uscissero dalla catena di montaggio di una fabbrica d’auto. In un Paese dove a milioni soffrono per la mancanza di un alloggio, è evidente che l’importante è semplicemente aiutare le persone a ottenerlo. Dopo i primi anni di lavoro con movimenti di lotta per il diritto all’alloggio questa impersonalità nella produzione delle case popolari cominciò a infastidirmi, ma mai avevo sentito così profondamente la necessità di cambiare questa politica abitazionale dell’impersonalità come dopo aver udito le parole di quella donna. Era estremamente chiaro che ciò che l’aveva resa libera era la possibilità di sognare e di perseguire il suo sogno. La casa semplice e incompiuta rifletteva il suo desiderio più profondo di felicità e la solidità del cammino da percorrere le dava una profonda sicurezza. Le parole e i sentimenti di quella donna mi fecero vedere con chiarezza quanto fosse importante per lei non tanto avere “una” casa qualsiasi, ma “quella” casa. Quel fatto, da allora, ci ha aiutati a capire l’interpretazione e l’orientamento da dare al nostro lavoro. Per quanto non sia stato facile, ciascuna delle ottomila case già costruite e delle quattromilacinquecento in costruzione grazie al lavoro svolto insieme all’ATST, è diversa l’una dall’altra. Ciascuna ha il suo progetto discusso con il suo futuro proprietario. Ciascuna ha il suo tocco particolare. Vedere persone estremamente semplici discutere con gli architetti come desiderano la casa ci ha fatto imparare molto. Al di là dei progetti, belli e interessanti, creati da loro, la sensazione di essere ascoltati, di poter decidere come sarà la loro casa, li faceva sentire esseri umani, gli faceva capire che non erano solo un numero, ma persone i cui sentimenti e desideri avevano importanza. Il risultato di questo modo di affrontare l’alloggio popolare si esprime in dati concreti. Per quanto riguarda il primo Complesso edificato dalla ATST, nel 1989, più del 90% delle famiglie che vi alloggiano a tutt’oggi sono le stesse degli inizi; in un Complesso Abitativo tradizionale, eretto dietro iniziativa del Governo, dopo 5 anni di occupazione, più dell’80% delle famiglie non sono più quelle originarie. Questi numeri mostrano l’importanza del rispetto della volontà e della libertà delle persone. Dimostrano che non basta dare a ciascuno la possibilità di avere una casa, perché questo, se non è accompagnato da un sentimento di appartenenza del processo di ottenimento della casa stessa, ha in sé poca importanza. Io ho bisogno di partecipare alle decisioni che definiscono il futuro della mia vita con tutta la mia libertà e il mio interesse per potermi sentire agente di questa storia. Pertanto mi pare che il fondamento basilare della libertà individuale sia la consapevolezza di essere partecipe alla costruzione della mia storia personale. La nostra più grande battaglia è stata quella di tentare di convincere il potere costituito che queste formule antiquate di concepire la politica abitazionale non producono risultati veramente positivi. Se le persone non apprezzano la loro casa non aiuteranno a tenere in ordine la strada e il quartiere. Non si sentirà co-responsabile per la comunità in cui vive. Il Brasile ha una struttura sociale e che non toglie alle persone la libertà di religione, di associazione, di espressione ecc., ma così come in moltissimi altri Paesi del terzo mondo, le sue ingiustizie rendono milioni di brasiliani schiavi della miseria. Siamo anche schiavizzati da una cultura che promuove valori che non aiutano l’uomo a vivere la sua umanità, che lo allontana dai valori cristiani. Abbiamo bisogno di pensare e proporre strutture sociali e politiche che affrontino questi problemi e aiutino a costruire una società più giusta e libera. Abbiamo bisogno di diffondere il principio di sussidiarietà. Ma questo è possibile solo se le esperienze concrete e le soluzioni trovate da migliaia di persone e organizzazioni sociali vengono riprodotte il più possibile, partendo da piccoli lavori fatti di soluzioni semplici e basati sul presupposto della partecipazione delle persone nella risoluzione dei problemi e nella loro co-responsabilità nella conduzione del destino della società in cui sono inserite. Non è più possibile concepire strutture basate su ideologie che puntano solo alla presa di potere da parte di un determinato gruppo o partito politico, come se questa fosse l’unica condizione sufficiente per “risolvere i problemi di tutti”. È necessario portare alla conoscenza di tutti e diffondere esperienze come quelle che sono fatte in decine di centri comunitari, costruiti dalla comunità stessa, che aiutano ad ottenere le risorse per comprare il materiale da costruzione e che poi prestano la mano d’opera per la sua esecuzione. Centri comunitari in cui riusciamo a portare la testimonianza inequivocabile dello spirito cristiano. Dove moltissimi volontari insegnano musica, danza, ricamo e tante altre cose senza volere nulla in cambio. Esperienze che costruiscono veramente la comunità. Ricordo innumerevoli testimonianze di persone che dicevano che le loro vite si erano trasformate dopo che avevano cominciato a partecipare agli incontri che si tenevano nei centri comunitari. Che ritenevano di non avere altra ragione di vita, da quando sentivano di appartenere a una comunità ed erano capaci di suonare, cantare e creare e soprattutto contribuire alla costruzione di questa comunità. Persona come Ana Lucia, che a 58 anni di età ha imparato a suonare la chitarra e che non manca a neanche una lezione. Come Antonia che a 72 anni, insieme a un gruppo di donne, balla e fa presentazioni per migliaia di persone, con un desiderio di rinnovamento di chi sa che vale la pena vivere. Come José, che è muratore, che scoppia dalla felicità perché ha imparato a suonare il chitarrino. La libertà può essere intesa solo in questa dimensione. Nella ricerca costante del sogno e dell’aspirazione, non un sogno o un’aspirazione qualsiasi, ma quello che ci permettono di vivere pienamente la nostra umanità. Il nostro lavoro deve liberare, ma non potrà farlo veramente se non si tiene conto del desiderio di ogni persona. Le lotte e costruzioni collettive hanno senso solo quando sono fatte per Maria José, per Antonia, e per José. Ma sebbene lavoriamo perché le strutture sociali e politiche sviluppino la libertà umana, non possiamo dimenticare che solo l’uomo individualmente può fare la scelta di libertà. Per quanto questo possa sembrare paradossale e contrariamente al senso comune, che vede la libertà come sinonimo di mancanza di compromesso, essere libero passa attraverso un costante compromesso. Mi viene alla mente un’altra esperienza concreta che mi è accaduta all’inizio degli ‘80 quando ho cominciato a lavorare con le favelas nella città di San Paolo. Un giorno ho potuto conoscere un leader di comunità di una favela del quartiere chiamato San Matteo. Il suo nome era Antonio Caetano e aveva approssimativamente 60 anni. Era il maggior leader del movimento delle favelas della regione e una persona molto semplice, quasi analfabeta, ma di grande carisma. Mi ricordo che un giorno nella sede del Movimento in Difesa delle Favelas (Movimento em Defesa do Favelado), stavamo chiacchierando ed ha cominciato a raccontarmi la sua storia: pernambucano, ha iniziato a lavorare ancora bambino in un mulino di farina di manioca. Il suo compito era spingere l’asino che faceva girare la macina e non si poteva fermare neanche per mangiare. Un giorno si è fatto coraggio ed è andato a parlare con il proprietario del mulino dicendo che aveva diritto di smettere di lavorare almeno all’ora di pranzo. Che voleva mangiare seduto. In quel momento, mi diceva, «presi coscienza che ero una persona e dovevo lottare per i miei diritti». Da allora non ha più smesso di lottare per i suoi diritti e per i diritti di quelli che lo circondano. Diceva che «la nostra libertà deve essere conquistata ogni giorno». Come leader comunitario lottava per gli interessi della favela in cui abitava e di altre quaranta favelas della regione. Non ho mai conosciuto nessuno che fosse così impegnato nella lotta per il suo popolo e che contemporaneamente fosse così libero e felice. La libertà non sta nella mancanza di compromessi, ma nei legami che creiamo con quelli che ci circondano. Deve essere costruita ogni giorno e quanto più ci doniamo agli altri tanto più troviamo la libertà. Per quanto possa sembrare strano, ho scoperto che più mi faccio coinvolgere dal lavoro che svolgo, più mi lego alle persone con cui lavoro, tanto più mi sento libero. Ma non è facile raggiungere questa libertà. È necessario un impegno quotidiano e, come tutto ciò che è vero e bello nella nostra vita, molto sacrificio. Mi piace molto un passaggio del Vangelo quando Cristo dice: «Chi perde la sua vita la trova». In alcuni momenti ho la sensazione di sapere quello che Gesù intendeva dire con queste parole. Forse la mia presunzione è grande, ma in alcuni momenti della mia vita credo di essere riuscito a sperimentare la profondità di tutto questo. Ogni volta che riesco a liberarmi dall’egoismo e rispondere alla chiamata che Cristo mi rivolge, sento la bellezza della Sua presenza. Una presenza che riempie il mio cuore di felicità. Ho la piena convinzione, nata dall’esperienza quotidiana, che quanto più lasciamo che Egli ci usi come strumenti, tanto più raggiungiamo la libertà. Ma ho anche imparato che per raggiungere questa libertà è necessario avere il coraggio di negare i valori che la società e il mondo moderno offrono. Tutte le persone che ho conosciuto e che hanno avuto il coraggio di dire un sì sincero alla propria vocazione, che è Dono di Dio, hanno trovato la felicità e la libertà che tanti cercano senza trovare. Vedo in ogni volontario, che si dedica all’insegnamento di quel poco che sa a coloro che si recano nei centri comunitari, nei gesti d’amore e di affetto, nei sorrisi disinteressati, la presenza di una libertà indescrivibile di chi è riuscito a incontrare Gesù Cristo nel fratello. Se non riusciamo a interpretare la libertà in questo senso non siamo veramente liberi. Se la nostra libertà non serve per costruire la libertà degli altri, allora non è libertà. Una libertà che è solo mia non serve neanche a me stesso. È falsa, è illusione. Viviamo in un mondo pieno di preoccupazioni. Preoccupazioni per ingiustizia, per la miseria, per l’intolleranza. A volte siamo tentati di perderci d’animo, a cedere di fronte alle manifestazioni del male presente intorno a noi. Ma dobbiamo imparare a capire sempre più i segnali di libertà che si verificano nella nostra vita e nella vita di tutti quelli che ci circondano, perché sono i segnali della presenza di Cristo. Tutti noi possiamo essere veramente liberi, ma prima dobbiamo domandarci se abbiamo il coraggio di perdere la nostra vita per trovarla.

Nello stesso numero