Quadrimestrale di cultura civile

Forum

di Giorgio Vittadini, Ugo Bertone, Renato Farina, Marco Girardo, Daniele Manca, Antonio Quaglio / Presidente Fondazione per la Sussidiarietà; vice Direttore di Finanza & Mercati; vice Direttore di Libero; giornalista economico di Avvenire; Capo Redattore Economia del Corriere della Sera; Capo Redattore centrale Il Sole24Ore

1. La libertà economica è un fine da perseguire in quanto tale o è uno strumento capace di produrre ricchezza che si trasforma in benessere diffuso solo se indirizzata a raggiungere obiettivi di utilità sociale? La libertà economica esiste solo quando è il mercato a dettare le sue regole? Si può ipotizzare l’esistenza di un’economia libera che accetta vincoli diversi da quelli imposti dal mercato?

R. Quando nell’ottobre del 1994 Silvio Berlusconi andò a Mosca da Eltsin, sostenne, per contrapporsi al comunismo, che è la libertà economica a fondare la libertà in quanto tale. Il comunismo, negando la libertà economica, aveva perciò negato la prima delle libertà, quella che fondava le altre. In buona sostanza sosteneva che è il mercato la chiave di tutto. Dopo le Torri Gemelli ha sostenuto che è la libertà politica. Io me la presi in tutt’e due le occasioni, e glielo dissi, perché ritengo sia la libertà religiosa a fondare le altre. La libertà cioè di cercare la felicità, il significato come molla decisiva per tutto: quaerere Deum, per citare san Benedetto citato da papa Ratzinger. Allora la libertà economica non è fondativa. È piuttosto un segno. La libertà economica è immediata espressione del tentativo dell’uomo, che rispondendo al suo bisogno, tenta di andare al di là del suo limite, si protende all’infinito. Ed essa non è una caratteristica di una categoria di uomini. Credo che la libertà economica di chi va a lavorare al mattino (manager od operaio) sia decisiva per la sorte dell’umanità come la libertà apparentemente invisibile ed economicamente improduttiva del malato che svegliandosi chiede a Dio soccorso se no veramente creiamo un’altra casta. Cioè la casta di chi ha in mano la salvezza, cioè l’imprenditore o il finanziere, e oggi il condottiero politico. Per capire che non è il mercato a fondare le altre libertà, mi appoggio al Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica. Al numero 510, c’è la domanda: «Quando la Chiesa interviene in materia sociale? … quando è richiesto dai diritti fondamentali della persona, dal bene comune o dalla salvezza delle anime». Poi, al numero 512, si dice cosa si oppone alla dottrina sociale della Chiesa. Lì si condanna il comunismo oltre alle «forme atee e totalitarie di “socialismo”. Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del “capitalismio”, l’individualismo e i primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano». Da qui si deduce, ripeto, che non è il mercato che fonda il valore della libertà, ma è qualche cosa di più forte, per cui la libertà economica è uno strumento. Per rispondere alla prima domanda, non è un fine, perché l’uomo è più grande del suo lavoro. Non coincide con il mercato anche se il mercato è un utile strumento. Io non vorrei che dopo il movimento dei cristiani per il socialismo nascessero i cristiani per il capitalismo per cui lo sviluppo del capitalismo comporti con ciò la salvezza. È importante stabilire anche i limiti dell’economia e del benessere economico che non coincide con il bene, che non esaurisce il bene della persona anche se è espressione di un tentativo in questo senso, se no si assolutizza davvero l’economia come chiave di tutti i rapporti e inevitabilmente siccome i parametri dell’economia sono essenzialmente il profitto e la capacità di ingrandirsi, si finisce per diminuire il soggetto. Guardate, io sono un povero giornalista-filosofo per cui pongo delle questioni così fondamentaliste però queste cose le sento molto perché a me fa paura la teorizzazione del mercato come chiave totale per aprire la porta della libertà. Nella mia esperienza ho visto che si è incrementato il bene comune, è cresciuta l’economia spesso introducendo un criterio superiore alle regole strette dell’economia. Guardando prima in faccia le persone che le famose bronzee leggi dell’economia. Vorrei dire che la carità (non l’elemosina, la carità forte) ha dato vita a comportamenti che si sono rivelati virtuosi.
(RENATO FARINA - vice Direttore di Libero)

R. Il mercato è il frutto della storia. Si può parlare di mercato riferendoci alle fiere di Piacenza, dove prevaleva l’interesse del produttore poi sostituto da mercante. O si può parlare di Google, un luogo virtuale che governa il flusso delle informazioni e decide per conto nostro la gerarchia delle informazioni. Oggi il mercato è sostanzialmente Google, un luogo che amplia la nostra possibilità di conoscenza e, di riflesso di capacità di competere o di connettersi con realtà lontane. Ma anche un alfabeto nuovo, che non controlliamo. L’abbiamo capito un po’ tutti in ritardo: solo un anno fa, al momento della sua introduzione in Borsa. Google era giudicato caro a 85 dollari perché non si sapeva che cosa vendeva cioè pochi capivano come avrebbe fatto i soldi. Oggi vale quattro volte tanto, ovvero 90 miliardi di dollari: poco meno dell’Eni che è pur sempre la sesta compagnia petrolifera del mondo. Ebbene, Google è un po’ la metafora del mercato così come lo viviamo ai giorni nostri. Un luogo virtuale ma che gode di un potere reale enorme, perché si parte dal controllo delle informazioni e si arriva al controllo delle convinzioni. Spesso ci troviamo di fronte ad una sorta di alfabeto unico, una terapia unica per ogni crisi economica o per ogni conflitto sociale prescindendo da tutto ciò che è frutto della storia, di mille situazioni diverse. No, mercato e libertà economica non sono necessariamente la stessa cosa.
(UGO BERTONE - vice Direttore di Finanza & Mercati)

R. Mi aggancio a queste ultime considerazioni, partendo da uno sguardo più che altro “sociologico” sulla condizione dell’Occidente. Possiamo intravedere una situazione de jure, una prospettiva teorica – che probabilmente ci troverà concordi – per la quale il mercato non è il fondamento della società. Ma c’è poi una situazione de facto, nella prassi, in cui la pervasività degli aspetti economici assume caratteristiche omologanti se non assolutizzanti. Torna ancora alla mente l’analisi marxiana: con la rivoluzione industriale, si è assistito al passaggio dalla teologia – o, meglio, dalla prospettiva religiosa – all’economia quale struttura fondante le altre sovrastrutture, dall’arte alla politica, dalla psicologia alla cultura. Mi chiedo anzitutto se l’analisi marxiana non sia ancora attuale. Ed è forse dentro questa domanda - soprattutto se la risposta è affermativa - che va tentata una definizione di libertà economica contesto stante. Pena il riaschio di sorvolo teoreticheggiante. Ciò detto, la libertà è indissolubilmente legata alla singolarità: non può essere “assegnata” dall’alto. Isaiah Berlin, un pensatore che muove proprio dall’analisi marxiana per prenderne le distanze, ha tentato una doppia definizione di libertà che tenesse conto di questo elemento “irriducibile”. Berlin parla di “libertà negativa” come di quell’area entro cui si permette o si dovrebbe permettere al soggetto di fare o essere ciò che è capace di essere, senza interferenza da parte di altre persone. Detto in altri termini: qual è lo spazio di azione che si può concedere al singolo? La “libertà positiva” risponde invece ad una domanda diversa: che cosa o chi è la fonte del controllo o dell’interferenza che può indurre qualcuno a fare, o a essere, questo o quello? Una definizione ipotetica di libertà che ben si adatta al contestto economico attuale: parlando del “conflitto endemico” come della malattia del capitalismo evoluto, quello della finanza e della globalizzazione, alla domanda di Berlin Guido Rossi risponde con una buona dose di pessimismo: né la politica tout court, né l’economia o le strutture economiche tout court sono in grado di garantire livelli di controllo, livelli di regolazione interni all’architettura sociale che possano temperare da una parte le spinte individualistiche e dall’altra la predominanza ossessiva del mercato. Ed è proprio all’interno di questi due forze che va cercato il punto di equilibrio.
(MARCO GIRARDO - giornalista economico di Avvenire)

R. Mi premeva soltanto dire questo: sì, sono convinto che non sia un paradigma unico il mercato, però nei fatti oggi qualunque discorso che vogliamo fare sull’economia si confronta sull’esito che ha per il mercato. Tutto sommato invece abbiamo perso quello che poi è il risultato finale di un’azione economica, come incide cioè sulla vita delle persone. Non saprei dire se certe volte il profitto sia buona cosa in assoluto oppure non vada privilegiato l’investimento a lungo termine che non determina profitti immediati. Le regole dell’economia funzionano sia nell’uno che nell’altro caso, certo. Ma la cosa più inquietante è che oggi, qualunque sia la situazione, viene valutata con un metro unico, con un alfabeto unico e tutto sommato quello che abbiamo imparato da 20 anni a questa parte è che è l’alfabeto della globalizzazione che non è assolutamente un male in sé e per sé, però ha spostato fortemente i termini del dibattito. Rende molto più difficile andare a stabilire l’equità all’interno dell’azienda brianzola, rende molto più difficile definire che cos’è la funzione e la missione dell’”io”; dove inizi e dove finisce la mia equità economica; dove inizi e dove finisce il problema del contadino che tutto sommato sopravvive, il problema nostro di sovvenzionare un contadino perché altrimenti se cambia la vigna tutto sommato dopo tre anni abbiamo un’alluvione. Perché il mercato lo viviamo sempre dal nostro punto di vista ma anche altri chiedono un mercato quando chiedono parità di condizioni nell’affrontare la questione agricola. In realtà dovremmo mettere in discussione quello che è l’alfabeto unico, per cui tutto sommato mercato vuol dire Microsoft, vuol dire monopolio, vuol dire un reddito che è misurato. Dimentichiamo che dopo tante ricette di questo tipo adesso a Cambridge si studia l’economia della felicità, non è affatto vero che i cosiddetti popoli più ricchi siano i più felici, che campano meno, che campano di più o che tutto sommato misurano meglio la propria felicità, … ci sono tante cose che invece funzionano meglio altrove. Tutto questo ci spinge a superare l’alfabeto unico del mercato così come l’abbiamo vissuto. La libertà economica è un fine o è uno strumento? Secondo me è sbagliato il punto di attacco, io riformulerei così la domanda: è necessaria solo la libertà economica? O è necessario qualcos’altro? Poi che sia fine o strumento questo è relativamente poco importante, l’errore che si fa secondo me è esattamente questo, considerare un principio come il principio più importante o quello intorno al quale fondare tutto. Può essere solo un discorso di metodo. Però è secondo me più importante della sostanza, nel senso che io ho bisogno di libertà economica nella misura in cui ho anche bisogno di libertà politica, libertà di religione e via dicendo. Nel momento in cui dimentico questo falso la questione. L’errore che io vedo spesso è considerare il mercato come il principio e non considerarlo come una parte di un tutto. E allora fine o strumento mi interessa relativamente poco. A che serve - mi chiederei semmai - la libertà economica? Questo è già la domanda forse più corretta. Poi occorre specificare: essere liberi economicamente o essere liberi di entrare nell’economia, perché sono due cose completamente diverse. E quindi fatta questa premessa ne discendo poi tutto quanto il resto: non ci può essere libertà economica senza tutto il resto. È questa la cosa secondo me fondamentale. Perché quando si parla di mercato, è chiaro che stiamo parlando di un contratto, però un contratto è uno scambio: io ti do una cosa in cambio di qualcos’altro. E di per sè il mercato non è mai perfetto perché non è mai giusto che in cambio di un bicchiere d’acqua io riceva 50 centesimi. Per cui il mercato è un contratto, uno scambio. Assieme a questo non dobbiamo dimenticarci altri principi, quelli dell’economia civile. È evidente che quello che abbiamo perso è il senso di essere comunità e allora dobbiamo ritrovarlo all’interno di una comunità più ampia partendo da un metodo. Senza il metodo non ci arriviamo.
(DANIELE MANCA - Capo Redattore Economia del Corriere della Sera)

R. Il mercato, anzi quale mercato… Il mercato del capitalismo industriale classico, più selvaggio, tra metà ‘800 e seconda guerra mondiale, era un mercato in cui il capitale era di pochi e il lavoro, spesso sfruttato, era di molti, quasi tutti. Allora quel capitale - descritto da un bellissimo passaggio nel ventiquattresimo capitolo del “Capitale” di Marx -, per un rendimento atteso del 10 per cento apriva appena gli occhi, fino a diventare un bisonte capace di travolgere qualsiasi barriera per un guadagno sperato del 300 per cento: quello era il mercato e la sua libertà, mentre la maggioranza delle persone anche nell’Occidente libero, chiedeva spesso di essere “liberata” da quello stesso mercato. Nella seconda metà del secolo ventesimo – in quella parte del mondo non dominata dei regimi sovietici o non relegata nel sottosviluppo post-colonialista – gli Stati hanno temperato, smussato, fatto maturare quel mercato, sia quello dei beni e servizi, sia quello del lavoro delle persone, sia quello del risparmio e dei capitali. Adesso che anche gli Stati, il loro interventismo economico e i loro monopoli sono in via di superamento nella globalizzazione (sia negli ex regimi sovietici che in Europa, che nei paesi emergenti) sul mercato non opera più un capitalismo di pochi contrapposto a un tendenziale anticapitalismo di molti, ma per certi versi si è già affacciato un post-capitalismo di molti, starei quasi per dire di tutti, includendo anche Cina, India, Russia, il Sud Africa e Isreale, perfino il nuovo Vietnam. Siamo un po’ tutti capitalisti perché abbiamo dei risparmi investiti con un bisogno di libertà probabilmente diverso: forse non abbiamo davvero bisogno di guadagnare il 300% o 400% anche se poi a qualcuno ha fatto piacere di moltiplicare il proprio patrimonio a quisti ritmi ai tempi d’oro del Nuovo Mercato o del Nasdaq. E’ in realtà un capitalismo che al mercato chiede alla fine tanta tutela quante di opportunità di guadagno a otto cifre, laddove Stati e authority non arrivano più a vigiliare. E tanta capacità di allocare le risorse a supporto dell’intraprendenza e delle conoscenze delle persone, visto che ormai, oltreché un po’ tutti capitalisti, siamo diventati anche un po’ tutti imprenditori. Siamo tutti più consapevoli che quello che chiamiamo mercato è la possibilità di mettere sul tavolo, in piazza le nostre capacità e questo è allo stesso tempo un’opportunità e una necessità, è un rischio da correre “con” tutti più che “contro” tutti. La concorrenza è un diritto-dovere della civiltà economica contemporanea e in questo senso è una seria candidata a esserne categoria fondante. Ma quello che mi premeva sottolineare è che questo “capitalismo di mercato” è diverso da quello che abbiamo conosciuto ancora l’altroieri. Anche se con fatica, il “mercato” è oggi una situazione più condivisa e i concetti di libertà e di abuso di quella libertà non possono che essere che molto diversi. Il capitalismo originario fu minoritario e aggressivo e le correzioni statalistiche agli eccessi di mercato sono state gestite burocraticamente dall’alto, dopo due guerre mondiali. Il “capitalismo di mercato” odierno sta maturando dal basso, anzi dal di dentro di un sistema dal quale nessuno è più escluso, almeno sulla carta. E’ affidato all’iniziativa e alla responsabilità di ciascuno: il suo sviluppo (il nostro sviluppo) è certamente innervato nella competizione e nella redistribuzione delle risorse, ma non ci sono più eserciti o gap tecnologici a difendere i ricchi, ne Stati o super- Stati burosauri a garantire i poveri.
(ANTONIO QUAGLIO - Capo Redattore centrale Il Sole24Ore)

2. Quali sono i limiti che dovrebbero essere imposti alla globalizzazione che sfrutta i vantaggi offerti dalla libertà economica senza assumersi le responsabilità dei danni sociali che crea? Ha senso che un Paese tuteli l’integrità territoriale ed economica dei suoi lavoratori, delle sue realtà produttive e del suo assetto sociale? La libertà economica è un must a cui sacrificare tutto, compresa la libertà politica. Si può pensare che, in nome del liberismo economico, possano nascere e prosperare dittature politiche? Sotto questo aspetto qual è l’esempio che ci proviene dalla Cina? Non stiamo alimentando con i nostri capitali e con il sacrificio dei nostri stessi lavoratori una quasi dittatura che da un giorno all’altro potrebbe porre fine al lento processo di democratizzazione che ha iniziato ad attuare negli ultimi decenni?

R. Proviamo a fare il percorso di un paio di scarpe fabbricato in Estremo Oriente da un bambino che, altrimenti, non avrebbe di che mangiare. E penso anche alla massa di diseredati che non fanno ancora parte del mercato, né come produttori che come consumatori. Come devo comportarmi? Non devo comprare il paio di scarpe fatto dal bambino per non favorire il suo sfruttamento. Oppure rischio così facendo di fari precipitare il bambino nella graduatoria? Io penso che la strada della crescita economica sia l’unica, a tempi lunghi, in grado di favorire una maggior giustizia nel tempo. L’appartenenza al WTO, così contestato dai non global, è l’unico strumento per imporre a certi Paesi condizioni legislative sul lavoro minorile. Da quel punto di vista le organizzazioni internazionali possono andare a intervenire sulla realtà della produzione del paio di scarpe. Ed è su quel terreno che si gioca la buona volontà dell’Occidente: dobbiamo imporre regole, regole asimmetriche perché non possiamo chiedere a loro di pagare 40 dollari l’ora un lavorante però possiamo chiedere che il lavoro minorile non pregiudichi la possibilità per il bambino di andare a scuola e di giocare, ecco queste sono alcune regole minime tutto sommato, tutto sommato sono convinto che l’occidente se ha un briciolo di buona volontà potrebbe ottenere molto, utilizzando strumenti più diretti e più efficaci dell’intervento militare oltre che molto più equi, e molto meno devastanti.
(BERTONE)

R. Vorrei aggiungere una nota di cronaca a proposito di Cina e di Africa in questi giorni in cui si incontrano i G8. Se non ricordo male ho letto che per un numero via via crescente di Paesi africani la Cina è diventata il primo partner commerciale: costruendo piattaforme petrolifere, oleodotti, alberghi, infrastrutture, strade. Si parla ormai di “Africa gialla”. Su scala geopolitica planetraia, è un elemento da tenere in considerazione. Vorrei poi approfondire questa definizione di “libertà economica come libertà di accesso”: ricorda molto la definizione della teoria repubblicana di “libertà prima del liberalismo” che presuppone uno spirito comunitario, un agire comunitario, una possibilità di partecipare che richiama il principio della sussidiarietà. Perché si comincia a fare comunità dal basso, non dall’alto. Come questo sia però possibile nel momento in cui vediamo una totale ridefinizione delle categorie di spazio e di tempo con la globalizzazione e l’avvento della società digitale, è tutto da verificare. Io faccio comunità col vicino ma contemporaneamente devo fare comunità con il mondo intero. Qual è la tensione emotiva, la visione dell’uomo - al di là dell’impatto economico, del presupposto economico - che mi porta ad aderire a una comunità più grande, più grande di quella che coinvolge direttamente il mio vicino?
(GIRARDO)

R. C’è un’ipocrisia di fondo intanto. È evidente che il G8 è il momento in cui ci si preoccupa dell’Africa, ci si preoccupa - da parte di questi Paesi - di avere influenza sull’unica zona libera rimasta al mondo perché ormai l’Asia non è più a disposizione. Però è un’area di influenza che all’Occidente farebbe molto comodo si sviluppasse e voglio essere in questo senso provocatorio. Noi siamo nella parte bassa della libertà economica, cioè l’ideologia del mercato adesso sta mostrando fino in fondo la sua debolezza a cominciare dal fatto che Bush va in Irak per portare la democrazia, non per portare il mercato. Quindi questa è una cosa che ci diciamo quando parliamo di libertà economica: essa non è più il punto di attacco per introdurre la libertà integrale, per così dire. Perché se no si dovrebbe accettare la Cina e Singapore. Invece no, perché la Cina fa paura, Singapore non fa paura perché è piccola. È il famoso Stato SpA dove la libertà economica è massima e la libertà politica è minima. Per tornare al discorso del G8 e della globalizzazione, io credo che appunto ci sia questo retropensiero: poter avere un’influenza sull’unica zona libera rimasta al mondo e nello stesso tempo nel tentare di far sì che il modello occidentale e quindi basato a diversi livelli sulla compenetrazione di più principi per cui economici, distributivi e via dicendo, tentare di esportarli in Africa e fare in modo che non prevalga l’altro modello dove la libertà economica è portata al massimo. La libertà economica cinese è massima, le altre quasi zero.
(MANCA)

R. E’ stata citata Nike e vorrei tornare sul tema del “capitalismo di tutti noi” per parlare del rapporto tra finanza e impresa. Di Nike, gigante quotato in Borsa, siamo veramente microproprietari tutti noi, certamente lo sono anche migliaia di italiani in via diretta o indiretta, attraverso prodotti di risparmio gestito. Con questo cappello, questi micro-proprietari desiderano solo che gli utili Nike crescano e l’azione aumenti il suo valore. Ma quando poi leggono che le scarpe Nike sono prodotte da ragazzini sfuttati nel Terzo Mondo, allora scoppia il dilemma, qualche volta solo tamponato dalla garanzia di alcune micro-clausole formali di finanza etica nei regollamenti dei fondi comuni. Ma il “pensiero unico” può essere messo in crisi anche da altre situazioni più concrete. Mettiamo che la Nike di turno avesse degli stabilimenti in Italia (perché la prima delocalizzazione gli Stati Uniti l’hanno fatta in Europa) e che ora voglia ulteriormente spostarsi in paesi emergenti, in modo tale che magari l’intero quartiere dove abito restino senza lavoro a Milano, a Madrid, a Francoforte, tra poco perfino nell’est europeo. Il pensiero unico dice che l’importante è che la Borsa cresca, mi spiace magari per il mio vicino , ma è lui a essere fuori mercato. Questa è un’altra situzione nella quale il post-capitalismo può e deve dare risposte. Per esempio dando spazio al suo interno anche a un sistema “glocal” di credito cooperativo in maniera tale che se c’è un lavoratore dipendente in esubero (o immigrato) con delle capacità di reinserimento come lavoratore autonomo, deve poter trovare il “microcredito” per restare sul mercato in modo nuovo: esattamente come l’abitante dell’Africa nera che abbia talenti imprenditoriali. La vera “libertà” che va coltivata oggi sul “mercato” è la libertà di ciascuno di poter ottenere dal mercato il massimo del rispetto (nel caso del dipendente minore della Nike) e il massimo delle opportunità (nel caso del neo-imprenditore). E la cooperazione non è solo caso particolare sul piano storico e geografico. Non è solo un modello giuridico e l’esperienza dice che non è neppure vero che il loro approccio no-profit sia antitetico all’imprenditorialità di mercato, anzi. La cultura economica cooperativa è valida in quanto, non privilegiando il profitto a breve termine, mantiene forte il focus sul contenuto dei beni e servizi prodotti. Punta alla fine, a creare valore per i lavoratori o imprenditori associati o per il clienteutente, non per l’azionista. Ciò è l’esatto contrario della cultura economica veicolata in modo più estremo e virtuale da taluni settori della finanza globale: non conta più l’”oggetto sociale” (cosa fa un’impresa, con quali tecnologie, su quali mercati), ma il puro moltiplicarsi – a vantaggio dei soli proprietari - dei valori finanziari ottenuti scambiando il più velocemente possibile le proprietà delle imprese (l’ascesa e il crollo di molte stelle del Nasdaq ne è stata la testimonianza più vivida). La finanza (come il mercato) sono strumenti da utilizzare senza esserne dominati
(QUAGLIO)

3. Che nesso ha la sussidiarietà con la libertà d’intraprendere, con lo sviluppo economico e la diffusione del benessere? Intesa come strumento capace di valorizzare il mondo delle piccole e medie imprese che compongono gran parte del nostro sistema economico, è portatrice di libertà economica? La diffusione del suo principio ha solo finalità morali o rappresenta una modalità operativa che può essere adottata per fungere da stimolo ad un libero mercato che deve diventare strumento di democrazia e benessere? La sussidiarietà vale per i piccoli sistemi locali o ha a che fare con la globalizzazione?

R. Io mi permetto di fare delle osservazioni proprio lampo così anche un po’ slegate. Allora mi colpisce della domanda che ha posto Giorgio. In lui c’è l’idea che ci sono decisioni a livello dei singoli o a livello politico le quali possono cambiare il corso della storia. Mi dà speranza. Implica una responsabilità. Non c’è un’inerzia del corso delle cose solo da accettare e di cui subire le conseguenze: è possibile cambiare qualcosa. Anche questa è comunque una decisione, una decisione politica, la decisione di lasciar fare. A me colpisce invece l’enfasi sulla possibilità, perché è dentro un fatto positivo, il fatto che possono esistere delle decisioni a qualsiasi livello, compreso il livello sommo diciamo dei responsabili politici, che possono cambiare la storia in senso migliorativo. Qual è il senso positivo, cioè cos’è che si vuole dalla storia, dall’andamento dell’economia? Qui siamo al grande tema della cultura dell’Occidente. La nostra storia dice: una crescita della libertà.
(FARINA)

R. La Cina viene spesso evocata perché la gente ha paura e ha bisogno di un fantasma su cui proiettare questa sua paura del nuovo, dell’ignoto. L’Italia di 50 anni fa, in cui viveva Dossetti, quello era un Paese più giovane, probabilmente più ingenuo dove in pochi avevano capito che il nostro futuro sarebbe stato quello di un Paese industriale, affamato di strade. Si pensava ad uno sviluppo basato sull’agricolture o sulle piccole realtà. Nemmeno oggi sappiamo bene dove andremo a finire. In questo momento quello che domina l’opinione pubblica, sia di destra che di sinistra, è la paura: la gente impoverisce, la gente invecchia, teme per la pensione. Il tutto in una situazione che presenta l’aspetto più negativo di tutto se uno va a vedere le classifiche italiane e internazionali è la stessa cosa: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In una situazione come questa ci sono tre possibili vie d’uscita: o mi rifugio nel collettivo o nell’individualismo oppure, terza soluzione, molto italiana, cerco forme di economia della sussidiarietà che richiedono un forte movimento dal basso.
(BERTONE)

R. Se noi partiamo dal processo economico non riusciremo mai a capire che cosa secondo me sta accadendo. Perché è vero: con il WTO noi le regole le facciamo rispettare, ma sto partendo da miei principi occidentali, per così dire. Se io facessi questo tipo di discorso non si capirebbe perché quella banca nata in Bangladesh, sta in piedi. La banca sta in piedi perché non è partita da uno stimolo economico ma è partita dal senso di comunità: e cioè aveva una conoscenza profonda del posto, del luogo, delle persone, dei meccanismi che legavano la convivenza e che quindi determinavano appunto una convivenza civile. A quel punto ha utilizzato il processo economico per agevolare la comunità. Discorso Cina: noi della Cina non sappiamo niente, perché? Perché della Cina ci interessa soltanto il fatto che un pantalone di lino costa due euro e 50. E che ti butta fuori mercato. Sei di fronte a un temporale e dici: “Ma non so perché c’è questo temporale però in qualche modo mi devo riparare, prendo l’ombrello”, e scopri che l’ombrello ti ripara da qui a qui, le gambe ti si bagnano lo stesso. Alla fine un po’ ti sei riparato e vai avanti così. Ecco dov’è il limite. Il limite è che noi non riusciamo a capire che cosa è successo in Cina nel giro di pochi anni. Questa comunità come ragiona? Com’è il fatto che mio figlio a scuola ha 4 ragazzini cinesi e di questi 4 soltanto uno viene alle sue festicciole? Viene e va senza lasciare nulla e probabilmente senza prendere nulla, è una presenza che io mi chiedo se non sia una presenza in qualche modo obbligata. Per cui secondo me è da qui che deve muovere il ragionamento: di economia tutti i giorni. Più me ne occupo e più mi rendo conto dell’incapacità di ragionare su un mondo a partire dai processi economici. A Singapore come si è riusciti a convivere civilmente con il fatto che non si può fare null’altro che quello dettato dallo Stato? Probabilmente hanno meccanismi di convivenza completamente diversi dai nostri, allora noi dobbiamo porci il problema di quali sono quei meccanismi di convivenza: se hanno senso per noi, se non ne hanno e via dicendo. Perché se no staremo sempre a usare un ombrello di Shangai che ci riparerà sempre meno, e poi alla fine non capiremo che magari probabilmente hanno ragione loro a non integrarsi e noi a non avere un senso di comunità forte quanto loro, un senso di comunità che fa sì che appunto se ti bagni un po’ i piedi non è un problema. Se i livelli di vita si abbassassero un pochettino in Occidente non dovrebbe essere un problema, perché? Perché questo ci garantisce invece una convivenza di più alto livello su altri fronti.
(MANCA)

4. Ma allora, dire che è il cambiamento dell’io alla radice del cambiamento economico è tema valido, non riducibile a un vecchio e superato “pensiero cattolico”?

R. Torno alle cose che mi sono consuete, quando Papa Benedetto parla di relativismo culturale parla di una cosa che riguarda la sfera degli specialisti di cultura, o anche la vita sociale, l’economia? Io sono certo parli anche di questo. Si tratta di comprendere come questa dittatura del relativismo invade anche l’economia, influenza il senso del lavoro. Se non esiste un punto forte per cui c’è un significato dell’uomo, la libertà economica non è più in funzione della libertà del soggetto uomo, perché l’uomo non c’è più, diventa un perenne esperimento di se stesso, un prodotto. Allora si può incidere su questa cosa: cioè si può spingere verso una certa direzione; si possono dire delle parole, dei gesti che vadano a far memoria di chi siamo davvero. Io in tutti questi anni di lavoro ringrazio Dio di aver girato con Giovanni Paolo II un centinaio di Paesi. Ovvio: civiltà e culture sono differenti. Però le domande essenziali sono identiche, la ricerca di un senso dentro la nostra finitezza ed insieme oltre di essa, questo desiderio di libertà… O la libertà economica è dentro questo movimento di memoria totale dell’uomo, o è ideologia. Qualcosa davvero si può intraprendere in questo senso. In un momento di grandi cataclismi del sistema sociale ed economico, ha posto in atto qualcosa di apparentemente modesto, ma che fu decisivo. Si costruiva qualche cosa che fosse come non dico il prototipo del futuro, ma fosse un polmone dove l’umanità fosse preservata. Per caso, o quasi, da lì è rinata la civiltà. Ho rivisto questi monasteri, in piccolo, girando il mondo in questi anni. Ci sono dei luoghi non di propaganda, bensì di un’esperienza di qualità umana dove si apprende un metodo di intendere le cose, la vita, l’economia che tra l’altro tocca, colpisce tutte le culture. E’ una lotta, ma si può.
(FARINA)

5. Quali sono i punti sintetici che elenchereste per uno sviluppo economico al servizio dell’uomo?

R. Bisogna che si sostenga ciò che coltiva l’umano… La coltivazione dell’umano in senso totale. Educare a che si maneggino sì gli strumenti della produzione ma avendo alle spalle il motivo per cui lo fa. In questo senso io vedo il disfacimento del sistema scolastico italiano come il primo ambito in cui intervenire per porre rimedio ai guasti del mercato globale. Il mancato sostegno attivo alle iniziative di libertà di educazione che ci sono in Italia è assai più grave, a mio giudizio, dei ritardi nelle misure protezionistiche o che so io…
(FARINA)

R. A livello italiano io vedo una sola grande possibilità che è l’uso del territorio, del territorio vuol dire che utilizzando tecnologie vecchie e nuove questa è la grande forza di questo Paese cioè la cosa che puoi difendere dalla concorrenza del prezzo. Ma questo richiede un grande sforzo di investimento collettivo e un forte investimento, anche emotivo, nelle tecnologie. A livello internazionale tutto quello che posso vedere è che i Paesi ricchi bene o male devono sacrificare un certo tipo di produzione e cercare di fare altro, …. Non credo che si sacrifichi volentieri nessuno … ma non c’è giustizia se non si permette al resto del mondo di vendere i propri prodotti. Noi parliamo sempre della Cina cattiva ma se Pechino porta un po’ di soldi in Africa o in Brasile o in Argentina non è una brutta cosa.
(BERTONE)

R. Credo che possano esistere due piani. A livello molto locale, a livello di comunità civile tangibile, andrebbe sostenuto e favorito con determinazione il recupero del principio di sussidiarietà, dello spirito di partecipazione che fonda la libertà economica come libertà di accesso.. A livello globale mi sembra più difficile trovare delle mediazioni: il mercato ha oggettivamente una forza devastante e, anche rispetto solo a vent’anni fa, una struttura molto più complessa: siamo allo stesso tempo consumatori, utenti, azionisti, benefattori quando possiamo o vogliamo, cittadini, azionisti. Tutti e tutto allo stesso tempo. Né la politica né l’economia possono avere risposte univoche. Credo che una delle strade percorribili per garantire i presupposti di libertà economica come libertà di accesso e partecipazione sia quella delle Authority indipendenti, soggetti terzi rispetto alle parti mercato e politica – e che se funzionano veramente possono garantire quanto meno le regole del gioco. Partendo dal livello nazionale e tentando poi un coordinamento a livello internazionale. Quello che ad esempio ha funzionato in Europa nel caso delle authority per le telecomunicazioni e che non sta funzionando per l’energia: basta pensare al caso Edf- Edison. Certo, considerando che la finanziarizzazione spinta complica ulteriormente le cose.
(GIRARDO)

R. Io non posso che continuare sulla mia strada: nel senso che rifiuto la domanda. Nel senso che non sono spaventato dall’attentato a Londra, per niente, perché si combattono due culture, due idee, due cose, due modi di pensare e di vivere. Secondo me la Gran Bretagna ha tutti gli strumenti per rispondere così come l’America ha risposto a suo modo, criticabile o no ma l’ha fatto. Rifiuto la domanda perché noi siamo annientati dalla complessità di un mondo che non riusciamo a governare. La rifiuto perché siamo in Italia. Se nel 1776 Jefferson scrive “diritto alla felicità” significa che dal 1776 per tutti gli anni a seguire quella parola lì, felicità, sta nella testa della gente, e l’America su questo costruisce uno Stato, una federazione di Stati, quello che volete. Noi che cosa abbiamo scritto nel 1945, cioè praticamente l’altro ieri? Che comunità siamo? Bisognerebbe pensare più alle cose che non bisognerebbe fare più che a quelle che bisogna fare. Per intenderci, Borghezio al parlamento europeo fa un danno molto più forte di una legge statalista che l’Italia ha. Perché costinge il mondo a identificare l’Italia con i suoi modi. Fa credere in un’Italia inesistente, presentando questioni inesistenti. Che altra immagine viene dalla Spagna: in Spagna si stanno combattendo delle grandi idee. Da parte di Zapatero e da parte della Chiesa ci sono idee, ci sono modi di vita. Poi arriva il presidente del Senato italiano e parla di capriccio, svilendo quello che stanno facendo lì. Allora vediamo: qui dentro da noi che cosa bisognerebbe fare? Intanto bisognerebbe non fare… Purtroppo il governo Berlusconi si sta caratterizzando per un governo che fa delle cose e quindi sbaglia. E invece non doveva far niente. Doveva stare fermo. E per cui rifiuto la domanda e dico preoccupiamoci più che del fronte economico perché è vero che autorità vanno bene. Però se poi per arrivare a nominare un presidente della RAI cioè se l’autorità delle comunicazioni è fatta 4 e 4, centro sinistra e centro destra…. Non sono d’accordo col fatto che la sussidiarietà si fermi alla comunità piccola. La Francia è comunità, la Gran Bretagna è comunità, gli Stati Uniti sono comunità, hanno valori che li uniscono.
(MANCA)

Conclusione

Siamo partiti dal tema della libertà economica, ma arriviamo a dire che la posizione dell’uomo che riflette su di sé, che ragiona, che tende al suo ideale, non può essere trattata come qualcosa che non c’entra con l’economia. Mi colpisce che lo dicano persone che si occupano ogni giorno di problemi economici. Questo mi sembra assolutamente interessante e alternativo rispetto a tutti i pensieri deboli che pongono al centro una concezione meccanicistica delle leggi economiche.

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