Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Comunità scientifica: incomprensioni o irresposabilità

di Bruno Coppi / Decente di fisica e ricercatore, Massachusetts Institute of Technology

1) Oriana e la “scienza”

Nell’occasione di un recente referendum in Italia, Oriana Fallaci ha scritto un articolo scintillante e critico sulla disinvoltura e la mancanza si scrupoli con cui potrebbero essere condotte particolari ricerche sulle cellule staminali. Mi trovo a condividere le conclusioni principali dell’articolo anche perché, essendole amico, conosco le esperienze personali da cui è partita la Fallaci e la sincerità delle sue affermazioni sull’argomento. Allo stesso tempo però Oriana dipinge un’immagine della comunità scientifica nella quale non riconosco gran parte degli amici e colleghi intorno al mondo che conosco e che sono seriamente impegnati nella ricerca. Infatti, per poter dedicare i propri giorni a intravedere un piccolo spiraglio di luce sulla realtà che ci circonda o impadronirsi in modo maldestro di qualche nuova tecnica occorrono motivazioni e umiltà di prospettive che vanno ben al di là della corsa ai premi o all’ammissione ad accademie più o meno utili di cui parla la Fallaci e non corrispondono ai tratti emersi dai mezzi di comunicazione, delle persone sulle quali in realtà la ricerca si regge.

2) Umiltà della Ricerca

È un fatto che quel che comporta l’impegno della ricerca nella vita di una persona o nella dinamica di una società è poco conosciuto e tanto meno apprezzato. Per esempio, occorre prepararsi a sopportare il rischio continuo di perdersi e di affondare nella miriade di errori che si fanno nello sforzo di ottenere risultati con un minimo di significato o di novità, ad accettare la necessità di appartarsi, di rinunciare ad attività, che appaiono più remunerative o hanno ben maggiore risonanza per avere lo spazio per riflettere. Una buona descrizione della disciplina personale richiesta si trova, a mio parere, in un libro di ispirazione monastica intitolato La Vie Intellectuelle di A.D. Sertillanges che è fuori stampa ma tuttora rintracciabile nelle buone biblioteche universitarie. Anche nell’ambito della ricerca è impossibile percepire se quello su cui ci si impegna è veramente importante o almeno significativo. Ricordo il caso di un allievo che aveva cominciato a lavorare con me per il dottorato fra il ’77 ed il ’78. A quel tempo trovammo un risultato importante, la cosiddetta Seconda Ragione di Stabilità nella fisica dei plasmi. Finito questo lavoro, l’allievo fece molta fatica a rassegnarsi a completare il dottorato e a lasciarci senza che, nonostante tutto il nostro impegno, ci fossimo imbattuti in una nuova idea di altrettanto successo. Gli aspetti della ricerca che diventano comunemente noti sono i suoi risultati pratici o, come nel caso delle armi nucleari, i timori che alcuni di questi possono incutere o, ancora, quei risultati che hanno un alto contenuto spettacolare. Altri importanti aspetti della ricerca scientifica attuale rimangono invece in ombra: come per esempio il fatto che nella fisica più moderna si è dovuto adottare in molti casi un atteggiamento che può definirsi contemplativo. Vi sono infatti fenomeni la cui complessità non permette di darne una descrizione matematica adeguata né di intravederne una. Utilizzando supercalcolatori è possibile qualche volta produrre della simulazioni numeriche. Queste però spesso risultano così complesse da richiedere esse stesse un’ulteriore interpretazione. Il risultato è che dobbiamo limitarci a contemplare il fenomeno dandone una descrizione molto qualitativa e superficiale. Sono poi entrati nel nostro linguaggio termini come la «spontaneità e l’indeterminismo intrinseci dell’Universo», usati da George Coyne, che sono in contrasto con l’immagine meccanicistica della fisica che si ha comunemente. Come è quindi possibile che società con inclinazioni materialistiche e obiettivi a breve termine possano sostenere uno sforzo prolungato dai passi incerti ma destinato ad acquisire conoscenze su un largo spettro di temi? È importante infatti notare come il costringere la ricerca a crescere soltanto in poche direzioni privilegiate ed il far credere, come è stato fatto in un passato non molto lontano, che alcune discipline siano più fondamentali di altre, non sia né giusto né tantomeno produttivo per lo sviluppo della conoscenza. Date queste incomprensioni viene la tentazione di pensare che, fra le prospettive possibili, non si possa escludere un regresso o una stasi. Esempi di competenze o di capacità che non si sono sviluppate o sono state perdute per lunghi periodi di tempo non mancano dal passato: basta pensare al lungo intervallo di tempo che separa la costruzione della cupola del Pantheon da quella del Duomo di Firenze.

3) Responsabilità

In questa situazione di incomprensione le responsabilità della comunità scientifica non vanno dimenticate, prima tra tutte quella di evitare spesso di dare un’idea dei limiti delle conoscenze acquisite e di non fare percepire la vastità di quel che non conosciamo nei vari campi. «Viviamo in un mare di ignoranza. Più l’isola delle nostre conoscenze si espande, maggiore diventa il confine con la nostra ignoranza», ama dire John Wheeler. Un altro errore - ormai ben identificato ma non sufficientemente ripudiato - è quello di avere dato eccessiva importanza all’approccio riduzionista. Secondo questo approccio, ci si avvicina maggiormente alla realtà cercando di sminuzzare l’oggetto di studio nei suoi componenti più elementari, perdendo tuttavia in questo modo la possibilità di studiare processi collettivi. Ricordo ancora negli anni dell’università che le discipline che, per loro natura, non potevano adottare questo dogma riduzionista venivano considerate di seconda o terza categoria. Un’altra ben nota colpa è stata, soprattutto in passato, quella di non aver voluto valutare importanti conseguenze dei risultati ottenuti e anche quella di non essere riusciti a proteggerli da usi non desiderati. Il caso delle armi nucleari è ben noto, ma ve ne sono altri, come quelli che hanno condotto e potranno condurre a grandi sprechi di risorse naturali e umane per imprese meno pericolose ma non meno ingiustificate. Ci si dimentica spesso del fatto che la funzione stesa della scienza è quella di scoprire realtà nuove e di descrivere, e che non vi è perdita di valore o di dignità nel limitarsi a descrivere. «La più grande cosa che un essere umano mai faccia in questo mondo è di vedere qualche cosa e di dire quello che ha visto» scrive John Ruskin in Modern Painters. Per quel riguarda le conoscenze di base continuano a trovare risonanza affermazioni aberranti che hanno attribuito significati e implicazioni non giustificabili a risultati teorici o sperimentali, per esempio nel campo della cosmologia, alla luce di quel poco che in verità si conosce. D’altra parte vi sono stati eventi illuminanti e di rottura come quello della pubblicazione del libro Disturbando l’Universo di Freeman Dyson, un amico e ben noto fisico teorico, in cui vengono date prospettive originali ed ardite all’esperienza ed alla sensibilità acquisite dalla comunità scientifica degli ultimi decenni. Uno dei passi più noti del libro è il seguente «…Io sento che non siamo estranei a questo universo. Anzi, più esaminiamo l’architettura delle sue leggi, più mi pare che in qualche modo l’Uiverso ci attendesse. …Mi limito ad osservare che noi non siamo dei semplici spettatori. Noi siamo attori principali nel dramma dell’Universo».

4) Motivazione importante

Anni fa, un caro amico, Carlo Sacchi del Politecnico di Milano, mi fece avere una copia dell’autografo Pensiero alla Morte di Giovanni Battista Montini”. Infatti questo mettere a fuoco in modo molto personale uno dei motivi più profondi, quello di un’occasione unica nella nostra esistenza, che abbiamo per dedicarci a guardare dentro, con i mezzi della ricerca moderna, alla realtà in cui viviamo. «…Né meno degno di esaltazione e di stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico; questo universo dalle molte forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze e dalle mille profondità. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!…»

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