Gli imprenditori italiani delle macchine utensili e dei sistemi per produrre associati nell’Ucimu stanno insistendo in queste settimane con il nuovo governo perché confermi la fiducia al piano nazionale “Industria 4.0”. La digitalizzazione della manifattura è un processo di lungo periodo, di portata globale e irreversibile e l’Azienda-Italia vi si ritrova al centro: è il secondo Paese-membro della Ue per produzione industriale e vanta una speciale vocazione Made in Italy alla creazione di macchine e tecnologie utili alla fabbricazione di semilavorati e prodotti finali di ogni natura (nel settore delle macchine utensili e dell’automazione manifatturiera l’Italia è oggi il terzo produttore mondiale e il quarto esportatore)
Il piano “Industria 4.0” – imperniato su incentivi fiscali mirati – ha già mostrato i primi risultati, coerenti con gli obiettivi e le aspettative: sia per le imprese del settore che per il sistema-Paese. Il netto progresso di ordinativi e fatturato sul mercato interno registrato nel 2017 e atteso anche per il 2018 ha segnalato il successo dello stimolo di politica industriale su due versanti collegati. Da un lato il sistema produttivo italiano è stato sollecitato a investire in innovazione, ringiovanendo un parco-macchine che gli anni della recessione più lunga avevano pericolosamente invecchiato. Gli stessi produttori di macchine utensili sono stati comunque chiamati a rispondere a una domanda certamente più sostenuta nei volumi, ma anche molto più qualificata nel contenuto tecnologico. “Industria 4.0” è stata dunque l’occasione di un’accelerazione negli investimenti in ricerca e sviluppo e nell’incremento della competitività internazionale del settore. Un’importante missione-Paese in Cina e una nuova attenzione strategica ai Paesi dell’area Asean hanno sicuramente beneficiato della spinta di “Industria 4.0”.
Ma la ragione principale per la quale abbiamo espresso crescente preoccupazione per la possibilità che il piano nazionale venga ridimensionato o addirittura abbandonato è un’altra. Avvicinandosi la metà di quel quinquennio che gli esperti indicano come arco temporale minimo per l’efficacia dell’azione strategica, “Industria 4.0” è giunta alla soglia della sua “fase due”: quella che nel dibattito pubblico è già stata ribattezzata “Formazione 4.0”.
Non si tratta solo di un’etichetta mediatica. né di un éscamotage per ottenere la proroga pura e semplice degli incentivi di politica industriale. I produttori di macchine utensili per primi sono consapevoli che la digitalizzazione industriale non è riducibile alla sostituzione di macchine obsolete con altre macchine più “intelligenti”, capaci di soppiantare posti e modi di lavoro finora consolidati. Un’economia – e la società attorno – non progredisce per via puramente meccanica. “Industria 4.0” si prefigge invece di essere una grande trasformazione economico-sociale chiaramente orientata alla creazione di nuovo lavoro, di un lavoro migliore. Ed è una tensione al cambiamento che sperimentiamo nelle nostre aziende. Progettare l’innovazione tecnologica, seguire la vita di nuove macchine spesso a distanze remote; interagire con aziende-clienti dalle esigenze sempre più sfidanti, in ogni mercato del pianeta: questo è il “nuovo lavoro” che Industria 4.0 sta creando, ben lungi dal distruggerlo. È un’enorme opportunità che, d’altronde, l’Azienda-Italia è per molti versi obbligata a cogliere: pena la perdita di competitività in un settore-forza. È una porta spalancata per decine di migliaia di giovani disposti a misurarsi con la digitalizzazione sul canale “Formazione 4.0”: a scuola, nelle università, non da ultimo in azienda. Ma non lo è di meno per chi già opera in azienda e considera la ri-formazione permamente parte del proprio impegno lavorativo.
Nuove mansioni, nuovi ruoli, nuove professionalità, nuove competenze, secondo un approccio multidisciplinare. Siamo oltre il pur necessario “aggiornamento”: la fase due di Industria 4.0 impone a tutti di riconoscere la centralità dell’uomo al lavoro, il suo protagonismo culturale nell’evoluzione economica. È per questo che abbiamo chiesto che il provvedimento dedicato alla formazione – così come definito nel programma Industria 4.0 – sia perfezionato. E quando auspichiamo che il credito di imposta attualmente applicato al solo costo del lavoro del personale coinvolto nella formazione, venga esteso anche al costo dei corsi e dei formatori impiegati (la spesa più gravosa per le imprese minori) non stiamo strattonando le finanze pubbliche per i nostri bilanci a spese di altri: stiamo invece indicando una direzione e una modalità di generazione di nuovo capitale umano, quando non è più possibile sbagliare l’investimento di risorse collettive. Su questo fronte – a titolo esemplare – ci appare prioritario allargare in misura strutturale – all’interno del sistema scolastico – lo spazio strategico degli ITS, istituti di alta formazione tecnica post diploma, la cui distribuzione sul territorio deve divenire sempre più capillare. Secondo i dati ufficiali (di fine 2017) otto diplomati all’ITS su 10 trovano occupazione immediatamente dopo il diploma. In Italia il sistema degli ITS funziona dal 2010 e forma 8.000 studenti all’anno, in Germania è attivo dagli anni Sessanta e forma 800.000 studenti ogni anno.
I produttori italiani di macchine utensili competono da sempre su un piede di parità con quelli tedeschi. Siamo riusciti a resistere all’urto della grande crisi, tenendo le posizioni sui mercati esteri e recuperando infine i valori della produzione precedenti al 2008. Ci sono le premesse per compiere ulteriori progressi a beneficio dell’Azienda-Paese. Ma ci riusciremo soltanto se potremo contare sul lavoro dei giovani italiani.
Formazione 4.0: la fase due di una strategia-Paese
di Massimo Carboniero / Presidente di Ucimu
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