Quadrimestrale di cultura civile

Quali policy per l'occupazione al Sud

di Francesco Borgomeo / Presidente della Fondazione con il Sud

Considero particolarmente importante lo sforzo di approfondimento e di riflessione che Giorgio Vittadini con la Fondazione per la Sussidiarietà sta compiendo sul tema del lavoro e, incrociato a questo, sul tema del Sud.
C’è bisogno di approfondire questa questione, continuamente evocata, ma in modo superficiale e, quasi, con la implicita convinzione che si tratti di un problema irrisolvibile. Invece occorre riflettere, sperimentare, chiedersi quali sono le policy che possono essere realisticamente messe in campo. Intanto apprezzo che l’impostazione del dibattito tenti di sottrarsi ai vincoli ideologici che spesso caratterizzano il confronto sulla occupazione. Da una parte un attaccamento alla fine acritico ai vecchi schemi fordisti che ignorano le straordinarie mutazioni che caratterizzano il modo di produrre e di lavorare, il tramonto di antichi lavori e l’emergere prepotente di tante nuove attività: le novità, secondo questo schema, vanno considerate e governate in una sostanziale logica di “deroga”, di eccezione e si fatica a tentare nuovi equilibri tra la sacrosanta esigenza di difendere i fondamentali diritti dei lavoratori e la capacità di consentire l’espandersi e la qualificazione di nuovi lavori. Dall’altra una disinvolta propensione a considerare inutili o addirittura dannosi i tentativi di assicurare un sistema di regole che consenta un governo effettivo delle nuove tendenze e delle nuove caratteristiche del mercato del lavoro.
Da questo punto di vista una vera e propria cartina di tornasole è il dibattito che si è sviluppato sul reddito di cittadinanza. Intanto non è corretto assumere il tema come collegato a quello dell’occupazione: questo collegamento è sbagliato, ma anche tendenzialmente pericoloso. Un dibattito erroneamente impostato sul versante ideologico: è giusto assicurare un reddito minimo; è ingiusto dare un reddito a chi non lavora. Una contrapposizione inconcludente, come dimostra la poca incisività dei tentativi di mediazione tra le due posizioni. In realtà, affermato che è oggettivamente giusto assicurare un reddito minimo a chi ne è sprovvisto, tutto il dibattito andrebbe centrato su “come” tale misura andrebbe gestita per evitare una deriva assistenzialistica e anche pesanti distorsioni sul mercato del lavoro che, in presenza di una misura indiscriminata e non selettiva, vedrebbe aumentare a dismisura il ricorso al lavoro nero che nel nostro Paese, e soprattutto al Sud, ha già dimensioni patologiche. È bene ricordare che stime assolutamente autorevoli ci dicono che nella provincia di Napoli un terzo del PIL è frutto di attività “sommerse”.
In generale sul tema del lavoro vorrei fare due considerazioni. La prima è che, strutturalmente, nel nostro Paese sono state particolarmente deboli le misure di governo dell’offerta di lavoro: collocamento, formazione professionale, mobilità. Da questo punto di vista la nota più dolente è certamente quella della formazione professionale che le Regioni, salvo alcune encomiabili eccezioni, hanno gestito sempre a partire dall’esigenza di tutelare l’offerta formativa (cioè i docenti) piuttosto che adeguandosi alle consistenti evoluzioni della domanda; con l’aggravante della sottovalutazione, assai pesante, degli istituti tecnico-professionali. Il che spiega perché di tanto in tanto ci vengono messi sotto gli occhi i dati sul fabbisogno, non soddisfatto, di manodopera da parte delle imprese. Fenomeno che, in certa misura, è inevitabile, ma che in Italia assume proporzioni davvero paradossali. In fondo, nella nostra tradizione, a confronto con gli altri Paesi europei, siamo stati piuttosto efficaci per le politiche a favore dei disoccuppati propriamente detti; molto meno per i soggetti in cerca di prima occupazione. Da questo punto di vista occorre una coraggiosa revisione delle politiche formative regionali e anche una radicale riforma dei Centri per l’impiego.
La seconda considerazione è riferita al Sud. A guardare i numeri si vede chiaramente che la disoccupazione italiana è sostanzialmente una disoccupazione femminile e, soprattutto, meridionale. Ma occorre evitare che la oggettiva drammaticità del dato suggerisca soluzioni emergenziali, induca a immaginare interventi “risolutivi”, spallate decisive. La storia del Sud, a partire dalla grande industrializzazione voluta da Pasquale Saraceno come risposta “forte e immediata” al tema della disoccupazione; per passare alla tragica esperienza dei servizi socialmente utili; quando si costruiscono questi interventi si ha un grande consenso al momento del loro annuncio: ma negli anni successivi, per lunghi periodi, ci deve confrontare con gli effetti negativi che hanno indotto. Minori danni, anzi qualche buon risultato hanno determinato gli interventi, più complessi e più articolati che, in qualche misura, “pretendevano” la responsabilità dei soggetti, come il prestito d’onore e gli interventi per la promozione di imprese giovanili.
Bisogna convincersi che per avviare a soluzione il tema dell’occupazione al Sud, in tempi ragionevoli ma necessariamente non rapidi, occorre lavorare per le condizioni di uno sviluppo sano, responsabile e indotto dai soggetti locali. Non è in discussione la necessità di un aiuto esterno alle aree deboli: è in discussione la circostanza che gli interventi esterni, in mancanza di una “volontà locale“ allo sviluppo, diventino “assistenziali e oppressivi” come diceva negli anni Cinquanta Giorgio Ceriani Sebregondi, lucidissimo studioso dei problemi del Sud, marginalizzato dalla cultura meridionalistica dominante.
Per questo motivo io insisto, sulla scorta dell’esperienza che conduciamo alla Fondazione con il Sud, sul fatto che bisogna puntare al rafforzamento e, in qualche territorio, alla costruzione, del capitale sociale nel Mezzogiorno, premessa ineludibile della crescita economica e dell’occupazione.
Siamo abituati, forti di una tradizionale cultura sul welfare, a pensare che il rafforzamento del sociale “segua” la crescirta economica; che la disgregazione pubblica di alcuni territori sia l’effetto della mancata crescita e della indisponibilità di risorse. È vero esattamente il contrario. E le politiche di sviluppo devono mettere al primo posto l’educazione dei giovani, la valorizzazione dei beni comuni, l’inclusione dei soggetti più deboli.
Potrei raccontare molte storie del Sud in cui, partendo dalla solidarietà, dal dono, dall’ansia di riconoscere diritti negati, sono nate esperienze di imprenditoria sociale con effetti occupazionali a volte anche significativi. Ma questa è una parte, piccola, del mio ragionamento: la parte centrale, la mia proposta, è che, finalmente, si misuri il divario Nord-Sud partendo dai posti disponibili negli asili nidi, dalla qualità dei servizi alla persona, dalle opportunità per i soggetti svantaggiati. Questa è la nuova frontiera del meridionalismo. Da qui si deve partire per intraprendere un percorso, non rapido nei suoi effetti, ma non effimero e certamente più solido di quelli che ci sono stati proposti in tanti decenni di intervento straordinario. Come diceva il già citato Sebregondi negli anni Cinquanta: “Per lo sviluppo, ripartire dal sociale. Soprattutto al Sud”.

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