Quadrimestrale di cultura civile

Lavoro: non un costo da tagliare ma un percorso di conoscenza

di Giorgio Squinzi / Presidente del Gruppo Mapei

Atlantide: Lei è uno dei più importanti e rappresentativi industriali italiani. Come valuta la nostra situazione economica?
Giorgio Squinzi: Tutto il manifatturiero italiano sta affrontando sfide senza precedenti. Le crisi che a partire dal 2007 hanno colpito l’economia mondiale penso abbiano modificato in modo permanente la geografia economica come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso. Gli scenari che si possono delineare oggi sono molteplici, in un contesto in cui l’incertezza dominerà come non mai, non solo con riferimento alle variabili economiche. Gli assetti geopolitici sono in via di ridefinizione e questo avrà conseguenze oggettive sui modelli economici. Quindi è necessaria una profonda riflessione sulle conseguenze future delle scelte da effettuare o anche da non effettuare dalla politica e dalle imprese.

Atlantide: Ma questo stato di “crisi a ripetizione” come si è originato?
Giorgio Squinzi: La crisi è stata innescata nel 2007 con il crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti. Si sono aperte a catena una serie di turbolenze finanziarie che sono andate a investire tutti i sistemi politici e sociali come li avevamo conosciuti. Questo stato di crisi si è rivelato subito molto diverso dalle crisi cicliche cha avevano interessato l’economia degli ultimi cinquant’anni. Soprattutto i risvolti politici e sociali sono apparsi subito preoccupanti. Poi la crisi ha avuto effetti peggiori nel nostro Paese rispetto ai nostri competitor nell’eurozona.

Atlantide: Per quale ragione?
Giorgio Squinzi: La crisi finanziaria dell’euro, iniziata nel 2011 e proseguita nell’anno successivo, ha avuto le conseguenze che conosciamo sul nostro Paese. I consumi interni e gli investimenti hanno subito una dura battuta d’arresto. Solo la tenuta delle esportazioni ha contrastato la contrazione del prodotto lordo. Gli ostacoli alla crescita italiana sono mali tutti nostri, anche se noi cerchiamo spesso altrove le responsabilità. Derivano da decenni di mancate riforme strutturali, da una profonda disattenzione di quanto accade fuori dai nostri confini, da una società costruita sull’io e non sul noi, da un egoismo individuale che ci ha fatto perdere la dimensione del Bene comune.

Atlantide: Una valutazione dura!
Giorgio Squinzi: Se non si ha e si crede in una visione Paese votata al futuro le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Non voglio fermarmi alle politiche fiscali restrittive o al tema della bassa produttività che ha impedito l’aumento delle retribuzioni e quindi la possibilità di crescita dei consumi delle famiglie. E via di questo passo, esempi a iosa. Mi fermo a una semplice analisi industriale. Come Paese a tecnologia intermedia ci siamo trovati nella difficoltà di difendere i margini delle nostre produzioni tradizionali. Di conseguenza tutti i processi volti alla riduzione dei costi sono andati a compensare il calo dei margini generati da una concorrenza sempre più aggressiva nella globalizzazione dell’economia. Risultato? Siamo scivolati sul pericoloso piano inclinato della deindustrializzazione e il contributo del manifatturiero alla formazione del PIL si è ridotto in maniera preoccupante. Questa è una delle ragioni della recessione che ha colpito il nostro Paese. Aggiungo una politica monetaria meno espansiva e un rigido controllo della spesa pubblica. Il menù dell’impatto negativo sulla crescita economica e sull’occupazione è servito. Sono in attesa di scelte e soluzioni a quanto ho sommariamente descritto. Con fiducia.

Atlantide: Come valuta l’evoluzione del sistema industriale italiano?
Giorgio Squinzi: Valuto che l’andamento insoddisfacente della nostra economia sia la conseguenza della difficoltà di adattarsi ai principali fattori di cambiamento del contesto economico internazionale: la globalizzazione, il processo di integrazione europea, l’evoluzione impetuosa dei paradigmi tecnologici. Questi fattori comportano un forte aumento della pressione concorrenziale che mette in difficoltà un sistema produttivo lento ad adattarsi al nuovo contesto globale e a cogliere le nuove opportunità. Questo accade sia per fattori interni alle imprese, sia per carenze nel funzionamento di alcuni mercati e istituzioni, su cui si discute da anni ma latitano le scelte di politica economica. Porto ad esempio l’incidenza sul PIL della spesa in ricerca e sviluppo, che sarebbe una delle vie per ridurre il gap con i nostri competitors. Un diverso rapporto pubblico-privato, leve fiscali differenti, meccanismi burocratici meno asfissianti, permetterebbero il salto di qualità di cui abbiamo bisogno.

Atlantide: Mi sembra che in questo scenario il tema conduttore sia quello del futuro del lavoro...
Giorgio Squinzi: Di fronte alle sfide di un mondo che ogni giorno si evolve sotto i nostri occhi, penso sia fondamentale ragionare sul tema del lavoro in tutte le sue declinazioni, anche in considerazione delle accelerazioni con cui i cambiamenti si susseguono. E sul tema lavoro penso che noi, tutti noi, si debba ricorrere a un fortissimo uso dell’umiltà e del buon senso, proprio per la complessità dei temi che ci sono dati da vivere. I vecchi modelli tayloristi e fordisti balbettano con evidenza e il nostro sforzo deve essere verso categorie mentali nuove, al passo con le sfide che abbiamo di fronte, partendo dal principio superato che il lavoro sia un costo da minimizzare.

Atlantide: Si spieghi meglio.
Giorgio Squinzi: La nostra storia economica ci ha consegnato una idea del lavoro ancorata al rapporto di lavoro dipendente, a una forte presenza del Pubblico, alla produzione standardizzata di massa, a una impresa che produce beni e poi li impone al mondo del consumo. Se muta il modello economico per una crisi dell’economia mondiale a seguito dei processi legati alla globalizzazione, agli squilibri legati alla crescita esponenziale dei progressi tecnici, ai cambiamenti demografici, alla terziarizzazione, e a tante altre motivazioni, bisogna prendere atto che un’epoca storica è finita e se ne apre un’altra, tutta definire e  costruire.

Atlantide: Cioè?
Giorgio Squinzi: L’impresa si muove in uno scenario mutato nelle sue fondamenta. La produzione deve essere flessibile, adeguandosi in tempo possibilmente reale alle esigenze crescenti dei consumatori. Per cui il modello di produzione deve considerare con grande attenzione tutta l’area dei beni immateriali, dei servizi e della elaborazione della conoscenza. Per questo modello è necessario un coinvolgimento del lavoratore e una sua forte motivazione; il lavoro subordinato non è più l’unica forma di impiego e la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo perde molta della sua configurazione attuale.

Atlantide: E questo a suo avviso è positivo?
Giorgio Squinzi: Sì. Lo considero un notevole passo in avanti nella storia del lavoro, con tutte le difficoltà del caso. Il fattore Uomo è la struttura portante di questa nuova visione del lavoro. Ci avviamo a una società basata tutta sul sapere, che sta destrutturando la forma-lavoro grazie ai progressi della tecnologia. Il lavoro diventa più un percorso da compiere che non il posto cui si ambiva negli ultimi decenni.

Atlantide: Non vede rischi?
Giorgio Squinzi: Sicuramente. Ho descritto la mia visione. Non ho detto che questa sia priva di rischi. Ogni cambiamento comporta rischi. Ad esempio le innovazioni tecnologiche, se abbandonate all’inseguimento di loro stesse e non guidate dalla saggezza umana, possono produrre effetti di cancellazione di posti di lavoro superiori alla creazione dei nuovi.

Atlantide: E come si ovvia ?
Giorgio Squinzi: Spesso nei ruoli pubblici a cui sono stato chiamato ho parlato di “buona politica”. Ecco. Si ovvia con scelte politiche coerenti, che vivano e interpretino al meglio i tempi nuovi e le sfide che questi lanciano. Avremo bisogno di ammortizzatori sociali forti ed efficaci e da serie politiche di ricollocazione. Soprattutto avremo bisogno da un lato di rimodellare i nostri processi formativi scolastici e, dall’altro, di una effettiva formazione permanente e continua. I grandi cambiamenti che interessano il mondo del lavoro possono essere visti come opportunità o come difficoltà. Io credo fermamente nella prima ipotesi.

Atlantide: Quindi grande fiducia?
Giorgio Squinzi: Assolutamente. La fiducia nel futuro è il segno distintivo di ogni imprenditore e deve caratterizzare le nostre scelte, indipendentemente da tutte le difficoltà a cui ogni giorno dobbiamo sottostare.      

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